Science, 30 Apr 93, Vol. 260, pg. 626 - Mark C. Horowitz - L’osteoporosi è causata dalla deficienza dell’ormone femminile E2 (17ß- astradiol) causato generalmente dalla menopausa o dalla rimozione delle ovaie. La prima causa colpisce circa 1,5 milioni di persone ogni anno ed è uno dei maggiori problemi di salute, causa di frequenti fratture delle ossa. Il meccanismo dell’ormone E2 è quello di regolare il circuito delle cytokine che controlla il ricambio delle ossa. La valutazione del livello di cytokina può essere usata per la diagnosi dell’osteoporosi. Tutti i farmaci che interferiscono con le cytokine potrebbero quindi essere usate per la terapia.
Science, 7 Mag 93, Vol. 260, pg. 744 - Eliot Marshall - Dal settembre di quest’anno 16 importanti centri clinici USA inizieranno una ricerca di grandi proporzioni focalizzata alla salute delle donne. Le prove coinvolgeranno 57000 donne in età dopo la menopausa per testare l’effetto di una dieta a basso contenuto di grassi, di terapie ormonali, di supplemento della vitamina D e calcio sulle malattie cardiache, cancro ed osteoporosi. Nel prossimo anno il progetto coinvolgerà 45 centri ed il costo totale sarà di 600 milioni di US$. Il progetto è però sottoposto ad aspre critiche che vertono però soprattutto sull’impiego dei fondi del NIH e sul modo migliore di gestirli.
Science, 14 Jul 95, Vol. 269, pg. 164 - Gary Taubes - Negli ultimi 50 anni gli epidemologi hanno identificato molti fattori determinanti di malattie non infettive. Ad esempio il fumo aumenta il rischio del cancro al polmone del 3000%. Fattori ambientali o particolari stili di vita influenzano il rischio di diverse forme di cancro. Spesso però le connessioni sono deboli, i fattori concorrenti possono essere diversi e la valutazione è difficile. La gente non prende molto sul serio questi avvertimenti e quando qualcuno li prende seriamente c’è il rischio di fare più male che bene. Esistono prove circonstanziali che fra le maggiori cause di gravi malattie ci sia ciò che mangiamo, beviamo e respiriamo. Per esempio la frequenza degli attacchi di cuore è cambiata nelle ultime decadi troppo rapidamente per non dipendere da cause legate alla dieta ed all’ambiente; inoltre la frequenza dei singoli tipi di cancro non è uguale in tutte le popolazioni e questo significa che fattori locali hanno molta influenza. Tuttavia ogni tentativo di misurare accuratamente queste correlazioni risulta praticamente impossibile.
Science, 7 Jul 2000, Vol. 289, pg. 37 - Joe Alper - Dopo 30 anni di tentativi che hanno portato continuamente a vicoli ciechi, i ricercatori che studiano il diabete di tipo 2 sono ottimisti di essere vicini a capire le cause di questo disordine metabolico. Usando un approccio insieme biochimico e genetico hanno identificato dei segnali intracellulari che sembrano essere all’origine di questa malattia che colpisce nel mondo circa 250 milioni di persone causando cecità, distruzione del rene e necessità di amputazioni negli adulti. Sono caduti molti dogmi del passato. La caratteristica del diabete di tipo 2 è la resistenza all’insulina (un ormone secreto dal pancreas dopo il pasto) cioè l’incapacità a rimuovere il glucosio dal sangue anche in presenza di un elevato livello di insulina. Per anni si è pensato ad un cattivo funzionamento dei ricettori dell’insulina, ma non si è riusciti a trovare un legame tra malattia e malfunzionamento del ricettore, non è neppure un semplice problema di resistenza all’insulina e neppure un problema dei tessuti muscolari e grassi. Ora diversi lavori indicano che la malattia insorge quando viene a mancare il delicato equilibrio fra produzione e risposta all’insulina: l’aumento di resistenza all’insulina blocca la sua produzione. Molti avanzano dei dubbi perché le esperienze sono state eseguite su topi geneticamente modificati, tutti sono molto cauti, tuttavia si è scoperto che certe proteine che intervengono nel processo agiscono sia a livello dei muscoli e del grasso che al livello del fegato, quindi il sistema di regolazione dell’insulina viene meno in più punti. Sembra che ci sia un fattore ancora sconosciuto che interferisce con le proteine che stimolano la produzione di insulina e ne provocano invece il blocco. Questi fattori agiscono anche sul metabolismo dei grassi e questo spiega anche il legame fra diabete ed obesità. Tuttavia i genetisti non sono ancora riusciti a trovare mutazioni nei geni delle proteine coinvolte nel processo. Nonostante le difficoltà si aprono nuove vie per trovare medicine più efficaci, ad esempio un enzima che agisce sul ricettore dell’insulina e medicine specifiche per ogni tipo di paziente.
