Science, 18 Jun 93, Vol. 260, pg. 1759 - Paolo Gasparini - L’area del mediterraneo è intensamente vulcanica perché si trova fra le due placche dell’Europa e dell’Africa ed il magma che si localizza nelle fratture produce violente eruzioni e terremoti. Nei tempi antichi si ricorda l’eruzione di Santorino nel 1500 a.C. Se il Vesuvio è inattivo dal 1944, i vicini Campi Flegrei sono in continua attività. Vulcani attivi si trovano in Grecia, Turchia, nelle isole Canarie ed Azzorre in Atlantico. Un’interessante esperienza di protezione civile è stata condotta durante l’ultima eruzione dell’Etna in Sicilia; dopo 23 mesi di quiete, il 14 dicembre 1991 si aprirono due fratture fra 3000 e 2700 m di quota e la lava minacciò il villaggio di Zafferana Etnea con 7000 persone. Per deviare il flusso della lava fu creata una diga di terra e pietre lunga 234 m ed alta 21 m. La diga durò solo circa un mese. Un secondo tentativo fu fatto a circa 2000 m di quota cercando di deviare con blocchi di cemento il flusso lavico verso la Valle del Bove. Anche questo tentativo ebbe un effetto limitato nel tempo, circa 2 settimane. L’ultimo intervento, quello decisivo fu fatto dal 27 al 28 maggio con un canale artificiale su cui fu deviata la lava mediante 7000 kg di esplosivo. Il fronte della lava era già a 850 m da Zafferana. L’eruzione finì il 30 marzo 1993 dopo 473 giorni; è stata la più grande eruzione degli ultimi 300 anni e sono stati emessi circa 250 milioni di metri cubi di lava.
Science, 22 Oct 93, Vol. 262, pg. 495 - Science Scope - Un robot chiamato DANTE a forma di ragno, progettato per scendere all’interno di un vulcano attivo, è stato sperimentato in gennaio scendendo all’interno del Mount Erebus in Antartide, ma la rottura dei cavi in fibra ottica ha bloccato l’esperimento. Tuttavia anche la NASA si è interessata al progetto e, dopo nuove prove di vita, si farà un altro esperimento nel vulcano di Mount Spurr in Alaska irraggiungibile dai ricercatori dopo l’eruzione dell’ottobre 1992. Probabilmente i collegamenti saranno assicurati via radio.
Science, 3 Dec 93, Vol. 262, pg. 1510 - Random Samples - Molti sistemi di protezione degli edifici dai terremoti sono basati su sistemi elastici ed ammortizzatori per dissipare l’energia sismica. Un sistema diverso più economico basato sul principio del pendolo si sta ora applicando nella costruzione dell’edificio della Corte di Appello di S. Francisco. Ogni colonna poggerà tramite una sfera di acciaio sulle fondamenta ed avrà dei pistoni idraulici. L’insieme delle colonne si comporterà come un pendolo che oscillerà durante il terremoto in modo smorzato.
Science, 17 Jun 94, Vol. 264, pg. 1656 - Robert F. Service - La predizione dei terremoti dai segni premonitori è oggetto di grandi sforzi di ricerca negli USA ed in Giappone ambedue minacciati da un prossimo Big One. Negli USA durante gli anni ‘60 e ‘70 si è avuto un massimo di ottimismo con lo sviluppo di speciali apparecchiature di rivelazione, ma successivamente nessuno dei segnali premonitori si è rivelato affidabile. Lungo la faglia di San Andreas in California, vicino Parkfield, sono stati disposti dozzine di strumenti per misurare i seguenti segnali. Scosse premonitrici: nel 1975 i Cinesi previdero il terremoto di Haicheng dal crescendo di piccole scosse nella regione ed allarmarono la popolazione, ma questi crescendo sono piuttosto la rarità che la regola. Rigonfiamenti e crepe: movimenti del terreno nelle vicinanze delle faglie hanno preceduto spesso forti scosse, ma molti sono gli spostamenti dovuti a pioggia, aridità o crolli naturali. Resistività elettrica: sollecitazioni e deformazioni tettoniche possono spostare le acque sotterranee e cambia così la conducibilità del terreno; questo è stato notato in Cina anche prima del terremoto di Tangshen nel 1976; lo stesso effetto può essere dovuto però a cause non tettoniche. Campi magnetici: poiché le rocce tendono ad assorbire elettroni dall’acqua, quando le fratture richiamano acqua si formano delle nuove correnti elettriche e quindi dei campi magnetici rivelabili con dei magnetometri. Ultra low frequency electromagnetic waves: una possibile connessione con questa onde è stata suggerita quando nel 1989 sono stati misurati campi ULF 300 volte più intensi del normale 3 ore prima di un terremoto di 7,1 gradi vicino Santa Cruz in California, ma da quella volta il fenomeno non è stato più osservato.
