20. ORIGINE DELL'UOMO

20.2 ARCHEOLOGIA

Science, 19 Mar 93, Vol. 259, pg. 1703 - John S. Justeson - Negli ultimi due anni si sono decifrati una parte degli scritti epi-olmechi dell’antico Messico a seguito della scoperta, nel 1986, di una stele con una lunga iscrizione a La Mojana, Veracruz. Vengono indicati come epi-olmechi gli scritti del periodo fra il 150 a.C. ed il 450 d.C. nella regione dove fiorì la civiltà olmeca fra il 1200 ed il 500 a.C. Questi scritti discendono dalla tradizione culturale e dal sistema geroglifico olmeco andato praticamente perduto. La stele parla di un re guerriero e descrive la sua ascesa al trono dopo anni di guerre ed attività rituali. Il testo è scritto per colonne e si legge da sinistra a destra; i segni sono sillabogrammi o logogrammi. Il linguaggio è molto vicino a quello delle moderne etnie Mixe e Zoque discendenti da popoli vissuti 1400 anni fa. Vi sono molte affinità con la scrittura Maya.

Science, 20 Aug 93, Vol. 261, pg, 985 - Ann Gibbson - Più di 4000 anni fa sulle rive dell’Eufrate, nel sud della Mesopotamia, là dove si trova oggi l’Iraq, sorgeva il primo impero sotto Sargon di Akkad ed i suoi discendenti. Gli Akkadi controllarono tutta la regione del corso dell’Eufrate dal Golfo Persico alla Turchia. L’impero prosperò dal 2300 al 2200 a.C. poi decade rapidamente e le ragioni sono molto dibattute dagli archeologi. Recentemente è stata avanzata l’ipotesi che sia stata la siccità a spopolare la regione. Un rapido cambiamento di clima avrebbe provocatto la perdita delle ricchezze della regione: grano, orzo e pecore. L’analisi del suolo a Tell Leilan nell’alto Eufrate ha mostrato che il clima è diventato arido a partire dal 2200 a.C. per 300 anni circa. Questo fatto coincide con la massiccia migrazione verso il sud dove era il regno di Ur; l’aumento di popolazione potrebbe aver portato poi al collasso l’economia di Akkad e del sud. Anche questa ipotesi viene però contestata ed il problema rimane sempre aperto.

Science, 8 Oct 93, Vol. 261, pg. 179 - Michael Balter - Nel 1924 un gruppo di archeologi scoprirono nell’isola di Jersey, la più grande delle isole della Manica vicina alla costa francese, una tomba sotterranea formata da grandi lastre di granito. La tomba, a cui si accedeva attraverso uno stretto passaggio sotto la collina detta La Hougue Bie, rimontava al neolitico fra 5000 e 6000 anni fa. Per il suo stato di conservazione è uno dei più bei monumenti neolitici dell’Europa occidentale. La società neolitica qui appare con una struttura sociale complessa. L’installazione delle pietre nella tomba devono aver impegnato più di 200 persone. Nella precedente civiltà dei Menhir le costruzioni avevano un significato religioso ed erano all’aperto in modo che tutti potessero vederle, nel Neolitico società è più stratificata e le élite ponevano i simboli religiosi in posti nascosti dove potevano accedere solo gli anziani ed i preti. Successivamente queste costruzioni megalitiche furono abbandonate quando le classi di antico lignaggio furono rimpiazzate da nuove élite di più recente ricchezza e potere.

Science, 4 Feb 94, Vol. 263, pg. 611 - Virginia Morell - Dodici anni fa, scavando nel nord della Siberia, l’archeologo Yuri A. Mochanov trovò degli attrezzi di pietra che successivamente furono datati del periodo dell’Homo erectus fra 1,7 milioni e 200000 anni fa. Attrezzi simili nell’Africa dell’est sono di 2,4 milioni di anni e fino a questo momento si pensava che i più antichi abitatori della Siberia fossero di 20000 - 30000 anni fa. La datazione con il metodo della elettroluminescenza da un’età di 500000 anni.

Science, 4 Nov 94, Vol. 266, pg. 733 - Tim Appenzeller - I Maya raggiunsero l’apogeo della loro civiltà più di 1000 anni fa nelle giungle del Messico e del Centro America, ma poco si sapeva circa la loro storia politica fino a quando negli anni ‘60 e ‘70 gli antropologi riuscirono a svelare il complesso sistema di geroglifici della scrittura Maya. I glifi hanno svelato la viva storia della politica e delle guerre fra città stato. Sembra che queste città stato si fossero riunite a formare due diverse grandi alleanze dominate una da Tikal, oggi in Guatemala, e una da Calakmul a sud della penisola dello Yukatan. Gli studiosi ritengono che il collasso di una di queste alleanze, quella di Calakmul, a metà dell’ottavo secolo, abbia provocato la frammentazione ed una diffusa guerra fra le città che potrebbe essere stata alla base della fine della civiltà Maya verso l’800 d.C. Nella ricostruzione storica Calakmul, dalla metà del VI all’inizio dell’VIII secolo, minacciò Tikal cercando di unificare tutta la regione, poi, fra il 740 ed il 750, Tikal acquistò sufficiente potenza da battere la rivale, ma fu incapace di consolidare il suo potere portando alla disgregazione politica tutto il territorio.

Science, 3 Feb 95, Vol. 267, pg. 614 - Joshua Fischman - Agli inizi di gennaio è stato fatto un sopralluogo in una caverna nei pressi della cittadina francese di Vallon Pont-d’Arc, nota come Grotte Chauvet e scoperta nel 1994. Vi si trovano circa 300 pitture di almeno 20000 anni fa che rappresentano orsi, leoni, iene, una pantera e rare immagini di rinoceronte lanoso. Questo non è usuale perché in altre caverne vengono solo rappresentati animali erbivori oggetto di caccia e non predatori ed almeno in questo caso le pitture non erano in relazione con la ricerca quotidiana del cibo. Gli antropologi sperano di trarre molte informazioni dallo studio dei pigmenti, attrezzi, altri resti ed impronte di piedi per determinare il tipo di persone che frequentavano la grotta. Altre grotte erano frequentate da gente di tutte le età.

Science, 31 Mar 95, Vol. 267, pg. 1908 - Virginia Morell - Le pitture rupestri sono considerate il primo segno di comportamento moderno degli uomini e venivano datate al più 40000 anni fa. Ora questa data viene forse spostata indietro di altri 20000 anni e lo stesso viene fatto per l’arrivo degli uomini in Australia che sarebbero arrivati circa 60000 anni fa ed erano già capaci di dipingere. Queste nuove valutazioni sono dovute ad un nuovo metodo di datazione, sviluppato negli ultimi 15 anni e basato sulla tecnica della termoluminescenza (TL). Il metodo data i sedimenti contenenti granuli di quarzo sulla base del numero di elettroni intrappolati nel tempo nei difetti del reticolo. Riscaldando questi materiali si produce l’emissione di una luminescenza in relazione al numero di difetti accumulati. Il metodo è accurato per datazioni da 1000 a parecchie centinaia di migliaia di anni. Un’altra conseguenza di questa revisione è che se gli Australiani sono arrivati 60000 anni fa erano anche in grado di navigare per superare gli 80 o 100 km di oceano aperto e si da credito all’idea che gli uomini si sono sviluppati indipendentemente in differenti regioni.

Science, 8 Sep 95, Vol. 269, pg. 1341 - Random Samples - Archeologi israeliani hanno annunziato lo scorso mese di aver scoperto quello che ritengono siano altre 4 grotte nell’area del Mar Morto dove sono state trovati i famosi rotoli di Qumran fra il 1947 ed il 1956. Sono state trovate depressioni irregolari nel suolo che indicano la presenza di grotte con sentieri che terminano ad ogni depressione. Gli scavi inizieranno a novembre.

Science, 26 Jan 96, Vol. 271, pg. 449 - Michael Balter - Da quando i primi fossili di Neanderthal furono scoperti 140 anni fa in Germania questi uomini preistorici sono stati sempre considerati abitatori delle caverne. Recentemente hanno acquistato nuova luce con la scoperta a Bruniquel, nel sud della Francia, di una profonda caverna frequentata almeno 47600 anni fa, un tempo in cui gli unici abitatori dell’Europa erano gli uomini di Neanderthal. La caverna è stata scoperta nel 1990 ed è stata esplorata negli ultimi 6 anni. A parecchie centinaia di metri dall’ingresso è stata trovata una struttura quadrilatera artificiale ed ossa di orso bruciate che, datate con il radiocarbonio, risalgono almeno a 47600 anni fa. Ciò che meraviglia è che per frequentare caverne così profonde gli uomini dovevano avere già appreso un uso sofisticato del fuoco per servirsene come sorgente di luce portatile, conoscenza mai attribuita ai Neanderthal.

Science, 19 Apr 96, Vol. 272, pg. 346 - Ann Gibbons - Nel 1932 la scoperta vicino alla città di Clovis nel New Mexico dei più antichi artifatti umani datati da 10900 a 11200 anni fa e trovati vicini ad ossa di mammut portò alla conclusione che gli artefici fossero degli intrepidi cacciatori. Ora nuove scoperte di insediamenti umani in Amazzonia, anche questi risalenti a 11000 anni fa, hanno mostrato una civiltà di pescatori e raccoglitori e, poiché si tratta di popoli insediati più di 5000 km a sud, dovevano fare parte di un’ondata precedente a quella dei popoli di Clovis. Ciò mostra anche che la vita nella giungla era possibile prima che si introducesse l’uso della tecnica di coltivazione sul terreno tagliato e bruciato.

Science, 20 Dec 96, Vol. 274, pg. 2012 - Robert F. Service - L’analisi chimica di vetri vulcanici trovati in un sito archeologico di 6000 anni fa nel Borneo fa risalire la loro origine alle isole vicine alla Nuova Guinea: New Britain ed Isole dell’Ammiragliato lontane 3500 km. Questo fatto sposta al 4000 a.C. l’esistenza di traffici per mare a lunga distanza fra estremo oriente e Pacifico cosa che si credeva invece fosse avvenuta intorno al 1600 a.C. quando si diffuse dalla Melanesia alla Polinesia la cultura Lapita caratterizzata da vasi, ossidiane e ornamenti.

Science, 17 Jan 97, Vol. 275, pg. 309 - Dennis Normile - La coltivazione del riso, indice della civilizzazione dei paesi asiatici, è avvenuta per la prima volta nel medio corso del fiume Yangtze al centro della Cina. A questo risultato è giunto un team di archeologi giapponesi e cinesi analizzando grani di riso raccolti in più di 100 siti lungo i 5400 km del percorso dello Yangtze. I campioni più antichi rimontano a 11500 anni e sono stati trovati nel medio corso del fiume nelle provincie di Hubei e Hunan. Le rovine di una città fortificata sono state inoltre trovate in un sito chiamato Longmagucheng nella provincia di Sichuan datata fra 4500 e 5000 anni fa che quindi è ad oggi il centro più antico trovato in Cina da collegare alla civiltà del riso.

Science, 7 Mar 97, Vol. 275, pg. 1423 - Random Samples - Ricercatori italiani stanno analizzando le impronte digitali lasciate circa 2400 anni fa (V sec. a.C.) su frammenti di vasi scoperti a Metaponto vicino Taranto (Italia). Questo può servire ad individuare se lo stesso artista ha lavorato su vasi diversi. Sono state trovate circa 400 impronte digitali e scelte 70 su frammenti di circa 40 vasi. Sono stati identificati 4 artigiani. Uno era il modellatore ed ha lasciato la sua impronta sull’argilla bagnata, due hanno dipinto i vasi ed il quarto ha toccato il vaso danneggiato. Si trattava quindi di un’attività organizzata in serie. In passato le impronte digitali sono state usate per individuare gli scribi che hanno scritto su antiche tavolette di argilla. Ora si estenderà l’indagine ai vasi conservati nei musei per scoprire autori comuni.

Science, 1 Aug 97, Vol. 277, pg. 635 - Ann Gibbons - Nel 1967 il bioarcheologo Christy G. Turner II trovò in Arizona le ossa di circa 30 uomini che portavano i chiari segni di essere state arrostite e private della carne come in un banchetto e si suppose che fossero segni di cannibalismo. Nei 30 anni successivi Tuner ha raccolto 15000 scheletri ed è convinto che il cannibalismo è stato praticato intensamente per almeno 400 anni nelle Americhe. Altri archeologi in Europa hanno scavato diversi siti ed hanno trovato prove di cannibalismo fino a 800000 anni fa: almeno 6 individui trovati nelle grotte di Atapuerca in Spagna; più di recente gli uomini di Neanderthal si mangiavano fra di loro, anche gli Aztechi del Messico e le popolazioni delle isole Fiji sono state cannibali negli ultimi 2500 anni. Tuttavia non tutti erano convinti delle prove; le tracce lasciate sulle ossa potrebbero essere dovute a pratiche mortuarie e le ossa erano ripulite per una successiva inumazione. Il gran numero di ritrovamenti fa pensare però che i nostri antenati avessero delle ragioni, anche di natura religiosa o medica, per praticare il cannibalismo.

Science, 20 Nov 98, Vol. 282, pg. 1451 - Tim Appenzeller - Rappresentazioni simboliche come espressione di arte degli uomini primitivi si trovano numerose da circa 50000 anni fa quando già l’homo sapiens era migrato dall’Africa e si era sparso in tutte le parti del globo; poi, 40000 anni fa in Europa, durante l’era glaciale quando, secondo gli antropologi, la specie moderna sostituì l’uomo di Neanderthal, avviene un’esplosione di forme artistiche. Un tale sviluppo fa certo parte di un cambiamento sociale provocato dalle spinte di un nuovo ambiente ed è un’invenzione da parte di uomini capaci di esprimere questi simbolismi da decine di migliaia di anni. Le raffinate pitture delle grotte di Chauvet in Francia sono datate 32000 anni fa e di 30000 anni fa sono oggetti di avorio a forma di animale tanto sofisticati da supporre un’evoluzione antichissima. Anche i Neanderthal usavano ornamenti di forme più rozze, ma è ancora in discussione la loro capacità di avere comportamenti simili a quelli dell’uomo moderno.

