La natura osservata dalla quota
Sebbene si fosse alla metà di ottobre 1’inverno
regnava già alla mia quota. Neve e tormenta paralizzavano
le comunicazioni fra il comando del battaglione e quello del
mio plotone tanto che continuamente delle corvèe di alpini
dovevano ripulire la mulattiera nascosta dalla neve. Mentre dall'alto
presso i ricoveri sorvegliavo il compimento dei lavori, io guardavo
il manto bianco del Cregnedul che diminuiva gradatamente verso
la valle che appariva ancora verde, ed osservavo anche la nebbia
che digradava scoprendo da quella specie di cortina qualche tratto
del panorama.
Quante volte mi divertivo a vederla passare fra le gole dei
monti come una colonna di fumo dilagante in tutte le direzioni
ed allora il cielo che si era mantenuto bello sino in quel momento
diventava grigio e si oscurava.
Specialmente allora corvi e cornacchie uscivano dai loro nidi
e gravi volavano qua e là molti e molti metri più bassi
del mio posto di osservazione. Scomparsa la valle vedevo il mare
di nebbia che saliva, saliva cercando di raggiungere le vette
ed avvicinandosi alla quota il panorama s'impiccioliva sempre
di più.
Scompariva Plagnota e poscia a poco a poco tutto era sommerso
dalla nebbia e conveniva ritirarsi nei baraccamenti. Le giornate
più pesanti erano proprio quelle nebbiose perché oltre
a trovarci soli a tanta altezza lontani dal mondo civile, eravamo
seppelliti da quella massa grigia che c’impediva di guardare
anche alle piccolissime distanze.
Tuttavia la nebbia quando era sola non dava molto fastidio.
Era invece assai temibile quando la tormenta martoriava la quota.
Allora era proprio un affare serio. La neve gelata, spinta dal
vento in tutte le direzioni, s’addensava formando distese
insidiose per 1’incauto che mettendo un piede in fallo
restava seppellito fino al torace.
Essa era poi così gelata che il viso che la riceveva
era martoriato come se fosse trafitto da tante spine. La respirazione
sotto la tormenta era assai faticosa se non addirittura impossibile.
Si sentiva freddo e non si poteva andare molto coperti altrimenti
il vento impediva qualsiasi movimento, tanto più che venendo
da tutte le direzioni non si poteva scegliere nessuna posizione
conveniente per poterla sopportare con meno disagio.
Spesso ho dovuto gettarmi disteso sulla neve, aggrappato a
qualche sporgenza per non essere portato via dalle correnti aeree
che violentemente investivano la montagna. Quante volte fui bloccato
con Frerejan dentro il ricovero poiché la neve era così alta
che ci impediva L’uscita. Per questo non erano rari gli
incidenti tragicomici che mettevano il buon umore nei nostri
animi depressi dal maltempo. Ma anche le belle giornate, quantunque
rare erano intercalate con quelle orrende. Alle volte verso le
cinque del mattino, quando facevo L’ultimo giro d’ispezione
non era raro il caso che percorrendo il camminamento alzavo risolutamente
il capo e mi scoprivo fino al torace... già i cecchini
tiravano tanto di rado! L’ammirazione per la natura era
tale e tanta che mi faceva perfino dimenticare d’essere
in guerra. Un’alba serena a più di duemila metri
di altezza nel mese di ottobre non tutti hanno l'onore di osservarla.
Ed io infatti restavo estatico ad ammirare quei picchi nevosi
e semioscuri che si elevavano con forme aspre e risolute nel
cielo che cominciava a prendere una leggera intonazione giallastra.
Giù nella valle Seebach ancora buia, cupo rumoreggiava
il Reib (7). Colle mani sprofondate nell'enormi tasche del mio
pastrano, il bavero alzato fin sopra le orecchie, il passamontagna
calato sul viso io restavo così qualche momento ad ammirare
il panorama. il Predil, il monte Rombon, la sella Rombon, il
CucIa, il monte Nero, il Canin formavano una lunga serie ininterrotta
di picchi e speroni. Respiravo quell'aria gelida e fina che mi
elettrizzava 10 spirito e centuplicava le mie energie facendomi
nascere nell'animo la volontà di compier sempre cose nuove
e di continuare 10 studio dell'arte nel quale già da tempo
mi dedicavo. L’alba faceva nascere in me i proponimenti
che in gran numero si affacciavano alla mia mente entusiasta
per le cose belle ed artistiche. Io mi vedevo così in
avvenire certo, senza molte difficoltà, avevo speranza
di strappare qualche alloro nel campo dell'arte e coll'animo
oltremodo sereno scendevo verso i ricoveri per recarmi a riposare
...ma se L’alba tanto bella mi dava la speranza di poter
compiere col tempo delle belle cose, non meno poetico era il
tramonto che mi faceva risvegliare nella mente tutti i ricordi
più belli e più cari della mia giovane esistenza.
E così verso sera, quando i lavori del camminamento erano
sospesi ed i soldati a frotte ritornavano verso i ricoveri ed
a capannelli ridevano e scherzavano fuori dei medesimi, io in
mezzo a loro guardavo in silenzio 10 spettacolo di fuoco che
avevo innanzi . Punta Plagnis, cima Portati, il Montasio a destra,
la catena del Canin alla sinistra e Mariano (? ) in fondo erano
tutte indorate dagli ultimi raggi del sole morente. n tramonto
che tingeva il Predil in violetto e faceva rosseggiare la parte
italiana mi faceva ricordare che infondo a quel rosso c'era Udine
la città che tanto tempo mi ospitò e mi vide crescere,
che laggiù c'era la mia mamma, la più cara amica
che l'uomo abbia sulla terra. Mi ricordavo il dolore che provava
quando salutandola stavo per salire su quel treno che mi portava
al fronte, lontano da lei, la rivedevo quando assieme a mio padre
e mia sorella mi salutava agitando il fazzoletto dal passaggio
a livello. 10 che mi attendevo quel saluto commosso le rispondevo
fingendo di essere allegro. Mi ricordavo tutti particolari di
quel breve viaggio mentre le parole dette da mia sorella nel
momento di partire mi ritornavano sempre all'orecchio. " Ricordati
Oscar, ammazzati piuttosto che darti prigioniero. " (8 )
Queste parole le aveva pronunciate per celia o diceva davvero?
E guardando fissamente tutte le gradazioni di tinta che assumeva
L’orizzonte una voce segreta mi partiva dal cuore ed esclamava
addolorata: " Madre, madre mia, genitori diletti quando
vi rivedrò? " n sole morente mi ricordava ancora
il mio amore tramontato, finito, spezzato mentre era appena spuntato,.
la mia idealità, troppo alta, si era piegata ed aveva
dovuto cedere dinanzi alla realtà dei fatti. Coll'ideale
infranto mi sentivo lassù sperduto e solo nell'ora del
tramonto che rende sempre mesto l'animo dell'uomo sentimentale.
E mentre pensavo a quella figura superbetta che tiranneggiava
il mio cuore, un’altra figura di ragazza la cui fotografia
era da me molto ben custodita, si sostituiva alla prima e finiva
col prendere il sopravvento. Mi pensava forse qualche volta?
Sentiva per caso anche lei qualche affezione per me? O ero solo
io che avevo una simpatia per lei?
Ed il velo della sera che scendeva oscurando a poco a poco
tutta la valle, rendeva cupo e triste il mio spirito rivolto
a quell’ora tutto verso i genitori, verso il mio amore,
ma soprattutto verso mia madre, forse la persona più cara
che io avevo nel cuore. |