Science, 5 Aug 94, Vol. 265, pg. 731 - Ann Gibbons - Dopo la fallita prova in gennaio 1993 del robot DANTE che doveva scendere all’interno del vulcano Erebus in Antartide, è stata costruita una nuova macchina, il DANTE II, e questa è discesa 200 m all’interno del vulcano Mount Spurr in Alaska attualmente attivo. Il robot è un gigantesco ragno con 8 gambe alto 10 piedi. Il robot ha rilevato la temperatura dell’aria e la composizione dei gas. All’esperimento è interessata la NASA perché questo veicolo autonomo è utilizzabile su Marte.
Science, 18 Nov 94, Vol. 266, pg. 1156 - Random Samples - Negli ultimi mesi il vulcano Nyiragongo in Zaire ha iniziato una serie di piccole eruzioni mettendo a rischio i vicini campi di rifugiati che accolgono circa 500000 ruandesi. Il Nyirangoro, a 12 miglia a nord di Goma, è classificato fra i 15 più pericolosi vulcani del mondo; nel 1977 le sue colate di lava uccisero circa 500 abitanti ed il vulcano emise nubi di anidride carbonica. I vulcanologi pensano ora di installare vicino un osservatorio sismico permanente.
Science, 25 Oct 96, Vol. 274, pg. 592 - A. Zollo - Nel 1994 è iniziato un esperimento di tomografia sismica nel monte Vesuvio con lo scopo di realizzare, se possibile, una mappa tridimensionale del vulcano. Il Vesuvio è costituito da un cono vulcanico (Gran Cono) formatosi sopra una caldera (monte Somma); il complesso si è formato negli ultimi 25000 anni con una serie di eruzioni di esplosività variabile. Nei periodi 1881-1889 e 1926-1930 si è avuta semplice emissione di lava. Fra le fasi esplosive, Pliniane, si ricorda quella del 79 d.C. che distrusse Pompei ed Ercolano ed in tutto se ne sono avute sette; ciascuna fu preceduta da un lungo periodo di quiescenza, periodo che fu di circa 700 anni per l’eruzione del 79. Nell’esperimento sono state fatte brillare tre cariche di esplosivo in tre siti diversi. A 2-3 km sotto il vulcano si trova un basamento compatto, la zona di magma si trova a 10 km.
Science, 1 Nov 96, Vol. 274, pg. 739 - Eli M. Noam - Il terremoto che nel gennaio 1995 ha scosso la città ed il porto di Kobe in Giappone ha ucciso più di 6000 persone e lasciato senza casa altre 310000. Questo, insieme ad altri recenti terremoti come quelli di Mexico City (1985), San Francisco (1989), Los Angeles (1994), hanno condotto a diverse conclusioni e considerazioni sull’organizzazione dei soccorsi. 1) La rete telefonica viene messa fuori uso dalla congestione del traffico in arrivo piuttosto che danneggiata. 2) La televisione drammatizza i fatti piuttosto che fornire dettagli utili mentre la radio si dimostra più utile nelle emergenze. 3) La maggiore lezione di Kobe è che la rete dei computer si è dimostrata più efficace della rete telefonica o radio non appena superate le prime ore; volontari con computer portatili hanno raccolto i messaggi dei sopravvissuti e le necessità creando una rete di informazioni più affidabile di quella ufficiale. 4) Le autorità governative rimangono generalmente all’oscuro dei dettagli della catastrofe come i singoli; la maggior parte delle informazioni corrono nelle catene gerarchiche dei singoli ministeri in forma più o meno criptata e si coordinano molto lentamente in un quadro generale. Generalmente in questi casi si auspica un sistema di comunicazione di emergenza migliore, ma i sistemi costosi rapidamente vanno fuori uso: mancano le batterie di emergenza ed i generatori si surriscaldano quando manca l’acqua di raffreddamento. La migliore soluzione sta nel decentralizzare il sistema di informazione in modo che continui a funzionare anche se in parte danneggiato: una rete trasversale di computer servers ad accesso aperto collegati insieme da un’organizzazione di soccorso e da volontari.