Science, 20 Nov 98, Vol. 282, pg. 1455 - Constance Holden - La parola è una caratteristica tipicamente umana, ma gli archeologi non sanno quando e come è emerso il linguaggio. Dai fossili si vede come la capacità del cervello per un complesso linguaggio e la necessaria anatomia della bocca e della gola erano già completi in Africa 150000 anni fa, ma i comportamenti che dipendono dal linguaggio appaiono evidenti solo 40000 anni fa in Europa durante il Paleolitico superiore. Rimangono almeno 100000 anni durante i quali la parola doveva accompagnare i rapporti umani e le loro attività. Giudicando solo dall’anatomia una certa forma di parola doveva esistere fra i primi uomini circa un milione di anni fa. I Neanderthal, che in Medio Oriente vivevano insieme agli uomini moderni 90000 anni fa, forse non erano capaci di esprimere un complesso linguaggio e questo potrebbe essere stato uno degli svantaggi che li ha portato all’estinzione.

Science, 4 Feb 99, Vol. 283, pg. 786 - Charles C. Mann - Oggi, 40 anni dopo le prime ricerche del prof. Denevan dell’università del Wisconsin, molti credono che il Beni, una regione dell’Amazzonia boliviana quasi disabitata, sia stata nel passato il centro di una antica civiltà anche se molto diversa da quella degli Aztechi, Mayas ed Incas, ma molti altri pensano che i resti trovati provengono da colonie di breve durata e non indicano il formarsi di una organizzazione gerarchica. L’area archeologica è quella chiamata Llanos de Mojos oggi ancora abitata da indios che vivono ancora come prima dell’arrivo dei bianchi. Nel 1990 una nuova spedizione Bolivia-USA ha ripreso le ricerche. La zona è punteggiata da rilievi artificiali alti circa 18 m sopra la savana circostante e formati da detriti e frammenti di ceramiche, la massa di materiale fa pensare che siano stati creati da una popolazione di 500-1000 abitanti in circa 2000 anni. L’ipotesi è che da 3000 a 5000 anni fa una cultura abbia creato centri abitati con coltivazioni intensive di fagioli, patate dolci, manioca su aree in rilievo, e palme, noci, alberi da frutto ed acquacultura per l’allevamento dei pesci. Il dibattito è però sempre aperto perché si contesta che il bacino dell’Amazzonia possa aver sostenuto a lungo una società complessa. Nonostante la sua ricca flora, l’Amazzonica ha un suolo ricco di alluminio che è acido e tossico ai batteri utili all’agricoltura, si distingue poi la varzea, l’area soggetta ad inondazioni, circa il 2%, e la terra ferma acida e povera, ma che contiene aree di terra fertile, la terra preta degli indios o terra nera; questa anche se copre il 10% della terra ferma rappresenta una superficie più grande della Francia. Ora si pensa che molte aree di terra preta siano state migliorate dagli indigeni con l’agricoltura; bruciando la foresta, infatti, le ceneri riducono l’acidità del suolo dovuta agli ioni di alluminio e facilitano la formazione dell’humus. La fotografia aerea, immagini radar e multispettrali da satellite hanno mostrato che le aree sollevate hanno un allineamento nord-sud evidentemente artificiale.

Science, 12 Feb 99, Vol. 283, pg. 920 - Michael Balter - Lo scorso anno due spedizioni di 15 giorni hanno riaperto l’indagine scientifica delle grotte di Chauvet in Francia chiuse da parecchi anni ed ancora poco studiate dalla scoperta avvenuta nel 1994. Le stupefacenti figure in rosso e nero di rinoceronti, orsi, leoni e cavalli alcune delle quali datate a 32000 anni fa sono in uno stato perfetto tanto da sembrare essere state dipinte recentemente. L’abilità degli artisti e le tecniche usate dimostrano come queste capacità erano già acquisite al tempo dell’arrivo degli uomini in Europa. Subito dopo la scoperta nel 1994 furono eseguiti i primi rilievi di datazione e l’immagine più vecchia fu quella di un rinoceronte risultato al radiocarbonio di 32000 anni fa; la pittura e altrettanto sofisticata come quelle di Lascaux in Dordogna (Francia) e di Altamira in Spagna che hanno una datazione di circa la metà. Tutte le datazioni effettuate indicano che le grotte di Chauvet sono state frequentate e dipinte in un periodo di alcune migliaia di anni, inoltre si è stabilito che le grotte sono state frequentate da orsi prima, durante e dopo essere state abitate dagli uomini, sono stati trovati 55 crani di orsi e non si sa se siano stati portati dagli uomini e con quale significato. Sul significato delle pitture sono state avanzate numerose teorie: rappresentazioni magiche per la caccia, segni sociali e religiosi, ma dalle singole immagini di animali non si può trarre nessuna interpretazione sul significato attribuito dall’artista. Si prevede di effettuare un’altra serie di datazioni al radiocarbonio su campioni di pigmenti, carboni ed ossa e questo ciclo di indagini durerà 3 anni.

Science, 7 May 99, Vol. 284, pg. 900 - Robert Koenig - Certi tipi di paludi di torba si sono dimostrati degli ottimi archivi di tracce di metalli depositati dall’atmosfera in tempi remoti. Scavando parecchi metri si può avere la storia degli ultimi 10000 anni. In Svizzera sulle montagne dello Jura si è fatta la storia dell’estrazione del piombo dalle miniere fin prima dell’impero romano; nel nord-ovest della Spagna si sono rivelati i depositi di mercurio distinguendo quello di origine vulcanica da quello delle miniere e si è anche trovato un nuovo metodo per ricostruire l’evoluzione climatica della regione, questo perché il mercurio è maggiormente trattenuto con la bassa temperatura. Così un graduale aumento di mercurio si è prodotto circa 2500 anni fa, legato all’attività estrattiva dei Celti per l’uso dei suoi minerali come pigmento, poi si è avuto un massimo nel secolo VIII, nel periodo islamico quando fiorì la metallurgia; un altro aumento si è avuto fra 200 e 600 anni fa, ma questo si attribuisce alla piccola era glaciale fra i secoli XV e XVII. Altrove in Europa i paleobotanici hanno studiato anche i sedimenti di polline dai tempi romani al neolitico.

Science, 21 May 99, Vol. 284, pg. 1243 - Carl Zimmer - Uno scheletro trovato sepolto nel lago Mungo in Australia e datato 62000 anni sposta di almeno 10000 anni la data fino ad oggi supposta dagli archeologi per l’arrivo degli uomini in Australia. Se gli uomini moderni discendono da un singolo ceppo di africani di circa 100000 anni fa, uno degli ultimi posti raggiunti nella migrazione è stato l’Australia ed ogni spostamento di questa data cambia gli scenari della migrazione o delle stesse origini. Lo scheletro, chiamato Mungo 3, è del 1974 e la datazione iniziale del carbonio 14 lo pose fra 28000 e 32000 anni fa ma, a metà degli anni ‘80, i perfezionamenti della tecnica di datazione lo portarono a 38000 anni. Questa data risultava però poco affidabile per il carbonio 14 perché al limite del suo campo di datazione e quindi poteva essere anche maggiore. Applicando altri metodi di datazione come la Optically Stimulated Luminescence (OSL), lo Electron Spin Resonance (ESR) ed il decadimento dell’uranio in torio e proattinio, si sono avuti tre risultati concordanti intorno a 62000 anni. Alcuni esperti sono ancora cauti perché l’uranio è un elemento molto mobile con le infiltrazioni di acqua ed anche lo ESR soffre degli stessi problemi. La nuova datazione ha creato tuttavia nuovi problemi. I riti di sepoltura portati dall’Africa sono di 50000 anni fa e compaiono in Europa 40000 anni fa, ma la sepoltura di Mungo 3 è ora molto precedente e questo può significare che si sia avuta un’evoluzione separata fra l’estremo est e l’estremo ovest o che gli uomini provenienti dall’Africa siano arrivati 20000 anni prima nell’estremo est. La nuova datazione di arrivo degli uomini in Australia spiegherebbe anche l’estinzione degli animali giganti che la popolavano come il wombat da 2 tonnellate, i canguri da 3 metri e l’uccello corridore Genyornis sparito 50000 anni fa.

Science, 7 Jan 2000, Vol. 287, pg. 29 - Michael Balter - Gli studiosi della Bibbia pongono il regno di Salomone nel X secolo a.C.; tuttavia gli Egiziani non menzionano questo famoso re in nessuna delle numerose iscrizioni di questo periodo ed inoltre dopo 150 anni di scavi in Terra Santa non sono state trovate tracce di Salomone. Gli archeologi si trovano quindi di fronte a delle contraddizioni fra quello che dicono i testi biblici, e le numerose tracce di quest’epoca rimaste nelle città di Gerusalemme, Gerico, Betlemme, Hebron, Gaza e Ashkelon, ed i risultati deludenti degli scavi e vengono ora accusati da una nuova scuola di essere stati troppo polarizzati dai libri sacri. Fino alla metà del XX secolo gli scavi in Palestina sono stati condotti da studiosi cristiani che volevano provare che le storie bibliche erano vere alla lettera. Lo stesso atteggiamento ha avuto la prima generazione di archeologi di Israele, ardenti sionisti, ma dall’inizio degli anni ‘70 è cominciata ad emergere una nuova generazione meno incline a lasciarsi influenzare da idee religiose e nazionaliste. Il dibattito si è ridestato con il libro di Philip Davies dell’Università di Sheffield, UK, intitolato “In Search of Ancient Israel”; Davies che è uno dei maggiori esponenti dei “minimalisti biblici” afferma che la dinastia creata da re David e portata all’apice dal figlio Salomone è un’invenzione degli autori biblici che hanno scritto la storia centinaia di anni dopo. Molti altri archeologi però dicono che i minimalisti si sono spinti troppo, i luoghi menzionati dalla Bibbia esistono e diverse iscrizioni egiziane, babilonese ed assire menzionano successori di Salomone; recentemente in una città del nord di Israele è stata trovata un’iscrizione che si riferisce ad una “casa di David” e si deve ritenere che sia esistita una dinastia fondata da David anche se si può dubitare della sua grandezza come descritta nella Bibbia. La Bibbia è un insieme di diverse sorgenti con date diverse e numerose edizioni successive, deve esistere un fondamento storico, ma scoprirlo e compito degli archeologi.

Science, 7 Jan 2000, Vol. 287, pg. 31 - Michael Balter - Il sito archeologico di Megiddo in Israele, abitato da più di 6000 anni fa, fu occupato successivamente da Egiziani, Caaniti, Israeliti, Assiri e Persiani e secondo la Bibbia fu uno dei centri fortificati del regno di Salomone e sarà il luogo della battaglia finale fra Dio e i suoi nemici alla fine dei tempi, chiamato Amageddon o monte di Megiddo. L’ingresso al sito è indicato da una targa turistica come “Porta di Salomone” datata 970-930 a.C., ma secondo gli archeologi può essere 200 anni più tarda. I resti di fortificazioni attribuiti a Salomone nel X secolo sono forse di suoi successori come re Ahab del IX secolo. L’incertezza sulle datazioni deriva dal fatto che, per i circa 450 anni in cui si ritiene che i due regni di Israele e Giuda abbiano raggiunto il loro apice, non ci sono punti di riferimento cronologici sicuri. Vi sono solo due eventi ben datati: la battaglia del 1175 a.C. combattuta fra gli Egiziani di Ramses III ed i Popoli del mare e le testimonianze lasciate dagli Assiri e ancorate all’eclissi del 763 a.C. che raccontano la campagna contro gli Israeliti nel’VIII secolo. C’è anche ben datata l’invasione della Palestina da parte del faraone Shoshenq I nel 926 a.C., 5 anni dopo la morte di Salomone secondo la Bibbia, ma è di poca utilità perché gli archeologi non si accordano a quale livello di distruzione del sito di Megiddo e di altre città corrisponde questa data. I metodi di datazione dei siti si basano sulle ceramiche ed in particolare sul tipo monocromo introdotto dai Popoli del mare, i Filistei, che si erano insediati sulla costa dell’attuale Israele dopo la battaglia con Ramses III, questo fu poi sostituito dal tipo bicromo nel secolo XI, questa data viene ora spostata alla fine dell’XI e inizio X e le ceramiche supposte del periodo di Salomone si spostano al IX secolo. Un altro problema è che i recenti scavi a Gerusalemme hanno trovato solo minime tracce di grandi costruzioni del X e IX secolo e nulla del grande tempio costruito da Salomone secondo la Bibbia.

Science, 24 Mar 2000, Vol. 287, pg. 2170 - Jared Diamond - Circa mille anni fa la Nuova Zelanda è stata occupata dai Polinesiani, antenati dei moderni Maori. Poco tempo dopo la metà dei vertebrati terrestri della Nuova Zelanda si estinsero, fra questi una dozzina di specie di giganteschi uccelli incapaci di volare noti come Moas. Persiste ancora una controversia su quando e perché sia avvenuta questa estinzione. Le prime teorie postulavano che forti cambiamenti climatici fossero stati la causa di questa estinzione, poi si scoprì che presso gli antichi siti abitativi dei Maori si trovavano enormi cumuli di ossa di ogni specie di Moas mentre i siti più tardi ne erano privi. La popolazione iniziale di Moas è stata stimata a 160000 unità ed è sembrato irrealistico che poche bande di cacciatori siano stati in grado di distruggere in poco tempo un così enorme numero di animali. In realtà la data accettabile più antica dell’arrivo dei Maori in Nuova Zelanda è il XIII sec. d.C. ed i siti con i resti dei Moas furono abitati fino al 1370-1420 circa un secolo dopo il loro arrivo. Ora si è compreso che i Moas erano demograficamente vulnerabili, difficilmente allevano più di un pulcino all’anno e l’uccisione di poche femmine e la caccia alle uova ha potuto portare rapidamente all’estinzione la specie al massimo in meno di 160 anni e nel caso più favorevole in poche decine di anni.

Science, 4 Aug 2000, Vol. 289, pg. 723 - Random Samples by David Malakoff - Le spettacolari Grotte di Chauvet nel sud dalla Francia che contengono le più antiche pitture prodotte dall’uomo datate 30000 anni fa e che sono ormai chiuse al pubblico dal 1994, saranno riprodotte in una replica detta Chauvet II come la Lescaux II aperta nel 1983. Le grotte di Lescaux erano state chiuse dopo che i dipinti cominciarono a deteriorarsi per l’affluenza dei visitatori. Chauvet II verrà aperta nel 2003, non sarà un’esatta replica come la Lascaux II, ma mostrerà solo dei campioni delle 400 pitture ed ancora non si è deciso se costruire una grotta artificiale o usare solo delle riproduzioni fotografiche e video. L’impressione sarà in ogni caso straordinaria e si pensa che attirerà 500000 visitatori all’anno.

