Logo DecArch


La decorazione architettonica romana




Osservazioni sulla decorazione architettonica in: P. Gros, L'architettura romana dagli inizi del III secolo a.C. alla fine dell'alto impero. I monumenti pubblici, Varese 2001
(capitoli sull'evoluzione della decorazione architettonica)


Riassunto di Marina Milella



pag.147: Modanature e capitelli negli ultimi due secoli dell'età repubblicana.
Nei profili dei podi dei templi (esemplificati in una tavola che raccoglie quelli di alcuni templi di Roma e del Lazio tra il 150 e il 75.a.C. circa.), nei coronamenti le modanature tendono a diventare meno pesanti e più sottili; successivamente anche gli zoccoli tendono ad adottare una successione di modanature simmetrica a quella presente nel coronamento. Dagli inizi del I secolo a.C. si manifesta una sempre più accentuata tendenza a riprodurre nei coronamenti una sequenza semplificata simile a quella che si vede nelle cornici ioniche.
In età cesariano-augustea si sono probabilmente sviluppate forme embrionali di cornici con mensole: le mensole tendono ad avere forme piatte, o con curve leggere, vicine ai mutuli dell'ordine dorico.
Una serie di capitelli corinzi italici da Palestrina, Tivoli, Cori (tempio dei Dioscuri) e Pompei mostra le interpretazioni locali tra il 130-120 e l'80 a.C. del modello corinzio ellenistico. Questi capitelli corinzi italici presentano un kalathos poco slanciato, con una seconda corona proporzionalmente piuttosto alta; mancano i caulicoli e le elici tendono a sporgere in modo accentuato. Il fiore dell'abaco, molto grande, deborda inferiormente sul kalathos. Le foglie d'acanto hanno superfici rigonfie e un orlo arricciato che ostacola la percezione generale delle forme. Il modello, che si pensava fosse alessandrino, va invece probabilmente cercato nelle realizzazioni che si sviluppano a partire dal III sec. a.C. in ambiente siciliano e che vengono elaborate nelle diverse regioni italiane.
Un'evoluzione simile devono aver avuto i capitelli ionici italici, ma se ne conoscono solo pochi esemplari (e per esempio quelli del santuario di Monterinaldo nel Piceno sono ancora inediti).
A fronte di queste realizzazioni "locali", spiccano i capitelli corinzi in marmo pentelico del tempio rotondo del Foro Boario, com'è noto analoghi quelli dell'Hekateion di Lagina, con kalathos slanciato e foglie d'acanto dal disegno insieme "rigoroso e morbido". Un altro esempio è rappresentato dai capitelli in travertino del tempio rotondo di Largo Argentina, che ugualmente riprendono modelli asiatici (Heilmeyer ne ha rilevato l'analogia con quelli dell'agorà di Messene). I doppi caulicoli sembrano rappresentare l'esito di una ricerca decorativa già presente in Asia Minore (Mileto, Diocesarea): non si altera la struttura generale del capitello e il raddoppio esprime al meglio la funzione portante di questi elementi decorativi, rigorosamente verticali e con profonde scanalature pure verticali.

