Lo sfondamento
di Caporetto scoperse, da un'ora all'altra, il fianco destro
di queste truppe formate da fanti, bersaglieri e alpini, un
battaglione dei quali, il VaI Fella, reclutava i propri uomini
sul luogo, cosi che questi friulani vedevano la difesa della
Patria identificarsi con quella del focolare, della donna, della
stalla, combattevano insomma alle porte di casa. La difesa fu
accanita. Quando il 27 ottobre, tre giorni dopo Caporetto, queste
truppe ebbero l'ordine di ripiegare, la linea ch'esse tenevano
era quasi intatta. La resistenza s'era concentrata alla Sella
Nevea, alta 2000 metri, una porta della montagna tra i pilastri
del Montasio e del Canin: era una di quelle posizioni d'onore
sulle quali non c'è che
la morte che dispensi dal combattimento.
Dall'altra
parte, il generale Krnuss era alquanto nervoso. Dal suo comando
tattico dettava rapporti in cui si leggevano tra le righe, l'impazienza
e il dispetto.
«Alle
due è incominciato l'attacco in Conca di Plezzo. Nevica.
I proiettori si sforzano indarno di squarciare con la loro luce
spettrale il fitto della nebbia. ..Sul mattino le condizioni
atmosferiche sono andate sempre più peggiorando. Più tardi
giungono buone notizie dalla vallata, ma sfavorevoli dall'alto
dei monti...Le truppe della difesa resistono sempre validamente...».
Il tempo è veramente
orribile. La bufera è cessata, ma un vento gelido spazza
le creste e fa turbinare la neve sui valichi. Le sofferenze della
truppa sono spaventose. Ogni tanto qualcuno stramazza al suolo
, fulminato da un colpo di freddo. Tuttavia si resiste. Lo stile
dei rapporti di Krauss è sempre più irritato. « La
10° Armata chiede rinforzi d'urgenza a favore del suo distaccamento
impegnato sotto Sella Nevea. Il comandante di quell'armata è stato
invitato ad agire energicamente; di conseguenza le truppe di
quell'estremo distaccamento d'ala, procedendo da rio Seebach,
hanno attaccato Sella Nevea, incontrando però seria resistenza
rimpetto alle difese degli Italiani al valico. ..» .
Nel frattempo
i Tedeschi erano a Cividale e l'indomani sarebbero entrati in
Udine. Il ripiegamento era inevitabile. I difensori cominciarono
a scendere col cuore gonfio: di tratto in tratto si levavano
le grida dei feriti, che supplicavano di non essere abbandonati.
Nessuno li avrebbe più raccolti, poveri martiri, nemmeno
il nemico: morire di freddo e di fame era ormai la loro sorte.
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