Science, 20 Oct 2000, Vol. 290, pg. 419 - Michael Balter - Tracce di quella che potrebbe essere la più antica grotta dipinta sono state trovate in Italia a nord-est di Verona a Cava Fumane. Lastre dipinte in ocra rossa, apparentemente cadute dal soffitto della grotta, giacevano su sedimenti datati fra 32000 e 36500 anni fa; i dipinti sarebbero quindi antichi almeno quanto quelli trovati nella grotta di Chauvet nel sud della Francia. La scoperta conferma che gli uomini erano capaci di espressioni simboliche sofisticate in tempi antecedenti a 32000 anni fa. Le grotte di Fumane sono state scavate dal 1988 ed hanno fornito prove di prolungata presenza di uomini ed attrezzi; le lastre dipinte sono state scoperte l’anno scorso, ma tenute segrete fino ad oggi, Le lastre erano coperte da uno strato di calcite che rendeva difficile vedere le figure, queste rappresentano un animale a quattro zampe ed una figura umana alta 18 cm con testa di animale, motivo che richiama riti di stregoneria già visti nelle grotte di Chauvet.

Science, 10 Nov 2000, Vol. 290, pg. 1080 - Ann Gibbons - Circa 8000 anni fa gli abitatori delle grotte di Franchthi a sud della Grecia, vissuti per migliaia di anni come cacciatori e raccoglitori, cambiarono improvvisamente stile di vita lasciando tracce di grano, orzo, pecore e capre, evidenza di un passaggio all’agricoltura ed all’allevamento del bestiame. Nei successivi 3000 anni questo stile di vita si diffuse in tutto il Mediterraneo con nuove strutture sociali più organizzate. Fino ad oggi però non si sapeva se i nuovi agricoltori erano venuti dalla fertile mezzaluna rimpiazzando i locali cacciatori e raccoglitori o questi avevano assimilato le nuove tecniche e, sopravvissuti, sono diventati gli antenati dei moderni europei. Dopo anni di dibattiti le ricerche genetiche hanno contribuito a dare una risposta. Più dell’80 % degli europei ha ereditato il cromosoma Y che si trasmette solo di padre in figlio dai loro antenati paleolitici vissuti fra 25000 e 40000 anni fa e solo il 20% derivano il loro cromosoma Y dagli agricoltori del neolitico che quindi si sono integrati e non hanno rimpiazzato le popolazioni paleolitiche. I cromosomi delle popolazioni paleolitiche provengono poi da due ceppi migratori: gli Aurignaciani ed i Gavettiani, i primi famosi per le pitture rupestri ed i secondi per i manufatti d’arte come le Veneri scolpite. Gli Aurignaciani provengono dall’Asia da dove discendono anche le popolazioni siberiane ed i nativi americani; il movimento migratorio verso l’Europa è avvenuto fra 35000 e 40000 anni fa; essi hanno portato la pittura rupestre sofisticata e gli oggetti intagliati in osso ed avorio. Una seconda ondata migratoria è avvenuta 22000 anni fa dal medio oriente, questa è la cultura gavettiana che portò le piccole figurine di Veneri e i delicati utensili di pietra fino ai Balcani ed alla Cecoslovacchia. Una volta in Europa gli Aurignaciani dominarono le aree occidentali e meridionali, i Gavettiani le aree orientali e centrali. Durante il massimo dell’era glaciale, fra 24000 e 16000 anni fa, gli Aurignaciani si concentrarono nei rifugi dell’Ucraina e della penisola Iberica mentre i Gavettiani si fermarono nei Balcani. Dopo la ritirata dei ghiacci questi popoli si espansero rapidamente dai loro rifugi e costituirono l’80% dei moderni europei. L’ultima migrazione di circa 9000 anni fa, proveniente dal medio oriente, è quella neolitica ed ha sostituito solo per il 20% i popoli originali; una parte dei nuovi venuti arrivarono pure per mare, lungo le coste.

Science, 26 Jan 2001, Vol. 291, pg. 609 - Harvey Weiss and Raymond S. Bradley - Documentazioni archeologiche sulle società preistoriche ci forniscono prove di civiltà perdute a seguito di improvvisi collassi con abbandono di intere regioni o sostituzioni di popolazioni, cambiamenti di metodi di sussistenza (agricoltura e pastorizia) o cambiamenti nelle organizzazioni socioeconomiche. Su questi eventi si sono fatte molte ipotesi. Ora con l’accumulazione di numerosi dati paleoclimatici di queste regioni si è visto come il verificarsi di drastiche variazioni climatiche, persistenti per decine o centinaia di anni, possa aver provocato il collasso di società incapaci di reagire a questi stress. Cominciando dagli eventi più antichi, circa 12000 anni fa le comunità Natufian del sud-est dell’Asia abbandonarono le loro abitudini di cacciatori e raccoglitori ed iniziarono l’agricoltura e l’allevamento del bestiame. Questa transizione fu forzata dalle condizioni del periodo postglaciale, fra 12900 e 11600 anni fa, dominato da aride steppe dove si svilupparono i cereali selvatici e nuove risorse per uomini ed animali. Queste società agricole si svilupparono fino al 6400 a.C. quando lo sciogliersi dei ghiacci continentali e le alluvioni forzarono l’abbandono delle zone nord ed a levante della Mesopotamia ed iniziò lo sviluppo dell’agricoltura a irrigazione nel bacino del Tigri ed Eufrate. Nel 3500 a.C. fiorì la civiltà Uruk nel sud della Mesopotamia basata sulla coltivazione a irrigazione di cereali ad alta resa. Il collasso della società Uruk avvenne nel 3200-3000 e coincide con un periodo di siccità durato 200 anni. Con il ritorno di un clima piovoso emersero nuove civiltà urbane lungo i fiumi e nel Mediterraneo con agricoltura basata sulle piogge stagionali. In Egitto ed Asia dell’ovest (valle dell’Indo) si ebbe un massimo di sviluppo nel 2300 a.C.; questo periodo finì nel 2200 a.C. con un’altra siccità catastrofica dall’Egeo all’Indo. Anche nelle Americhe sono documentate brusche variazioni climatiche. Nella costa nord del Perù la civiltà Moche soffrì circa 30 anni di siccità nel VI secolo a.C. seguita da alluvioni; la capitale ed i sistemi di irrigazione furono distrutti e le popolazioni si spostarono a nord. Quattrocento anni più tardi la civiltà di Tiwanaku nelle Ande centrali collassò per una prolungata siccità. Lo stesso è successo nella Mesoamerica alla società Maya nel IX secolo a.C.. Tutti questi cambiamenti climatici non sono stati legati ad attività umane, al contrario i futuri cambiamenti saranno anche causati da motivi antropogenici con aumento delle temperature e ridistribuzione delle precipitazioni e l’impatto potrà essere enorme su una popolazione fra 9 e 10 miliardi entro il 2050 che ancora vivrà in massima parte su un’agricoltura di piccola scala.

Science, 29 Jun 2001, Vol. 292, pg. 2418 - Andrew Lawler - Secondo una leggenda della Mesopotamia, l’inventore della scrittura è stato un importante sacerdote della città di Uruk; 5000 anni dopo archeologi tedeschi scoprirono gli esempi più antichi di scrittura, detti a caratteri cuneiformi, in un tempio sepolto di Uruk quasi a confermare questo antico mito. Ora nuovi ritrovamenti in Egitto e Pakistan hanno suscitato nuove teorie sull’origine della scrittura. I ricercatori concordano sul fatto che la scrittura è il risultato di una complessa evoluzione che inizia migliaia di anni prima dei primi ritrovamenti. La rivoluzione preistorica delle comunicazioni iniziò circa 9000 anni fa, le difficoltà per una ricostruzione deriva dalla mancanza di nuovi dati, dall’incertezza delle datazioni al radiocarbonio e dalle resistenze opposte dai curatori dei musei a permettere prove anche distruttive su oggetti critici. Nel 1989, dopo la scoperta in Egitto di antichi scritti si è acceso il dibattito di priorità fra Egitto e Mesopotamia ed altre scoperte vicino al fiume Indo risalenti al 3300 a.C. hanno approfondito il mistero. Si hanno troppo poche informazioni precedenti al 3500 a.C.; per decine di anni gli archeologi in Iraq, Siria e Iran hanno trovato dei curiosi oggetti di forme geometriche diverse, simili a gettoni marcati, databili da 9000 a 4000 anni, ora si sospetta che tali oggetti servissero per classificate i beni, le diverse forme indicavano beni diversi ed il loro numero indicava la quantità; successivamente questi gettoni vennero inseriti sulle superfici di sfere cave di argilla che riassumevano specie e quantità ed infine le sfere divennero tavolette di argilla dove venivano incisi dei simboli. Questa forma di scrittura si mantenne viva fino a 1000 anni dopo la caduta dell’impero romano. Gli ultimi scritti trovati in Egitto sono almeno 100 anni più antichi dei reperti precedenti, circa 50 segni rappresentano uomini, animali ed altri oggetti. Tuttavia le datazioni di confronto fra Egitto e Mesopotamia sono risultate non conclusive. In Pakistan la civiltà Harappa fiorì fra il 2800 ed il 1700 a.C. prima di crollare ed i vasi trovati con segni che sembrano precursori di una scrittura sono datati dal 3500 al 3300 a.C.. Fra le ipotesi che si possono fare una è che i sistemi di scrittura si siano sviluppati indipendentemente in Egitto e in Mesopotamia e forse anche in Pakistan ed abbiano avuto poi uno sviluppo diverso. In Egitto, per esempio, la scrittura fu focalizzata all’uso cerimoniale mentre in Mesopotamia fu dominata da esigenze di conteggio.

Science, 6 Jul 2001, Vol. 293, pg. 32 - Andrew Lawler - L’Iraq è la terra dei primi grandi imperi, il luogo di nascita della scrittura e di molte tradizioni religiose e vi si trovano migliaia di importanti siti archeologici che rimontano fino a 10000 anni fa; vi sono colline che ricoprono villaggi preistorici, grandi strutture piramidali dette ziggurat e splendidi castelli medievali in pieno deserto. La lunga e complessa storia di questa terra che i Greci chiamavano Mesopotamia, cioè terra fra due fiumi, il Tigri e l’Eufrate, è fatta di continue invasioni per la mancanza di difese naturali, nascita e caduta di regni bellicosi, una fiorente economia agricola sostenuta da sistemi di irrigazione estensiva spesso messa in crisi da cambiamenti improvvisi del corso dei fiumi che lasciavano grandi città in pieno deserto. Si cominciò a riscoprire queste civiltà dimenticate agli inizi del 1800 ristudiando gli antichi documenti greci che menzionavano città come Ur, Babilonia e Ninive. La scoperta e la decifrazione delle prime tavolette cuneiformi cominciarono a svelare queste antiche civiltà. Agli inizi del 1900 le università europee e degli USA iniziarono studi e ricerche sistematiche, nel 1950 fu istituita la scuola di Archeologia all’Università di Baghdad e fra gli anni ‘60 ed ‘80 l’economia del petrolio consentì al governo iracheno di assegnare sostanziali risorse alle ricerche archeologiche. Tutto cambiò il 2 agosto 1990 quando il Presidente iracheno Saddam Hussein ordinò l’invasione del Kuwait. Gi archeologi stranieri lasciarono l’Iraq mentre i loro colleghi iracheni cercarono di mettere in salvo le ricchezze del museo di Baghdad, ma gli altri dodici musei regionali furono trascurati perché lontani dalla capitale. I bombardamenti apportarono pochi danni ai luoghi archeologici, ma il peggio venne con la guerra civile dei Kurdi nel nord e dei musulmani sciiti nel sud che scoppiò nel marzo 1991, 11 dei musei regionali furono saccheggiati ed il danno fu irreparabile, almeno 3000 oggetti significativi andarono perduti e pochissimi sono stati recuperati. Le sanzioni economiche con la conseguente miseria hanno portato ulteriori danni irreparabili, molti degli specialisti locali lasciati senza fondi e senza salari sono emigrati nei paesi occidentali e del mondo arabo, tutti gli scavi si sono fermati e la situazione nei siti archeologici si è andata deteriorando per i continui saccheggi e vandalismi e migliaia di iscrizioni e statue sono state illegalmente esportate e vendute nei mercati di antichità occidentali ed ai collezionisti privati. Nel 1997 una grande testa di pietra della capitale assira di Khorsabad è stata tagliata in pezzi per poter essere contrabbandata poi nel 1999 i pezzi furono ritrovati ed i responsabili presi e condannati a morte. Altri danni ai siti sono stati dovuti a lavori di irrigazione locali e costruzioni di dighe. L’Iraq si è trovato isolato, dagli USA e l’UK è proibito persino il viaggio, i voli da e per Baghdad sono proibiti dalle Nazioni Unite ed i visitatori devono sottoporsi a lunghi e faticosi percorsi attraverso i deserti della Siria o della Giordania. Tuttavia dal 1996 grazie agli sforzi di pochi archeologi, al graduale allentamento del blocco ed all’aumento dei ricavi del petrolio, dopo che le UN hanno permesso la vendita di petrolio per acquistare cibo e medicine, la comunità archeologica dell’Iraq si è andata riorganizzando riprendendo il controllo dei siti e riaprendoli alle spedizioni straniere. C’è ora una nuova generazione di studenti dalle scuole e università, il museo di Baghdad è stato riaperto e gli archeologi anziani non possono andare in pensione in modo da poter trasferire la loro esperienza. Nel frattempo una mezza dozzina di siti nel sud e nel nord hanno ripreso gli scavi con la partecipazione di alcuni team stranieri provenienti dall’Europa continentale e dal Giappone.