Science, 28 Jul 2000, Vol. 289, pg. 531 - Todd Zwillich - Lo scorso mese i cercatori di Edmonton in Canada hanno annunziato di aver sperimentato una nuova procedura di trapianto di cellule pancreatiche su 7 adulti affetti dal diabete di tipo I che li ha liberati dalla necessità di assumere insulina. Il diabete di tipo I, o giovanile, si sviluppa quando le cellule beta del pancreas interrompono la produzione di insulina forse perché distrutte da un attacco autoimmunitario. L’inconveniente dei trapianti è la necessità di assumere continuamente farmaci anti-immunitari per evitare il rigetto; inoltre non vi sono sufficienti sorgenti di tessuti da trapiantare normalmente derivati dal pancreas di cadaveri. Si è cercato allora di produrre in laboratorio cellule che producono insulina dette CHIB (Cultivated Human Islet Buds). Si stanno ora provando le CHIB sui topi e ci vorranno 3 anni per i test sugli uomini. Altri ricercatori si sono dedicati a produrre direttamente le cellule beta che producono insulina. Queste cellule possono essere facilmente coltivate in laboratorio, ma anche per queste ci vorranno 5 anni per le prove cliniche. Le cellule staminali embrionali sono un’altra promettente sorgente per le cellule beta ma, oltre ai problemi etici, sono molto prolifiche e c’è il pericolo che producano tumori una volta trapiantate anche se la cosa non si verifica con i topi.
Science, 2 Feb 2001, Vol. 291, pg. 812 - Martin Enserink - Dopo una serie di attacchi aerei di precisione, iniziati il 16 gennaio 1991, la Guerra del Golfo passò alla sua fase terrestre il 24 di febbraio e 4 giorni dopo tutto era finito al costo di soli 148 morti da parte degli USA, 35 dei quali furono causati dal fuoco amico. Per l’autunno tutti i 697000 soldati americani erano tornati a casa, ma i soldati erano stati sottoposti a condizioni di rischio per il sospetto di guerra biologica e chimica, 100000 erano stati vaccinati contro l’antrace e 8000 contro il botulino, spesso avevano indossato maschere antigas ed avevano assunto pillole PB (pyridostigmine bromide) che si supponeva proteggessero contro i gas letali, l’ambiente del deserto era stato terribile con 45 °C di temperatura, gli insetti del deserto, scorpioni e rettili. Molti veterani cominciarono a soffrire di problemi medici da subito e per molti anni seguenti, fatica, mal di testa, dolori muscolari ed alle giunture, perdita di concentrazione e depressione. Dopo 10 anni ed una spesa di 155 milioni di US$ in ricerche si ha ancora difficoltà a capire che cosa ha causato la malattia della Guerra del Golfo. La lista delle possibili cause è lunga. Gas nervino assorbito in quantità non letale, effetti collaterali delle pillole PB, esposizione all’uranio impoverito, uso dei pesticidi contro gli insetti, vaccini contro l’antrace ed il botulino. Nel 1996 venne rivelato che subito dopo la guerra le forze americane avevano fatto esplodere in Iraq un deposito di munizioni contenente migliaia di razzi pieni di gas nervini come il sarin ed il cyclosarin e gli esposti anche a basse concentrazioni furono stimati essere prima parecchie centinaia e dopo fino a decine di migliaia. Il DOD creò una commissione per investigare, in parte il problema fu minimizzato, ma l’esistenza di malattie fu riconosciuta. Molti ricercatori hanno tentato di correlare i problemi medici a specifiche esposizioni specie ai vaccini usati, ma le prove furono scarse. La classificazione dei sintomi portò a riconoscere tre tipi di sindromi: 1) problemi di attenzione e memoria, 2) disturbi di confusione, disorientamento e vertigini; 3) debolezza e dolori muscolari. La sindrome 1) era massima fra i veterani che avevano indossato i collari antipulci; la sindrome 2), la più grave, fu associata all’esposizione ai gas nervini ed alle pillole PB; la sindrome 3) sembrò associata all’uso di repellenti per insetti. Questa analisi fu