pag.158: Capitelli e trabeazioni.
Nei capitelli l'età augustea non introduce novità. In un primo momento si affermano forme di acanto disposte rigidamente e con fogliette appuntite ("a cardo"), tipiche del periodo del secondo triumvirato e dell'ultimo ventennio del I a.C. (tempio del Divo Giulio, tempio di Saturno, tempio di Apollo Palatino), con foglie dalle profonde scanalature e fogliette contrapposte simmetricamente senza mai sovrapporsi, con caulicoli rigidi e scanalati e con elici e volute sottili. Spesso sono presenti degli steli che si avvolgono mollemente e terminano in piccole rosette negli angoli liberi tra elici e volute. A volte due foglie allungate che nascono dai calici rivestono parzialmente la zona superiore delle volute.
L'evoluzione è rappresentata da capitelli che in contrapposizione a questo "linearismo un po' astratto", tendono a ridare importanza ai valori plastici, forse sulla base di modelli asiatici: nel capitello del tempio di Apollo in Circo i lobi sono incavati a conchiglia e i bordi ondulati delle foglie animano il kalathos, che quasi scompare sotto gli elementi vegetali.
Infine viene trovato un equilibrio nelle creazioni monumentali dell'epoca medio-augustea, (capitelli del tempio di Marte Ultore). Il kalathos diventa il prolungamento naturale del fusto e le lunghe foglie d'acanto vi si dispongono intorno, con la nervatura centrale che ne sorregge la struttura senza far perdere la delicatezza del modellato. Le fogliette sono ovali come foglie d'olivo e si sovrappongono dividendosi in modo asimmetrico nei lobi, come nei modelli asiatici, formando zone d'ombra a goccia. L'inclinazione dei caulicoli accentua la loro funzione portante. Le volute hanno ampi nastri con bordi rilevati e sembrano sorreggere effettivamente gli spigoli dell'abaco con la loro terminazione spiraliforme, a sua volta sostenuta dalla foglia ripiegata del calice. La forma è simile anche nel tempio dei Dioscuri del Foro romano, che vi aggiunge l'invenzione delle elici intrecciate (che si ritrova anche nel tempio di Giove a Baalbeck).
Si generalizza l'uso dell'architrave a tre fasce e il coronamento tende ad essere intagliato su una gola rovescia, sormontata da un listello. I fregi mostrano un gusto per modelli tardo-classici e primo-ellenistici (ad esempio il fregio con doppio anthemion e palmette disposte orizzontalmente dei portici del Foro di Augusto). Ben presto si impongono motivi vegetali, come le ghirlande di alloro tra bucrani e candelabri del tempio di Apollo in Circo e i girali di acanto, ancora nei portici del Foro e soprattutto nell'Ara Pacis. Sauron ha individuato una realizzazione di questi motivi vegetali ad opera inizialmente di artigiani neoattici e il loro forte valore simbolico, legato alla nuova età dell'oro inaugurata con il principato augusteo.

pag.161: Lo sviluppo del corinzio romano.
Le ricerche di Sauron illustrano esemplarmente la tendenza ad una "semantizzazione" delle forme originarie dell'arte greca, che attribuisce ad esse nuovi significati senza modificarle radicalmente.
In questo periodo si mette a punto la cornice con mensole (o "modiglioni", chiamata anche "corinzia"). Il soffitto della cornice ionica tradizionale si amplia e accoglie elementi sporgenti, con il compito di sostenere la parte terminale superiore della trabeazione. Gli spazi intermedi si organizzano come cassettoni (o "lacunari"). Von Hesberg ha ricostruito le fasi dell'elaborazione di questa nuova forma a partire dal II sec. a.C.
In un primo momento (tempio del Divo Giulio) le mensole sono piatte, a lastra, molto simili ai mutuli dorici. Viene poi introdotto uno schema con profilo lievemente ondulato (tempio di Saturno), mentre il tempio di Apollo Palatino e quello di Apollo in Circo mostrano una mensola con rigonfiamento anteriore di tipo rodio; una variante di origine pergamena, con rigonfiamento centrale, compare nel tempio di Marte Ultore. La prima manifestazione di quello che diverrà il modello romano si ha nelle mensole ad S ("a volute") del tempio dei Dioscuri nel Foro.
I cassettoni, in un primo tempo semplicemente occupati da motivi diversi, vengono poi incavati e incorniciati da bordi, prima semplici e poi raddoppiati, con kymatia ionici e lesbici trilobati e l'unico motivo decorativo sarà costituito da rosette di forma circolare.
I primi esempi di cornici con mensole (tempio del Divo Giulio, Regia, tempio di Saturno) dipendevano più dalla commistione degli ordini ereditata dall'età ellenistica, mentre quelli dell'ultimo periodo augusteo (tempio dei Dioscuri e tempio della Concordia nel Foro romano, tempio di Roma e Augusto a Pola) applicano una composizione del tutto nuova, i cui valori plastici sottolineano la dimensione verticale delle grandi trabeazioni.