Science, 6 Jul 2001, Vol. 293, pg. 42 - Andrew Lawler - Nel 1988-89 l’archeologo iracheno Muzahem Hussein scoprì nel sito dell’antica capitale assira di Kalhu tre tombe sotterranee con tesori di gioielli che rivaleggiano con quelli trovati nel Cimitero Reale di Ur e nella tomba di Tutankamen in Egitto. La scoperta fu eccezionale sotto tutti i punti di vista, come quantità, materiale e tecnica di lavorazione. Durante la guerra del Golfo e gli anni turbolenti che seguirono il tesoro fu nascosto nei sotterranei della Banca di Baghdad, ora le autorità annunziano che in questo autunno saranno esposte al Museo di Baghdad e Muzahem presenterà un rapporto con inventario ed analisi. Muzahem ha 21 anni di esperienza di scavi nel sito ed è sicuro che nuove scoperte si potranno fare nel posto. Gli scavi si sono fermati dal 1992 al 2000, ma potrebbero essere ripresi fra breve in un’area poco esplorata fra il palazzo e lo Ziggurat. Kalhu fu capitale dell’Assiria per 150 anni iniziando con re Ashurnasirpal II (883-859 a.C.) e la città, chiusa da 8 km di mura, copriva 352 ettari. La prima tomba scoperta nel 1988 era coperta a volta e conteneva un sarcofago con resti non identificati e 200 oggetti in oro, l’anno successivo fu scoperta una seconda tomba con i resti di due donne, una anziana identificata come Atalia, la regina di Sargon II (721-705 a.C.) ed una giovane, sua figlia Baniti, sposa del re Shalmaneser V, la tomba ed i sarcofagi erano pieni di centinaia di raffinati gioielli. Nello stesso anno fu trovata la terza tomba con 440 oggetti d’oro che si crede sia quella della regina di Ashurnasirpal II. L’incredibile finezza di lavorazione di questi gioielli ha rivoluzionato le nostre conoscenze sulla civiltà assira e sulle loro credenze su una vita oltre la morte; la reputazione degli Assiri è stata quella di conquistatori spietati come tramandatoci dalla Bibbia e nulla era noto della loro arte.

Science, 2 Nov 2001, Vol. 294, pg. 988 - Ben Shouse - Secondo l’ipotesi della diffusione parallela dell’agricoltura e della lingua a partire da 10000 anni fa si dovrebbero trovare corrispondenze di linguaggio e culture in Europa, Africa e Polinesia, ma ora nuovi studi dall’India e dal Sudest asiatico indeboliscono l’idea che le culture di cereali siano state il veicolo della dispersione del linguaggio. Il movimento delle popolazioni viene seguito dagli archeologi attraverso le ceramiche, gli attrezzi ed i semi; i genetisti ora lo seguono con i marker genetici ed i linguisti attraverso il linguaggio. Mettendo insieme queste tre diverse mappe, se le frecce degli spostamenti mostrano tutte gli stessi orientamenti si potrà verificare il movimento concorde di popoli e culture. La realtà sembra essere invece molto più complicata. In India la coltivazione del grano e dell’orzo e l’allevamento di pecore e bestiame in genere furono introdotte 8000 anni fa provenienti dalle coste arabe, ma le parole che indicano le culture sono più antiche e di origine locale e dal punto di vista genetico le popolazioni sono venute dal nord-est. Le popolazioni dal Madagascar all’isola di Pasqua che comprendono più di 1000 linguaggi sono partite da Taiwan circa 4500 anni fa portando le loro ceramiche ed hanno raggiunto la Polinesia 1500 anni dopo. Nel loro antico linguaggio ci sono parole che si riferiscono al riso e quindi in origine erano coltivatori di riso, ma nei loro siti archeologici non è stato trovato riso e gli abitanti si cibavano di tuberi. Dal punto di vista genetico poi i Polinesiani provengono dall’Indonesia e non da Taiwan. Anche il Europa lingua e culture provengono da luoghi differenti. I ceppi di lingue ungheresi e turche si sparsero in Europa migliaia di anni dopo le innovazioni agricole. Nonostante queste complicazioni l’ipotesi che linguaggio ed agricoltura si siano diffuse insieme viene ancora sostenuta su scala globale ed il dibattito è sempre aperto.

Science, 14 Dec 2001, Vol. 294, pg. 2278 - Michael Balter - Il sito archeologico di Catalhöyük, un villaggio neolitico di 9500 anni fa nella Turchia centro meridionale, è considerato una delle più importanti ed enigmatiche comunità mai scoperte. Al tempo del suo insediamento si trovava in una zona paludosa, mentre oggi l’area è praticamente arida, ed i campi intono al villaggio dovevano venire inondati per 2 o 3 mesi l’anno. Una volta tutta l’area era coperta da un grande lago che solo 12000 anni fa è scomparso lasciando una zona paludosa. Al tempo dell’arrivo degli abitanti, circa 9500 anni fa, il fiume che scorreva vicino aveva già lasciato intorno vasti depositi sedimentari, indice delle frequenti alluvioni. Gli abitanti di Catalhöyük dovevano essere circa 5000 ed erano i pionieri della cosiddetta rivoluzione neolitica del medio oriente quando i cacciatori raccoglitori si trasformarono in agricoltori ed allevatori sedentari. Gli archeologi hanno sempre pensato che agricoltori e allevatori abitassero vicino ai loro campi ed ai loro animali ma, dai risultati di 8 anni di scavi, si è scoperto che Catalhöyük si trova distante dai luoghi di coltivazione e pascolo. I cereali consumati dagli abitanti, grano e orzo, crescevano in zone secche o ben drenate lontane almeno 12 km dall’insediamento e ciò è dimostrato dal loro basso contenuto di silice come phytoliti microscopiche; anche le pecore e le capre, le cui ossa si trovano dappertutto, non potevano vivere qui durante i mesi piovosi ed il legno usato dagli abitanti era quercia e ginepro, ambedue piante importate perché crescevano nelle zone secche 12 km distanti. Per spiegare il mistero si è pensato che il villaggio fosse uno dei nuclei di una più vasta rete di insediamenti. L’abbondanza di argilla nell’area intorno al villaggio forniva la materia prima per le straordinarie opere d’arte trovate nell’insediamento e per realizzare mura, pavimenti e forni. L’ipotesi che si afferma è che gli abitanti di Catalhöyük esercitavano l’agricoltura e l’allevamento lontano dal villaggio ed i residenti lavoravano l’argilla del posto per oggetti rituali e di decorazione, attività che doveva rivestire importanza sociale.

Science, 11 Jan 2002, Vol. 295, pg. 247 - Michael Balter - Gli archeologi hanno trovato in Sud Africa quella che potrebbe essere la più antica espressione d’arte umana databile 40000 anni prima delle più antiche grotte dipinte in Europa. Si tratta di blocchi di ocra rossa incisi con linee geometriche incrociate scoperte in una grotta di 77000 anni fa. Non è chiaro il significato che voleva dare l’artista, ma la scoperta dimostra come espressioni artistiche si siano sviluppate in Africa molto prima di diffondersi in Europa. Si crede che l’Homo sapiens sia nato in Africa 130000 anni fa nelle forme anatomiche moderne, ma c’è un ampio gap fra quando gli uomini hanno assunto le forme moderne e quando hanno iniziato un comportamento moderno come l’uso di tecniche avanzate di caccia e pesca, la creazione di attrezzi elaborati e di rappresentazioni simboliche, prove che compaiono 40000 anni fa in Africa ed in Europa. Dal 1993 archeologi sudafricani hanno scoperto ossa lavorate databili a 70000 anni fa, ma le incisioni ora scoperte nel 1999-2000 dimostrano capacità di simbolismo e simmetria deliberate. La scoperta è solo la punta di un iceberg, vi sono almeno 30 siti della media età della pietra distribuiti in Africa da cui ci si aspettano altri ritrovamenti ed anche di scoprire quali condizioni ambientali abbiano favorito lo sviluppo di questi comportamenti moderni.

Science, 22 Mar 2002, Vol. 295, pg. 2189 - Andrew Lawler - In Iraq è iniziata la costruzione di una diga sul fiume Tigri che sommergerà dozzine di importanti siti archeologici del paese compresa l’antica capitale reale di Assyria. C’è ormai poco tempo per salvare anche una parte delle ricchezze prima che l’acqua salga nel 2007. La diga di Makhool è localizzata fra Baghdad e Mosul e servirà ad alleviare la penuria di acqua dovuta alle dighe turche sull’alto corso del Tigri che hanno pure sommerso altri siti archeologici, ma l’impatto della diga di Makhool avrà conseguenze più gravi e sono stati individuati 65 siti che dovrebbero essere salvati nei prossimi 5 anni. Preminente è il centro di Ashur che fu per mezzo millennio capitale culturale e religiosa dell’impero assiro. Ashur posta su un rilievo alto 40 m che domina il Tigri divenne importante centro commerciale a metà del terzo millennio a.C. durante l’antico periodo assiro. Più tardi Ashur divenne il centro spirituale dell’impero assiro che nel IX secolo a.C. si era espanso fino al golfo Persico ed ai confini della Nubia. La città fu saccheggiata nel 612 a.C. e non si risollevò più. Se si perde questo sito se ne perde al storia e sarebbe un assoluto disastro. I piani per salvare il sito costruendo intorno una diga di protezione sono stati abbandonati perché il costo sarebbe stato più alto della stessa diga Makhool. Un altro sito importante è Kar-Tukulti-Ninurta, una città a monte di Ashur che fu capitale assira nel XIII secolo a.C. e non si sa che cosa si può trovare sotto. Non si sa quali operazioni di salvataggio si possano organizzare. Alle organizzazioni degli archeologi USA e UK è interdetto il lavoro in Iraq dai loro governi, i ricercatori europei e giapponesi stanno riprendendo ora le attività dopo un’interruzione di 10 anni ed il governo iracheno oppresso dalle sanzioni non ha fondi per l’archeologia. Le deplorazioni degli archeologi nel mondo si scontrano con la crescente tensione politica su questa regione ed il pericolo di una campagna militare per spodestare Saddam Hussein.

Science, 28 Jun 2002, Vol. 296, pg. 2331 - Random Samples - Molti scienziati accettano l’idea che la storia biblica del diluvio di Noè sia stata ispirata dall’improvvisa inondazione del Mar Nero dalle acque del Mediterraneo 7500 anni fa, ora nuove ricerche inducono a pensare che questa inondazione non sia mai avvenuta. L’ipotesi dell’inondazione di Noè, avanzata da due geologi della Columbia University nel 1997, si basa sul fatto che durante l’ultima era glaciale di 18000 anni fa il livello del mare era sceso ed il Mar Nero era diventato un lago di acqua dolce isolato dal Mediterraneo. Quando il clima si riscaldò ed i ghiacciai si sciolsero le acque del Mediterraneo si precipitarono attraverso il Bosforo e riempirono il Mar Nero. La prova chiave è l’apparizione di molluschi da acqua salata nei sedimenti del Mar Nero 7500 anni fa. Ora nuovi studi canadesi affermano che probabilmente non è avvenuta nessuna inondazione. Lo studio dei sedimenti fra il Bosforo ed il Mar Nero hanno rivelato la presenza di un delta formato dalle acque che fluivano dal Mar Nero. Le immagini inoltre fanno pensare che il flusso si sia invertito circa 9000 anni fa e l’apparizione dei molluschi non fu dovuta ad un’improvvisa inondazione, ma ad un aumento progressivo di salinità. La presenza di spiagge con depositi 350 piedi sotto il livello del Mar Nero formatisi 9000 anni fa suggeriscono che il Mar Nero si sia asciugato dopo la formazione del delta.

Science, 8 Nov 2002, Vol. 298, pg. 1196/1204 - Andrew Lawler - L’Afganistan è stato sempre un luogo di congiunzione fra Iran, India e Cina e sempre percorso da popolazioni nomadi. Per questo gli archeologi lo hanno sempre visto in un contesto più ampio e per i suoi legami con l’arte greca, ma recentemente reperti dell’età del bronzo fanno pensare che sia stato centro di una civiltà contemporanea a quella della Mesopotamia e dell’Egitto. Città buddiste, scoperte e saccheggiate nell’est del paese, erano centri di diffusione di questa religione verso il lontano est fino al Giappone nei primi secoli dopo Cristo. Il paese è ricco di importanti siti archeologici e l’università di Kabul è affollata di studenti entusiasti di storia ed archeologia. L’Afganistan ha un passato di 4 millenni ed i lapislazzuli estratti dalle montagne del nord-est furono esportati in Sumeria, l’odierno Iraq; le armate di Alessandro il Grande vi introdussero monete e nuovi stili artistici; la via della Seta e le strade commerciali dall’Italia all’estremo oriente vi hanno portato vetri romani e ceramiche Cinesi; Gencis Khan vi portò la distruzione. L’Afganistan fu anche un crocevia di idee: da qui lo Zoroastrismo si diffuse verso ovest e qualche secolo dopo nuove credenze buddistiche si diffusero verso est. L’islamismo creò una ricca vita artistica ed intellettuale e portò religione, poesia e architettura e da qui attraverso il Kyber Pass furono trasmesse all’India. Tutto ciò che è passato da qui ha lasciato un’impronta; alcune tribù afgane continuano ad usare monete del tempo di Alessandro Magno. Solo a partire dal 1920 gli archeologi hanno iniziato a studiare questi tesori m a le recenti guerre hanno distrutto le collezioni di Kabul ed il loro attuale stato è incerto, lo stesso abbandono si vede nei musei di Herat, città vicina al confine con l’Iran, e di Kandahar, corruzione del nome di Alessandro. Oggi la priorità sta nel fermare i saccheggi: il sito di al-Khanum nel nord-est, città principale dell’impero battriano sorto dopo Alessandro Magno, è stato quasi completamente saccheggiato, il complesso buddista di Hadda, a est di Kabul nota come la città dei 1000 stupa, è stato devastato nella guerra contro i sovietici. Nel 1978 in un antico sito cimiteriale dell’estremo nord del paese, gli archeologi sovietici avevano trovato più di 20000 oggetti d’oro per un totale di 22 kg; questi oggetti, noti come Tilya Tape o tesoro della Battriana, erano stati lavorati fra il 100 a.C. ed 100 d.C. ed erano un prodotto della cultura greca e cinese. L’oro di Tilya Tape fu portato a Kabul poco prima che le armate sovietiche entrassero in città, nel 1991, quando i mujahideen si avvicinarono alla capitale, il tesoro fu portato in un luogo più sicuro in centro ed in luglio fu mostrato al corpo diplomatico. Dopo quella data non se ne è saputo più nulla e quando i Talebani presero la città nel 1996 il mistero si è fatto più fitto. Alla fine dello scorso maggio, in una riunione a Kabul, archeologi e membri del governo hanno concordato un piano per ricostruire l’eredità culturale afgana; sono stati promessi 7 milioni di US$ di aiuti per restaurare il National Museum, recuperare i beni e consolidare i siti. L’UNESCO lamenta che gli aiuti promessi non sono stati mantenuti. Attualmente l’Italia ha depositato 500000 US$ degli 800000 promessi per i lavori ai minareti di Jam ed a Herat ed ha promesso un totale di 3 milioni di US$, la Germania darà 875000 US$ entro il 2002, La Svizzera ha stanziato 130000 US$ per il sito di Jam, gli USA invece hanno stanziato solo 37000 US$. Il Giappone, interessato alla Barmiyan Valley ed ai suoi resti buddisti spenderà per essa 700000 US$ e potrebbe raddoppiare questa cifra. La Francia che ha tenuto lunghi rapporti con l’archeologia afgana riparerà la moschea di Balkh ed ha creato una missione permanente con esperti archeologi il cui primo scopo sarà di riaprire la libreria archeologica di Kabul, la più ricca dell’Asia centrale.