fortemente criticata per problemi di metodo e per la mancanza di un gruppo di controllo. In realtà erano incompleti i dati su quanti fossero stati vaccinati e chi fosse stato esposto; col tempo poi comparivano nuove malattie dovute all’anzianità dei soggetti. Iniziarono le polemiche fra chi accusava i militari di nascondere deliberatamente prove e documenti e chi ricordava come in tutte le guerre o dopo grandi disastri si verificano sindromi da sforzo dovuto allo stress con effetti post-traumatici. Il Pentagono ed il DOD attualmente cercano di migliorare per il futuro i metodi di acquisire i dati per determinare in modo sicuro chi viene esposto ed a che cosa.
Science, 26 Apr 2002, Vol. 296, pg. 686 - Jean Marx - Negli USA il diabete è diventato una malattia cronica. Il numero di adulti con diabete è aumentato del 49% dal 1991 al 2000 ed il diabete tipo 2, noto come diabete non dipendente da insulina e diffuso fra le persone anziane, è il responsabile per questo aumento, 16 milioni sul totale di 17 lo hanno, ed un uguale numero di persone ne hanno i sintomi. La causa principale è il continuo aumento dell’obesità dovuta alla grande disponibilità di cibo e ad uno stile di vita sedentario. Il diabete di tipo 2 si manifesta con una resistenza alla metabolizzazione del glucosio da parte dell’ormone insulina mentre il diabete di tipo 1 è causato dall’incapacità del corpo a produrre insulina dovuta alla distruzione delle cellule beta. I diabetici di ambedue i tipi sviluppano gravi complicazioni incluso il danno ai reni, la cecità e danni ai piedi ed alle estremità tali da richiedere amputazioni. Il diabete di tipo 2 ha le caratteristiche di una malattia complessa come il cancro e le malattie al cuore e viene influenzato dall’ambiente e dallo stile di vita, il fumo, la dieta, il livello di esercizio fisico, e da fattori genetici, cioè dalla combinazione di diverse alterazioni genetiche. Scoprire queste suscettibilità è molto più difficile che identificare le cause di malattie derivanti da semplici cause ereditarie. L’obesità è il maggiore fattore di rischio e questo si manifesta più alto per certi gruppi di popolazioni. Ad esempio gli indiani Pima dell’Arizona hanno la più alta incidenza di diabete 2 del mondo, così soffrono il diabete il 13% degli Americani africani ed il 10,2% degli Ispanici contro il 6,6% degli altri. I figli dei diabetici hanno una più alta probabilità di divenirlo. Il diabete di tipo 2 inoltre è in aumento in tutte le nazioni sviluppate ed in quelle che adottano stile di vita e diete occidentali. Un cambiamento dello stile di vita può ridurre l’incidenza del diabete 2 del 58%. L’obesità può portare alla resistenza all’insulina e si è trovato che le cellule del grasso hanno un ruolo dinamico rilasciando sostanze ormoniche che circolano nel sangue ed agiscono sui tessuti. Gli obesi hanno grandi quantità di leptina, una proteina la cui funzione è di sopprimere l’appetito, ma che per ragioni sconosciute non ha effetto sui diabetici. Un’altra proteina prodotta dalle cellule del grasso è la resistin che si oppone agli effetti dell’insulina e lo stesso fanno gli acidi grassi rilasciati dalle stesse cellule ed impediscono al glucosio di entrare nelle cellule dove sarebbe consumato aumentando la sua concentrazione nel sangue. Alla malattia contribuisce anche la malfunzione e la distruzione delle cellule beta che producono l’insulina, circa 1/3 dei pazienti di diabete 2 devono prendere insulina, gli acidi grassi infatti possono provocare l’apoptosis delle cellule beta. In complesso vi è una serie di cause distribuite che sfuggono all’individuazione. Una forma di diabete detta MODY è provocata da una mezza dozzina di geni, ma rappresenta solo il 2-3% dei casi di diabete 2. La ricerca dei geni la cui mutazione è connessa al diabete è la strada per trovare nuove medicine, ma è una strada lunga e difficile.