pag.170: La Narbonense e gli esordi del corinzio romano.
Le formule adottate a Roma trovano presto applicazione in questa provincia, già aperta agli influssi ellenistici: qui le prime applicazioni del corinzio romano si possono seguire meglio che altrove.
I templi "gemelli" di Glanum (il più piccolo degli inizi degli anni 30 a.C., e il più della fine dello stesso decennio o degli inizi del successivo) consentono l'esame di tutta la decorazione architettonica di un edificio templare. Il podio comprende uno zoccolo con gola diritta, ovolo e cavetto, tutti rovesciati, a cui si contrappone nel coronamento un cavetto sopra un ovolo liscio. Le basi attiche hanno una scozia piuttosto stretta e profonda, ma già inquadrata da listelli. I capitelli hanno kalathos poco slanciato e foglie d'acanto profondamente scanalate, con fogliette allungate e appuntite ("a chele di astice") che formano vuoti simmetrici dove si incontrano i lobi; le elici e le volute sono sottili e invadono i lati dell'abaco. L'architrave è a tre fasce e la cornice presenta mensole con accentuato rigonfiamento posteriore e con pulvino anteriore, e cassettoni decorati da rosette, ma anche da altri motivi (per esempio armi). La decorazione vegetale appare rigida ed esasperatamente lineare e sono presenti motivi riempitivi sommari; la sima è decorata con un ricco anthemion. La pesantezza delle modanature, la ricerca di una decorazione che copra tutte le superfici e le cadute di tono che si manifestano qua e là nel disegno o nella resa, fa pensare ad una realizzazione da parte di officine che certamente conoscevano cartoni provenienti dall'Italia e nel contempo potevano rielaborarli con una certa libertà e vivacità creativa.
Altri templi della regione (della Valetudo, sempre a Glanum, e nel Vernégues), fino alla fine degli anni 20 a.C. rappresentano ancora questa fase di sperimentazione, con uno stile che rifiuta qualsiasi animazione naturalistica (le foglie d'acanto ad esempio continuano a presentare suddivisioni simmetriche); una caratteristica è inoltre la mancanza dei dentelli alla base della cornice. Le stesse caratteristiche si ritrovano anche in edifici profani, come nel teatro di Arles.
Nell'ultimo ventennio del I sec. a.C. si afferma invece la suddivisione asimmetrica delle foglie d'acanto (peribolo dei templi di Glanum, porta di Augusto a Nîmes, Pont Flavien di Saint Chamas). Le stesse caratteristiche compaiono, ancora, nel teatro di Arles in frammenti di cornice, dove compaiono per la prima volta i dentelli e un'elaborazione canonica del kyma lesbio (detto "a staffa") sulla gola rovescia alla base della cornice.
Foglie d'acanto con lobi asimmetrici si trovano anche nella Maison Carrée (realizzata nel 5 d.C.), con forme più evidentemente naturalistiche. In questo tempio si fondono in una concezione unitaria i modelli provenienti dalla grande architettura coeva con alcune particolarità dovute alle maestranze locali. L'edificio è concepito ad imitazione del tempio di Apollo in Circo, ma subisce l'influenza anche del modello del tempio di Marte Ultore (modanature del podio, base attica con ampia scozia, capitelli). Nei capitelli, che fondono esigenze tettoniche e vivacità decorativa, le fogliette dei lobi dell'acanto evitano tuttavia ogni sovrapposizione, i caulicoli più inclinati danno in generale al kalathos un aspetto meno slanciato, i lati dell'abaco sono decorati con kyma ionico e baccellature, testimoniando l'opera di maestranze locali. Nella trabeazione del tempio si mescolano proporzioni canoniche con particolari poco ortodossi. La cornice presenta mensole con rigonfiamento anteriore, vicine a quelle del tempio di Apollo, ma ad esse si sovrappone una corona a sua volta dotata di piccolo soffitto con peduncolo. (come nell'arco di Orange). Il fregio a girali d'acanto rappresenta una delle realizzazioni più antiche, precedente a quella del tempio di Roma e Augusto a Pola: la ricchezza del rivestimento di foglie d'acanto dei tralci e i piccoli animali introdotti, spesso poco visibili dal basso, testimoniano nuovamente di una realizzazione locale, con mani, diverse da quelle dei capitelli e di diverse capacità. I cartoni ufficiali si diffondono di pari passo con l'ideologia augustea e la sua traduzione simbolica nella decorazione.
Il tempio di Vienne presenta un ordine corinzio realizzato in almeno due diverse fasi: il profilo della cornice sembra sproporzionato rispetto al resto della trabeazione e ci sono due tipi di capitelli: i più antichi, prossimi al retro, hanno lobi con fogliette disposte simmetricamente e con zone d'ombra a goccia e a triangolini e devono essere datati intorno al 20 a.C., mentre quelli verso la facciata hanno acanto più morbido e volute sporgenti sotto gli spigoli dell'abaco potrebbero essere del 40 d.C.
Altri frammenti marmorei appartenevano ad edifici non più conservati, come il Capitolium di Narbona, che deve appartenere ancora all'epoca augustea, mentre il tempio di Orange e il tempio del Forum adiectum di Arles sono già di epoca tiberiana.
Al di fuori della Narbonense conosciamo a Saintes e in Aquitania, ad opera di D.Tardy, frammenti architettonici di grandi dimensioni che possono essere attribuiti ancora all'età augustea.