Dopo 20 anni di blocco nelle attività archeologiche in Afganistan gli studiosi sono impazienti di ricominciare e propongono piani di scavi per il prossimo anno, Giapponesi ed Afgani a Bamiyan, gli Italiani a Jam, i Tedeschi nei dintorni di Kabul ed i Francesi nel nord e nell’ovest. Molti esperti internazionali temono però questa fretta, molti luoghi come Bamiyan sono politicamente instabili e una volta iniziati gli scavi verranno i saccheggiatori; gli obiettivi più urgenti sono la riparazione dei musei e l’educazione dei ricercatori: è bene che ciò che è sottoterra sia lasciato lì. L’archeologo afgano Zemaryalai Tarzi, ora professore all’università di Strasburgo, in Francia, afferma invece che se non scaveranno i professionisti lo faranno i saccheggiatori: nella zona di Jam, ad esempio il saccheggio è già in corso e nei dintorni di Kabul i lavori di ricostruzione possono danneggiare molti importanti siti. L’inizio degli scavi può ricostituire l’interesse e la fiducia degli abitanti locali, le autorità vogliono tornare al più presto ad una situazione anteguerra e l’UNESCO vuole sfruttare l’intervento internazionale per scoraggiare gli scavi illegali. Anche i capi regionali sollecitano; Ismael Khan, potente capo di Herat ha chiesto all’UNESCO di restaurare il complesso di Musalla del 1400 considerato capolavoro dell’arte islamica. Ogni decisione è però condizionata dal denaro che solo gli stranieri possono fornire.

Il minareto di Jam, sconosciuto agli studiosi fino al 1957, è scampato ai terremoti, a Gencis Khan ed all’ultima alluvione di questa primavera. L’idea di costruire strade nella zona per migliorare la comunicazioni lo metterebbe ora in pericolo aumentando le possibilità dei saccheggiatori. Costruito alla fine del XII secolo, il minareto di Jam è una torre alta 65 m che domina la valle con una elaborata decorazione in pietra lavorata come un merletto e scritte in caratteri cufici in acquamarina intorno alla struttura. Si tratta di una caratteristica architettura islamica che si è diffusa fino a Delhi in India. Non è noto il suo scopo, forse un monumento cerimoniale o per celebrare una vittoria o parte di una moschea andata distrutta. Potrebbe indicare il posto della leggendaria capitale dell’impero Ghoride, Fiuzkoh, distrutta dai Mongoli e mai ritrovata. L’UNESCO nel 2000 promosse la costruzione di argini nel vicino fiume Hari per proteggerlo dalle inondazioni e questo lo salvò dalle conseguenze dell’inondazione del 14 aprile di quest’anno che gli sarebbe stata fatale. Quest’estate l’UNESCO ha designato il minareto come Retaggio Culturale dell’Umanità, il primo dell’Afganistan. Fortunatamente anche Ismael Khan, potente signore della guerra della provincia di Herat che controlla anche questa zona, ha preso a cuore il sito e si può sperare in una maggiore protezione dai saccheggiatori attivi nella valle già dal 1999. Esperti dall’Italia, forti dell’esperienza acquisita con la Torre di Pisa, stanno studiando le fondamenta per verificane la stabilità perché il minareto è leggermente pendente.

Il saccheggio del National Museum di Kabul, posto a circa 10 km dal centro iniziò nel febbraio dello scorso anno quando un gruppo di Talebani accompagnati da guardie della religione armate entrarono nel museo e si misero alla ricerca della statue qui conservate; quindi cominciò la distruzione davanti ai custodi inorriditi, durò per tutto il pomeriggio fino a sera e si ripeté più volte nei giorni successivi. Questo fu solo l’ultimo dei saccheggi subiti dalla collezione che era una delle migliori dell’Asia centrale, frutto di 60 anni di scavi e di raccolte che coprivano 10 millenni, dalle figurine neolitiche fino all’arte islamica. La collezione rimase ben protetta finché i sovietici controllarono Kabul poi con la guerra civile divenne campo di battaglia fra le fazioni. Nel 1993 due razzi danneggiarono il tetto ed il seminterrato, nel frattempo i soldati razziarono ciò che poterono compresa la collezione di 40000 monete antiche. Omar Khan Masudi che ha studiato storia e geografia all’università di Kabul ed ha lavorato per circa 24 anni al museo di cui ora è il nuovo direttore, è stato testimone di questa catastrofe; oggi conferma che degli oltre 100000 pezzi conservati il 75% è stato depredato durante la guerra civile e l’ultimo anno è stato il peggiore con la distruzione delle statue.

I monaci buddisti impiegarono decenni per scolpire le enormi statue di Buddha di 35 e 55 m di altezza che salutavano i viaggiatori lungo la Bamiyan Valley, ma esse sono sparite in pochi secondi quando nel marzo 2001 i Talebani li hanno fatti saltare con la dinamite. Un team di scienziati ed ingegneri internazionali che ha visitato il sito lo scorso mese ha scoperto con sorpresa che del più grande Buddha rimangono pezzi abbastanza grandi da poter riassemblare la statua almeno a terra. Il prossimo aprile, quando le nevi si scioglieranno, gli operai raccoglieranno i pezzi, rinforzeranno le nicchie e restaureranno le antiche iscrizioni murali. Un primo sforzo durerà tre anni e costerà 1,5 milioni di US$; il governo giapponese ha destinato 700000 US$ e potrebbe raddoppiare la cifra. Sotto contratto dell’UNESCO verrà anche organizzata una sorveglianza per evitare che continui il saccheggio delle antiche pitture che coprono le pareti. Su un restauro delle statue la maggioranza è scettica; un compromesso potrebbe essere di creare un museo esterno con i resti del Buddha disposti su una piattaforma a terra con una copertura per proteggerli dalle intemperie.

Science, 31 Jan 2003, Vol. 299, pg. 643 - Andrew Lawler - Mentre il mondo attende la possibile guerra in Iraq si è accesa la battaglia per preservare l’eredità culturale della nazione. Al centro della controversia c’è un gruppo di ricchi ed influenti americani, collezionisti e curatori di antichità che la scorsa settimana sono riusciti ad avere una riunione con il Dipartimento della Difesa per discutere l’impatto delle operazioni militari sui siti archeologici. I collezionisti affermano che il loro scopo è di salvare i migliaia di siti archeologici, musei e collezioni dell’Iraq, ma molti archeologi temono che il gruppo spera in un allentamento delle restrizioni sui diritti di proprietà ed esportazione da parte del governo del dopoguerra. Benché la Guerra del Golfo del 1991 abbia portato danni trascurabili alla antichità irachene, numerose e sanguinose rivolte hanno prodotto dopo la guerra saccheggi e danni alle raccolte e questo preoccupa gli esperti nel prossimo dopoguerra più che le bombe e le truppe ed anche i responsabili delle antichità a Baghdad si preparano al peggio. Il portavoce del gruppo ha detto anche che si spera che dopo la guerra il nuovo governo liberalizzi le leggi ed i permessi di scavo agli stranieri e che permetta di certificare alcuni oggetti per l’esportazione e ciò viene considerato offensivo da molti archeologi che ritengono che le attuali leggi vadano mantenute. Il Dipartimento di Stato ha incluso un comitato per l’eredità culturale irachena nella pianificazione del dopoguerra e dice che il Pentagono conosce le coordinate di 150 maggiori luoghi archeologici, ma gli esperti ritengono che ve ne siano da 15 a 20 mila e se Saddam Hussein pone un centro di comando vicino ad uno ziggurat questo diventerà un bersaglio legittimo.

Science, 14 Mar 2003, Vol. 299, pg. 1653 - Andrew Lawler - Ashur, l’antica capitale dell’Assiria, posta appena a nord della moderna città di Baghdad fu distrutta nel 614 a.C.. Oggi i resti di Ashur sono di nuovo in pericolo per una diga in costruzione a causa dell’impellente richiesta di acqua per l’irrigazione e, anche se cadrà il regime di Saddam Hussein, la diga sarà sempre prioritaria. Ashur fu capitale e centro spirituale degli Assiri fino a quando i Medi, provenienti dall’altipiano iraniano non distrussero la città. Solo negli ultimi anni, dal 2000, gli archeologi dell’università di Heidelberg hanno messo in luce queste distruzioni inclusi gli scheletri decapitati, le barricate, le punte di frecce, le stanze bruciate ed un tunnel incompleto costruito certo dagli assedianti per attraversare le mura. Si è trovata anche prova che le stanze ed il primo piano del palazzo erano state trasformate in granai per contenere abbastanza orzo da alimentare circa 20000 persone per un mese. Gli scavi furono sospesi lo scorso autunno per le incertezza politiche, ma sono continuati i lavori della diga di Makhool che creerà un lago lungo un km e largo 45. La diga deve assicurare acqua ed elettricità ai contadini della regione ed ai cittadini di Baghdad che soffrono della penuria d’acqua dopo che i Turchi hanno costruito le loro dighe a monte sul Tigri. La diga doveva essere completata nel 2006 e distruggerà molto di ciò che rimane di Ashur, strutture, statue e tavolette cuneiformi. Un modo per salvarle è di costruire un’altra diga che circondi l’intero sito, ma sarebbe lunga 1,5 km e costerebbe quanto la stessa diga di Makhool. Un’alternativa più economica è quella di sfruttare le stesse strutture di Ashur per il sistema di protezione costruito in parte con materiali impermeabili. Il ministro della cultura iracheno ha chiesto l’aiuto delle Nazioni Unite e di nominare la città retaggio culturale dell’umanità, ma ciò richiede un piano per preservare le rovine per i ricercatori ed il pubblico. La diga inonderà anche più di 60 importanti siti archeologici dell’antica Assiria. Il Dipartimento di Stato USA, nell’ambito del nuovo progetto politico dell’Iraq sta organizzando una commissione che include molti iracheni espatriati ed esperti internazionali per preservare l’eredità culturale irachena ed una sottocommissione per l’acqua e l’agricoltura. Un futuro conflitto fermerà la costruzione della diga ma, una volta cessato i lavori torneranno ad essere prioritari e si dovrà trovare un compromesso con le esigenze archeologiche.

Science, 14 Mar 2003, Vol. 299, pg. 1731 - Gerald H. Haug - I paleoclimatologi hanno raccolto un gran numero di testimonianze dei cambiamenti climatici degli ultimi millenni durante i quali si sono sviluppate le civiltà umane cosa che fino ad ora mancava agli archeologi. Anche se il clima globale è rimasto sostanzialmente invariato negli ultimi 6000 anni, tuttavia dai dati climatici a più alta risoluzione, si sono evidenziate variazioni locali che hanno coinciso con cambiamenti nella storia umana. I dati ottenuti tratti dai sedimenti laminari del bacino Cariaco nel nord del Venezuela hanno fornito una risoluzione bimestrale del clima nel periodo dal 700 al 950 d.C., un intervallo noto come Periodo Terminale Classico durante il quale collassò la civiltà Maya Classica nelle terre basse della penisola dello Yucatàn. Per il bacino Cariaco passa la Intertropical Convergence Zone (ITCZ) durante l’estate (settembre) che è la stagione delle piogge ed i sedimenti laminari che li caratterizzano sono scuri. La stessa linea passa per le regioni dello Yucatàn. Durante l’inverno e la primavera (marzo) ambedue le regioni sono caratterizzate da clima secco ed i depositi laminari sono chiari. Il contenuto di titanio dei depositi è stato messo in relazione con la piovosità. I Maya dipendevano dalla piovosità estiva ed avevano sviluppato diverse strategie per conservare l’acqua piovana in riserve e complessi sistemi per l’irrigazione. Durante il periodo Pre-Classico, circa 150 d.C., fiorì la cultura Maya e furono costruite le principali città. Fra il 150 e il 250 è documentata storicamente la prima crisi delle terre basse che portò all’abbandono delle maggiori città nel Pre-Classico. Un secolo dopo si ha il rifiorire della cultura Maya con il Periodo Classico e nel 750 la popolazione delle terre basse viene stimata fra 3 e 13 milioni. Fra il 750 ed il 950 d.C. si assiste ad un disastro demografico, i centri urbani vennero abbandonati definitivamente e la civilizzazione Maya finì. Espansioni rapide della popolazione lasciavano la società Maya estremamente vulnerabile a periodi di siccità prolungati per diversi anni. Il contenuto di titanio dei sedimenti della regione del Curiaco mostrano una generale riduzione e dei minimi accentuati e prolungati cominciati nel 760, 810, 850 e 910 con durate rispettivamente di 2, 9, 3 e 6 anni. Questo fatto è ritenuto sufficiente a generare la crisi che portò la società Maya ad uno stress fatale.