Science, 28 Feb 97, Vol. 275, pg. 1278 - Sylvie Vergniolle - L’attività vulcanica si distingue in due categorie: quella esplosiva, detta anche Pliniana, associata alle zone di subduzione, come quella del monte St. Helens (1980), El Chichón (1982) e Pinatubo (1991), oppure quella basaltica, più tranquilla e con magma molto fluido, associata ai punti caldi (hot spots) come i vulcani delle Hawaii oppure allo Stromboli. Dal 1980 i vulcanologi hanno iniziato una modellizzazione dell’attività vulcanica specialmente quella dei vulcani esplosivi. I modelli richiedono molti dati sperimentali e questi sono difficili da rilevare per i vulcani esplosivi che iniziano in modo improvviso facendo perdere la prima fase che è la più importante. La sovrapressione che si determina nella fase iniziale si può determinare dalla deformazione della superficie, la misura della velocità dei gas durante l’esplosione si misura dalla potenza e dallo spettro acustico radiato; l’osservazione visuale di ciò che accade all’esterno migliora la comprensione di ciò che accade in profondità.
Science, 27 Jun 97, Vol. 276, pg. 1985 - Daniel Clery - Nella tarda serata del 30 settembre dell’anno scorso i sismologi hanno rivelato in Islanda l’inizio dell’eruzione del Vatnajökull nel più grande ghiacciaio d’Europa. Entro il 2 ottobre l’eruzione si era aperta la strada attraverso uno spessore di 500 m di ghiaccio mandando vapore e gas a migliaia di metri di altezza. Si stimò che 2,3 kmc di acqua disciolta era intrappolata sotto i ghiaccio e cercava una via di uscita. Data l’inaccessibilità della regione non era possibile seguire il fenomeno e si è ricorso alle immagini radar da satellite con una nuova tecnica di processaggio. Il radar ad apertura sintetica (SAR) del satellite ERS-2 ha preso immagini nei giorni 21, 22, 23 e 24 ottobre e, confrontandole, ha generato degli interferogrammi che hanno messo in evidenza modifiche sulla superficie dell’ordine di centimetri. Nelle successive osservazioni si è potuta vedere l’acqua scendere a sud ed il 4 novembre sollevare lo strato di ghiaccio e inondare l’area sud.
Science, 13 Feb 98, Vol. 279, pg. 985 - Richard A. Kerr - I sismologi hanno sempre pensato che ogni terremoto ha un preludio, giorni e settimane di preparazione prima dell’evento e quindi si tratta di rivelare i giusti segnali. Sembra ora che ci siano forti prove che questo sia vero, ma a volte i sintomi sono così lievi che risultano inutilizzabili. Lo studio di più di 13000 lievi e moderate scosse vicino alla città di Parkfield sulla faglia di S. Andreas mostra la lenta marcia della placca tettonica che continuamente aggiunge uno stress di 0,1 millibar per ora fino al valore di rottura valutato da 1 a 100 bar. Gli effetti gravitazionali del Sole e della Luna dovrebbero avere un’influenza preponderante nel determinare il momento di rottura, ma lo studio dei 13042 terremoti con magnitudine da 1 a 6 non ha mostrato nessuna correlazione e quindi ci deve essere un terzo processo che rapidamente porta alla rottura più intenso degli effetti di marea gravitazionale. Per questo, durante le ore che precedono il terremoto, lo stress dovrebbe crescere con una rapidità di circa 150 millibar per ora e questo e quello che i sismologi cercano di scoprire.
