lauro farioli             

 

22 anni, operaio

E' orfano di padre dall'infanzia, muratore a 16 anni, si sposa a 19 con Enrica, muore a 22, padre di un bimbo. Risiede a San Bartolomeo, borgata a maggioranza rossa. Lo chiamavano «Modugno» grazie alla vaga somiglianza con il cantante.
E' il primo a cadere sui gradini della chiesa di San Francesco, davanti alla porta sbarrata; indossava pantaloni corti e una camicetta rossa, le ciabatte ai piedi, non pensava certamente di dover fuggire.

Reggio Emilia 7 luglio 1960

 

I partiti e le forze antifasciste organizzano una imponente manifestazione popolare contro il governo Tambroni. La città si riempie di poliziotti che, schierati e montati su camion, perlustrano tutte le strade fin dal primo pomeriggio.

Per le 17 viene annunciato un comizio del segretario della Camera del Lavoro. La questura, provocatoriamente, ha autorizzato il Comizio solo all'interno della sala Verdi che contiene al massimo 600 persone.

I manifestanti che affluiscono sono invece più di 20.000.

 

 

Si richiede allora che venga consentita l'installazione di altoparlanti esterni alla sala, ma la richiesta viene respinta.

A questo punto il dialogo finisce. Sono le ore 16.45. Le forze di polizia, al comando del vice questore Giulio Cafari Panico, caricano furiosamente con i caroselli delle camionette, con le bombe a gas e i  candelotti fumogeni, con gli idranti.

 

 

Anche i carabinieri, guidati dal tenente colonnello Giudici, si scagliano contro i manifestanti.

I poliziotti vengono energicamente respinti da un fitta sassaiola dopo di che essi imbracciano le armi e cominciano a fare fuoco sulla folla.

Lauro Farioli di 22 anni, padre di un figlio, no ha esitazione. Ai primi spari si lancia incredulo verso i poliziotti come per fermarli.

Gli agenti sono a cento metri da lui: lo fucilano in pieno petto.

Dirà un ragazzo testimone dell'eccidio: "... Ha fatto un passo o due, non di più, e subito è partita la raffica di mitra, Io mi trovavo proprio alle sue spalle e l'ho visto voltarsi, girarsi su se stesso con tutto il sangue che gli usciva dalla bocca. Mi è caduto addosso con tutto il sangue [...]"

 

Intanto l'operaio Marino Serri che piangeva di rabbia si è affacciato oltre l'angolo della strada gridando "Assassini!". Un'altra raffica lo ha subito colpito e anche lui è caduto. Marino Serri aveva 40 anni.

 

La terza vittima è Ovidio Franchi, un ragazzo operaio di 19 anni. Viene colpito da un proiettile che gli si conficca all'addome "Ferito cercava di tenersi su, aggrappandosi a una serranda". "Un altro, ferito lievemente, lo voleva aiutare, Poi è arrivato uno in divisa e ha sparato a tutti e due".

Franchi morirà poco dopo a causa delle ferite riportate.

 

Emilio Reverberi, 30 anni, operaio, ex partigiano, viene assassinato con una raffica di mitra; morirò in sala operatoria.

 

La quinta vittima è Afro Tondelli, operaio di 35 anni. Si trova isolato al centro di piazza della Libertà. L'agente di PS Orlando Celani estrae la pistola, s'inginocchia, prende la mira in accurata posizione di tiro e spara a colpo sicuro su un bersaglio fermo.

Prima di spirare Tondelli dice: "Mi hanno voluto ammazzare, mi sparavano addosso come alla caccia".

 

Il fuoco dei moschetti e dei mitra dura quasi ininterrottamente per quaranta minuti. Almeno 500 colpi vengono sparati da poliziotti e carabinieri contro cittadini inermi.

Il risultato della strage è di 5 morti e diverse decine di feriti, di cui molti in modo grave.

Quattro anni dopo "la giustizia" ha fatto il suo corso.

Il 14 luglio 1964 la Corte d'Assise di Milano, presidente Curatolo, assolve i responsabili della strage.

Il vice questore Cafari Panico viene assolto con formula piena per non aver commesso il fatto mentre l'agente Celani per insufficienza di prove, nonostante che queste fossero molte e circostanziate.

 

 

 

 

 

 

 

 

un racconto

 

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