Science, 4 Oct 2002, Vol. 298, pg. 79 - Carlos M. Morel - La malaria rimane la maggiore malattia mortale specie nelle regioni sub-sahariane con più di un milione di decessi all’anno fra i bambini. Il controllo della malaria è basato su una pronta diagnosi, sull’appropriato trattamento medico e sul controllo della zanzara vettore. La lotta è stata resa sempre più difficile dall’insorgere della resistenza del parassita Plasmodium alle medicine e della zanzara vettore agli insetticidi. Proprio in questi giorni è stata pubblicata la sequenza del genoma sia della zanzara Anopheles gambiae da 278 milioni di basi, sia del parassita Plasmodium falciparum e questo darà il suo contributo alla lotta contro la malaria. La genetica della popolazione anophelina è complessa e diversificata e questo è il maggiore ostacolo al controllo del vettore. Un piccolo gruppo di scienziati ha proposto di modificare geneticamente lo A. gambiae per renderlo incapace di trasmettere il parassita Plasmodium e la cosa è riuscita, ma si tratta di diffonderlo nell’ambiente ed il piano lo prevede entro il 2010; il problema sarà di sostenere e far prevalere la nuova versione nell’ambiente e possono insorgere problemi di sicurezza, etici e legali. Il sequenziamento del genoma Anopheles gambiae è stato iniziato nel 2001 ed è stato completato in meno di 2 anni, ora la conoscenza della sua biologia potrà facilitare la scoperta di nuovi insetticidi mirati a specifici obiettivi nel genoma.
Science, 4 Oct 2002, Vol. 298, pg. 122 - Jeffrey D. Sachs - La campagna mondiale per sradicare la malaria lanciata nel 1955 e abbandonata negli anni ‘60 è stata considerata un insuccesso, ma pur non avendo raggiunto il suo obiettivo ha portato ad una grande e permanente riduzione della malattia in numerosi paesi del mondo. La lezione che se ne trae è che se non è possibile eliminare la malaria è possibile tenerla sotto controllo e vi sono quattro ragioni per rilanciare una nuova campagna globale. 1) L’abbandono degli sforzi nel controllo ha fatto risorgere la malattia in Africa e parte dell’Asia sia per l’aumento alla resistenza alle medicine, sia per il generale collasso della sanità in Africa. Nelle regioni sub-sahariane un milione di morti all’anno comporta la riduzione di un punto percentuale nello sviluppo economico. 2) Un sostanziale controllo è possibile estendendo l’impiego delle attuali tecniche a tutte le comunità più povere. 3) La conoscenza dei genomi della zanzara Anopheles gambiae e del parassita Plasmodium falciparum offre nuove possibilità allo sviluppo di nuove medicine e vaccini. 4) Molti nuovi programmi per sostenere uno sforzo globale di controllo sono stati lanciati recentemente anche se la mancanza di fondi impedisce loro di agire efficacemente. Gli sforzi dagli anni ‘40 agli anni ‘70 hanno praticamente eliminato la malaria dalle regioni subtropicali. Ora la malaria è un malattia dei tropici specialmente in Africa, dove si verifica il 90% dei decessi; questo perché gli sforzi hanno largamente escluso l’Africa e perché nei subtropici la trasmissione della malattia è molto più bassa. L’abbandono della campagna fu dovuta al convincimento che non si sarebbe potuto eliminare e per ragioni geopolitiche. Una volta raggiunto il controllo negli USA, in Europa, in gran parte dell’America Latina e dell’Asia e finita la guerra del Vietnam, si ridussero le preoccupazioni e fu trascurata l’Africa troppo povera e politicamente irrilevante. Contemporaneamente si ebbe una riduzione degli aiuti internazionali, l’Africa accrebbe i suoi debiti agli inizi degli anni ‘80, furono tagliati i fondi e crollò la spesa della sanità. In India, Asia del sud est e America Latina l’aumento della popolazione e la sua diffusione ha favorito la trasmissione mentre aumentava la resistenza alle medicine ed ai pesticidi. Alla fine degli anni ‘90 i leader africani hanno chiesto l’intervento della World Health Organization (WHO). Vi sono molte iniziative in corso fra cui la Multilateral Initiative on Malaria (MIM, dal 1997), Medicine for Malaria Venture (MMV, dal 1999), Malaria Vaccine Initiative (MVI, dal 1999), the Global Fund to Fight AIDS, TB and Malaria (GFATM, dal Jan. 2002), ma tutti sono a corto di fondi e un efficace sforzo internazionale non è ancora cominciato. Un’efficace campagna deve operare su tre principi: 1) focalizzarsi sulle regioni più colpite soprattutto le regioni sub-sahariane; 2) riconoscere che la malaria dipende dal luogo, dal clima, dalle caratteristiche del vettore e dall’attività umana; 3) la campagna deve seguire due strade: prevenzione e trattamento con le tecniche attuali ed investimenti di R&D su nuove tecnologie; 4) deve essere finanziata adeguatamente per due o tre decadi per avere probabilità di successo. Le necessità attuali richiedono 2 miliardi di US$ all’anno contro i 100-200 milioni attuali. Una nuova medicina disponibile è un composto di artemisinin sviluppata dai Cinesi negli anni ‘70 da un’erba tradizionale, ma il costo è elevato (1US$ contro i 10 cent della clorochina) e c’è il timore di produrre resistenza e quindi la necessità di usarla in combinazione con altre medicine. L’azione deve partire con misure ambientali e protezioni individuali, poi, a più lungo termine, si spera nella scoperta di vaccini. La Fondazione Bill Gates supporta la MMV e MVI e promette una nuova medicina antimalarica ogni 5 anni, il WHO dovrà servire come centro di coordinamento per il nuovo sforzo globale.
Science, 7 Feb 2003, Vol. 299, pg. 859 - Xavier Pi-Sunyer - Il problema dell’obesità è provocato da due fattori: aumento nell’ingestione di cibo ed aumento della sedentarietà. C’è una semplice equazione di bilancio di energia: per mantenere stabile il peso del corpo l’energia che entra deve pareggiare quella che esce, ma è difficile che le persone controllino questo bilancio. L’ingestione di cibo è aumentata perché il cibo è ora più abbondante, disponibile, gustoso ed a buon mercato. Mentre la nostra mensa diventa più ricca l’attività fisica diminuisce sia nel lavoro che nel tempo libero. Aumentando il numero degli obesi aumentano le cure per le loro condizioni e si afferma la convinzione che il trattamento dell’obesità sia inefficace. Ciò non è vero, ma certo il trattamento è difficile. Nella lotta per l’esistenza la specie umana è stata condizionata più dalla mancanza che dall’eccesso di cibo e la fame è stata una costante minaccia per la nostra specie. Per questo il corpo umano ha sviluppato difese biologiche riducendo il metabolismo ed aumentando gli stimoli per la ricerca e l’assunzione di cibo non appena ci sia una riduzione di peso. Al contrario all’aumento di peso i segnali biologici opposti sono molto smorzati e la gente tende a difendere il peso acquistato come riserva di grasso ed i segnali biologici tendono sempre a riportare le riserve al livello più alto raggiunto. Il problema va risolto con una migliore educazione e migliori trattamenti. I medici sono poco addestrati a dare consigli ai loro pazienti in questo campo; essi devono avere maggiori conoscenze sulla nutrizione per essere efficaci nell’indurre cambiamenti nello stile di vita. L’educazione sanitaria richiede tempo e si è visto nelle due ultime decadi riguardo alle campagne contro il fumo. Dimostrando la pericolosità del fumo anno dopo anno si è cominciato ad educare il pubblico. Anche l’obesità comporta malattie: predispone al diabete mellito, alle malattie delle arterie coronarie, al colpo apoplettico, alle malattie degenerative delle articolazione e probabilmente a certe forme di cancro. Per mantenere il proprio peso è necessario avere coscienza del problema, ma il messaggio è difficile da acquisire perché l’iniziale aumento di peso avviene con pochi effetti negativi sulla salute e questi compaiono solo nello stadio avanzato. Benché la prevenzione sia sempre preferibile, il trattamento diventa necessario. La prima azione va focalizzata al cambiamento di stile di vita nella nutrizione e nell’attività fisica con il ragionevole obiettivo di perdere il 10% del peso iniziale. Da parte del medico è necessario dedicare molto più tempo ai