Science, 18 May 2001, Vol. 292, pg. 1281 - Richard A. Kerr - Spesso i vulcani forniscono dei chiari avvertimenti del loro ridestarsi. Questo succede sulla costa nord-ovest degli USA dove un trio di vulcani dell’Oregon detto le Three Sisters si è sollevato di un decimo di metro in 4 anni. Il trio non ha dato segni di risveglio da circa 2000 anni quando ebbe la sua ultima eruzione con emissione di grandi quantità di ceneri, ultimamente però con i metodi interferometrici del radar ad apertura sintetica (InSAR) si sono rivelati gli spostamenti della crosta. Il confronto di fase fra i rilevamenti sulla stessa zona in tempi diversi produce frange di interferenza che permettono di misurare spostamenti centimetrici. Ora i sismologi tengono sotto controllo la zona con i sismografi ed il Global Positioning System (GPS) e potranno dire se lo spostamento continua.
Science, 19 Oct 2001, Vol. 294, pg. 495 - Alexander Hellemans - Nuovi dati dai satelliti inducono a pensare che le piccole scosse di terremoto che scuotono quasi giornalmente la regione intorno al Vesuvio non sono indicazioni di una futura eruzione, ma sono dovute al fatto che la parte centrale del vulcano sta sprofondando alla velocità di parecchi millimetri all’anno. Ci sono un milione di Napoletani che dovrebbero sloggiare dalle aree intorno al Vesuvio nel caso di un ridestarsi del vulcano dopo 57 anni di quiete e scienziati ed esperti della difesa civile sono divisi sull’efficacia dei piani di evacuazione. Ora le immagini radar dei satelliti ESA ERS-1 e ERS-2, prese fra il 1992 ed il 2000 sulla regione del Vesuvio ed studiate con metodi di interferometria radar, hanno messo in evidenza le deformazioni del terreno. Il team di Riccardo Lanari dell’Istituto di Ricerca per l’Elettromagnetismo ed i Componenti Elettronici di Napoli ha individuato due aree di abbassamento, una in un anello alla base del vulcano e l’altra in corrispondenza del cratere centrale. I geologi ritengono che la deformazione ad anello della base sia dovuta al peso del vulcano sul basamento di rocce carbonacee. L’abbassamento del cratere centrale conferma invece che il tappo del magma alto 5 km sta sprofondando ed i tremori sono dovuti allo sfregamento con le rocce circostanti. Bisognerà ancora lavorare sui dati, ma solo un significativo sollevamento del cratere potrebbe indicare che il vulcano stia per ridestarsi.
Science, 5 Jul 2002, Vol. 297, pg. 41 - Richard Stone - L’eruzione del monte Etna nel luglio del 2001 ha provocato una gigantesca onda di pressione che ha attraversato l’atmosfera. Onde acustiche con lunghezza d’onda di centinaia di metri molto al di sotto della soglia dell’udito umano sono state registrate in Olanda da un array di rivelatori che ha localizzato l’origine in Sicilia. Questi rivelatori fanno parte di una rete di sorveglianza progettata per localizzare eventuali esplosioni nucleari clandestine, ma potrebbero essere utili alla comunità scientifica per molti altri scopi. A seguito del bando degli esperimenti nucleari del 1996 è stata progettata una rete mondiale di 321 stazioni di rivelazione sismiche, infracustiche, idroacustiche e per radionucleidi chiamata International Monitoring System (IMS) per coprire tutto il globo. Oggi è operativa circa 1/3 della rete IMS da 250 milioni di US$ prevista ed i dati vengono forniti ai centri governativi di una dozzina di nazioni che hanno firmato il trattato. L’accesso ai dati è molto complicato e solo i membri che partecipano al bando possono dare l’autorizzazione, il trattato si trova inoltre in un limbo, dovrebbe essere ratificato dalle 44 nazioni che possiedono armi nucleari e gli USA ora si oppongono alla ratifica. L’incertezza sul trattato induce a cercare impieghi civili per la rete di allarme dalla ricerca e localizzazione della popolazione delle balene alla rapida individuazione delle eruzioni vulcaniche che possono minacciare le rotte aeree. Ci si aspetta che il sistema IMS sia completamente operativo entro il 2007 e costituirà la rete geofisica più estesa mai costruita con rivelatori sismici nelle località più remote. Attualmente poche dozzine di stazioni forniscono al centro di Vienna 4 gigabit di dati, l’analisi elimina i disturbi di origine profonda e riporta ogni giorno circa 50 disturbi geofisici dai terremoti moderati alla caduta di meteore ed i recenti test nucleari dell’India e del Pakistan del 1998. In una riunione tenuta a Londra in maggio si sono discusse le applicazioni scientifiche della rete IMS, i più interessati sono i sismologi che possono usare le onde sismiche rivelate per la mappatura delle faglie. Vi sono poi gli idrofoni che operano nell’oceano Indiano e che possono ascoltare i richiami dei mammiferi