Finalmente dopo due giorni la tormenta era diminuita e le
comunicazioni interrotte coi piccoli posti vennero riattivate
con fatica a causa della gran neve caduta. Il camminamento nei
tratti ancora scoperti era completamente pieno di neve sicchè per
percorrerlo bisognava camminare allo scoperto e restare così indifesi
dai probabili tiri dell’avversario.
Una corvèe partita dai piccoli posti protetta dalla
nebbia raggiunse i baraccamenti passando fuori della trincea.
Fummo tutti contenti di vederli salvi e dopo averli caricati
di viveri e di liquori li rimandammo ai piccoli posti raccomandando
che cominciassero a sgomberare la trincea dalla loro parte. l
soldati che erano nel ricovero si misero a lavorare subito di
gran Iena per togliere la neve e sgomberare la mulattiera che
conduceva al camminamento.
L’indomani mattina mentre una squadra sgomberava la
mulattiera fino al comando di battaglione, un’altra lavorava
attorno alla trincea. Anche nei tratti coperti la neve spinta
dalla tormenta era entrata compatta per cinque metri nella trincea
in modo che questa era completamente otturata. lo andavo su e
giù sorvegliando i lavori sia dell’una come dell’altra
squadra. Quando si alzò Frerejan divisi con lui il lavoro
di sorveglianza ed io mi presi quello dello sgombero della mulattiera
raccomandando sempre ai soldati di togliere la neve verso la
montagna.
Siccome il vento non cessava, la mulattiera appena sgomberata
era subito ricoperta di neve. lo non sapevo come mettermi per
offrire meno bersaglio al vento che mi tagliava la faccia e non
mi faceva respirare. Lo zappatore (9) Tambosco lavorava in modo
ammirevole scoprendo lunghi tratti di sentiero e spingendosi
molto avanti ai compagni.
Finito 10 sgombero della mulattiera consigliai i soldati a
portare della legna ai ricoveri perché si risparmiavano
così la pena di ritornare. Tutti accettarono di buon grado
la nuova fatica ed io andai a trovare il tenente Beccario e mi
trattenni con lui nella calda stanzetta fino all'ora della mensa.
Quando il capitano e gli altri ufficiali della compagnia vennero
dal dottore, tutti assieme ci recammo alla mensa di compagnia.
L’ascesa alla mia quota era piuttosto faticosa per le circostanze
già accennate e giungemmo al baracchino col fiato grosso
e col viso rosso dalla fatica. Oderda bloccato dalla neve fu
assente e pranzò a Punta Plagnis. Mentre raccolti attorno
alla tavola imbandita con fumanti e saporosi cibi, si ascoltava
il lieto crepitare della legna nella stufa si udì in lontananza
un forte e prolungato boato che scendeva giù per la montagna.
Rimanemmo in ascolto coi respiri sospesi.
" E’una valanga. " Pronunziò il capitano
in mezzo al silenzio generale. " Cominciano già le
loro gesta " esclamò Delù oscurandosi in volto.
Terminammo quindi il nostro pranzo ed il capitano ci raccomandò di
sorvegliare attentamente i lavori del camminamento. Mentre stavamo
per separarci un soldato della mia quota giunse di corsa ad avvisarci
che una piccola valanga era caduta sul camminamento rovinandolo
un poco. Subito accorsi in trincea: il corpo sprofondava nella
neve fino al petto e coll’aiuto dell’alpenstock giunsi
fino al luogo della valanga. La nebbia non mi permetteva di vedere
molto lontano, ma scrutando bene la striscia di neve e terra
vidi degli strumenti da lavoro giù per la montagna. Dissi
ai soldati di lasciarli dove la valanga li aveva trasportati
e raccomandai loro di rimettersi prontamente al lavoro consigliandoli
di mettersi sparpagliati per non essere di facile bersaglio al
nemico.
Rimasi nel camminamento fino alle sedici, ora in cui Frerejan
venne a darmi il cambio. Ero da poco ritornato nel mio baracchino
ove stavo a scaldarmi quando udii venire dal di fuori alcune
grida e qualche esclamazione. Mi affacciai subito sulla porta
e domandai ad un soldato il perché di quel frastuono.
" Oh, nulla signor tenente, ma posso dirle che il genio
non è adatto per la montagna."
