(Roma) Nasrin
Sotoudeh, avvocata iraniana e attivista della Campagna per un milione di
firme è stata trattenuta in patria dalle autorità e così l’incontro del
10 dicembre alla Casa Internazionale delle Donne ha perso la sua ospite
d’onore. L’evento però non è stato sospeso nonostante
mancassero all’appello anche le due rappresentanti politiche Roberta
Agostini, Presidente Commissione Elette Provincia Roma, e Monica
Cirinnà, Presidente Commissione Elette Comune Roma. All’incontro erano
presenti il marito di Sotoudeh,
Reza Khandan e la giornalista dell’Ansa
Nadia Pizzuti, per anni
corrispondente da Teheran. Reza ha raccontato come non siano stati
sorpresi dall’improvviso divieto delle autorità a far partire Sotoudeh.
L’avvocata è infatti in
attesa di processo e momentaneamente è libera solo per allattare il
figlio molto piccolo. Sarà lui quindi a ritirare il premio
“International-Human-Rights-Prize” 2008 istituito dall’‘Associazione
di volontari e sostenitori dei diritti umani Human Rights International
(HRI) di Bolzano in collaborazione con il Museo della Donna di Merano,
sotto la tutela delle madrine Shirin Ebadi Premio Nobel per la Pace 2003
e della rete dei Musei delle Donne "womeninmuseum". "Questa vicenda – ha però assicurato Khandan - non
inciderà sul suo impegno, anzi la renderà più decisa e combattiva,
perché è proprio contro episodi di questo genere che lei si batte da
sempre". A giugno di quest'anno, l'attivismo di Nasrin le è anche
costato un arresto. Ma anche quell'episodio non l'ha intimorita e,
riferendosi al governo di Mahmoud Ahmadinejad, Khandan
ha affermato: "Sono loro a dover avere paura di noi attivisti,
non noi di loro. A noi non spetta solo difenderci, ma anche attaccare".
"Lei vuole fare arrivare la voce dei nostri attivisti, delle donne
iraniane e dei movimenti femministi a tutto il mondo - continua - ed è
per questo che ho deciso di partire, è quello che farò qui in Italia al
posto suo". "L'Occidente – è stato il suo appello - ci aiuti a
combattere la terribile situazione che c'è in Iran in materia di diritti
umani e delle donne. Ci aiuti a fare in modo che i nostri diritti non
siano più violati in un modo così offensivo per la nostra dignità". "So
che non è facile mettere sotto pressione l'Iran ma noi non possiamo
smettere di lottare per questo obiettivo". Per Adolf
Pfitscher, fondatore dell'organizzazione
Human Rights International
(Hri), la vicenda di cui è stata protagonista
Sotoudeh,"dimostra al mondo intero l'atteggiamento dello stato
iraniano nei confronti delle donne e di chi ne difende i diritti”, per
questo, dichiara, "Hri la lanciato un appello all'Ambasciata della
Repubblica Islamica dell'Iran a Roma, in cui esprime "disappunto" per la
vicenda e chiede alle associazioni e alle autorità nazionali e
internazionali di "sostenere con forza coloro che sono impegnati in Iran
nella battaglia per la difesa dei diritti della persone, condannando le
autorità dello stato iraniano che ledono quotidianamente i diritti
umani". Pfitscher ha riferito inoltre che anche Amnesty International si
è interessata alla vicenda e che Hri "valuterà altre iniziative da
assumere". A Roma, invece, a descrivere la Campagna per un
milione di firme al posto di Sotoudeh è stata
Leila Karami attivista
iraniana residente in Italia.
La
“One Million Signatures
Campaign” inizia il 12 giugno del 2006 in occasione di una
manifestazione di donne riunitesi per celebrare la gionata di
solidarietà femminile. In questa occasione la polizia aggredisce e
picchia le manifestanti. In seguito a questo episodio vede la luce il 28
agosto dello stesso anno grazie a Parvin Ardalan, Shirin Ebadi, Noushin
Ahmadi Khorasani e Nasrin Sotoudeh lo Statuto della Campagna finalizzata
all’abolizione delle leggi discriminatorie nei confronti delle donne.
Nello specifico le attiviste chiedono :
-
il riconoscimento
della donna come soggetto giuridico
-
uguali diritti nel
matrimonio e quindi l’abolizione della figura del tutore, l’abolizione
della dote e dei diritti che i mariti vantano sulle mogli
-
la custodia dei
figli
-
uguali diritti al
momento del divorzio, nel godimento del diritto di proprietà e
nell’eredità
-
l’innalzamento
della maggiore età che per le donne attualmente è stabilita a nove anni La campagna persegue anche uno scopo più ampio,
ambizioso e proficuo che è quello di innalzare attraverso un’ attività
capillare il livello di consapevolezza delle donne sui propri diritti.