marini e localizzarli e inoltre sorvegliare il formarsi di tsunami e l’attività dei vulcani sottomarini. C’è inoltre l’analisi degli infrasuoni che ora si sa che vengono emessi in tutti i fenomeni dalle esplosioni nucleari, agli aerei, ai terremoti, alle aurore polari ed ai temporali. Ci sono anche nuove applicazioni, ad esempio, poiché l’atmosfera riflette le onde infrasoniche, si possono sorvegliare regioni a quote superiori a quelle raggiunte dai palloni meteorologici e lo scorso anno è stata localizzata un’enorme esplosione provocata da una meteora sul Pacifico. La rete è anche l’unica fonte di dati da zone vaste ed importanti come la Cina e la Russia. Sono stati pianificati poi 80 rivelatori di radionucleidi che funzionano come aspirapolveri per analizzare polveri dell’aria, i dati sono naturalmente riservati perché i governi vogliono conoscere i fatti in anticipo, ma queste informazioni potranno essere di grande valore nel caso si verifichi un altro disastro come Chernobyl.
Science, 27 Aug 2004, Vol. 305, pg. 1247 - Marc-André Gutscher - Il 1° novembre 1755, nel giorno di Tutti i Santi un tremendo terremoto scosse il sud-ovest della Spagna colpendo Lisbona in Portogallo ed uccidendovi circa 60000 persone. Studi recenti hanno fatto luce sulle cause del terremoto e chiarito la sismicità della regione. Il Grande Terremoto di Lisbona ha avuto una magnitudine stimata di 8,7 M ed ha suscitato un tsunami con un’ondata da 5 a 10 m che ha causato molte perdite in Europa e nel nord-ovest del Marocco. In questa regione la placca africana spinge verso il nord-ovest sulla Spagna meridionale con un movimento di circa 4 mm/anno, ma i confini di queste placche nel sud della Spagna non sono ben definite e la sorgente del terremoto di Lisbona è rimasta poco chiara. Negli ultimi 15 milioni di anni si era formato un profondo bacino marino nel Mediterraneo occidentale e, mentre continuava la subduzione di un lingua verso est scendendo fino a profondità di 700 km, la stessa si muoveva verso ovest incuneandosi fra le placche. La zona in subduzione rappresenta un punto ad alto rischio sismico, possibile causa del terremoto, ma il tsunami sposta l’attenzione verso l’oceano nell’area abissale a sud-ovest della Spagna e la causa può essere lo scivolamento di grandi depositi sottomarini indotto dal terremoto; instabilità di questo genere possono verificarsi ogni 1000-2000 anni. Nel 250mo anniversario di questo disastro, nel golfo di Cadice si sta concentrando l’attenzione degli studiosi e sono previste 5 spedizioni oceanografiche fra l’estate del 2004 e quella del 2005 per eseguire trivellazioni e scoprire i segreti sismici della regione.
Science, 7 Jan 2005, Vol. 307, pg. 22 - Yudhijit Bhattacharjee - Con più di 150000 vite perdute e miliardi di dollari di ricchezza distrutta, la scorsa settimana la natura ha ricordato agli uomini il terribile costo dell’ignoranza. Ora le nazioni devastate dal terremoto e dal tsunami del 26 dicembre scorso cercano di prevenire futuri disastri con una comune volontà politica e scientifica. Una settimana dopo la tragedia rimane senza risposta la domanda di quante vite si sarebbero potute salvare con un allarme tempestivo e si tratta di una domanda ipotetica perché mancavano le informazioni e su questa necessità si muove ora lo sforzo internazionale. La tragedia è stata provocata dallo tsunami, l’onda anomala che ha accompagnato il terremoto vicino a Sumatra, ma i terremoti sottomarini, anche con magnitudini di 7,5 Richter spesso mancano di generare tsunami e non basta questa sola informazione per allarmare le spiagge. L’ignoranza totale dei sintomi portò le autorità ad assicurare i media che non c’era pericolo alle 8 del mattino, un’ora dopo che le ondate avevano iniziato l’assalto alle coste delle isole Andamane e Nicobare. Un’ora dopo il terremoto, dal Pacific Tsunami Warning Center (PTWC) delle Hawaii, fu emesso un bollettino che ammetteva la possibilità di un tsunami vicino all’epicentro, ma non c’erano elementi per confermarlo e la rarità di questi fenomeni nell’oceano Indiano non rendeva l’allarme credibile, mancava inoltre ogni idea di come si sarebbe propagato e quando e dove avrebbe colpito. Queste sono le informazioni che il Governo indiano vuole ottenere da un sistema di allarme da installare nei prossimi due anni con una spesa di 30 milioni di US$. Anche Indonesia e Tailandia hanno annunziato piani simili e l’India intende collaborare con esse; il sistema includerà una dozzina di galleggianti (buoys) sottomarini per rivelare i cambiamenti di pressione che si verificano quando si propaga l’energia di un terremoto sottomarino; si tratta della stessa rete di allarme ora in funzione nel Pacifico.
