timone Il Mercante in Rete
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Marketing e comunicazione nell'internet


Numero 39 – 12 ottobre 1999

 

 

loghino.gif (1071 byte) 1. Editoriale: Sbagliando s'impara

Da che mondo è mondo "sbagliando s'impara". Ma oggi l'errore ha assunto una particolare importanza come strumento indispensabile della conoscenza – e dell'azione. La cultura, la società, l'economia sono in una fase di trasformazione e cambiamento. Un'evoluzione turbolenta confonde chi cerca certezze e premia chi sa cogliere tendenze nuove e "nascenti"; che si possono cogliere con l'intuizione ma si verificano solo con l'esperienza pratica. Non è un caso che da più di vent'anni, non solo nello sviluppo scientifico ma anche nella cultura d'impresa, si parli di caos e complessità; né che la nascita della teoria del caos coincida (anno più, anno meno) con i primi vagiti dell'internet.

Diceva Mitchell Waldrop in Complexity (1992):

L'orlo del caos è dove la vita ha trovato abbastanza stabilità per sostenersi e abbastanza creatività per meritare il nome di vita. L'orlo del caos è dove nuove idee e genotipi innovativi rosicchiano continuamente il bordo dello status quo; e dove anche la più radicata vecchia guardia sarà, presto o tardi, rovesciata.

Il "caos", naturalmente, non è "caotico"; ci sembra confuso e incomprensibile solo perché non ce lo possiamo spiegare secondo i nostri vecchi e limitati sistemi di conoscenza. La cosiddetta "complessità", in sé, non è più complicata di ciò che siamo abituati a pensare e a fare. Anzi, forse è più semplice. Ma appare complessa e misteriosa perché non si concilia con le nostre abitudini. L'elaborazione teorica su questo tema può essere difficile e sottile; ma in pratica c'è una soluzione semplice: prova ed errore.

La filosofia moderna ha posto in evidenza che (oggi più che mai) «la nostra conoscenza si accresce nella misura in cui impariamo dagli errori», come spiegava trent'anni fa Karl Popper.

Nella scienza, come nella vita, vige il metodo dell'apprendimento per prove ed errori, cioè l'apprendimento dagli errori. L'ameba ed Einstein procedono allo stesso modo, per tentativi ed errori; la sola differenza rilevabile nella logica che guida le loro azioni è che i loro atteggiamenti sono diversi. Einstein, diversamente dall'ameba, cerca consapevolmente di fare di tutto, ogni volta che gli capita una nuova soluzione, per coglierla in fallo; assume un atteggiamento consapevolmente critico nei confronti delle proprie idee, cosicché – mentre l'ameba morirà a causa dei suoi errori – Einstein sopravviverà proprio grazie ai suoi errori.

Questi fatti erano evidenti quando l'internet era solo un progetto nella mente di alcuni "visionari". La rete non è l'origine del problema; è uno strumento per risolverlo.

Che cosa c'è di nuovo con l'internet? Molto. L'immediatezza di risposta, la molteplicità di relazioni e la possibilità di cambiare o aggiornare ogni cosa in qualsiasi momento offrono una capacità senza precedenti di sperimentare, verificare, correggere e riprovare. La flessibilità è la più grande risorsa della rete.

 

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loghino.gif (1071 byte) 2. L'e-business sta morendo?
No, deve ancora nascere


Suonano campane a morto per il "commercio elettronico"; anzi, più in generale, per tutto il business in rete. Delusioni, insuccessi, risultati marginali e un po' ansimanti. Difficoltà, ostacoli, diffidenze. Formule "automatiche" che promettono miracoli irrealizzabili. Esperimenti fatti di malavoglia, o secondo schemi troppo rigidi, che portano alla comoda ma superficiale conclusione: «Vedi? Non funziona. Meglio stare un po' alla finestra, fino a quando succederà qualcosa».

Secondo una notizia pubblicata il 24 settembre 1999 da Edupage, il Gartner Group ha lanciato un allarme: "il 75 per cento dell'e-business fallisce".

