Islam: il punto di vista delle mussulmane 

Diritti (Roma) Riportiamo dal sito Women living Under Muslims Laws (WLUML), ovvero ‘Donne che vivono sotto le leggi mussulmane’ un’interessante intervista con Asmau Joda, attivista mussulmana di origine nigeriana ed ex-coordinatrice per l’Africa del network WLUML, in cui Joda parla del suo lavoro di promozione dei diritti delle donne da una prospettiva islamica e tra diverse comunità mussulmane africane.

D: Potrebbe dirci qualcosa del suo passato e di come ha iniziato a lavorare con le donne mussulmane?

R: I miei genitori sono originari della Nigeria del Nord. Io sono nata in Inghilterra ma cresciuta in Nigeria, dove ho ricevuto gran parte della mia educazione. Mi sono laureata in Gestione Aziendale e quindi sono andata in Francia per due anni di studi di perfezionamento. In seguito sono tornata in Nigeria ed ho collaborato alla creazione di un collettivo e di una impresa commerciale di donne. Non è insolito per una donna gestire un’azienda nella mia comunità mussulmana Fulani. Ma ho scoperto che lavorare in quello che si suppone sia un campo dominato dagli uomini non è un gran problema, perché ad un certo livello la differenza uomo-donna sparisce se la donna ha una buona preparazione.

Le donne venivano da me per discutere i loro problemi che cercavamo di risolvere rifacendoci al Corano, per sfidare il patriarcato e l’interpretazione patriarcale dell’Islam. Lo facevamo in maniera inconsapevole perché l’Islam e  l’essere Mussulmana fanno parte dell’essere Fulani. Inoltre sono stata qualche volta chiamata dai media per discutere quelle che erano considerate questioni spinose, come la violenza contro le donne, il matrimonio tra bambini, i matrimoni forzati e l’uso improprio della religione, da parte degli uomini, per sottomettere le donne.

Ho iniziato a lavorare sulle questioni delle donne mussulmane in maniera più strutturata quando il governo civile delle stato di Kaduna ha istituito una commissione, di cui facevo parte, per indagare sulle violazioni dei diritti delle donne. Poco dopo, abbiamo fondato una ngo chiamata “Donne in Nigeria” per promuovere il rispetto dei diritti delle donne nigeriane, indipendentemente dalla religione e dall’etnia.

D: Come ha iniziato quindi a lavorare specificatamente sulle questioni delle donne mussulmane e sulle interpretazioni dell’Islam “women-friendly” (favorevoli alle donne)?

R: Sono sempre stata dolorosamente consapevole della convinzione profondamente radicata, alla quale mi sono sempre opposta, che molta gente ha che le donne mussulmane siano – si presume – uniformemente oppresse e messe a tacere. Questo semplicemente non è vero. L’oppressione delle donne è un fenomeno universale e trasversale che attraversa religione, etnia, razza e classe, sebbene diverse siano le forme che può assumere. In Nigeria, molte persone pensano che le donne mussulmane del nord siano ignoranti e non partecipino alla vita pubblica, ma ciò è falso. Nel nord della Nigeria, che ha una numerosa popolazione mussulmana, le donne mussulmane  sanno, in virtù di una lunga tradizione,  leggere e scrivere l’Arabo, ma questo generalmente non è noto. C’è una convinzione che il matrimonio tra bambini sia dilagante tra i Nigeriani  mussulmani, ma il fatto che viene praticato anche tra molte comunità non mussulmane è spesso ignorato. Così, allo stesso modo, le diverse forme di sfruttamento sessuale delle donne si trovano tra comunità mussulmane e non. Alcuni parlano dell’oppressione delle donne nelle società mussulmane in maniera che fa sembrare che tale sfruttamento sia un fenomeno unicamente mussulmano e, in qualche misura, ‘islamico’. Ciò è semplicemente ridicolo. L’oppressione delle donne non è retaggio delle comunità mussulmane. Così, ad esempio, la mutilazione genitale femminile è talvolta percepita come un ‘problema mussulmano,’ invece nel nord della Nigeria è un costume sconosciuto alle comunità mussulmane, mentre viene praticata in varie comunità non mussulmane del sud. Allo stesso modo, se gli Africani sono accusati di sfruttamento sessuale delle donne, cosa dovremmo dire delle donne in Europa e in America? Durante il mio lavoro tra le donne nigeriane, ho sentito il bisogno impellente di rivolgermi anche a queste questioni ed è per questo motivo che ho iniziato a guardare alle diverse interpretazioni dell’Islam che vengono utilizzate, sia per giustificare la subordinazione delle donne, che per opporvi resistenza. Il mio obiettivo non è quello di difendere l’Islam o di diffonderlo, ma semplicemente di aiutare le donne ad avvicinarsi ed esplorare modi alternativi di comprendere l’Islam, che possano avvalorare la loro lotta per la piena uguaglianza, ivi compresa la resistenza a coloro che cercano di usare l’Islam per negare loro l’uguaglianza.