Science, 14 Jan 2005, Vol. 307, pg. 191 - Eli Kintisch - Dopo la tragedia provocata dal recente tsunami nel sud-est asiatico con più di 150000 morti, aumentano le speranze di estendere il sistema di allarme tsunami realizzato nell’Oceano Pacifico e completato nel 2001, noto come Deep Ocean Assessment and Reporting of Tsunamis (DART). Questo è costituito da 6 sensori ancorati con un cavo al fondo dell’oceano e capaci di rivelare movimenti del livello di un centimetro che trasmettono via satellite ai centri di allarme dell’Alaska, dello stato di Washington e delle Hawaii. Due di questi rivelatori si trovano al largo delle coste di Washington e dell’Oregon, tre operano vicino l’Alaska ed uno si trova 1000 km a sud dell’equatore. Il National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) gestisce questo sistema e ritiene che 20 di questi sensori potrebbero estendere il controllo delle coste a tutto il Pacifico e 50 sarebbero sufficienti per un sistema globale, ma il budget del NOAA non consente attualmente nessuna espansione. La scorsa settimana in una teleconferenza con lo staff del Senato ed i membri della Camera, il direttore del NOAA ha presentato uno studio con una proposta di un sistema DART globale di 53 sensori. Tuttavia anche un sistema globale avrebbe delle limitazioni come nel caso del terremoto del 1700 nella regione di subduzione di Cascadia che provocò una gigantesca onda di tsunami nella costa pacifica del Nord America in pochi minuti; in questo caso il sistema di allarme non avrebbe salvato nessuno perché non ci sarebbe stato tempo. Nel frattempo la National Science Foundation sta finanziando diversi team che studiano il comportamento dei tsunami lungo le coste dello Sri Lanka e dell’India. La fondazione ha anche indicato come espandere il Global Seismographic Network per i dati di telemetria.
Science, 20 May 2005, Vol. 308, pg. 1126 - Roger Bilham - Il terremoto di Sumatra-Andamane del 26 dicembre 2004 di magnitudine 9,3, è il secondo per intensità registrata dagli strumenti ed ha rilasciato un’energia pari ad una bomba da 100 gigaton (4,3*10E18 J). Lo spostamento del fondo marino ha smosso 30 kmc di acqua marina provocando uno tsunami che si è propagato fino in Antartico e fino alle coste est ed ovest del continente americano ed all’Oceano Artico. Nessun punto della terra è rimasto indisturbato a livello di 1 cm. La scossa in alcune regioni vulcanicamente attive è stata abbastanza intensa da suscitare dei terremoti locali. A questo è seguito il terremoto Nias del 28 marzo 2005 di magnitudine 8,7, diretta conseguenza del precedente che ha spostato una placca di 300 km. Nell’area Sumatra-Andamane un terremoto analogo, con magnitudine 7,9, si è avuto alla fine del 1881 e 60 anni dopo nel 1941 con magnitudine 7,7. Nel XIX secolo si ricordano gli tsunami conseguenti ai terremoti del 1833 e 1861 che hanno generato onde alte da 5 a 10 m, ma nessuno che conosceva la storia e la geologia dl luogo poteva prevedere la violenza del terremoto del 26 dicembre. Le analisi rivelano che durante i primi minuti il terremoto ha provocato la frattura su 100 km al confine della placca sul lato nord, ma non si è fermato qui, invece di rallentare il movimento ha accelerato fino a 3 km/s nei successivi 4 minuti e ha mantenuto una velocità media di 2,5 km/s per altri 6 secondi. Ciò che è stato più rimarchevole è lo scivolamento successivo in direzione sud abbastanza veloce da spingere lo tsunami. Sul lato nord la placca indiana impiegò più di mezz’ora per scivolare di 7-20 m e questo ha triplicato l’energia rilasciata dal terremoto portandolo da magnitudine 9 a 9,3. I sismologi hanno quantificato lo scivolamento degli ultimi 5 minuti dall’ampiezza delle onde con periodo di 20 minuti o più lungo che hanno circumnavigato il globo. La lentezza di questo scivolamento ha eccitato molte delle fondamentali risonanze terrestri. Lo scivolamento ha mosso alcuni punti delle Andamane misurati con il Global Positioning System (GPS) di 4 m verso il sud dell’India abbassando alcune spiagge ed alzandone altre. Si deve riconoscere che se lo scivolamento non fosse stato lento avrebbe provocato ancora più danni sulle coste dell’India della Tailandia e questo deve essere un avvertimento a non fare previsioni troppo conservative nei terremoti.
