Prime giornate
L’indomani alle 8 antimeridiane ero già sveglio
tanto più che durante la notte avevo sentito abbastanza
freddo.
Al di fuori non nevicava più ma il cielo era sempre
plumbeo e minacciòso. Poco dopo il mio risveglio entrò l’attendente
di Frerejan col caffè caldissimo. Levai pigramente la
testa dalle coperte sotto le quali l’avevo ricacciata dopo
essermi svegliato e bevvi con molto piacere due bei bicchieri
di quel buon caffè. Quindi continuai a stare placidamente
in quella branda poco comoda in verità. Callegari (tale
il nome dell’attendente) accese la stufetta e cominciò a
preparare tutto per l’ora della pulizia.
Intanto che il tempo trascorreva tranquillamente io guardavo
con attenzione la mia nuova dimora. Era un baracchino diviso
a metà, nella prima parte del quale alloggiavano cinque
soldati ed un caporale del genio. Nella seconda metà alloggiavamo
noi due ufficiali. Nel nostro bugigattolo della misura massima
di due metri di Iato vi erano un tavolino, due sgabelli, due
brande una sopra l‘altra come le cuccette dei marinai e
due cassette. Tutto l’arredo era in legno grezzo e di una
stabilità molto relativa.
La cameretta era in gran parte foderata di rozze tavole di
legno e le parti non rivestite erano qua e là addobbate
per cura dell’attendente da cartoline illustrate che mano
a mano arrivavano alla quota. Una parete di legno ed una relativa
porta separava la nostra stanzetta dal bugigattolo del genio.
Alle dieci l’attendente ci portò io brodo caldo
e quindi mi alzai assieme a Frerejan il quale mi mise a disposizione
tutti i suoi oggetti di toilette. Quindi mi lavai con l’acqua
calda, cosa che non mi piacque troppo perché non volevo
abituarmi così per tempo a sentire quel benefico tepore.
Poco dopo uscii dal baracchino e dall’alto della posizione
contemplavo il panorama il quale mi appariva bellissimo alla
vista, quantunque il tempo fosse fosco e l’aria molto rigida.
Diedi un’occhiata in cucina ed assistetti alla distribuzione
del rancio. Poscia ritornai nel baracchino e poco dopo con Frerejan
andai a mensa. Ritrovai i commensali del giorno precedente tranne
Pace che aveva raggiunto la sua compagnia a Scalini. n mio capitano
non l’avevo mai conosciuto perché in quei giorni
era in missione.
C’erano quindi il tenente medico Beccario direttore
di mensa, il tenente Albona, il sottotenente Delù e Frerejan,
gli aspiranti Mapelli ed io. Strinsi più intimità coi
miei compagni ed ognuno mangiò allegramente tutte le pietanze
che Cappelletti ci portava in tavola. Si rideva e si scherzava
molto volentieri, e dopo il pranzo mentre si attendeva il caffè caldo
e lo stappamento di qualche buona bottiglia, i miei compagni
si misero a giocare a sette e mezzo.
Sigarette giacevano sul tavolo in grande quantità,
ma erano per me del tutto inutili giacche io non fumavo. Non
prendevo parte neppure alloro divertimento perché avendo
promesso a casa di non giocare troppo, non volevo prendere subito
quell’abitudine. Dissi allora che non ero capace e restai
spettatore.
Verso le quattordici, dopo aver preso io caffè e gustato
una buona bottiglia di barbera ci salutammo ed abbandonata la
mensa ci dirigemmo alle rispettive quote. Delù, Mapelli
e Beccario scesero a Plagnota,. Albona, Frerejan ed io salimmo
alle nostre. Mi ritrassi subito nel baracchino e scrissi a casa
la prima cartolina di guerra. n pomeriggio lo trascorsi sempre
.fra il mio baracchino, quello della truppa e la cucina, ove
osservavo ogni tanto la cottura del rancio. Verso sera salutai
il maggiore che passava dalla quota e quindi assistetti nuovamente
alla distribuzione del rancio, dopo di che ritornafamensa ed
assieme ai commensali ci raccontammo alcuni episodi ridicoli
avvenuti in giornata. La sera passò come io solito .fra
l’allegria ed il buon umore di noi tutti, dei quali il
più anziano aveva trentaquattro anni ed io, il più giovane,
diciotto. Il giorno dopo mi alzai un po’prima giacche ormai
mi ero riposato dallo strapazzo sofferto due giorni avanti. Mi
lavai però con l’acqua di neve che mi rinvigorì moltissimo.