La maggior parte delle imprese che lanciano progetti di e-business non capisce le tecnologie su cui si basano le sue strategie e non progetta adeguatamente le sue iniziative; perciò il 75 per cento delle attività di e-business fallisce. Per avere successo online le imprese dovrebbero considerare l'e-business come uno strumento, non come un obiettivo in sé. Le imprese dovrebbero usare un'efficace gestione del progetto, assicurarsi che i dipendenti capiscano le tecnologie usate, controllando ogni fase di sviluppo, e usando un approccio "passo per passo". Dovrebbero anche, prima di applicare nuove tecnologie, verificare le basi del progetto per capire se esiste un obiettivo di business che giustifichi l'operazione. Inoltre, le strategie di e-business dovrebbero prevedere modi per aprire nuovi mercati. Infine, le imprese dovrebbero stare attente alla concorrenza e all'erta su nuovi rivali.

Sembra un po' la scoperta dell'acqua calda. Non è questo il modo ragionevole di gestire qualsiasi progetto? Ma ancora una volta constatiamo che quando si tratta di business nell'internet si entra in uno strano mondo alla rovescia, dove le soluzioni tecniche prevalgono sulle strategie e sugli obiettivi dell'impresa; e si va in rete "per esserci", senza un motivo preciso. Con queste premesse, è sorprendente che il fattore di fallimento sia "solo" il 75 per cento.

Se questo è vero in America, lo è ancora di più in Italia, dove la preparazione delle imprese in fatto di e-business è ancora più arretrata.

La situazione in Italia sta cambiando. Per anni e anni chi ha esperienza della rete ha riso amaramente sui continui, quanto falsi, proclami sul "prossimo decollo" dell'internet nel nostro paese. Ma questa volta ci siamo davvero. Nella seconda metà del 1998, e ancor più nel 1999, c'è una forte crescita nell'uso della rete in Italia – come risulta da diverse analisi e ricerche che ho riassunto nel numero 37 di questa rubrica. Un altro sviluppo interessante è una "presa di coscienza" della nostra impreparazione. Ciò che per anni si è detto in rete, ma rimaneva un po' nell'ombra, ha cominciato ad essere percepito anche fuori dal ristretto mondo degli "addetti ai lavori". Ed è salito "all'onore delle cronache" il 3 settembre 1999 quando "grandi protagonisti" dell'economia e della politica, riuniti a Cernobbio, hanno constatato che "l'internet spiazza le imprese italiane". Non ripeto qui ciò che ho scritto in un articolo che ho pubblicato in settembre, ma il fatto che si cominci a prendere coscienza del problema è il primo passo per tentare di risolverlo.

Ma se vogliamo uscire dal pantano non dobbiamo imitare gli errori altrui. Quest'anno (con molto sollievo) sono riuscito a non passare un solo minuto in quell'orribile caravanserraglio che è lo Smau. Chi c'è stato mi racconta che c'era quasi un intero piano dedicato a offerte per il "commercio elettronico". A prezzi molto convenienti, o addirittura "gratis", si moltiplicano più che mai le proposte "chiavi in mano" e le promesse di miracoli impossibili. Non discuto la qualità delle tecnologie, che per quanto riguarda le applicazioni possono essere più o meno efficienti – e più o meno adatte alle specifiche esigenze di questo o quel progetto. Ma il problema è nella natura della proposta. È sostanzialmente impossibile che una soluzione tecnica possa sostituire l'impegno dell'impresa nella definizione di una strategia e nella gestione del progetto. Ed è estremamente improbabile che si scelga la soluzione giusta se lo si fa prima di aver capito che cosa si vuol fare, come e perché. Spero che la saggezza pratica delle imprese eviti di cadere in questo genere di trappole, ma una cosa mi sembra chiara: per chi seguirà quel percorso la probabilità di fallimento è più vicina al 99 che al 75 per cento.

In realtà un "fattore di fallimento" di 3 a 1 è tutt'altro che allarmante quando si entra in un nuovo territorio. Credo che sia ragionevole considerarlo fisiologico, se non ottimistico. E la soluzione non è difficile. Come ho detto nell'editoriale di questo numero, la rete è il terreno ideale per poter procedere con il metodo più efficace, più promettente e meno rischioso: provare, sbagliare e riprovare.

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loghino.gif (1071 byte) 3. Cause ed effetti – e "notizie" sballate


Uno degli errori più comuni, nelle ricerche di mercato come in ogni analisi di tendenza, è confondere la causa con l'effetto. Quando si parla dell'internet, la diffusione di "notizie" imprecise e sballate è continua.

