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La pressatella e il rullo compressore

 

  Una recente polemica in alcuni newsgroup, che riguarda la Telecom e il controllo dello spamming, mi sembra un ennesimo esempio di come la mescolanza di argomenti diversi serva solo a generare confusione.

Da un lato, è opinione diffusa (personalmente la condivido in pieno) che lo spamming sia un intollerabile inquinamento della rete. Dall’altro, ci sono le molte critiche che la Telecom si è abbondantemente meritata e continua a meritare. Ma non mi sembra che ci sia un nesso fra i due problemi.


Fin dalle origini della rete c’è molta e giustificata intolleranza per i messaggi ripetuti e indesiderati, chiamati spam a causa di una scenetta del Monty Python in cui si ripeteva ad nauseam il nome di una "pressatella" di maiale in scatola, abbastanza diffusa negli Stati Uniti (anche se nessuno la considera una raffinatezza gastronomica). Per chi volesse i dettagli... ecco un link.

Il problema sembra semplice, ma purtroppo non lo è. È facile dire "eliminiamo tutta la posta indesiderata". Lo si può fare con un automatismo sul proprio computer, o si può chiedere a qualcun altro (un provider, una comunità online) di farlo per noi. Ma come sopprimere tutto ciò che non vogliamo senza eliminare anche posta inaspettata ma gradita, come il messaggio di un amico che non sentivamo da tempo di qualcuno che non conosciamo ma ha letto qualcosa di nostro e ha cose interessanti da dirci?

Inoltre, se deleghiamo a qualcun altro (chiunque sia) il controllo della nostra corrispondenza, chi ci assicura che non introduca arbitrariamente un filtro per eliminare ciò che non piace a lui?

Potremmo (si dice) cominciare con l’eliminare almeno i "trasgressori" abituali, le centrali di spamming che sparano a raffica su masse indiscriminate di indirizzi. Ma un sistema del genere avrebbe un effetto limitato. Nulla può impedire agli intrusi di cambiare continuamente identità e quindi superare le nostre difese (come fanno, anche fuori dalla rete, organizzazioni truffaldine di ogni specie, per evitare di essere ritrovate dalle loro vittime o dai rigori della giustizia).

Inoltre, non tutto lo spamming può essere definito "a priori" inaccettabile. Se qualcuno ci bombarda per rifilarci qualche "catena di Sant’Antonio", qualche prodotto o servizio che non ci interessa, o le sue opinioni più o meno settarie e fanatiche... è giusto pensare a tutti i modi possibili per levarcelo dai piedi. Ma supponiamo che sia la vittima di una persecuzione politica, che sta disperatamente cercando di superare la censura cui è sottoposto, e diffonda il più largamente possibile la sua denuncia o la sua richiesta di aiuto? Chi di noi si sentirebbe di criticarlo o di cercare di bloccare la sua azione?

Non so quale sia la soluzione del problema, al di là della nostra personale capacità di cancellare, senza leggere più della prima riga, i messaggi sgraditi (ma intanto abbiamo subito un indesiderato "carico di banda"). Ma alcuni modi ci sono, anche se meno semplicistici della ricerca di un "protettore" (che sia una legge dello stato o il filtro di un provider) che inevitabilmente si trasformerebbe in "censore", con gravi rischi per la libertà della rete. In questo caso è estremamente probabile, se non certo, che la medicina si riveli più nociva della malattia che tenta di curare.

Non credo che sia ragionevole chiedere a Tin, o a qualsiasi altro provider, di difenderci dallo spamming. Potrebbero farlo solo con automatismi inefficaci quanto pericolosi. Peggio ancora, come qualcuno ipotizza, chiederlo al la registration authority (quella che siamo abituati a chiamare GARR, ma oggi ha un’identità diversa). È vero che l’istituto di controllo per l’assegnazione di domain in Italia impone di sottoscrivere un impegno a rispettare la netiquette. Ma questa mi sembra più che altro (mi si perdoni la franchezza) un’operazione cosmetica e difensiva, per "pararsi il didietro" nel caso di eventuali polemiche o dissensi. Prima di tutto è improprio imporre come norma la netiquette, che non è e non è mai stata una "regola", ma solo un sistema di consigli dettati dall’esperienza, che ognuno è libero di seguire se vuole e di interpretare come crede. Inoltre un sistema di controllo basato su questi concetti sarebbe incredibilmente complesso, arduo nella definizione "rigida" di criteri che per loro natura non lo sono; in pratica, inapplicabile. Infine... sarebbe inutile, perché i trasgressori potrebbero usare un domain .com o registrarsi nell’isola di Tonga.