D: Perché ha sentito il bisogno di lavorare in seno ad un paradigma islamico di ampio respiro per promuovere  l’uguaglianza di genere?

R: Una ragione è che il femminismo laico rimane ancora un progetto per lo più d’elite. Parla una lingua che ha poca risonanza tra le masse; c’è bisogno, quindi, di lavorare con argomenti islamici per ottenere che le donne mussulmane ascoltino. Per la stragrande maggioranza di donne mussulmane, l’Islam è una questione di vita e non si può sperare di realizzare questo sogno ignorando completamente tale realtà. In sostanza,  non vi può essere un’unica strada per promuovere i diritti delle donne. Dobbiamo adottare strategie e metodi diversificati, per realizzare il sogno di una piena uguaglianza di donne e uomini; ed il femminismo laico è solo una strategie fra molte. Inoltre, credo che, se compreso correttamente, l’Islam possa contribuire a far progredire la ricerca d’uguaglianza delle donne. Dobbiamo rileggere le nostre storie, compresa la storia dei primi Mussulmani, per recuperare quest’aspetto, in gran parte dimenticato, della nostra eredità. Ad esempio, nella mia comunità Fulani, le donne sono state tradizionalmente per secoli studiose dell’Islam. Asmau, la figlia di Osman don Fodio, che costituì il califfato di Sokoto nel nord del paese, fu nominata responsabile delle questioni religiose dal fratello Muhammad Bello. Questo avvenne perché gli uomini avevano meno tempo per la religione ed anche perché le comunità che vivevano nei territori del califfato avevano una lunga tradizione di sacerdotesse donne. Asmau, da cui per inciso ho preso il nome, era una studiosa islamica dotata. Tradusse molti dei libri del padre scritti Arabo in Hausa e Fulfulde, la lingua Fulani. Fondò inoltre varie madras o scuole che attrassero donne da varie parti di quello che oggi è il nord della Nigeria. Quella tradizione perdura tra i Fulanis, e la maggior parte degli insegnanti nelle scuole coraniche nell’area Fulani sono donne.

Sto cercando di evidenziare che abbiamo queste tradizioni, così come molte altre, che devono essere valorizzate allo scopo di sostenere la causa dei diritti delle donne in seno ad un paradigma islamico di ampio respiro. Penso che questo sia davvero cruciale, perché alcuni uomini mussulmani cercano di ottenere l’approvazione della poligamia senza restrizioni, i matrimoni tra bambini, il divorzio arbitrario e la negazione del diritto delle donne all’istruzione, sostenendo che tutto ciò è convalidato dall’Islam. Quello che tentiamo di fare è di offrire interpretazioni alternative dell’Islam che possano sfidare questo genere di affermazioni e rivendicazioni. 