Per esempio alla fine di settembre si è diffusa sui giornali la notizia (sulla base di una ricerca che non conosco e non ho avuto modo di approfondire) che una crescita "esponenziale" dell'internet in Italia è provocata dalle offerte di collegamento "gratuito"; e che di conseguenza arriveremo a quattro milioni di utenti alla fine del 1999.

Il numero è bizzarro. Per quanto complicata possa essere l'analisi dei dati, sembra chiaro che, se si usa una definizione "estesa" di "utenti", ce n'erano almeno quattro milioni nella prima metà di quest'anno. Gli stessi giornali, del resto, avevano pubblicato cifre molto più alte. Per l'ennesima volta si "prevede" una "enorme" crescita che ci porterebbe a meno di dove pensavamo di essere...

Ma soprattutto si confonde la causa con l'effetto. Se la crescita fosse provocata dalle offerte cosiddette "gratuite" avremmo una situazione "drogata" e molto instabile. Per fortuna non è così. Il cambiamento è in corso da un anno e ha radici molto più profonde. L'affollarsi di offerte per "accaparrarsi" il mercato è la conseguenza, non la causa, dello sviluppo. Può accelerare la crescita, perché chi esitava o rimandava può approfittare dell'occasione. Ma le tendenze "di fondo" sono altre – e molto più importanti. Come ho cercato di analizzare e documentare nei numeri precedenti di questa rubrica.


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loghino.gif (1071 byte) 4. Un'antologia della "cultura dominante":
un misto di verità e banalità


Vorrei fare una "doverosa premessa". Non conosco Riccardo Chiaberge e non ho alcun motivo di antipatia o di ostilità nei suoi confronti. Se ho scelto il suo articolo per analizzarlo non è perché sia migliore o peggiore di tanti altri. Anzi, nella vasta proliferazione di commenti sull'internet, questo è uno dei pochi testi che contengono affermazioni valide e significative. Ma è un'interessante mistura di osservazioni serie e di sconcertanti banalità; un'antologia efficace di quelle che (purtroppo) sono le percezioni più diffuse nel mondo dell'informazione e – di conseguenza – nel mondo politico e nelle "alte sfere" dell'economia. Perciò, secondo me, merita di essere "chiosato" punto per punto.

Nel mondo dei computer, l'eroe dalla riscossa europea si chiama Linus Torvalds, il ragazzo finlandese autore di un nuovo sistema operativo che fa concorrenza a Windows. Una specie di Guglielmo Tell informatico, capace di sfidare a mani nude l'impero di Bill Gates.

L'aspetto positivo di questo discorso è che il mondo dell'opinione e dell'economia, anche in Italia, sta cominciando ad accorgersi che esiste Linux; anche se non ha ancora capito il significato sostanziale di opensource e di compatibilità.

La descrizione romantica della situazione lascia molto a desiderare. A trent'anni, Linus Torvalds è giovane rispetto a successo che ha ottenuto; ma non è un ragazzino. Ormai è un "padre di famiglia": la sua bambina si chiama Patricia Miranda Torvalds. È un po' bizzarro definire "nuova" la tecnologia di Linux, che esiste dal 1991 (ed è un'evoluzione di Unix, che esisteva dieci anni prima di Windows). Può darsi che all'inizio fosse la sfida "a mani nude" di un'eroico arciere visionario. Ma oggi è una realtà consolidata, accettata e sostenuta dal mercato e da molte grandi imprese dell'informatica.

E (purtroppo) non si tratta di una "riscossa europea". Torvalds è nato e cresciuto in Finlandia (che fin dalle origini dell'internet è molto più avanti del resto dell'Europa nell'uso della rete) ma vive in California. Lo sviluppo dell'opensource è basato prevalentemente negli Stati Uniti (anche se si serve della collaborazione di programmatori di tutto il mondo, compresa l'Italia). Il problema dell'Europa è che subisce, più dell'America, il predominio della Microsoft e di altre soluzioni che mal si adattano alle sue esigenze. E continua a non capire come l'opensource, e in generale la compatibilità, siano le premesse per ogni possibile "riscossa europea". Come ha confermato, in una recente intervista, Vinton Cerf.