Science, 8 Dec 2006, Vol. 314, pg. 1527 - Jacopo Pasotti - La scorsa settimana un’analisi pubblicata nel Geophysical Research Letters ha descritto uno scenario catastrofico avvenuto 8000 anni fa nel Mediterraneo a seguito di una violenta eruzione del monte Etna che ha provocato il collasso nel mare del fianco del vulcano con, un volume di 35 kmc di materiali, ed ha suscitato un’onda anomala a 400 km/ora nel Mar Ionio. In poche ore l’onda, alta 50 m ha spazzato le coste del Mediterraneo e gli insediamenti umani. Questo evento straordinario, probabilmente il più violento tsunami del Mediterraneo degli ultimi millenni, potrebbe verificarsi di nuovo. Le prove si trovano nei sedimenti lasciati sui fondi marini. Il bacino del Mediterraneo è molto critico per questi fenomeni; più di 300 tsunami sono stati ricordati negli ultimi 3300 anni e quelli prodotti da attività vulcaniche sono una dozzina negli ultimi 2000 anni. L’ultimo è successo nel 2002 quando un pezzo del vulcano Stromboli scivolò nel mare delle Eolie creando un’onda anomala alta 10 m che arrivò fino al porto di Milazzo, a 100 km di distanza, strappando gli ormeggi di una petroliera. Molto più violento fu quello provocato dal collasso del vulcano di Santorini, circa 3600 anni fa, ma l’evento fu largamente confinato al Mar Egeo. L’Istituto Nazionale di Geologia e Vulcanologia (INGV) italiano ha effettuato l’indagine sulla datazione al carbonio dei depositi di fanghi lasciati dal tsunami, dal Mar Ionio al Golfo di Sidra in Libia, ed ha trovato circa 8000 anni fa. L’onda si è propagata anche nel Mediterraneo orientale passando per la Grecia ed arrivando in Libano. I vulcani possono provocare megatsunami e l’anno scorso gli scienziati hanno messo in allarme su un possibile collasso del vulcano Cumbre Vieja delle isole Canarie che devasterebbe ambedue le coste dell’Atlantico e sarebbe 10 volte più violento di quello del Mediterraneo, portando la distruzione in città come New York, Miami e Lisbona.