loro pazienti e qui possono intervenire dietisti e psicologi, ma c’è il problema dei rimborsi sui trattamenti contro l’obesità che vengono rifiutati in quanto questi trattamenti non sono garantiti. Si sente quindi la necessità di farmaci più efficaci sul meccanismo di regolazione del metabolismo che riducano il desiderio di cibo ed aumentino il consumo energetico. Oggi questi farmaci non sono innocui ed hanno generalmente una scarsa efficacia. Nasce l’esigenza di una maggiore ricerca sull’influenza dei geni e delle molecole coinvolte in questi processi. Abbiamo bisogno di conoscere di più sulle cellule del grasso, queste producono un gran numero di sostanze che hanno un profondo effetto sul peso e sulle malattie che ne derivano, inoltre le cellule di grasso che si depositano in luoghi diversi producono sostanze diverse ed hanno effetti diversi. Infine è necessario studiare di più i tipi di diete ed i loro rischi e benefici ed anche studiare meglio i rischi che derivano dalla perdita di peso.
Science, 4 Jun 2004, Vol. 304, pg. 1413 - Philip Abelson (Editorial) - Il sovrappeso e le conseguenze negative sulla salute dell’obesità che includono diabete, malattie del cuore e cancro, rappresentano uno stato critico per la pubblica salute. Per dare un’idea dell’estensione di questo problema partiamo dagli Stati Uniti perché gli stili della dieta e del cibo degli Stati Uniti sono stati esportati largamente nel mondo. Nel 1998 il National Institute of Health (NIH) degli Stati Uniti ha trovato che 97 milioni di cittadini adulti degli USA, cioè il 55% della sua popolazione, sono considerati obesi o sovrappeso. Il grido di allarme ha avuto solo una tiepida reazione da parte delle agenzie federali responsabili e gli Americani hanno continuato a consumare una media di 3000 calorie al giorno, circa il doppio delle necessità giornaliere ed ora si stima che due terzi dei cittadini adulti sono sovrappeso, ma questo problema vale anche per l’Europa come per gli Stati Uniti e non è limitato ai soli paesi sviluppati. I Maya del Guatemala, i Sudafricani, gli aborigeni australiani e gli isolani del Pacifico mostrano tendenza all’obesità. La World Health Organization (WHO) è molto preoccupata di questo problema e riconosce che nel mondo circa in miliardo di adulti è sovrappeso e 300 milioni sono obesi. Nel maggio 2004 il WHO ha approvato un documento sulla Global Strategy on Diet, Physical Activity and Health dove raccomanda di ridurre l’ingestione di grassi, sale e zucchero. Critiche sono state fatte all’industria degli alimenti per la sua influenza sulla politica nutrizionale degli USA e per il suo marketing aggressivo a favore di cibi ad alto contenuto energetico e basso valore nutritivo. Si pone l’accento sulla responsabilità individuale e non sui produttori, organi pubblicitari ed autorità. Per alcuni una modifica del comportamento può essere la soluzione, ma per altri la soluzione è biochimica e non di comportamento. I lavori sulla genetica dell’obesità e le relazioni fra la leptina ed altre molecole che producono segnali ai centri del cervello che presiedono all’appetito potranno aiutare quelli che vogliono perdere peso, ma per vari motivi non possono. In passato la fretta nel perdere peso ha portato alla salute più pericoli del rimanere sovrappeso. Negli anni ’70 diete basate su liquidi ad alto contenuto proteico prodotti con collagene animale hanno provocato collassi cardiaci in giovani donne fino a quando non sono stati ritirati dal commercio. Oggi la novità più provocatoria è che la riduzione delle calorie in alcuni organismi promuove la longevità anche si iniziata avanti nell’età. A livello politico la soluzione è nella creazione di un dipartimento che sia responsabile degli indirizzi sulla dieta, la ricerca e la politica dell’alimentazione e che sia dominato dagli interessi dei consumatori e non dei produttori. Negli USA questa responsabilità è divisa irrazionalmente fra Public Health Service e Department of Agricolture, orientato ai produttori, cosa che non dovrebbe essere copiata da nessuno.