Il piano di alfabetizzazione digitale annunciato in luglio – e riconfermato ai primi di settembre – da Massimo D'Alema sembrava una cosa seria. ..... Sono passate poche settimane ed ecco che di quel piano, nelle bozze della legge finanziaria che circolano in queste ore, si è perduta ogni traccia. Qualcuno, alle finanze o al tesoro, ha depennato il computer dalla lista della spesa e chi ha lasciato soltanto il pecorino. Peccato che, a differenza del formaggio, la rete non fermenta spontaneamente. Ha bisogno della politica.

In parte vero, ma in gran parte sbagliato. Le rete fermenta, e come. Prima di pensare all'intervento della politica occorre capire molto meglio come funziona. Più penso allo sviluppo dell'internet, più mi convinco che è un fenomeno biologico e che per coltivarla bene occorre una mentalità da agricoltori. Un concetto, secondo me, fondamentale; che ho svolto in un articolo nel numero di ottobre di Web Marketing Tools e cui ho dedicato un intero libro, che uscirà (spero) prima della fine dell'anno.

Prima di discutere sulla quantità degli stanziamenti, ci vorrebbe un approfondimento molto più serio sulla qualità degli interventi utili. Sarà meglio se la politica starà lontana dalla rete fino a quando avrà capito che cosa deve fare e soprattutto che cosa non deve fare. Gli "incentivi" di cui si è parlato finora sono così deboli, inutili – o del tutto sbagliati – che forse è meglio se non se ne fa nulla.

In questi giorni abbiamo un'ennesima prova di quanto poco le nostre grandi organizzazioni sappiano usare l'informatica: il tragicomico blocco della stazione Termini a Roma non è colpa di un computer, ma di un errore umano. La responsabilità è di chi non ha saputo organizzare il sistema e fare le necessarie sperimentazioni prima di applicarlo. Ma questo è solo un sintomo vistoso di un problema molto più profondo. Nel caso dell'internet, è ancora peggio. Una snervante giornata trascorsa a Bologna il 22 settembre, in una delle sessioni "itineranti" del Forum per la Società dell'Informazione organizzato dalla Presidenza del Consiglio, mi ha dato l'ennesima conferma di quanto poco le nostre autorità centrali abbiano capito la vera natura della rete. Anche nella Pubblica Amministrazione si sentono voci dalla "periferia", cioè da chi è vicino all'esperienza concreta, che dicono cose utili e umanamente rilevanti. Ma il centro è sordo e cieco, immerso nella falsa cultura degli automatismi e delle soluzioni "dal vertice". Aggiungere tecnologia al marasma burocratico da cui siamo afflitti serve solo a peggiorare la situazione.

Inoltre... dovrebbero smetterla, una volta per tutte, di parlare di alfabetizzazione. Quel banale, scostante, opprimente indottrinamento tecnico che deprime e umilia i valori reali – umani e culturali – della rete.

L'internet ..... deve gran parte del suo successo all'impegno del vicepresidente Al Gore. Sulle "autostrade informatiche" ognuno deve poter viaggiare liberamente, ma tocca allo Stato costruirle.

Credevo che la vecchia favola delle "autostrade" fosse defunta, ma a quanto pare galleggia ancora nella confusione di idee che circonda la rete. Il fondamentale "intervento pubblico" che ha fatto nascere l'internet è la definizione dei protocolli e dei sistemi, aperti, gratuiti e universalmente disponibili, stabiliti dal governo americano fra la fine degli anni sessanta e l'inizio dei settanta (quando non era vicepresidente Al Gore, cui chissà perché questo articolo, come altri, attribuisce la "paternità" dell'internet). La rete, per fortuna nostra e per volontà di chi l'ha fatta nascere, è un "bene comune" che appartiene a tutti e non è dominato da nessuno. Se di interventi pubblici abbiamo bisogno non è per assoggettare l'internet a un governo o a qualche altro potere centrale, ma per garantirne la libertà e la trasparenza e per darci quella compatibilità e apertura che abbiamo nella rete ma non, purtroppo, nel software.

Credito di imposta per chi investe in siti web rivolti al commercio elettronico, detassazione degli utili destinati alla creazione di nuovi centri di servizi online, incentivi alle aziende che favoriscono l'acquisto di pc da parte dei dipendenti.