Si cerca il dibattito e la discussione attraverso un lavoro di raccolta
firme porta a porta e nei luoghi d’incontro come i parchi, le
università, i luoghi di culto, i mezzi di trasporto pubblici. Le
attiviste fermano donne e uomini e non si limitano a chiedere la firma
ma spiegano attraverso l’ausilio dell’opuscolo “l’impatto delle leggi
sulla vita delle donne” quali e quante sono le leggi discrimatorie. Nel
corso di due anni questa campagna ha coinvolto centinaia di donne, ha
organizzato corsi di formazione per le attiviste, gestisce e aggiorna
regolarmente due siti internet Change for Equality (http://www.changeforequality.info/english/)
e The Feminist School
(http://www.femschool.org/english/spip.php?article6)
. All’ interno di questi siti si possono trovare articoli delle
studiose, saggi sul femminismo, analisi approfondite sul diritto di
famiglia e sull’impatto socio economico e psichico che ha sulle donne. E
poi si trovano notizie sui successi della campagna e sulle iniziative
promosse nonché molte interviste e articoli in cui le attiviste
raccontano la loro esperienza. La campaga sta avendo un enorme riscontro
anche all’estero grazie alle iraniane espatriate e grazie alle donne che
dall’interno del paese mantengono sempre viva una rete di contatti con i
media e con le organizzazioni femministe straniere. Grandi successi
ottenuti a prezzo di enormi rischi e sacrifici. Nel 2007 ci sono stati
34 arresti e nel 2008 una decina. Tra questi ultimi l’arresto di Nasrin
Sotoudeh che cercava insieme ad altre attiviste di avvertire le
manifestanti della revoca del premesso al sit in per il 12 giugno. In
effetti l’atteggiamento del governo nei confronti di questo movimento è
diventato più aggressivo mano a mano che la campagna procedeva
riscuotendo successi e adesioni. Lo scorso giugno poi era in discussione
un progetto di legge ulteriormente restrittivo dei diritti delle donne.
Il parlamento si è trovato a pronunciarsi sull’abrogazione della norma
che prevede l’obbligo per il marito che intenda prendere una seconda
moglie di avere il consenso scritto della prima. Il 12 giugno le
attiviste sono state arrestate ma il progetto di legge è tuttora
bloccato. A livello politico il movimento è il frutto maturo
del cosiddetto femminismo pragmatico che abbandona l’ideologia in favore
di uno sforzo di collaborazione che consiste nel soffermarsi sugli
elementi comuni, piuttosto che sulla rivendicazione della paternità di
alcuni concetti, sulla recriminazione continua di errori passati e sulla
chiusura dovuta alla convinzione di essere l’unico o il più efficace
metodo di soluzione all’oppressione femminile. L’elemento comune, la
discriminazione delle donne, non mette in discussione la forma di
governo attuale nè la religione islamica. Sebbene le attiviste
provengano in prevalenza da un clima politico culturale di stampo laico
la loro lotta si fonda sull’eliminazione del patriarcato in quanto
realtà storica più che dogma religioso. Grazie a
questo approccio la campagna ha riscosso adesioni numerosissime,
alcune anche da parte delle cosiddette femministe islamiste, donne
vicine al governo e ai posti di potere. L’esperienza della Campagna per un milione di firme
è il segno tangibile del grande paradosso iraniano in cui sembra che la
repressione delle donne sia esattamente proporzionale alla loro forza
piuttosto che alla loro sottomissione. Per concludere non rimane che una riflessione :
viene spontaneo, quando si parla di donne iraniane, pensare ad un’altra
grande protagonista, Mariam Rajavi, presidente del Consiglio Nazionale
della Resistenza Iraniana che durante la celebrazione della Giornata
Internazionale della Donna a Parigi nel marzo del 2007 diceva
“Combattere per questi obiettivi (la fine della violenza sulle donne, il
pieno riconoscimento dei diritti professionali, la lotta contro il
traffico sessuale) specifici e limitati non porterà a nessun cambiamento
effettivo: l’unico vero obiettivo che può garantire la parità e
costituirsi come un antagonista valido e potente al fondamentalismo
religioso è la partecipazione alla lotta politica attiva.” Due approcci
opposti segno inequivocabile della grandezza e della vitalità di questo
paese e il cui confronto ci lascia con una domanda : può la più grande
battaglia per i diritti umani approdare a risultati importanti se rimane
avulsa da qualunque progettualità e visione di carattere politico?
(Delt@
Anno VI, N 249 del 15 Dicembre 2008)
Silvia Pozone |