Scrissi ancora a casa una lettera e poi accompagnato da Frerejan,
feci la mia conoscenza colla trincea che all’occorrenza
dovevo difendere.
Il camminamento che non era ancora stato completato era lungo
più di cinquecento metri e solo una piccola parte coperto
con travi, reti metalliche e terra. Un piccolo tratto era stato
abbattuto da cannonate nemiche che qualche giorno prima avevano
ucciso anche il sergente maggiore e ferito cinque soldati. Frerejan
mi mostrò il luogo e mi spigò il fatto che, a dire
il vero, mi rabbuiò alquanto,. ma quasi subito non ci
pensai più.
Visitai le caverne, i piccoli posti e coll’occasione
il mio collega mi mostrava le posizioni italiane della valle;
gli Scalini nonchè le trincee austriache situate in fondo
valle e mi nominava tutte le posizioni nemiche ed in modo speciale
quelle munite di batterie.
E così dall‘alto del piccolo posto (6) N°]
tutta la valle Seebach fino a Villach si apriva magnifica dinanzi
ai miei occhi. I laghetti del Reib abbellivano enormemente quella
verde conca nemica. Con precauzione per non mostrarci troppo
ritornammo nel nostro ricovero. La seconda giornata passò più laboriosa
tanto più che verso sera, poco dopo la distribuzione del
rancio, fui io che dietro le note del caporale Lanfrit compilai
i due bollettini sulle novità della quota. Sull’attività delle
artiglierie nemiche ebbi a notare centoundici colpi di cannone
di diverso calibro, colpi diretti quasi tutti a fondo valle e
a Barboz. A mensa furono tutti meravigliati che avessero raggiunto
tale cifra poiché da tanti giorni i cannoni erano addirittura
quasi inattivi.
Il 16 giunse il capitano Alliata comandante la 270° e
finalmente feci la di lui conoscenza e subito mi piacque per
i suoi modi affabili e per il suo carattere franco e sincero.
Ci raccontò qualche episodio del suo viaggio e ci promise
di farci mangiare per la sera una bella faraona che aveva portato
con se.
Con la sua venuta gli animi erano più allegri e ci
si trovava come in famiglia. Si parlava spesso del sottotenente
Oderda, il quale ritornando da Torino, chissà quali discorsi
avrebbe fatto sugl‘imboscati, sui militari, sulle donne;
e su Gilda chissà quante e quante cose!! E si rideva con
molto gusto sui gesti che probabilmente avrebbe fatto durante
le sue narrazioni.
Ma venuto io momento di giocare il solito sette e mezzo avvenne
un fatto che ci lasciò tutti dispiacenti.
Il giorno precedente si erano acquistate due bottiglie di
maraschino e si dovevano pagare coi sodiche si introitavano al
gioco. Così Beccario e Frerejan decisero di fare uno scherzo
ad Albona costringendolo a perdere sempre, riuscendo a fargli
pagare una bottiglia di quel liquore.
AI trucco ero presente anch‘io, al solito come semplice
spettatore, ma essendo allo scuro della faccenda non capii nulla
di quello che fecero. Ma avendo Albona subodorato qualche cosa,
il giorno dopo al momento di giocare fece, in presenza del capitano
una violenta scenata trattando Beccario e Frerejan col nome di
ladri ed impostori.
Il capitano chiesto invano che la finissero, spiacentissimo
lasciò la mensa proibendo per sempre quel gioco.
Il giorno seguente pregò i tre che facessero pace e
si dessero la mano. Frerejan fu irremovibile per L’affronto
subito il giorno avanti ed il pranzo si fece fra un silenzio
ed una serietà assoluta. Quindi appena finito il pasto
ognuno si ritirò alla sua quota. Il giorno medesimo alle
quattordici salutai il tenente Albona che partiva per la sella
Robon dove era stato destinato fin da qualche giorno avanti a
comandare la sezione pistole mitragliatrici, essendo partito
L’ufficiale addetto alle medesime. Così terminò quell’episodio
increscioso che lasciò in noi tutti un brutto ricordo. |