" Insomma che cosa è successo? "
" Un caso divertente. I soldati del genio, comandati
dal loro caporale, dopo essere stati finora nella caverna volevano
ritornare in baracca. Siccome di montagna non se ne intendono
punto, camminavano sulla neve piuttosto lontani dalla roccia
in un punto dove quella era molto alta e soffice. Noi che prevedevamo
l'accaduto stavamo a guardare. Infatti non avevano fatto pochi
metri dalla caverna quando la neve non resistendo al peso cedette
ed i nostri quattro genii sono ruzzolati giù per la china
formando colla neve una piccola valanga. "
" Dove sono arrivati? "
" Fino al baracchino della mensa. Hanno preso uno spavento,
signor tenente, uno spavento! ...ma sono contento, vogliono fare
sempre i super uomini ed ora sono rimasti umiliati. "
" Giacchè eravate presenti potevate soccorrerli. "
" Prima ci siamo divertiti un po' " quindi li abbiamo
soccorsi, altrimenti sarebbero ancora laggiù. "
" E ora dove sono? "
" In cucina a scaldarsi e a farsi passare la paura coll’odore
del rancio. " " Ma nessuno si è fatto male? "
" Macchè, signor tenente, stanno meglio di me:
sono loro che vogliono dare molta importanza alla cosa. "
Andai in cucina per vedere quei malcapitati.
" Ecco gli eroi! " esclamò un alpino appena
mi vide entrare in cucina. " Ebbene Ciaccheri ( il caporale)
che cosa ti è accaduto poco fa? "
" Oh, signor tenente, me la sono vista proprio brutta
sa! Che spavento! Che spavento! Mi ero proprio visto spacciato
e già mi ero raccomandato a Dio. Avevo paura di arrivare
fino in fondo ma per fortuna mi sono fermato con la testa ed
il corpo sepolti dalla neve e con una gamba in alto. "
" Che! Facevi la ginnastica mentre ruzzolavi? "
" Eh, lei scherza, signor tenente ma la vita di montagna è molto
brutta e non fa per "
me.
" Lo so che è brutta, adesso è nulla, siamo
in ottobre, ma quando saremo
nell’inverno inoltrato allora sì che saranno
affaracci.
" L’ho bello e visto, signor tenente, entro l’anno
io muoio quassù. Così lontano dai miei. " Esclamò tristemente-
" Vieni a suonare la chitarra,. vedrai che la paura ti
passerà. "
" Signor tenente non ne ho proprio voglia,. mi lasci
riscaldare,. che spavento, che spavento!" continuò tra
si
Mi ritrassi nuovamente nel mio stanzino presso la stufa accesa.
La tormenta ricominciava. Poco dopo giunse Frerejan pieno di
neve e di .freddo. lo misi nuova legna nella stufa e gli preparai
tutto perchè si riscaldasse con comodo.
" Voglio bere un po’di strega, così sono
al completo. " Esclamò fra due boccate di fumo. " Già,
ma L’abbiamo finita a mezzogiorno la strega. "
" Allora cosa c’è da bere ? " "C'è del
cognac e del rum. " " Dammeli tutti e due che ne faccio
un miscuglio unico. " Mentre sorbiva la sua miscela, gli
raccontai il caso toccato ai soldati del genio ed egli li compatì per
la loro imperizia di montagna. Passò diverso tempo in
un profondo silenzio. La tormenta martellava i vetri del baracchino.
" Si è fatta una brutta giornata. " Esclamò Frerejan. " Andiamo
a mensa questa sera? "
" n tempo non 10 permetterebbe ma se venisse il capitano
bisognerebbe andarci per non far brutta figura. Vuoi dire che
noi attendiamo e se li vediamo venire scendiamo alla mensa. "
" Son quasi le diciotto, stiamo all'erta. " Uscii
dal baracchino e ne rientrai poco dopo. " Sono arrivati " dissi " Bisogna
andare. "
"Prendi la lampada e vedi se c’è la candela. " " Ce
ne sono circa quattro centimetri. "
" Basteranno, andiamo. " Ci sedemmo sulla neve e
giù, dopo qualche secondo entrammo contemporaneamente
con le gambe dentro la mensa. AI vederci arrivare in quel modo
il capitano. rise e si congratulò. Ci riscaldammo ala
stufa in attesa dei cibi. Di fuori la tormenta infuriava.