D: Come è stata coinvolta nel network WLUML

R: Lavorando con le donne mussulmane in Nigeria, ho utilizzato varie delle eccellenti pubblicazioni del network, alcune delle quali disponibili sul molto educativo sito web. In seguito, sono stata invitata ad unirmi ad un team di ricercatrici di WLUML che stavano studiando questioni legali legate a donne di 18 diversi paesi; il  rapporto è stato poi pubblicato in un volume dal titolo ‘Conoscere i nostri diritti: Donne, Famiglia, Leggi e Tradizioni nel mondo Mussulmano’. Questa ricerca puntualizza chiaramente che non esiste un mondo islamico omogeneo, così come nessuna singola o monolitica interpretazione o cognizione esatta dell’Islam. A questa ricerca ne è seguita un’altra, in cui donne mussulmane provenienti da paesi diversi sono state mandate a vivere per alcuni mesi in un’altra comunità mussulmana di paese diverso dal proprio. Per molte di noi è stata un’esperienza illuminante. Abbiamo scoperto l’immensa diversità che c’è tra Mussulmani e, ovviamente, le molteplici interpretazioni dell’Islam, sebbene il Corano funzioni come una sorta di filo comune per tutti i Mussulmani. Il modo in cui l’Islam e la sharia sono compresi varia tra paesi, classi e gruppi etnici, vi è quindi questa innata possibilità di reinterpretazione in maniera più vicina, consona  alle donne e corretta da una prospettiva di genere. Ad esempio, in alcune comunità mussulmane si cerca di giustificare in quanto ‘islamica’ la mutilazione genitale femminile, mentre in altre è completamente sconosciuta. O ancora, mentre in molti paesi è permessa la poligamia, la Tunisia la proibisce proprio in base a motivazioni coraniche.

Il punto è che semplicemente non esiste una singola posizione islamica assolutistica su una gamma di questioni, comprese quelle femminili. E’ tutta una questione di interpretazioni con lo scopo di promuoverle in accordo con il mandato di giustizia del Corano. Alcuni anni fa il network WLUML ha organizzato una riunione in Pakistan per discutere questo tema cruciale; attiviste e studiosi mussulmani hanno trascorso due settimane esaminando quello che il Corano dice sulle donne e cercando di comprenderlo in vari modi. Sulla base di questo lavoro il network WLNML ha pubblicato un libro dal titolo ‘Per Noi Stesse: Donne che leggono il Corano’ che vuole sviluppare quella che potrebbe essere definita una esegesi o tafsir  coranica vicina alle donne.

Sono stata invitata a collaborare presso l’ufficio di Londra, dove mi sono occupata del settore Africa per qualche anno. Durante quegli anni, sono stati organizzati due incontri di interpretazione femminile del Corano in Nigeria e Mali. Abbiamo inoltre creato una rete di collegamento tra varie organizzazioni africane di donne che lavorano tra le donne mussulmane e si sforzano di combattere le nozioni patriarcali dell’Islam e le leggi islamiche.

D: Cosa pensa del progetto di uno stato governato dalla sharia come vorrebbero alcuni tradizionalisti e gruppi islamici? Quale potrebbe essere  l’impatto sulle donne mussulmane?

R: Per la maggior parte di questi gruppi le donne finiscono con l’essere portatrici di tradizione e di presunta autenticità religiosa, e quindi la prima cosa che richiedono è che le donne siano coperte e confinate nelle loro case. Il Corano attribuisce grande valore alla giustizia sociale ma questi gruppi sono ossessionati solo da un’applicazione meccanica delle leggi o imposizione del diritto penale senza la possibilità di re-interpretazione. In Iran, dopo la Rivoluzione del 1979, il matrimonio tra bambini, che era stato proibito, tornò in auge e l’età legale di una sposa bambina venne ridotta a 9 anni! In Nigeria, lo stato di Zamphara, uno dei più poveri con il maggior tasso di analfabetismo del paese, fu il primo ad introdurre le cosiddette leggi islamiche. Anziché risolvere il problema della dilagante povertà e dell’ingiustizia sociale ed economica, si parlava di vietare alle donne l’accesso alle cariche pubbliche, di imporre il velo e tagliare le mani ai ladri. Potete vedere come quest’interpretazione della sharia, in effetti, favorisca le elite, prendendo di mira i gruppi più emarginati della società. Sulla questione del velo, in Nigeria abbiamo le nostre nozioni, determinate culturalmente, della hijab - ovvero del vestire semplicemente - che sono state sempre accettate come consone all’Islam, ma ora c’è gente che insiste che le donne dovrebbero coprirsi dalla testa ai piedi vestendo di nero!