Science, 21 Mar 2003, Vol. 299, pg. 1848 - McGuire Gibson - La guerra che incombe sull’Iraq minaccia un’importante parte dell’eredità culturale dell’umanità. L’Iraq è l’antica Mesopotamia, la più antica civiltà sviluppatasi nel quarto millennio a.C.; Sumeri, Akkadi, Babilonesi ed Assiri così come Seleucidi greci, Parti e Sassanidi dall’Iran ed infine Arabi dominarono questa regione con complessi imperi. Non si può stimare il numero dei siti archeologici. Il Dipartimento delle Antichità iracheno ha una lista di circa 10000 siti, ma sono solo quelli che sono stati scavati o in cui si sono trovati manufatti significativi. Una stima conservativa porta a 25000 siti. Quando si estende la ricerca intorno ad un sito più importante se ne trovano altri 10 o 50 minori. Nel deserto dell’ovest non è stata fatta nessuna ricerca, ma si stima che qui si trovino migliaia di siti paleolitici e neolitici. Dalla fondazione del moderno stato dell’Iraq fino al 1990 il Dipartimento delle Antichità ha protetto l’eredità culturale della nazione con leggi esemplari tenendo sotto controllo siti archeologici e reperti. Dal 1920 si è sviluppato uno staff accademico e museale e dagli anni ‘30 molti studenti sono stati mandati all’estero. Negli anni ‘80 c’erano già 25 Ph.D educati all’estero che lavoravano nelle antichità. Fino al 1990 non c’erano scavi illegali e traffici di illeciti di antichità. Le rivolte alla fine della Guerra del Golfo nel 1991 segnarono la fine della legalità. Nove dei 13 musei regionali nel nord e nel sud della nazione furono devastati e saccheggiati ed alcuni edifici bruciati; più di 3000 oggetti furono perduti e quasi nessuno più ritrovato, ma questo non è stato il danno maggiore. L’embargo imposto dalle Nazioni Unite sull’Iraq ha avuto conseguenze devastanti anche per le antichità. Negli ultimi 13 anni molto personale si è disperso, saccheggiatori e trafficanti hanno aggredito le raccolte per alimentare il vorace mercato internazionale delle antichità. Anche nei maggiori siti ancora sorvegliati, come quelli di Babilonia, Ninive, Khorsabad e Nimrud, i ladri sono riusciti a portare via grandi oggetti pesanti anche diverse tonnellate. Nel sud dell’Iraq, nelle pianure alluvionali fra il Tigri e l’Eufrate, nel cuore dell’antica Sumeria, scavi allegali condotti dagli abitanti del posto in stato di indigenza hanno creato una vera industria finanziata dall’estero alla ricerca di statue e tavolette di argilla con caratteri cuneiformi. Solo quando la cosa divenne nota il Dipartimento delle Antichità ottenne dei fondi per prendere sotto controllo gli scavi. Altri danni indiretti ai siti archeologici derivano dai progetti di agricoltura di emergenza per l’alimentazione della popolazione. La guerra che si minaccia significherà nuovi danni ai siti, ma la massima preoccupazione è per il Museo Nazionale di Baghdad ed il Museo di Mosul vicini ad edifici strategici e quindi sotto minaccia di bombardamenti, ma soprattutto vittime sicure del caos che seguirà la guerra.

Science, 18 Apr 2003, Vol. 300, pg. 402 - Andrew Lawler - Il saccheggio del Museo Archeologico di Baghdad in Iraq è avvenuto la scorsa settimana dopo l’entrata in città delle forze USA e si è esteso alla Libreria Nazionale che è stata anche incendiata come la Banca Centrale. Le stanze dove erano esposti gli oggetti sono state aperte con chiavi e non con esplosivi e la distruzione dei cataloghi rende difficile un inventario. Le modalità fanno pensare che il saccheggio fosse stato programmato prima della caduta della città. L’incapacità delle truppe USA a fermare il saccheggio è apparsa come una falla nell’organizzazione del Comando Centrale. Gli esperti avevano già incontrato l’incaricato del Dipartimento della Difesa per discutere sull’importanza di proteggere i siti. Già il 9 aprile di fronte alle scene di caos in Baghdad i militari furono sollecitati ad intervenire per proteggere il museo, ma il saccheggio continuò fino al 12 aprile; i soldati USA lasciarono passare i saccheggiatori per i checkpoint posti vicino al museo senza intervenire. Ora l’unica speranza è di recuperare qualcosa di ciò che è stato rubato, ma scarse sono le probabilità, basta pensare che dei 4000 oggetti spariti durante il caos che ha seguito la prima Guerra del Golfo solo una manciata è stata ritrovata.

Science, 2 May 2003, Vol. 300, pg. 723 - Andrew Lawler - La scrittura non compare in Cina fino al II millennio a.C. mentre nel sud dell’Iraq è apparsa 5200 anni fa, ma ora ricercatori cinesi e degli USA suggeriscono che la scrittura in Cina abbia subito una lunga e lenta evoluzione a partire da 8000 anni fa. Si suppone infatti che alcuni segni incisi su ossa di tartaruga trovati in una tomba neolitica della provincia di Henan siano i precursori di quello che divenne poi un sistema di caratteri che sembrano riferirsi a scopi sciamanici. Anche se molti studiosi occidentali sono scettici, questo fatto ha rimesso in moto il dibattito su come si sia evoluta la scrittura cinese e come sia stata influenzata dalle pratiche religiose. Xueqin Li, un archeologo senior dell’università di Hefei ha portato un manufatto da un sito chiamato Jiahu fra il fiume Giallo e lo Yangzi. Il sito, scoperto nel 1962 e parzialmente scavato negli anni ‘80, è stato datato con il radiocarbonio fra il 7° e l’8° millennio a.C. da tre laboratori cinesi. Nel sito sono state trovate case, depositi e tombe con gran numero di oggetti. In una dozzina delle 349 tombe scoperte si sono trovati 14 carapaci di tartaruga chiaramente incisi. Molte delle incisioni sono semplici combinazioni di linee, ma alcuni vi vedono qualcosa che assomiglia al carattere “occhio” e a diversi numerali cinesi. Il dibattito riguarda anche i segni sui vasi di terracotta che iniziano dal 4500 a.C. e che non si sa se sono simboli del proprietario o dei clan o precursori dei caratteri sviluppati alla fine della dinastia Shang intorno al 1200 a.C.. Fra i reperti di Jiahu e la dinastia Shang c’è però un intervallo di tempo troppo lungo e non ci sono prove di legami storici. L’aspetto più interessante della discussione è di trovare perché piuttosto che come si sia sviluppata la scrittura in Cina. Nella Mesopotamia del 3200 a.C. gli scribi usarono le loro tavolette per scopi di contabilità mentre i caratteri della dinastia Shang si riferiscono ai poteri magici ed ancestrali dei re come quelli dei Maya del Nuovo Mondo che erano connessi alla regalità ed al calendario sacro. Segni sui carapaci di tartarughe si trovano anche nel periodo Shang e sembrano usati per divinazione come quelli neolitici di Jiahu. Questo può fare pensare che la scrittura cinese si sia evoluta nell’ambito della divinazione.

Science, 9 May 2003, Vol. 300, pg. 889 - Andrew Lawler - Dopo la caduta di Baghdad ed il saccheggio del Museo la comunità degli archeologi, ricercatori, esperti e membri del museo ha cercato di comprendere la situazione. Fortunatamente si è scoperto che le collezioni chiave, incluse la grande libreria delle tavolette cuneiformi, il tesoro di Nimrud e centinaia di manoscritti islamici sono salvi nelle stanze dell’attico del museo, nella Banca centrale ed in un bunker sotterraneo. Tuttavia saranno necessari almeno sei mesi per un inventario dettagliato e la situazione sarà chiara solo il prossimo anno. La lista degli oggetti spariti o danneggiati emessa la scorsa settimana include fra l’altro una mezza dozzina di statue sumere, assire e romane, due famosi avori assiri e colonne islamiche di legno; sono stati portate via o distrutte tutte le apparecchiature degli uffici e dei laboratori, rotte le vetrine, rubati i veicoli e non ci sono fondi per 400 archeologi, 600 tecnici e 1600 guardie. Ancora sconosciute sono le condizioni dei siti archeologici e dei musei a nord ed a sud della capitale. vi sono notizie non confermate che i soldati kurdi abbiano rubato molte grandi statue e sarcofagi ne museo di Mosul. Degli oggetti rubati circa 500 sono stati restituiti, ma è solo la punta di un iceberg di ciò che è stato perduto. Sia le autorità irachene che americane sono convinte che il saccheggio sia stato organizzato da professionisti e ne danno prova il taglio dei vetri e gli attrezzi e chiavi lasciati dai saccheggiatori. Si è chiesto alle autorità USA di controllare le frontiere per bloccare l’uscita degli oggetti e si sa che le dogane giordane hanno intercettato 12 casse di documenti ed altri beni che stavano per essere contrabbandate. Le Nazioni Unite sono state richieste di imporre un embargo all’acquisizione di tutte le antichità che provengono dall’Iraq, In una riunione a Londra con il direttore dell’Ufficio statale iracheno delle Antichità, Donny George, si è fatto un piano di 12 punti che includono il pagamento dei salari per lo staff, il riassetto del Board delle Antichità con nuove attrezzature, la ripresa delle pubblicazioni del giornale Sumer e la riapertura dei siti di ricerca in tutto il paese. Bisogna ora stabilire chi coordinerà lo sforzo di restauro anche a livello internazionale.

Science, 13 Jun 2003, Vol. 300, pg. 1650 - Charles C. Mann - Alla fine del XVI secolo, dopo la conquista dell’impero Inca del 1532, un viaggiatore spagnolo, Diego Alvalos y Figueroa riferì della scoperta presso alcuni indios inca di fasci di cordicelle annodate dette khipu o quipu con significato crittografico, forse serie di numeri a scopo di censimento, ma da molti ritenuti contenenti ricordi storici, miti religiosi e persino poemi. In questo ritrovamento gli indios affermavano che i khipu ricordavano tutto ciò che i conquistatori avevano fatto di bene e di male e gli Spagnoli bruciarono tutto e punirono gli indios per esserne in possesso. Gli Spagnoli consideravano i khipu oggetti idolatri e ne distrussero quanti più ne trovarono. Gli studiosi non credevano si trattasse di documenti scritti, ma di sistemi mnemonici personalizzati o abachi e questa convinzione si concretizzò quando nel 1923 lo storico L. Leland Locke dimostrò che il centinaio di khipu conservati nell’American Museum of Natural History di New York City erano usati per memorizzare risultati di calcoli. Per questo motivo gli Inca furono considerati come l’unica civiltà dell’età del bronzo che non aveva un linguaggio scritto. I ricercatori tuttavia mettono ora in dubbio questa conclusione e pensano che, anche se i khipu iniziarono come dispositivo di calcolo, si sono poi evoluti in un sistema di scrittura, una specie di codice binario tridimensionale e certamente più di un sistema mnemonico. Il problema è che nessuno oggi li sa leggere. L’antropologo Gary Urton dell’università di Harvard ha iniziato a creare un database dei segni del khipu e della disposizioni dei nodi. Come è stato per i geroglifici Maya decifrati negli anni ‘70, scoprire il codice khipu potrebbe avere conseguenze enormi. Tutti i sistemi di scrittura usano strumenti per dipingere o scrivere su superfici piane, il khipu invece è un sistema tridimensionale di nodi. Consiste in una cordicella primaria di 0,5-0,7 cm di diametro sulla quale sono legate altre cordicelle più sottili, in genere più di 100 fino a 1500. Le cordicelle pendenti, che spesso hanno attaccate altre cordicelle secondarie, portano gruppi di nodi. Secondo i resoconti coloniali, gli Inca avevano una elite burocratica che teneva i khipu e sapeva leggerli a vista o facendo scorrere sopra le dita come in un sistema Braille. Nel 1542 il governatore Cristobal Vaca de Castro, per mettere insieme la storia degli Inca convocò questi lettori di khipu per leggerli, gli scribi spagnoli trascrissero le loro testimonianze, ma i khipu vennero poi distrutti. Locke dimostrò che i khipu numerici avevano nodi disposti in modo gerarchico e posizionale a rappresentare le potenze di 10, ma Locke non ha decodificato tutti i circa 600 khipu rimasti e solo circa il 20% dei khipu sono sicuramente numerici. Alcuni suggeriscono che un 90% delle informazioni sono contenute nelle sole cordicelle e nei loro colori ed i nodi venivano aggiunti dopo. Vi sono 24 possibili colori delle cordicelle e i nodi formano un codice binario a 7 bit, quindi vi sono 24 x 64 = 1536 unità di informazione, più dei 1000-1500 segni della scrittura cuneiforme sumerica e dei 600-800 geroglifici egiziani e maya. Il khipu sarebbe quindi l’unica scrittura tridimensionale del mondo ed al contrario delle scritture europee, cinesi e maya non è una rappresentazione del linguaggio parlato. La cultura andina era basata sui tessuti, dalle elaborate tuniche e borse ai ponti sospesi fatti di corde. Ci sono anche dei critici che considerano una forzatura l’idea che ogni cultura avanzata debba avere necessariamente una scrittura e ritengono i khipu solo un sistema mnemonico. Per risolvere il problema bisogna trovare la traduzione di un khipu in un’altra lingua, una “Rosetta stone” inca. Nel 1996 Clara Miccinelli, una cultrice di storia della nobiltà napoletana, suscitò grande clamore annunziando di aver trovato qualcosa del genere negli archivi della propria famiglia: una traduzione diretta in spagnolo di un khipu che codificava una canzone in Quechua, la lingua inca che si parla ancora oggi. Poiché però la stessa collezione conteneva documenti sensazionali di dubbia autenticità, molti studiosi sono rimasti scettici. La Miccinelli ha rifiutato di fare esaminare liberamente i documenti ed ha fatto solo esaminare il khipu da un laboratorio australiano con uno spettrometro di massa che lo ha datato fra XI-XIII secolo, questa data così antica può essere spiegata dalla tradizione andina di tessere i khipu importanti con antichi fili. Poiché non possono esaminare questi documenti per adesso i ricercatori li ignorano e cercano fra i 600 khipu rimasti. Urton continua la sua ricerca fra documenti spagnoli in Perù ed Amazzonia che si ritengono traduzioni di khipu; si cerca ancora negli archivi del Perù e della Spagna e si attendono risultati.

Science, 4 Jul 2003, Vol. 301, pg. 25 - Andrew Lawler - Più di 18 mesi dopo che una coalizione di forze afgane e degli USA hanno deposto il regime dei Talebani, i siti archeologici dell’Afganistan vengono saccheggiati ad un ritmo allarmante. L’Afganistan è uno dei più importanti centri archeologici del mondo ed una deliberata campagna di distruzioni condotta dai Talebani ha lasciato pochi siti intatti. Nel maggio 2002 un gruppo di nazioni si è offerto per la ricostruzione del Museo Nazionale saccheggiato e bombardato negli anni ‘90 prima che i Talebani distruggessero ciò che era rimasto di una collezione di 100000 reperti. Lo scorso mese gli USA hanno donato 100000 US$ per riparare i difetti strutturali del museo; il governo afgano ha poi recuperato 416 dei 70000 oggetti rubati dal museo e gli specialisti stanno cercando di riparare dozzine di Buddha ed altre sculture danneggiate perché ritenute contrarie alle leggi coraniche. Il prossimo mese inizierà il lavoro fuori Kabul per stabilizzare le nicchie che contenevano le gigantesche statue di Buddha e 1,8 milioni di US$ sono stati offerti dal Giappone per il restauro dei dipinti murari. Denaro italiano e svizzero verrà utilizzato questa estate per stabilizzare il minareto di Jam ed il quinto minareto del complesso Musalla a Herat, ambedue capolavori dell’architettura islamica. Il problema più grave è però il crescere degli scavi illegali e della vendita illegale di antichità i cui guadagni stanno superando quelli dell’oppio. I signori della guerra, la povertà e la richiesta del mercato illegale sono forze troppo potenti per poter vincere questa battaglia.