Questi sono alcuni dei provvedimenti di cui l'articolo piange la scomparsa. Che manchi una strategia di sostegno a uno sviluppo intelligente della rete è un problema. Ma non mi sembra il caso di rimpiangere quell'accozzaglia di "incentivi" mal pensati. Nessuno (né le aziende, né il governo) ha capito come si debba operare efficacemente online. Incentivare nuove attività nella direzione più banale servirebbe solo a moltiplicare gli errori e le iniziative sbagliate. Non si capisce che cosa voglia dire "creazione di nuovi servizi online" ma non vorrei che questo si traducesse in un ennesimo favore ai grandi operatori di telecomunicazioni – già troppo favoriti dalle tariffe che non si abbassano e dai grossi guadagni che fanno con l'interconnessione. Infine, invece di incentivare l'acquisto di nuovi computer inutilmente complessi e costosi, si dovrebbe favorire un migliore utilizzo delle macchine già esistenti e incoraggiare l'offerta di macchine nuove a prezzi più ragionevoli. La tendenza in questo senso è già forte negli Stati uniti, mentre da noi si continua a seguire l'assurdo percorso dell'obsolescenza forzata.

Si potrebbero immaginare incentivi molto più utili. Un supporto energico a soluzioni opensource, meno costose e più efficienti. Un incentivo al recupero di computer ancora validi e funzionanti per renderli disponibili ai "non abbienti" (di denaro e di informazione). Un incentivo alle imprese (specialmente alle "piccole e medie") che, con o senza un sito web, usano la rete per svilupparsi all'esportazione. Un sostegno alle organizzazioni "senza fini di lucro" che danno un vero contributo alla cultura della rete. Attività di formazione e di acculturazione non sulle tecnologie ma sui valori umani e culturali della comunicazione interattiva. Cose semplici e davvero utili; ma, a quanto pare, molto lontane dalle prospettive di chi governa e di chi traccia le linee dell'informazione dominante.

Ha ragione D'Alema quando dice che l'internet deve diventare uno status symbol come è stato (e forse non è più) il telefonino. Non bisogna mitizzarla, perché pullula di ciarlatani. Ma è la spina dorsale della nuova economia, il binario su cui corre il futuro.

Parole sagge... ma ci siamo accorti che fra i "ciarlatani" ci sono grandi organizzazioni con una forte influenza sul potere economico e politico? E perché dobbiamo metterci di mezzo un'idea stupida come quella dello status symbol? Qualcuno può anche dire che "il fine giustifica i mezzi", ma è possibile e desiderabile che a un uso intelligente e concreto della rete si possa arrivare senza passare attraverso un'inutile e futile "moda" e a un ennesimo tributo all'insulso culto delle apparenze.

Le nostre aziende, invece, con poche eccezioni, usano la rete solo per mettersi in vetrina: 130 mila hanno una propria "pagina" web, ma i siti di e-commerce sono appena 650 con un volume di affari annuo che non supera i 700 milioni di lire.

Qui finalmente l'articolo mette il dito sulla piaga. Non so dove l'autore abbia trovato i numeri che cita; e cade nel solito errore di considerare come attività d'impresa in rete solo la più banale definizione di e-commerce (un sito web in cui si vende qualcosa). Ma "più o meno" i conti tornano e "a grandi linee" l'osservazione è giusta e rilevante.

L'articolo mette in evidenza anche un altro fatto: oggi è facile che un italiano compri qualcosa online da un sito all'estero; molto più raro il caso che dall'Italia si venda qualcosa nel resto del mondo. Secondo i dati citati in quell'articolo, l'Italia avrebbe circa l'1,5 per cento della rete mondiale. Secondo altre analisi che considero più attendibili, siamo a meno dell'1 per cento. Nell'uno o nell'altro caso, il senso del ragionamento non cambia. Ci sono 99 probabilità su cento che lo sviluppo degli acquisti online (se e quando verrà) faccia crescere le importazioni. Viceversa, il 99 per cento del mercato per le nostre imprese è fuori dai nostri confini. Se non ci diamo una mossa per invadere il "mercato globale", lo sviluppo dell'internet sarà un disastro per la nostra "bilancia dei pagamenti". Questo mi sembra il punto più importante in tutti i ragionamenti sul "commercio elettronico".