Una soluzione possibile è quella proposta da John Hagel e Arthur Armstrong nel loro libro Net Gain. Un sistema di comunità "autogestite", dove ognuna governa la posta elettronica secondo le sue regole. Il gestore della comunità sa quali sono le preferenze e le aree di interesse degli altri membri, quindi inoltra a ciascuno solo la posta che desidera ricevere. Teoricamente perfetto, ma molto impegnativo: un servizio del genere può essere poco automatizzato, richiede un forte impegno di tempo e di attenzione da parte di chi gestisce il sistema, è applicabile solo in un gruppo dove tutti si conoscono bene e hanno un forte rapporto di fiducia fra loro.

Che cos’altro si può fare? Per cominciare, bisognerebbe diffondere una vera cultura della rete. I nuovi utenti sono sommersi di proposte più o meno spettacolari, di promesse miracolistiche e di complessità tecnologiche inutili se non dannose; ma quasi nessuno si sta occupando seriamente di spiegare la netiquette e altri criteri pratici di comportamento. Molti ingombri in rete sono causati non da intenzionale spamming ma da errori di utenti inesperti e dalle bizzarrie di automatismi mal concepiti.

Inoltre, si potrebbero individuare e attaccare i "colpevoli abituali". Non so quanto e come siano denunciabili dal punto di vista legale, ma sono sicuramente "perseguitabili", con non poca efficacia, da critiche e denunce in rete che possono rendere molto scomoda la loro sopravvivenza. Parecchi, infatti, cominciano a preoccuparsi. Vedo sempre più spesso, negli spamming che ricevo, annotazioni come "se non vuoi più ricevere posta da noi diccelo" o "puoi fare unsubscribe" o "ci scusiamo per l’invadenza". Certo, sarebbe meglio se invece di scusarsi avessero evitato del tutto di scrivermi: ma queste cautele dimostrano che non sono del tutto tranquilli... e questo è un piccolo, ma concreto, passo avanti.

In sostanza... più che intervenire chirurgicamente, con tagli sanguinosi che potrebbero incidere in modo anche imprevedibile sulla "carne sana" (e che dovrebbero continuamente ripetersi per inseguire nuovi a inaspettati bubboni) credo che la soluzione più efficace sia sviluppare gli anticorpi. Probabilmente non possono estirpare del tutto il male, ma se riuscissero a contenerlo in proporzioni "sopportabili" sarebbe un grosso passo avanti.

Quindi... credo che attaccare Tin, o qualsiasi altro provider, su questo terreno sia del tutto inutile, se non pericoloso. È molto più importante, anche se apparentemente meno facile, risvegliare la coscienza dei "cittadini della rete".

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Un problema del tutto diverso, che sembra difficile affrontare in modo sistematico, è il comportamento della Telecom. Lo "schiacciasassi" che ci ha sempre oppresso con mille prepotenze oggi dovrebbe cominciare a essere meno arrogante. Il monopolio non è più del tutto inattaccabile. Cominciano a esserci denunce precise, come quella dell’AIIP  a proposito dell’abuso di posizione dominante. Ma è ancora troppo poco. Le critiche ci sono, ma sono disperse. Ottengono un’eco momentanea le ripetute iniziative contro la TUT (tariffa urbana a tempo) che sono invariabilmente superficialmente demagogiche e del tutto inefficaci. Da decenni si denunciano gli abusi nelle "bollette" ma nessuno è ancora riuscito a far prevalere gli interessi degli utenti. La verità è che questo enorme mostro burocratico, nato nella cultura del monopolio e dell’imposizione, lacerato da lotte interne di potere (di cui solo una piccola parte sale "all’onore delle cronache"), capace di influenzare pesantemente leggi, norme e regolamenti (e in parecchi casi, di cui solo alcuni pubblici e documentati, di ridurre al silenzio i suoi critici o letteralmente "comprarli") non ha un DNA di servizio e farà molta fatica, se mai sarà davvero costretto, a mettersi al servizio dei suoi utenti.

Sono tali e tanti i tentacoli della piovra che individuarne i nuclei è tutt’altro che facile. Devo candidamente confessare che non so qual è la soluzione. Ma se ci fosse più attenzione, da parte di tutti, al comportamento di questa e di altre grandi organizzazioni che controllano le leve dei sistemi di comunicazione (cioè il tessuto vitale della società e dell’economia) e se il problema fosse affrontato in modo non genericamente ostile (nessuno, credo, vuole "ammazzare" la Telecom) né superficiale e frammentario, ma con un’analisi un po’ più approfondita... credo che riusciremmo, un po’ per volta, a ottenere qualche risultato. È un sogno? Forse. Ma se non ci concediamo il lusso di sognare un po’, e se non tentiamo mai di guardare oltre il recinto del nostro giardino, difficilmente usciremo dalla prigione, dall’intrico di piccoli o grandi abusi, in cui siamo un po’ troppo abituati a vivere.

 

   
 
Giancarlo Livraghi
gian@gandalf.it
  16 novembre 1998
 

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