Science, 1 Aug 2003, Vol. 301, pg. 589 - Andrew Lawler - Mentre a Baghdad soldati e carri armati sorvegliano il Museo Nazionale, famosi siti archeologici come Babilonia e Ur e dozzine di antiche città disperse in remoti deserti, vengono sistematicamente distrutte dai saccheggiatori. In Iraq ci sono 10000 anni di insediamenti umani molti dei quali non sono stati mai scientificamente esplorati. Il caos della guerra ha dato ai saccheggiatori nuove opportunità per asportare sigilli, tavolette cuneiformi e gioielli di alto valore nel mercato internazionale delle antichità. Membri della missione italiana per l’eredità culturale irachena hanno steso una lista di 47 siti che dovrebbero essere protetti, ma le autorità civili non possono forzare la mano delle autorità militari che hanno personale limitato ed una lunga lista di priorità. L’azione di repressione però non basta e l’archeologo iracheno Donny George ricorda che negli anni ‘90, quando per la depressione economica si era sviluppato il saccheggio, nel sud si erano fatti accordi con gli sceicchi locali perché i saccheggiatori sono generalmente membri delle tribù che vivono vicino ai siti ed i capi locali potevano ingaggiarli come guardiani ed addetti agli scavi. Ciò non risolverebbe necessariamente il problema perché un detto arabo dice che la guardia è anche il ladro; più efficace è iniziare scavi regolari e dare stabile impiego ai poveri abitanti di queste terre ma, se non migliora la sicurezza, pochi ricercatori sono disposti a venire in queste remote regioni.

Science, 5 Sep 2003, Vol. 301, pg. 1305 - Pallava Bagla - La scorsa settimana un archeologo indiano ha portato prove di una massiccia struttura al di sotto di uno dei luoghi religiosi più sacri ai musulmani. Questo annunzio ha dato forza agli indù che credevano nell’esistenza di un tempio antichissimo sotto una moschea del XVI secolo e preoccupa i musulmani che vi vedono un altro attacco alla loro fede. Il sito di Ayodhya, scavato dall’Archeological Survey of India (ASI) è ritenuto il luogo di nascita del dio Rama, estremamente popolare in India. Nel 1992 una folla abbatté la moschea Babri che si crede sia stata costruita nel 1528 dal primo re Moghul Babur e gli attivisti indù hanno chiesto di erigere un tempio al suo posto. Nel marzo scorso la corte di stato di Uttar Pradesh ha ordinato all’ASI di indagare scientificamente sull’esistenza del tempio per risolvere la disputa. Il rapporto di 574 pagine dell’ASI conclude che la struttura trovata ha una dimensione minima di 50 x 30 m. Dagli scavi sono emerse anche la scultura di una coppia di divinità, delle pietre scolpite tipiche dei templi dell’India del nord, motivi di loto ed un canale per l’acqua, motivo tipico di un tempio indù. Benché il rapporto non arrivi a classificare la struttura come quella di un tempio, gli attivisti dichiarano vittoria, ma le organizzazioni musulmane fanno opposizione ritenendo che non è stata raggiunta nessuna prova. Anche Irfan Habib, il precedente direttore del Indian Council of Historical Research dubita che il rapporto dell’ASI contribuisca all’archeologia. La Corte ascolterà ambedue le parti prima di decidere, ma nessuno si aspetta che delle prove scientifiche possano risolvere la disputa.

Science, 12 Sep 2003, Vol. 301, pg. 1459 - Gretchen Vogel - Un cattivo fato perseguita il Vasa, la nave orgoglio della marina svedese ignominiosamente affondata al suo primo viaggio nel 1628 trascinando un quarto dei 150 marinai che stavano a bordo. Le richieste di re Gustavo ai costruttori erano andate oltre la tecnologia del tempo ed i 64 cannoni montati sul ponte destabilizzarono la nave troppo alta che, appena uscita dal porto, si impennò ed affondò in pochi minuti. Nei decenni successivi furono usate delle campane per recuperare i cannoni poi la nave fu dimenticata fino al 1956 quando un amatore cacciatore di relitti, Anders Franzén, localizzò la nave e scoprì che era quasi intatta. La marina svedese aiutò a recuperare la nave ed i restauratori impiegarono circa 20 anni per preservarla. Per 17 anni e molte ore al giorno trattarono lo scafo con una miscela di acqua e polietilene-glicol per stabilizzare la struttura. Il Vasa fu presentato al pubblico in un museo di Stoccolma nel 1990. Tre anni fa si è evidenziato un altro difetto di know-how tecnico, questa volta nel processo di conservazione, perché si sono cominciati a manifestare depositi bianchi cristallini sulla superficie della struttura. I chimici trovarono che dell’acido solforico aveva invaso lo scafo di legno prodotto dall’ossidazione indotta da migliaia di bulloni metallici inseriti per tenere insieme le parti. L’accumulo di acido solforico aveva iniziato a distruggere la cellulosa creando cristalli che espandendosi potevano produrre fessure nel legno. Nei 333 anni durante i quali il Vasa era rimasto sommerso si pensa che dei batteri anaerobi abbiano prodotto dell’idrogeno solforato che ha permeato la struttura, poi, perdendo l’idrogeno, si è depositato lo zolfo. Una volta esposto all’aria nel 1961 l’ossigeno ha cominciato a reagire con l’ossigeno catalizzato dal ferro dei bulloni producendo acido solforico. Se i bulloni fossero stati di acciaio inossidabile la reazione non sarebbe stata catalizzata. Gli esperti stanno ora studiando il problema chiedendosi se il polietilene-glicol abbia anche influenzato la formazione dell’acido. La sostituzione dei bulloni di ferro può essere solo parziale e non è facile neutralizzare gli ioni di ferro ora diffusi nel legno. Un composto di etilendiammide tetra-acetato sembra efficace, ma l’applicazione richiede anni ed il suo effetto a lungo termine sulla cellulosa non è noto. L’impregnazione con il preparato richiederà lo smembramento dello scafo e la decisione deve essere rapida prima che si producano dei danni irreversibili. Il problema interessa anche altri battelli recuperati, che hanno tuttavia subito minori danni dallo zolfo, come il Mary Rose, nave da guerra inglese del 1600 che si trova a Portsmouth, o il Batavia a Fremantle nell’Australia dell’ovest.

Science, 19 Sep 2003, Vol. 301, pg. 1645 - Erik Stokstad - Negli ultimi 20 anni gli archeologi hanno accumulato prove che parti dell’Amazzonia erano densamente popolate prima che arrivassero gli Europei nel 1500. Uno studio regionale della foresta tropicale e della savana del Xingu ha trovato che l’area era stata trasformata in un periodo dal 1200 al 1600 da una densa popolazione di agricoltori che vivevano in una rete di villaggi e ciò indica l’esistenza di una società complessa. Nell’altopiano del corso superiore del Xingu, un’area di 1000 kmq, vi sono gruppi di 19 insediamenti preistorici, villaggi distanti 3-5 km connessi da strade diritte, che indicano come tutte fossero state occupate simultaneamente. Difficile stimare la popolazione, ma ogni gruppo poteva sostenere da 2500 a 5000 persone. La foresta mantiene ancora le tracce dell’antica presenza umana. La decadenza di queste popolazioni fu provocata dalle malattie piuttosto che da una crisi dell’agricoltura che si era ben inserita nell’ambiente senza distruggere la biodiversità.

Science, 7 Nov 2003, Vol. 302, pg. 970 - Andrew Lawler - Per più di 2 anni i tesori archeologici dell’Iran sono stati interdetti ai visitatori stranieri. Negli ultimi anni però i riformatori hanno prevalso nel governo e l’economia si è sviluppata, ma i siti archeologi sono sotto la costante minaccia dello sviluppo sfrenato e dei saccheggiatori. Ora l’Iranian Cultural Heritage Organization (ICHO), parte del Ministero dalla Cultura e della Guida Islamica, è pronta ad aprire le porte agli stranieri a condizione che le ricerche avvengano con una pari partecipazione di archeologi iraniani. Molte nazioni hanno raccolto l’offerta. Team della Germania, Australia, Giappone, USA hanno cominciato a lavorare con i loro colleghi iraniani in progetti congiunti e si stanno negoziando accordi a lungo termine. Il Ministero iraniano ha stanziato 300000 US$ per una conferenza internazionale tenutasi a Teheran in agosto sulle antiche relazioni culturali fra Iran e paesi occidentali a cui hanno partecipato 40 archeologi stranieri molti dei quali venivano per la prima volta dal tempo della rivoluzione iraniana del 1979. Nonostante il promettente inizio tuttavia le porte si potrebbero chiudere di nuovo per i noti problemi politici: preoccupazioni dell’Occidente sul programma nucleare iraniano, le lotte di potere interne e le difficoltà burocratiche. L’Iran è tre volte più grande della Francia e si estende dalla Turchia ad ovest all’Afganistan ed al Pakistan ad est, abitata da 30000 anni da cacciatori raccoglitori, qui gli uomini addomesticarono gli animali intorno all’8000 a.C.; nel XII secolo a.C. vi si crearono una serie di imperi a partire da quello di Elam con capitale Susa. L’Iran fu sempre un corridoio per nomadi, commercianti e generali fra il Mar Caspio a nord e il Golfo Persico a sud e via di comunicazione fra l’Occidente e l’Asia centrale, la Cina e l’India. Al tempo dello Shah, negli anni ’60 e ’70 del 1900, gli studi archeologici furono favoriti perché suggerivano il legame con gloriosi antichi regnanti come Ciro e Dario del VI e VII secolo a.C. e favorivano gli aspetti ideologici del regime degli shah che portarono allo stravagante Festival del 1976 per celebrare i 2500 anni di storia persiana a Persepolis. Il Festival fu considerato un oltraggio dai mullah conservatori per i suoi eccessi di cibo e vino e fu una delle cause del crollo del regime 3 anni dopo. La rivoluzione di colpo bloccò gli stranieri, chiuse le università, respinse gli archeologi e, anche se gli scavi non cessarono interamente, insieme alla guerra Iran-Iraq lasciò pochi fondi e supporto fino alla fine degli anni ’90. Nel 2000 il nuovo Presidente Mohammad Khatami, parlando alle Nazioni Unite, si richiamò ad un dialogo fra le civiltà e nello stesso anno un team iraniano-tedesco seguito da un altro iraniano-australiano iniziarono alcuni scavi. Nel 2001 il Ministero fece un appello agli stranieri per organizzare una riunione e promuovere la collaborazione internazionale. Nel frattempo però innumerevoli antichi siti sono scomparsi sotto le nuove strade, i campi coltivati e l’espansione della popolazione e delle città. Forse una delle più grandi tragedie dell’archeologia iraniana è quella del Khuzistan, alla frontiera con l’Iraq, che fu il centro della civiltà elamita nel secondo millennio a.C.. La regione soffrì prima la brutale guerra Iran-Iraq ed ora vi vengono impiantate estese piantagioni di canna da zucchero che sono le coltivazioni più distruttive per i siti archeologici perché spianano il suolo ed usano pesanti macchinari idraulici. Uno dei siti è quello di Jundi-Shapur, importante città dell’impero sassanide fiorita durante il periodo romano, che ora è stato occupato dalle coltivazioni nonostante le proteste dello ICHO, ma l’Iran è pieno di siti archeologici e si può solo sperare di limitare i danni. Fra breve sarà creata la nuova organizzazione del Cultural Heritage and Tourism, ma se lo ICHO verrà in qualche modo subordinato al turismo ci saranno degli svantaggi. L’apertura dell’Iran agli archeologi è tuttavia una buona notizia mentre in Siria e Turchia aumentano le difficoltà per ottenere permessi di scavo e Iraq, Pakistan ed Afganistan sono virtualmente proibiti ai ricercatori.

Science, 7 Nov 2003, Vol. 302, pg. 970 - Andrew Lawler - Nel sud-est dell’Iran sono stati scoperti resti di una civiltà dell’età del bronzo fiorita fra quella dell’antica Sumer in Mesopotamia e quella di Harappa nella valle del fiume Indo più di 4000 anni fa. I nuovi ritrovamenti si sono avuti sulle rive del fiume Hail vicino alla città di Jiroft a nord dello stretto di Hormuz confinante con il deserto e consistono in centinaia di vasi di pietra e massicce architetture. Sembra un nuovo capitolo dell’archeologia iraniana e del Medio Oriente, ma per il momento ci sono più domande che risposte. I vasi dalle intricate decorazioni sono stati sequestrati ai contrabbandieri e gli scavi scientifici sono appena iniziati. Gli antichi abitanti erano specializzati nella costruzione di vasi fatti di clorite, una pietra scura facile da scolpire, decorati con varietà di piante, edifici, figure metà animali e metà uomini e strani scorpioni. Gli edifici rappresentati somigliano a ziggurat ed all’inizio dell’anno gli scavi hanno messo in luce parte di un enorme palazzo o fortezza di 30 per 62 m protetto da una massiccia muraglia. Lo stesso tipo di vaso qui trovato si trova in una zona più ampia, dal Golfo Persico all’Asia centrale, nelle tombe reali di Ur, nella città sumera di Mari in Siria e nella Penisola Arabica. Le datazioni sono ancora discusse e si cerca ancora di stabilire dove si trova il centro della produzione di questi articoli. Gli scavi ora si concentrano in un’area di 100 ettari su un’antica città ed il materiale si trova sotto 3-4 m di sedimenti. L’origine e la fine della civiltà di Jiroft è sconosciuta e sembra abbia influenzato quella Battriana-Margiana del sud Turkmenistan sviluppatasi nei secoli successivi. Si tratta di un’altra civiltà dell’era del bronzo paragonabile a quella dell’Indo e della Mesopotamia, ma più piccola e meno complessa.