A fare da freno è per di più il terrore di essere cannibalizzati dalla tecnologia, di svuotare i negozi o di scatenare l'ira dei sindacati. Ma pesa anche la pignoleria del fisco, che esige ricevute e fatture cartacee anche per gli acquisti online e rifiuta di ammettere lo scontrino elettronico.

Anche questo è vero. Naturalmente i timori della "cannibalizzazione" sono esagerati; ma il fatto è che l'unico modo per non essere "scavalcati" dall'internet è usarla attivamente. Anche il problema delle remore burocratiche è molto serio. Più che accumulare nuove "regole", spesso mal concepite, o pensare a "incentivi" inefficaci, bisognerebbe prima di tutto rimuovere gli ostacoli dovuti a norme e procedure antiquate o male interpretate. E non solo nelle leggi e nella pubblica amministrazione. Anche il sistema bancario, che a parole dichiara di voler sostenere lo sviluppo dell'e-business, in pratica continua a frapporre ostacoli e resistenze a un uso efficiente delle carte di credito e di altre forme di pagamento in rete.

L'articolo di Chiaberge conclude così:

E non basta. L'economia della rete è fondata sul "capitale intellettuale": esige nuove professionalità e un rapporto più stretto tra scuola, università e imprese. ....
I Torvalds italiani – di talenti non ne mancano neppure da noi – devono farsi largo con il machete nella foresta accademica e burocratica. È da qui che dobbiamo ripartire, se davvero vogliamo uscire dal limbo.

Ben detto. :–)

Ma credo che siano necessarie due osservazioni. La prima è che per operare "a parità di condizioni" abbiamo bisogno di sistemi aperti e compatibili. La seconda è che non dobbiamo mettere l'accento solo sulle tecnologie. La rete è uno strumento per sviluppare l'attività di qualsiasi genere d'impresa. Le "nuove professionalità" non sono soltanto tecnologiche. C'è un gran bisogno di competenze "umanistiche". La rete non è fatta di computer, software e protocolli: è fatta di persone, relazioni umane e comunità. Quante volte lo dovremo ripetere prima che arrivi alle orecchie di chi governa il nostro stato, la nostra amministrazione pubblica, la nostra scuola e la cultura "ufficiale", compresa l'università?


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loghino.gif (1071 byte) 5. Il mito della "convergenza"
(Gerry McGovern)


Chi legge abitualmente questa rubrica sa che cito spesso e volentieri Gerry McGovern, un autore particolarmente lucido e brillante su tutto ciò che riguarda la rete. Mi sembrano interessanti le osservazioni a proposito della presunta "convergenza" fra l'internet e la televisione nel suo articolo The limits of convergence del 4 ottobre 1999

Avete sentito parlare della nuova TarmaAquaAir della General Motors? Un'automobile che diventa un aeroplano che diventa una barca. No? Neanch'io. Tutti usiamo mezzi di trasporto sulla strada, sull'acqua e nell'aria, ma non ha senso creare un veicolo che faccia tutte e tre le cose.
Mi fanno continuamente domande sulla convergenza. In particolare mi chiedono quanto tempo ci vorrà perché convergano l'internet e la televisione. La mia risposta è che ci vorrà tanto tempo quanto occorre perché la GM lanci la TarmaAquaAir.
Che cos'è la televisione? Che cos'è l'internet? Secondo me non importa che cosa sono, ma che cosa fanno. Ciò che conta è la "funzione" di uno strumento, non che cos'è. Un martello è una cosa che conficca chiodi, non un oggetto con un manico di legno e una testa di metallo.
Con la maturazione dell'era digitale, la struttura tecnica e anche il nome di un oggetto possono cambiare, ma la funzione originale e primaria dell'internet e della televisione resteranno uguali fino a quando le persone vorranno entertainment e vorranno informazione ed educazione. Si, potranno esserci convergenze marginali ma le funzioni fondamentali dell'entertainment e dell'educazione resteranno separate. Proviamo a immaginare il futuro. Fra cinque o dieci anni molte case saranno dotate di network digitali. Ci sarà un server centrale dove comunicazioni elettroniche e informazioni entreranno nella casa. In quasi ogni stanza ci sarà ci sarà un monitor e una tastiera-telecomando (alcune funzioni potranno essere comandate a voce). In qualche stanza, per esempio nel soggiorno, ci sarà un grande schermo appeso alla parete; in altre, come nello studio, uno schermo più piccolo collocato su una scrivania. Quando accenderete la televisione nel 2005 probabilmente sarete nel soggiorno, in cerca di rilassamento dopo una dura giornata di lavoro. Vorrete, come oggi, ricevere broadcasting. Non avrete voglia di interagire se non accade qualcosa di molto insolito. Perché quasi tutti noi guardiamo la televisione per divertirci, per dare riposo alla nostra mente, non per affaticarci il cervello con l'interattività. Il mondo è pieno di persone che amano essere spettatori, che avrebbero una reazione allergica se sentissero dire che devono "interagire" con sconosciuti attraverso il loro televisore.
Torniamo al 2005. Quando vorrete lavorare, andrete nello studio, aprirete un word processor, o andrete alla ricerca di informazioni... eccetera. Potete chiamarlo "usare il computer" o "accedere all'internet", perché siamo abituati a dire così. Ma non dobbiamo confondere lo strumento (televisione, computer, internet) con la funzione (broadcasting di entertainment e notizie, lavorare, accedere a informazioni). Non conta come lo chiamiamo. Ciò che conta è come e perché lo usiamo.