(Epoca flavia a Roma, p.182)
A Roma il tempio di Vespasiano ci offre l'occasione di osservare lo sviluppo dello stile decorativo urbano: i capitelli corinzi hanno proporzioni rigorosamente definite e ricercano una vivacità ornamentale esplicitata nei giochi chiaroscurali e nei profondi approfondimenti realizzati con il trapano: le potenzialità decorative del corinzio tardo-augusteo vengono sfruttate al massimo, con una spiccata animazione. Anche le modanature decorate vanno nella stessa direzione, con un'accentuata vegetalizzazione dei motivi tradizionali o la scelta sistematica di motivi più elaborati (anthemion vegetalizzato nel coronamento dell'architrave, per esempio) e con la volontà di riempire tutti gli spazi vuoti.

(Capitelli "nabatei" o "cipro-corinzi", p.189)
Il fenomeno della coesistenza delle tradizioni ornamentali locali con la diffusione quasi universale dei sitemi decorativi romani, o per lo meno italici nella seconda metà del I secolo d.C., si manifesta chiaramente nel tempio di Apollo Hylates a Kourion (Cipro), nella sua ricostruzione della fine del I secolo d.C. I capitelli sono formati da due elementi sovrapposti: alla base una sorta di echino circolare sormontato da due anelli più larghi, e sopra una sorta di kalathos con sporgenze angolari, decorato solo da una bugna sporgente al centro di ogni faccia. L'impressione di "non finito" non corrisponde al vero: le superfici sono perfettamente rifinite, e al più si potrebbe ipotizzare una decorazione dipinta di cui tuttavia non resta traccia.
Questa forma di capitello è presente in Siria settentrionale, Palestina, Arabia e gli esempi più antichi sono datati agli ultimi decenni del I secolo a.C. A Cipro li ritroviamo anche nel tempio di Afrodite ad Amatunte e nei portici di Salamina (da cui la denominazione di capitelli "cipro-corinzi" al posto di quella più diffusa di capitelli "nabatei"). Si tratta di un particolare filone dello sviluppo del capitello corinzio orientale, che si sviluppa alla fine dell'epoca ellenistica: compare infatti nella regione nabatea e in Egitto contemporaneamente alla diffusione dei capitelli corinzi con foglie d'acanto, probabilmente come una versione semplificata di questi. Nel tempio augusteo a Philae (Egitto) questa forma viene utilizzata in posizione secondaria, per i capitelli di lesena della faccia posteriore, mentre i capitelli del pronao recano normali capitelli corinzi con foglie d'acanto.

