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| RECENSIONI |
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| Mauro
Gasparini e Marco Cameli Il Bar sotto il Faggio Ed. polentaecammelli blog: polentaecammelli |
| Quando mi chiesero di recensire il libro ero, lo confesso, piuttosto titubante. A parte la difficoltà di mutare atteggiamento mentale, da scrittore a critico, quello che mi preoccupava seriamente era il non saper rispondere alla domanda, onesta, che mi ero posto e che mi stava assillando: e se poi non mi piace? Cosa potrò mai scrivere? Invece, fin dalle prime pagine, mi son sentito trascinare in un’atmosfera a me congeniale, in quella vita da paese che ben conosco, dove si muovono, sullo sfondo di ambienti semplici e sinceri, personaggi irripetibili, caratteriali, senza orpelli di manierismo, veri nella realtà quotidiana del loro esistere. Così mi son rilassato, accomodandomi sulla mia poltrona preferita, non prima di aver caricato a dovere il caminetto, acceso per mitigare la giornata livida e uggiosa che mi teneva d’occhio da dietro la finestra. Ho potuto allora trovare, nella prosa sciolta del periodare, nella battuta leggera che invita al sorriso - usata a volte come garbato punto di uscita dalla tensione del tessuto narrativo - i parametri di riferimento di un racconto che non delude mai, che ti accompagna, riga dopo riga, alla scoperta del modo di essere di ciascun personaggio e dell’intreccio solido della storia. Dalla descrizione iniziale del Bar sotto il Faggio, spazio agglutinante delle vite e delle leggende che attraversano i protagonisti del libro (l’irresistibile Takkinen, il Capitano, Anna, il Muto, per citarne solo alcuni), si perviene, con l’incedere paziente di chi sa ascoltare le magie del dire, all’epilogo del racconto passando, attraverso sapienti e rapide pennellate che sanno descrivere e restituire i luoghi dell’anima, i vizi e i sentimenti delle persone che vi si agitano, gli ambienti e i fatti che finiscono per entrare nel patrimonio esperenziale del lettore, facendogli desiderare di scendere in quel bar, evitando il gradino insidioso seminascosto nell’ombra e di ordinare un panino hard per gustarsi le sensuali movenze della Tosca. Ho riconosciuto con piacere il gusto dell’affabulare del miglior Stefano Benni, quel modo irriverente di lasciare un segno indelebile nel lettore, trascinandolo nelle peripezie del discorso, parlandogli con schiettezza fin dal primo momento come si fa con un amico cui ci si confessa senza vergogna, facendolo ridere di gusto e in modo liberatorio, conducendolo, con invenzioni originali e placide lusinghe, a rivivere le storie da altri già vissute, perché il racconto si perpetui e non abbia mai a morire. Con piacevole sorpresa gli autori sono riusciti poi a destreggiarsi abilmente finanche nel difficile compito di gestire la prospettiva angusta dell’io narrante, che dà invece forza, come la voce fuori campo di Billy Wilder, al dipanarsi del romanzo, allacciando i fili lasciati in sospeso, rallentando per poi accelerare le dinamiche interpersonali dei personaggi, regredendo il contesto in flash back illuminanti che accendono riverberi nuovi nei punti precedentemente lasciati in penombra, smorzandone altri, che potevano invece distogliere l’attenzione del lettore dal corretto sentiero su cui procedere. Insomma,
mi sono pienamente meritato le unghiate del mio gatto, che accoccolato
sulla mia pancia a gustarsi il tepore del camino, mi ha poi mostrato
tutta la disapprovazione per aver fatto illanguidire la fiamma. Ne
valeva però senz’altro la pena. Senza tema di smentite.
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