Science, 27 Apr 2007, Vol. 316, pg. 527 - Richard A. Kerr - Gli scienziati, cercando le cause di cambiamenti catastrofici della terra hanno indagato sugli effetti delle grandi eruzioni di lava basaltica denominate LIP (large igneous provinces). Non si parla di eruzioni come quelle del Mount St. Helen o del Krakatoa che hanno raffreddato il pianeta di poco più di un grado, perché una singola eruzione LIP può diffondere 100 volte più magma di quanto visto in tempi storici. Una tale attività vulcanica sembra abbia alterato enormemente atmosfera ed oceani per centinaia di migliaia di anni circa 94 milioni di anni fa e poi di nuovo 56 milioni di anni fa. Un legame fra queste megaeruzioni e successive conseguenze ambientali è emerso da studi geologici. Su base geocronologica, Michael Storey dell’università di Roskilde, in Danimarca, ed il suo team, si sono serviti di una precisa datazione di rocce per legare eruzioni delle LIP, i cui resti si trovano nel Nord Atlantico, dalla Groenlandia alla Gran Bretagna, con l’improvviso aumento di 5 °C, 56 milioni di anni fa, noto come il Paleocene-Eocene Thermal Maximum (PETM). Gli scienziati hanno ritenuto a lungo che un’emissione improvvisa di gigatonnellate di gas serra, anidride carbonica o metano, fossero connessi ai 5-10 milioni di kmc di magma eruttati nel Nord Atlantico per il solo fatto che i due eventi erano stati contemporanei. Essendo però le datazioni derivate da tecniche differenti, si erano avuti dei dubbi. Storey e il suo team hanno datato molte più rocce con il metodo argon-argon basato sul decadimento del potassio-40 ed hanno datato una della maggiori eruzioni LIP a 56,1+/-0,5 milioni di anni fa. Si è poi applicato lo stesso metodo ai sedimenti di ceneri vulcaniche nel sud ovest della Gran Bretagna che ricordano l’inizio del PETM ed a quelli simili della Groenlandia orientale. Il risultato è stato di datare l’inizio del PETM a 55,6 milioni di anni fa. Un altro studio ha rafforzato il legame fra il massiccio vulcanismo nell’area caribbea ed un’improvvisa trasformazione dell’oceano nota come OAE2 (oceanic anoxic event 2). Di OAE vi sono dozzine di episodi nel medio cretaceo fra 120 e 80 milioni di anni fa quando qualcosa provocò l’eliminazione dell’ossigeno dalla massa dell’oceano ed il maggiore candidato è una grande eruzione vulcanica. OEA2, che è l’archetipo degli altri OAE, è stato collegato al grande LIP dell’area caribbea, mediante altre precise datazioni.
Science, 17 Apr 2009, Vol. 324, pg. 322 - Richard A. Kerr - Il tecnico Gioacchino Giuliani è convinto di aver predetto l’ultimo terremoto che ha colpito la città italiana di L’Aquila che ha fatto più di 270 vittime. Anche i media italiani hanno riportato la notizia che ha avuto un certo credito con richieste di scuse da parte delle autorità, che lo avevano ignorato una settimana prima, e da parte degli scienziati che non davano credito ai suoi metodi di previsione. Nessuna delle due parti ha ceduto. La scarsa documentazione sui metodi di previsione di Giuliani non offre reali prove di efficacia e la correlazione dell’emissione di gas radon con le registrazioni sismiche non è convincente. Warner Marzocchi, capo degli scienziati dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Roma, ritiene che Giuliani sia in buona fede, ma i dati non hanno livello scientifico; il radon potrebbe essere un potenziale precursore, ma non ci sono prove che il metodo funzioni. L’Italia centrale ha sofferto di sciami sismici, indice di attività sismica, dall’inizio di gennaio e Giuliano ha iniziato ad attrarre l’attenzione dei media pubblicizzando le sue predizioni. Il 24 marzo indicò la regione intorno a L’Aquila, a nord-est di Roma, come luogo di un probabile terremoto. Giuliani, che lavora all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, vicino l’Aquila, nel 2000 aveva notato emissioni di radon e si sa che fra i decenni 1970 e ’80 gli scienziati avevano studiato la connessione fra radon e terremoti, ma decenni di lavori non avevano prodotto nulla. Giuliani da allora aveva progettato e costruito 5 monitor di radon e li aveva disposti intorno a L’Aquila. Lo sciame sismico era stato seguito ed il 30 marzo era avvenuto l’evento maggiore di magnitudine 4,0. Una settimana prima del 6 aprile, data del grande terremoto di magnitudine 6,3, Giuliani avvertì il sindaco della città di Sulmona, 55 km a sud-est, di aspettarsi un terremoto catastrofico fra 6-24 ore. Marzocchi, che lavora alle previsioni di terremoti e vulcani, ha esaminato i documenti delle registrazioni di Giuliani e non ha trovato correlazione fra le dimensioni dei picchi e le magnitudini dei successivi terremoti. Di conseguenza li ha considerati non accettabili dal punto di vista scientifico.