La prospettiva più rilevante è un'altra. Se per una superficiale analogia (schermo e monitor) si tende a pensare al matrimonio televisione-computer, in realtà è più significativo il matrimonio fra il computer e l'editoria. Nel campo librario c'è già molta editoria elettronica, ma in gran parte è ancora basata sulla novità del supporto più che su un'efficace gestione dei contenuti. Come dice Alan Cooper, è la sindrome dell'orso danzante: balla male, ma ci incuriosisce perché è un orso. La vera maturità dell'editoria elettronica nascerà da un progressivo e paziente lavoro di applicazione dei veri valori dell'ipertesto e di gestione efficace dei contenuti; resa ancora più efficace da un'altra, e davvero valida, "convergenza": l'abbinamento fra i supporti "fisici" (cd-rom, dvd o altri che potranno evolversi) e l'internet.

Giornali e periodici online non sono più una novità; e tendono ad aggregarsi per diventare "portali". Ci sono già, anche in Italia, interessanti esperienze di autentiche redazioni online per giornali che continuano a uscire anche in forma "cartacea", come di "testate" che esistono solo in rete. Ma anche in questo siamo appena agli inizi. Ci sono grandi spazi ancora da esplorare per lo sviluppo dell'editoria elettronica.


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loghino.gif (1071 byte) 6. La favola del bambino milionario


Il 5 ottobre c'è stata a Milano una presentazione, organizzata da Mediaforce, chiamata Insight 2010 – Una storia di tecnologie e di esseri umani. Il protagonista era Arno Penzias (premio Nobel per la fisica); collegati in teleconferenza da Zurigo l'architetto Mario Botta, da Stoccolma Carl-Göran Hedén della Biofocus Foundation, da Tokyo Masayoshi Morimoto della Sony e da Summit, New Jersey un "imprenditore".

Ho ascoltato attentamente la relazione di Arno Penzias e il giorno dopo ho avuto un colloquio con lui. Ne sono emerse considerazioni interessanti, di cui parlo in un articolo che si trova anche su questo sito. Osservazioni e ipotesi rilevanti sulla realtà di oggi e sulle possibilità del futuro nei rapporti fra le persone e le tecnologie. Ma di tutte quelle cose non c'era traccia negli articoli apparsi sui quotidiani il giorno dopo.

Con astuzia nella gestione dello "spettacolo", gli organizzatori della presentazione avevano introdotto un effetto "a sorpresa". Quando si è stabilito il collegamento con un "imprenditore americano", si è visto che è un ragazzino. Naturalmente i giornalisti si sono precipitati sulla "stranezza" e hanno parlato di un bambino miliardario. Se gireranno altre storie di questo genere potremmo assistere a scene curiose e un po' inquietanti... come qualche mamma ambiziosa che dopo aver "lanciato" la figlia maggiore in un concorso di bellezza va in un negozio di computer a comprare tutte le diavolerie tecniche che trova per cercare di trasformare suo figlio più piccolo in un'altra macchina da soldi.

