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Un’evoluzione complessa
fra cambiamenti e continuità

Un contributo di Giancarlo Livraghi al quinto rapporto del Censis – maggio 2006



Dopo le varie analisi sui dati (vedi l’indice) abbiamo visto le sintesi conclusive riguardanti la televisione, la radio, il cellulare, la stampa e l’internet. Ritorniamo ora al quadro generale, che avevamo visto all’inizio, con alcune osservazioni sulla complessa interazione fra abbondanza e scarsità di risorse di informazione e comunicazione.




L’abbondanza:
miscela deliziosa o intruglio stomachevole?


Il già citato 39° rapporto generale (2005) del Censis osserva che «Vi è una dinamica alta, negli strati superiori della composizione sociale per media, molto interessante e ricca di buone prospettive, sia sul piano culturale sia nelle sue implicazioni di mercato. Emerge un’Italia dinamica e reattiva ai cambiamenti, aperta all’innovazione e capace di trasformarsi sull’onda delle trasformazioni culturali». Una visione incoraggiante. Ma è un fatto che l’abbondanza, proprio nelle fasce culturali più “abbienti” di informazione e di comunicazione, produce anche una percezione di affanno e congestione.

L’offerta di risorse tecniche è spesso inadeguata o distorcente. Si continuano a proporre, con fastidiosa insistenza, aggiornamenti inutili, finte innovazioni, aggiunte fastidiose a un menu già troppo indigesto. Se le persone più evolute stanno diventando più consapevoli, molto dipenderà dalla loro capacità di scegliere, di orientarsi, di “tagliarsi su misura” la scelta (e il metodo d’uso) delle risorse più utili e meglio gestibili.

Ma perché l’alimentazione culturale sia sana, gustosa e stimolante occorre anche che qualcuno, in cucina, faccia bene il suo lavoro – e che i camerieri ai tavoli sappiano capire le esigenze e i desideri dei clienti. Cioè che ci sia un ruolo più attento e consapevole dell’offerta.

Diceva, anni fa, il presidente di una grande impresa (che amava considerarsi allievo di Jung): «Il segreto dell’innovazione di successo sta nel proporre qualcosa che è latente nella mente del consumatore». In altre parole, il più bravo è chi ci sa offrire qualcosa che ci è veramente utile, che corrisponde ai nostri desideri – ma non ci avevamo ancora pensato. Chissà quando qualcuno, invece di condire la solita zuppa con qualche salsetta ritinta, ci farà la gradita sorpresa di offrirci qualcosa di nuovo che corrisponda davvero ai nostri desideri inespressi?




La scarsità:
comoda pantofola o privazione insopportabile?


Se fra i “più abbienti” si rileva qualche segno di dinamismo ed evoluzione, fra i “meno abbienti” di informazione e comunicazione prevale la staticità.

Dice il rapporto generale del Censis: «Vi è una dinamica bassa di tenuta degli strati inferiori che paiono sostanzialmente immobili. ... Quattro anni di evoluzione nei media nulla hanno potuto su questo strato di “marginali” e “poveri” nel consumo di media, che sono quindi rimasti tali». Il fatto è che non si tratta solo di quattro anni, né di dieci, né di venti. Il problema ha radici profonde. Qualcuno dei “meno abbienti” riesce a uscire dal suo stato, a cogliere le occasioni per arricchire il suo patrimonio culturale. Ma molti non si rendono neppure conto di avere un problema.

Chi ha fame, o è costretto a mangiare male, lo sa immediatamente. Chi ha scarsità di denaro se ne accorge – e anche quando ha superato il “livello di sopravvivenza” ha una chiara percezione del suo disagio rispetto a chi si trova in condizioni migliori. La privazione culturale non è meno grave, ma è meno evidente.

Nell’ignoranza e nella passività culturale è facile accoccolarsi. Sapere poco, adeguarsi alla cultura dominante, può sembrare comodo – come una riposante pantofola. Che siano i “meno abbienti” a chiedere, esigere, volere un arricchimento culturale non accade con la frequenza che sarebbe necessaria per risolvere il problema. Lasciarli nella loro condizione è un danno non solo per loro, ma per tutta la società. Si è constatato, purtroppo, che la barriera non si supera per osmosi. Non solo il patrimonio dei più “ricchi” non si trasferisce ai più “poveri”, ma il solco della diversità si approfondisce.

Non è un problema nuovo, ma tende a incancrenirsi. Non si potrà risolvere in poco tempo, ma l’importante è cominciare ad affrontarlo. Se l’iniziativa non viene dalla “domanda”, cioè dalle persone che si trovano in quella condizione, dovrà essere affrontato in una prospettiva di “offerta” – non solo dai “media”, ma da tutti gli apparati sociali e culturali. L’importante è che non si basi su atteggiamenti arroganti “dall’alto in basso”, né su ostiche “alfabetizzazioni”, ma su forti capacità di ascolto e su un autentico rispetto verso i “meno abbienti”. Offrire autentica cultura in termini semplici, interessanti, stimolanti e accessibili non è un’impresa facile. Ma si colloca ai livelli più alti della capacità di comunicare.




La prossima (e ultima) pagina è dedicata ai valori e alle complessità del cambiamento.



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