(Età adrianea a Roma, p.196 e p.198)
I capitelli corinzi del Pantheon, splendidamente conservati, mostrano con chiarezza l'evoluzione del modello tardo-flavio del tempio di Vespasiano: si conserva il gusto per la vivacità ornamentale e il chiaroscuro e il senso della distribuzione dei volumi, ma le corone di foglie d'acanto, in proporzione più alte, rendono l'insieme più slanciato ed elegante; le fogliette sono più allungate, i lobi si dispongono "a cucchiaio" e si moltiplicano le nervature che animano la parte centrale della foglia e che si aprono a triangolo alla base della prima corona, accentuando l'impressione di morbidezza e leggerezza.
Nel tempio di Venere e Roma sono riconoscibili invece caratteristiche orientali e più precisamente microasiatiche (Traianeum di Pergamo) in particolare nella trabeazione: architrave a due fasce, cornice con mensole parallelepipede e soffitto prolungato con peduncolo, sima a palmette.

(Età antonina e severiana a Roma, p.202)
Nel periodo di circa un secolo che separa l'avvento di Antonino Pio (138 d.C.) dalla morte di Alessandro Severo (235 d.C.), la straordinaria prosperità delle province orientali e la conseguente imponente attività edilizia, favorisce la diffusione di modelli di tale origine anche nelle architetture ufficiali di Roma. Il fenomeno evidenzia la progressiva fine della preminenza romana, a cui si contrappone la vitalità inventiva degli ambienti provinciali. Si va manifestando un gusto "barocco" sempre più accentuato che fa nascere forme tormentate, sovrabbondanti, ricche di giochi chiaroscurali, ma ancora perfettamente dominate. Anche la supposta "rinascita flavia" di epoca severiana è un esempio di questa linea di tendenza, favorita da un uso del trapano ormai prevalente.
La decorazione del tempio di Adriano tradisce l'attiva partecipazione di maestranze microasiatiche, pur se inserita nel solco dei grandi cantieri precedenti: lo mostrano per esempio le fogliette disposte a ventaglio nei lobi sull'acanto dei capitelli, che sembrano più fragili anche se conservano la loro morbidezza, o anche il primo esempio di adozione di un fregio convesso e dell'architrave a due fasce, mentre la cornice presenta mensole parallelepipede ad architrave e corona con peduncolo (come nel tempio di Venere e Roma e in precedenza nella Maison Carré di Nîmes o successivamente nel tempio di Serapide sul Quirinale).
Il tempio di Antonino e Faustina ritorna al fregio piano, anziché convesso, ma mantiene l'architrave a due fasce e una cornice ionica, senza mensole.
L'ultimo esempio nel tempio di Serapide sul Quirinale, conserva frammenti di un capitello, in cui ancora più accentuata è la tendenza decorativa, come mostra la dentellatura della nervatura centrale delle foglie d'acanto e nell'orlo del caulicolo, profondamente scavato. La cornice è ionica.





Ritorna all'inizio della pagina.

Ritorna all'indice degli Studi

Ritorna all'Indice del sito.



Copyright (c) 2002 MARINA MILELLA

È garantito il permesso di copiare, distribuire e/o modificare questo documento seguendo i termini della GNU Free Documentation License, Versione 1.1 o ogni versione successiva pubblicata dalla Free Software Foundation. Una copia della licenza è acclusa nella sezione intitolata "GNU Free Documentation License".

Permission is granted to copy, distribute and/or modify this document under the terms of the GNU Free Documentation License, Version 1.1 or any later version published by the Free Software Foundation. A copy of the license is included in the section entitled "GNU Free Documentation License".