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Un’evoluzione complessa
fra cambiamenti e continuità

Un contributo di Giancarlo Livraghi al quinto rapporto del Censis – maggio 2006



Questa è l’ ultima di sedici parti in cui è suddivisa l’analisi delle risorse di informazione e comunicazione in Italia. Consiglio a chi trovasse questa pagina da sola, con un motore di ricerca o con un altro percorso, di leggere anche quelle precedenti – o almeno di dare un’occhiata all’indice per avere un’idea del percorso che porta a queste osservazioni sulle contraddizioni e complessità del cambiamento.




Il cambiamento:
per capire meglio o per confondere i percorsi?


Si parla continuamente di cambiamento. Ma non è facile capire che cosa cambia davvero – e quali cambiamenti sono significativi. Fra i più interessanti (e recenti) sviluppi della paleo-antropologia ci sono scoperte di comportamenti molto più evoluti, e anche di tecnologie molto più raffinate, in società umane in epoche remote della preistoria (vedi L’evoluzione dell’evoluzione). E anche nuove constatazioni della presenza, in epoche antiche, di risorse tecniche e scientifiche notevolmente “avanzate” (vedi Il computer di Archimede).

Forse dovremmo approfondire quegli studi per capire meglio la natura della nostra specie (che non è cambiata in qualche decina di millenni) e il modo in cui gli sviluppi tecnici e culturali di oggi si possono adattare alle nostre esigenze (non il contrario).

Occorre anche capire quali cambiamenti sono reali e profondi, o comunque ci aiutano a interpretare meglio la situazione. E quali sono apparenti, superficiali, o comunque servono solo a confonderci le idee. Non è difficile. Basta affrontare ogni idea di cambiamento e “innovazione” con una buona dose di coscienza critica. E contemporaneamente, con altrettanta ragionevole diffidenza, ogni forma impropria di “conservazione” e di resistenza ai cambiamenti reali, significativi e utili.

Non si tratta, naturalmente, di cercare una “metà strada”. Non è vero, almeno in questo caso, che in medio stat virtus. In quel modo si ottengono solo infruttuosi compromessi. Si tratta, al contrario, di capire quali cambiamenti debbano essere accettati, sostenuti, incoraggiati. E quali invece, se non ostacolati, debbano essere almeno lasciati in un brodo di cultura fino a quando si è capito come hanno intenzione di evolversi.

Un lettore attento potrebbe chiedermi perché, nel tentativo di concludere questa analisi, faccio così tante domande con così poche risposte. In parte può essere dovuto alla “congestione informativa”. Sono così tante le ipotesi che è difficile capire quali siano più plausibili. Ed è probabile che, nonostante i miei tentativi di informarmi, qualcuna delle più interessanti mi sia sfuggita. Preferisco confessare la mia ignoranza che azzardare risposte non sufficientemente documentate.

Ma è anche una questione di metodo. Quasi tutte le previsioni fatte in giro per il mondo negli anni e decenni trascorsi sono state smentite dai fatti. Molti degli sviluppi cui abbiamo assistito erano imprevisti. Siamo in una (lunga) fase di turbolenza e complessità. Più che tracciare improbabili percorsi lineari, è importante saper cogliere i segnali e le occasioni per pilotare il cambiamento nella giusta direzione. (Vedi Pensieri semplici sulla complessità).

Sarebbe utile, in una situazione come questa, superare le barriere che separano le culture, le professioni, le specializzazioni, i settori di ricerca scientifica e di sviluppo tecnologico. Cercare con maggiore impegno le sintesi “interdisciplinari”. Riscoprire quella ricchezza di conoscenze “enciclopediche” che animava il Rinascimento e l’Illuminismo.

Diceva Thomas Edison: «Prendete l’abitudine di cogliere al volo le idee nuove e interessanti che altri hanno usato con successo. La vostra idea deve essere originale solo nel suo adattamento al problema su cui state lavorando». Questa osservazione somiglia a un concetto attribuito a Vilfredo Pareto: «La creatività è trovare nessi nuovi fra cose note».

È anche evidente (e ampiamente dimostrato dai fatti) che la ricerca del “nuovo” a tutti i costi può portare a ogni sorta di vicoli ciechi. E che alcune delle innovazioni più utili e interessanti possono essere un consapevole, quanto attuale, ritorno all’antico. (Vedi Facciamo un passo indietro e Le ambiguità dell’innovazione). Ritrovare e nutrire le radici aiuta a far crescere piante rigogliose che portano buoni frutti.

Se guardiamo bene, ci accorgiamo che c’è molto di antico in un ambiente nuovo come l’internet (che ha una struttura biologica e propone modelli di tipo agricolo). Come ci può essere molto di nuovo nell’uso della parola scritta, che ha almeno seimila anni, e della carta stampata che ne ha più di cinquecento. Il problema della “ricchezza” di informazione e comunicazione non si risolve eliminando uno strumento per sostituirlo con un altro, ma scegliendo il più adatto per ogni uso e imparando a combinare efficacemente le loro utilità secondo le nostre esigenze. Questa disciplina, fra l’altro, ci può aiutare a offrire possibilità più congeniali e meno faticose per indurre i “meno abbienti” ad allargare le loro prospettive.




Qui si conclude l’analisi basata sul quinto rapporto del Censis e su altre informazioni attualmente disponibili. Ma ovviamente non finiscono i ragionamenti su una situazione complessa e in continua evoluzione. Che probabilmente avranno altri sviluppi, pubblicati in questo sito, se e quando ci sarà motivo di ulteriore approfondimento.



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