Science, 21 Jan 2005, Vol. 307, pg. 373 - Mitchel A. Lazar - Il diabete di Tipo 2 deriva dall’incapacità dell’organismo di rispondere normalmente all’insulina, detta “resistenza insulinica” insieme all’incapacità di produrre abbastanza insulina per superare questa resistenza. Questa forma comune di diabete è spesso associata all’obesità. Questo è evidente nei fanciulli che sono sempre più affetti da obesità ed in quelli che al diabete di Tipo 2, detto degli adulti, si associa quella di Tipo 1, detta iuvenile. Il diabete ha costi elevati in termini di spese per la salute e umani per patologia e mortalità. Studi recenti predicono che un americano su tre nato negli anni 2000 svilupperà il diabete durante la sua vita. Qui si discutono le relazioni fra obesità e diabete sia come aumentata incidenza nel mondo moderno che come percorso della patologia che lega le due condizioni nella prevenzione e terapia. Una visione evoluzionistica indica che non ci sono vantaggi di sopravvivenza nell’obesità e quindi la selezione naturale non ha favorito l’obesità ma, durante i periodi di fame che hanno afflitto l’umanità dei cacciatori raccoglitori, un vantaggio era portato dai geni che favorivano il buon uso e la conservazione dell’energia, cioè dai geni dell’economia. La pressione evolutiva per conservare il glucosio da usare nel cervello portava alla resistenza insulinica dei tessuti periferici ed il modo migliore di accumulare energia era il grasso dei tessuti adiposi. Con la vita sedentaria moderna ed il facile accesso ai cibi ad alto contenuto calorico questa predisposizione porta all’obesità ed al diabete. L’obesità ha una chiara componente genetica, ma è raramente monogenica, intervengono molti geni e l’eredità di molteplici polimorfismi porta a differenze nella popolazione rendendo gli individui più o meno suscettibili all’obesità ed al diabete. L’insulina aumenta la produzione e l’accumulo degli acidi grassi nei tessuti adiposi mentre i tessuti come i muscoli sono insensibili all’insulina. Forse il gene dell’economia più efficace è quello che codifica la leptina, un ormone prodotto dai tessuti adiposi, l’assenza del quale porta all’obesità ed alla resistenza insulinica. Fisiologicamente la leptina funziona come un segnale di accumulo di energia che inibisce il desiderio di cibo ed accelera il metabolismo dell’energia. Durante i periodi di fame la leptina aumenta l’appetito e diminuisce il metabolismo. Osservazioni cliniche hanno anche indicato che una nutrizione insufficiente a livello fetale o postnatale è associata nel corso della vita all’obesità ed al diabete di Tipo 2 perché viene alterato il percorso metabolico. Oggi si riconosce che il tessuto adiposo è un organo endocrino che comunica con il cervello e con i tessuti periferici producendo ormoni che regolano l’appetito ed il metabolismo. Eccetto i rari casi in cui il gene della leptina è difettoso, il suo livello è elevato nell’obesità e i tessuti adiposi producono un gran numero di proteine che modificano il metabolismo del glucosio. L’azione dell’insulina ed il livello di queste proteine è elevato nelle persone con il diabete di Tipo 2 e ciascuna di queste proteine può rappresentare un potenziale bersaglio nella terapia; alcune hanno infatti un ruolo di immunità nel meccanismo di difesa; la loro origine evolutiva deve essere ancora determinata. L’obesità è uno stato infiammatorio e l’infiammazione causa il diabete, questo ci porta ancora a considerazioni evolutive e ad indagare sull’origine dei geni che ci rendono particolarmente suscettibili a queste malattie del metabolismo.