Penso che è importante interrogare criticamente varie di queste leggi che sono imposte come parte della sharia. Il più delle volte, questo è semplicemente un tentativo delle elite politiche di guadagnare voti, asserendo di essere più ‘islamici’. In nazioni come la Nigeria, c’è un chiaro nesso tra alcune ulama tradizionali - gruppi estremisti islamici che detengono il potere - e le forze imperialiste che collaborano contro gli interessi degli emarginati. Quindi, quei gruppi i cui interessi dovrebbero essere protetti, ironicamente diventano i più minacciati da questi tentativi di presunta islamizzazione di gruppi islamici autogestiti. Per come la vedo io, affermando di proteggere l’Islam, molti di questi gruppi lo stanno denigrando. Tentando di forzare la gente ad adeguarsi, promuovono l’ipocrisia, una grave peccato nell’Islam, perché molta gente non lo fa volontariamente ma solo per paura.

D: Quali argomenti opporrebbe a coloro che sostengono che molte di queste leggi sono consentite dall’Islam?

R: Per me, in quanto donna mussulmana ed attivista, l’Islam è sostanzialmente il Corano. Il grosso dell’edificio di quella che è la sharia è un processo dello sviluppo umano e storico che ebbe inizio dopo la morte del Profeta. Molte delle leggi che vengono imposte alle donne nel nome della sharia derivano in effetti da aspetti del corpo della giurisprudenza che non hanno un chiaro mandato coranico. Lo stesso accade per le Hadith, attribuite al Profeta. Molte delle cosidette hadith, comprese quelle che sembrerebbero sancire la subordinazione delle donne, sono in realtà produzioni erroneamente attribuite al Profeta. L’unica cosa che è indubbia per me, donna mussulmana, è il Corano. Ma anche qui si scampa all’interpretazione, perché essendo il Corano un testo, deve essere interpretato per essere compreso. Quindi, non ci può essere una singola interpretazione del Corano. Per esempio alcuni indicano un verso del Corano che permetterebbe agli uomini di picchiare le mogli, ma quello stesso preciso verso è interpretato da altri come permesso di sferzare giocosamente la moglie con la coda della propria tonaca!

D: Le donne come lei sono spesso accusate di lavorare per l’Occidente o per coloro che vengono etichettati come nemici dell’Islam? Come risponde a queste accuse?

R: Io ho ben chiaro che quello che cerco di fare è ampliare la gamma di opzioni disponibili per le donne mussulmane cosicché non pensino che lavorare come donne autonome per l’uguaglianza, voglia necessariamente dire andare contro l’Islam. Allo stesso tempo, non vedo il patriarcato come un fenomeno esclusivamente mussulmano; dobbiamo criticarlo universalmente, compreso in Occidente. Per quanto riguarda quelli che dicono che le donne come noi sono agenti occidentali, in realtà non importa cosa diciamo in nostra difesa, saremmo accusate comunque. Quando faceva comodo, come durante la guerra dei Sovietici in Afganistan, l’Occidente era un alleato per molti di coloro che sono contro le nostre richieste, e non esitarono ad coalizzarsi. Se è per questo, anche oggi molti leader di gruppi islamici non esitano a mandare i loro figli in Occidente a studiare. La mia sola risposta ai nostri detrattori è di venire a constatare loro stessi il nostro lavoro invece di accusarci. http://www.wluml.org/english/index.shtml                                                                                                                 

                                                                                                                                                      traduzione di C. Park