Chi era presente all'incontro ha potuto notare che il giovane "imprenditore" non ha le caratteristiche e l'espressione di un genio precoce o di un miliardario in erba. Abbiamo visto un ragazzino come tanti altri, palesemente imbarazzato dalle domande e assistito nelle (banali) risposte da un suggeritore "fuori campo" – probabilmente suo padre o sua madre.

Ben Blonder ha 12 anni; suo fratello Keith ne ha 10. Vivono a Summit, una piccola città nel New Jersey. La loro minuscola Shop Summit è riuscita ad affermarsi come servizio per le piccole imprese locali che vogliono avere una presenza online. Durante il collegamento è stato chiesto a Ben Blonder di quali risorse tecniche ha bisogno per gestire la sua azienda. Non molto, ha risposto: una workstation grafica (Macintosh), un PC, una macchina fotografica digitale e uno scanner. Alcuni amici aiutano i due fratellini e fanno i venditori. Da un controllo sul loro sito risulta che le imprese pagano, secondo il tipo di servizio richiesto, da 5 a 20 dollari al mese (o da 50 a 200 dollari all'anno). Shop Summit ha 14 clienti, fra cui un calzolaio, un antiquario, un vinaio, un droghiere, un cartolaio, un negozio di arredamento, un tabaccaio, un gioielliere, una palestra di ginnastica, un fornaio, un pasticciere... Insomma cinque o sei ragazzini si dividono un incasso fra i 70 e i 200 dollari al mese. Parecchi, se li spendono in giocattoli o gelati; e con un investimento in macchine e attrezzature che è stato probabilmente pagato da mamma e papà. Ma non si tratta di "miliardi". Negli Stati Uniti è abitudine diffusa che i ragazzi facciano qualcosa, nelle ore libere dalla scuola, per guadagnare un po' di soldi: andando in giro in bicicletta a consegnare giornali o mettendo su un banchetto per vendere la limonata. Ben e Keith Blonder hanno trovato un modo nuovo per fare lo stesso genere di cose e guadagnare un po' di più.

Insomma, che cos'ha di interessante questa storia? Non significa, naturalmente, che la rete sia una sala-giochi per i "bambini prodigio". Ma dimostra che ci possono essere infinite occasioni per chi sa come offrire "la cosa giusta al momento giusto"; e che le radici locali e il "vicinato" sono importanti. Non solo per chi opera in un territorio ristretto ma anche per chi (a differenza dei ragazzi di Summit) vuole espandersi nel mondo – e spesso trova nel suo ambiente d'origine le risorse, le competenze e la collaborazione di cui ha bisogno.


 

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Lista dei link

Com'è abituale in questa rubrica, ecco una lista dei link per comodità di chi stampa il testo
prima di leggerlo e quindi non può andare direttamente alle connessioni offerte durante la lettura online.

Caos e complessità: "curve" per ragionare http://gandalf.it/mercante/merca10.htm#heading03
Edupage http://www.educause.edu/pub/edupage/edupage.html
Sintomi di crescita in Italia http://gandalf.it/mercante/merca37.htm#heading02
Italia mia, benché il parlar sia indarno... http://gandalf.it/offline/off18.htm
Opensource: "Liberarci dalla schiavitù elettronica" http://www.alcei.it/news/cs990128.htm
Colloquio con Vint Cerf http://gandalf.it/nm/cerf.htm
La coltivazione dell'internet http.//gandalf.it/offline/off19.htm
Non vogliamo essere alfabetizzati http://gandalf.it/mercante/merca34.htm#heading01
Numeri nel mondo http://gandalf.it/mercante/merca38.htm#heading02
Gerry McGovern "The limits of convergence" http://nua.ie/newthinking/archives/newthinking342/
Croce e delizia: i libri digitali http://gandalf.it/garbugli/garb15.htm
Il valore dell'ipertesto http.//gandalf.it/mercante/merca25.htm#heading06
La guerra dei portali http://gandalf.it/mercante/merca35.htm#heading01
Colloquio con Arno Penzias http://gandalf.it/nm/penzias.htm
Shop Summit http://www.shopsummit.com