Cappelletti ci portava le vivande dentro le marmitte e dalla
cucina veniva giù seduto sulla neve ed al ritorno si aiutava
faticosamente con una corda. Quella sera il capitano decise essere
L’ultima della mensa, per la qual cosa data la nostra lontananza
avremmo sempre mangiato nel nostro baracchino. n tempo trascorso
alla mensa jùxxxxxxxx abbastanza ilare. Tre volte la porta
rimase bloccata dalla neve accumulata e tre volte Fratocchia
e Cappelletti dovettero sgombrarla con un badile per portarci
le vivande. n tradizionale sette e mezzo seguì alla cena
e verso le venti e mezzo, quando ci parve che la tormenta soffiasse
meno violenta ci disponemmo per il ritorno
n capitano e gli altri ufficiali, muniti di lampada scivolarono
seduti fino al comando di battaglione ma una sorte diversa capitò a
me e a Frerejan. Appena usciti dalla mensa la tormenta ricominciò colla
sua furia facendo consumare la candela a vista d’occhio.
La neve accumulata dal vento era enorme e non sapevamo se percorrere
la mulattiera scomparsa o arrampicarci su per la montagna. Decidemmo
senz'altro il secondo modo, forse più difficile ma più breve.
Ci aiutammo prima con la corda di Cappelletti ma ad un tratto
una raffica più forte di vento spense la lampada e restammo
al buio completo.
n momento fu brutto e penoso. n vento era fortissimo, si sprofondava
nella neve fino al petto; tutto era buio e non si sapeva con
precisione il punto ove si era. Quanto tratto avevamo fatto?
Quanto ne rimaneva ancora? Dove eravamo? E furono appunto quelle
incertezze che ci fecero perdere per qualche momento la padronanza
di noi stessi.
Ma fu un attimo. Inutile alzare la voce; il vento non 10 permetteva.
Ad un tratto udii la voce di Frerejan vicino a me: " Su
coraggio, io gelo, passa tu di dietro. " 10 esaudii il suo
desiderio e cercammo di aiutarci reciprocamente, ma invece di
salire verso l'alto cominciammo a scivolare giù per il
monte. " Forza o siamo perduti. " disse Frerejan.
Raddoppiammo le nostre energie e trovata la sporgenza di una
roccia ci aggrappammo a quella. Come due naufraghi che dopo aver
nuotato invano contro gli spumosi frangenti e trovato uno scoglio
cercano di tenersi aggrappati e di salirvi sperando di salvarsi,
così noi benchè sfiniti dagli sforzi riattaccammo
risoluti alla rupe. Dalla forma la riconobbi e: " Frerejan, " dissi "va
lungo la roccia e subito siamo a posto. " Infatti dopo altri
numerosi sforzi giungemmo davanti ai baraccamenti.
Alcuni soldati vedendo il lume della mensa spento e non vedendoci
ritornare stavano fuori dalle baracche con una lanterna in mano.
Vedendoci giungere fiacchi fiacchi e pieni di neve si fecero
subito d'intorno tutti premurosi. Frerejan aveva tutte le dita
colpite da un principio di congelamento. Callegari cominciò a
strofinarle .fra le sue mani in modo che il sangue riprendesse
la circolazione ordinaria. L’effetto fu quasi immediato
e poco dopo il sangue ricominciando a circolare gli produsse
dei forti dolori alle mani. 10 avendo i guanti di lana non ebbi
alcun inconveniente.
" Dì Frerejan, abbiamo passato un brutto quarto
d'ora. "
" In verità molto brutto, tanto più che
io avendo le mani gelate non sentivo la tua che mi afferrava
quando eravamo vicini alla rupe. Però adesso mi sento
molto male allo stomaco. "
" Anch'io ho male allo stomaco,. deve essere stato l'effetto
della neve avendo noi mangiato poco fa "
" Voglio mettermi a letto perchè sto proprio male. "
" Prendi qualche cosa di spiritoso che ti metta un po’in
forze " " 10 ho una bottiglia di fernet" disse
un soldato " se la vuole... " " Prendi, Frerejan,
una bottiglia di fernet "
Quando egli ne bevve a sufficienza ne tracannai anch’io
più di due dita.
" Ciaccheri, suona la chitarra " disse Frerejan " Così ci
tieni allegri. " Ma Frerejan stava proprio male. Un tremito
convulso 10 scuoteva tutto e le numerose coperte non bastavano
a farlo riscaldare.
Ciaccheri suonò e cantò fino alle ventitre numerose
canzonette, alcune delle quali piene di nostalgia che mi empirono
la mente di ricordi dolci e tristi. Udine, la mia famiglia ed
i miei amori mi passavano a poco a poco davanti alla mente, mentre
io ero lontano dai miei cari lassù sperduto a più di
duemila metri di altezza. Così andai a riposare con l'animo
mesto ed afflitto e finì quella giornata ricca delle emozioni
presenti e dei dolci ricordi del passato. |