Science, 9 Jan 2004, Vol. 303, pg. 178 - Eduard Bard - Geologi ed archeologi hanno bisogno di datare con accuratezza reperti degli ultimi 50000 anni per stabilire la sequenza degli avvenimenti. Ad esempio alcuni preistorici credono che i Neanderthal si sono sovrapposti cronologicamente agli umani moderni, altri ritengono che li abbiano preceduto di diversi millenni ed il problema non si risolve senza una datazione precisa. Il cronometro oggi a disposizione per queste misure è basato sulle analisi del rapporto fra gli isotopi del carbonio C14/C12, ma il contenuto di radiocarbonio C14 è variabile con il tempo perché modulato dal campo geomagnetico e queste fluttuazioni devono essere inserite nella curva di calibrazione. Gli alberi fossilizzati con i loro anelli annuali hanno consentito una calibrazione limitata nel tempo e poi estesa con i dati dei sedimenti stratificati dei coralli tropicali. L’ultima curva di calibrazione ufficiale è stata la INTCAL04 ratificata recentemente nella 18ma Conferenza Internazionale del Radiocarbonio a Wellington in Nuova Zelanda. Questa sostituisce la precedente curva di INTCAL98, ma l’estensione si ferma a 26000 anni prima del 1950 (before present = BP) ed oltre non si è raggiunto un consenso. Fra 26000 e 50000 BP le calibrazioni si basano sui sedimenti laminari del lago Suigetsu in Giappone, i coralli di terrazze sollevate in Nuova Guinea, i sedimenti del lago Lisan in Israele, i depositi di carbonati delle cave sommerse delle Bahamas ed i sedimenti sottomarini la cui stratigrafia è relazionata ai ghiacciai della Groenlandia. Oltre i 22000 BP la concentrazione residua del C14 è troppo bassa per la datazione con il radiocarbonio ed i campioni sono spesso alterati da processi geochimici. Le uniche ricostruzioni soddisfacenti per precisione analitica sono quelli dei sedimenti del lago Suigetsu ed i carbonati (stalattiti, stalagmiti e depositi) delle Bahamas, ma le due curve sono molto diverse al di là dei 26000 anni. Ad esempio la datazione dei dipinti delle grotte di Chauvet in Francia che, secondo la datazione del C14 era stata stabilita a 31000 BP, secondo le due curve considerate attendibili datano ora rispettivamente 33000 e 38000 BP. Nuovi risultati basati sulle stratigrafie del bacino Cariaco in Venezuela danno una curva intermedia che applicata alle grotte di Chauvet darebbe 36000 BP. La curva del Cariaco si potrebbe estendere poi anche da 41000 a 50000 BP dove ha una forte deviazione. Si spera che nella prossima conferenza internazionale del 2006 in Oxford, UK, si possa raggiungere un accordo fino a 50000 BP.

Science, 16 Apr 2004, Vol. 304, pg. 369 - Constance Holden - Due ritrovamenti in Africa hanno dato forza all’ipotesi che il pensiero simbolico negli umani fosse già presente 75000 anni fa, molto prima dell’esplosione creativa di pitture e gioielli iniziata 40000 anni fa in Europa. La scoperta riguarda ornamenti fatti di conchiglie in Sud Africa e di gusci di uova di struzzo nell’Africa dell’est e tutti sono 30000 anni più antichi degli ornamenti scoperti in precedenza. La prima scoperta viene riportata da un team dell’università di Bergen in Norvegia e dell’università di New York ed è stata fatta a Bomblos Cave in Sud Africa da reperti datati 75000 anni fa applicando le tecniche di termoluminescenza e di luminescenza stimolata. Gli ornamenti provenienti dall’Africa dell’est sono stati trovati 4 anni fa nel Parco Nazionale di Serengeti in Tanzania in un deposito che arriva a 110000 anni fa e l’annunzio è stato dato solo il mese scorso in una riunione della Società Paleontologica a Montreal. Gli ornamenti trovati sono sempre più antichi man mano che ci si sposta dall’Europa all’Africa. La gioielleria inizia in Europa 40000 anni fa con una vera esplosione di qualità che dimostra cambiamenti genetici che hanno dato origine anche al linguaggio. Gli oggetti artistici provenienti dall’Africa indicano che le espressioni simboliche si sono sviluppate gradualmente negli ultimi duecentomila anni e non immediatamente dopo che i nostri progenitori sono usciti dall’Africa. Non tutti sono persuasi della scoperta, qualcuno ritiene i che i fori possano essere accidentali, ma sono stati trovati tutti vicini nello stesso posto. Gli ornamenti di uova di struzzo sono sicuramente artificiali, ma la loro datazione non è sicura perché lo strato data da 45000 a 110000 anni fa e si aspettano ancora i risultati di altri reperti associabili. Questi reperti sono ancora troppo pochi perché in Africa sono stati poco esplorati i siti della media età della pietra e quindi ci vorrà più tempo e più scavi.

Science, 30 Apr 2004, Vol. 304, pg. 663 - Michael Balter - Una data cruciale dell’evoluzione umana è quella in cui è avvenuto il controllo del fuoco. Recentemente un team israeliano ha portato una credibile prova che arretra a 790000 anni, più di tre volte, la data precedentemente accettata. Gli archeologi obiettano che non si può mai interamente escludere la possibilità di fuochi naturali in questi siti così antichi, ma questa volta lo scetticismo è particolarmente contenuto perché il rapporto fornisce una prova piuttosto forte dell’uso del fuoco da parte degli uomini nel freddo clima d’Europa dopo gli 800000 anni fa. La nuova prova viene da Gesher Benot Ya’aqov nel nord di Israele, un luogo aperto con resti lignei ben preservati. Un team condotto dall’Università Ebraica di Gerusalemme ha analizzato accuratamente la distribuzione di resti di legno bruciato, semi e manufatti di selce del posto situato sulle rive di un antico lago insieme ai resti organici preservati quasi intatti nel fondo. Il fatto che solo il 2% dei frammenti di legno e di selce risultano bruciati esclude la possibilità di incendi provocati da fulmini che avrebbero bruciato maggiori percentuali. Certo le prove più sicure sono quelle trovate all’interno di grotte che per la maggior parte sono datate meno di 250000 anni fa. Le più antiche sono le grotte cinesi di Zhoukoudian datate fra 300000 e 500000 anni fa, ma anche queste con qualche incertezza, ma anche se non si può essere assolutamente sicuri che i frammenti di legno vengano dallo stesso luogo dei pezzi di selce bruciata, la loro distribuzione spaziale lo prova abbastanza. La colonizzazione dell’Europa in un periodo in cui la temperature scendeva sotto lo zero viene generalmente associata all’uso del fuoco.

Science, 21 May 2004, Vol. 304, pg. 1096 - Andrew Lawler - Il terzo millennio a.C. ha visto il sorgere delle complesse culture che hanno prodotto le piramidi in Egitto, i ziggurat della Mesopotamia e le grandi città nella valle del fiume Indo. Ora gli archeologi hanno presentato prove da una valle del sud-est dell’Iran che indicano come qui nello stesso periodo ci fosse un’altra sofisticata civiltà. I ritrovamenti includono massicce strutture a gradoni, segni di contatti con società distanti e possibili esempi di scrittura. Il tutto avviene in una ricca area del nord-est dell’Iran durante l’esplosione dell’urbanesimo. Il sito si trova vicino alla città iraniana di Jiroft ed ha attratto l’attenzione degli archeologi negli ultimi 4 anni dopo che i saccheggiatori avevano spogliato un antico cimitero e centinaia di vasi scavati nella pietra erano comparsi nel mercato antiquario. Scavi su larga scala sono iniziati in gennaio ed al congresso di Archeologia dell’Antico Medio Oriente, dal 29 marzo al 14 aprile, sono state presentate le prime scoperte. Un terrapieno era una grande piattaforma di mattoni di fango di dimensioni 400 x 400 m con un secondo livello di 250 x 250 m ed evidenza di un terzo livello. La struttura somigliava ai famosi ziggurat a gradoni usati come templi in Mesopotamia, distanti più di 1000 km. Se si tratta di ziggurat è il più grande e il più antico perché la datazione stimata è del 2300 a.C.. Questa è un’affermazione contestata perché i ziggurat completi non compaiono che intorno al 2100 a.C., ma si fa notare che il tempio bianco di Uruk nell’attuale Iraq meridionale, una piattaforma con un tempio in alto, viene datato 3150 a.C., cioè 1000 anni prima. D’altronde la datazione delle nuove scoperte è fatta sulla base dei vasi la cui cronologia è poco chiara. Vasi di pietra simili sono stati trovati a Ur ed in altre città della Sumeria e sono datati 2500 a.C., ma altri nel Golfo Persico sono di parecchie centinaia di anni posteriori. Non ci sono discussioni sulla ricchezza dei sigilli e le impronte di sigilli nell’argilla scoperti in un secondo terrapieno che probabilmente serviva come centro amministrativo. I sigilli erano usati come firme dagli uomini di affari e dagli scribi. Un’impronta mostra un animale come un coccodrillo ed è simile ai sigilli della valle dell’Indo, altri sono simili a quelli trovati in Afganistan ed in Mesopotamia. Questo dimostra l’esistenza di estesi contatti con altre civiltà. Altra scoperta interessante è quella di due piccoli frammenti che non sembrano né figurazioni né disegni geometrici e potrebbero essere iscrizioni. Si spera di trovare iscrizioni quando si tornerà a scavare in dicembre. Si spera inoltre di trovare materiale sicuro per una datazione al radiocarbonio.

Science, 25 Jun 2004, Vol. 304, pg. 1889 - Richard Stone - All’inizio della settimana archeologi hanno annunziato di aver trovato la tomba di tre persone che sembra siano vissuti nel Galles, il luogo di provenienza delle “pietre blu” che si trovano nel famoso monumento di Stonehenge. Le tombe risalgono a 4300 anni fa, circa l’età della costruzione del famoso monumento. Questa non è certo una prova che lega i resti trovati con la costruzione del monumento la cui funzione è ancora un mistero (tempio, osservatorio o simbolo). La tomba è venuta alla luce nel maggio del 2003 mentre si scavava una trincea per una conduttura di acqua vicino a Stonehenge ed i tre corpi appartenevano ad un giovane e tre fanciulli. La somiglianza fra i resti fa pensare che siano parenti ed il corredo funerario con le ceramiche fanno datare la tomba fra 4200 e 4400 anni fa, ma non ci sono ancora misure al radiocarbonio. La scoperta si aggiunge a quella del 2002 dell’Arciere di Amesbury, la tomba più ricca trovata vicino Stonehenge risalente alla prima età del bronzo. Dall’analisi dei denti si è dedotto che l’uomo sia cresciuto nelle Alpi del distretto del Laghi nel Galles e che sia migrato in Britannia intorno a 4300 anni fa. Dato il suo alto rango gli archeologi hanno supposto che abbia avuto parte nello sforzo della costruzione di Stonehenge. Quando i denti si formano, lo smalto fissa i metalli contenuti nell’acqua potabile e l’alto contenuto di stronzio ha indicato che fino all’età di 6 anni era vissuto nella regione dei Laghi. Anche le pietre di Stonehenge sono localizzabili qui. Il cerchio esterno è fatto da enormi massi di arenaria che si crede provengano da Marlborough Dawns, 30 km a nord, e le piccole pietre blu dell’anello interno provengono da Preseli Hills, a 250 km nel sud-ovest del Galles. Molti pensano quindi che l’associazione fra le ossa e le pietre sia immediata.

Science, 17 Dec 2004, Vol. 306, pg. 2026 - Andrew Lawler - Un premio di 10000 US$ è stato proposto per trovare la decifrazione di una lunga iscrizione della civiltà Hindu, ma potrebbe non essere mai assegnato perché una secolare opinione di linguisti ed archeologi ritiene che gli Hindu, a differenza dei loro contemporanei Egiziani e Mesopatami di 4000 anni fa, non avevano scrittura. Questa affermazione è anche all’origine di un aspro disaccordo fra studiosi occidentali e nazionalisti indiani e la provocatoria proposta del premio, pubblicata on-line la scorsa settimana, ha avuto adesioni da parte della comunità degli studiosi hindu. La civiltà Hindu ha attratto e sconcertato per 130 anni i ricercatori per le complesse reti di fognature ed il grande numero di pozzi, ma anche per la mancanza di architetture monumentali ed altri segni di una classe di elite. Interesse maggiore ha destato il misterioso sistema di simboli lasciato su piccole tavolette, vasi e sigilli; ma, senza una traduzione in una lingua nota come un’altra “Pietra di Rosetta”, tutti i tentativi di interpretare i simboli sono falliti. Altro argomento scottante è quale linguaggio seguivano questi simboli, se la lingua dravidica, simile a quella parlata oggi nel sud dell’India, o il linguaggio vedico del nord dell’India. Il movimento dei nazionalisti indiani vede la civiltà hindu come l’antenata della tradizione hindu e della cultura vedica. Ora lo studioso Steve Farmer e due noti studiosi hindu affermano che i segni non sono affatto scrittura, ma piuttosto una collezione di simboli religiosi-politici che tenevano unita una società diversificata e multilingue. La frequenza di simboli uguali e la mancanza di prove archeologiche di una tradizione manoscritta inducono a credere che questi segni non codificano un linguaggio, ma sono piuttosto simili ai simboli araldici dell’Europa medievale, alla croce cristiana o ai simboli magici dei popoli preistorici. Questa idea ha profonde implicazioni su come la civiltà hindu si è sviluppata ed è morta; invece di un impero monolitico, pacifico e centralizzato c’è la visione di una gigantesca società multilingue legata da una simbologia politico-religiosa, ma alcuni rispettabili linguisti ed archeologi, attivi negli scavi di Harappa in Pakistan, respingono queste conclusioni e ritengono che le tesi di Farmer siano pessimiste, si aggiunga che l’idea che la civiltà hindu non avesse letteratura risulta offensiva a molti nazionalisti hindu. Sta ora a chi sostiene l’esistenza di una scrittura di dimostrarlo. Dal 1870 gli archeologi hanno scoperto più di 4000 iscrizioni su supporti diversi; segni rudimentali compaiono intorno al 3200 a.C., nello stesso periodo in cui cominciarono geroglifici e caratteri cuneiformi. Nel 2800 a.C. si affermano e la maggiore diversità si ha intorno al 2400. Alcuni segni sono molto astratti ed altri hanno qualità pittografiche, come quelli che simboleggiano un pesce o un vaso, e sono usati di frequente. I sigilli sono spesso accompagnati da immagini di piante ed animali, reali o mitici. I segni cominciano a diminuire intorno al 1900 a.C. e spariscono completamente nel 1700 insieme alla cultura hindu. Stranamente le iscrizioni si trovano in massima parte nelle discariche invece che in luoghi abitati come cose ormai fuori uso. Nessuno si era mai chiesto se questi segni fossero una forma di scrittura, ma gli studiosi discutevano se si trattava di un sistema fonetico come l’inglese o il greco oppure logosillabico che usava una combinazione di simboli per codificare suoni e concetti come i cuneiformi o i geroglifici. Anche il numero dei segni è controverso, alcuni hanno proposto un numero di 20, ma poi altri hanno compilato una lista di 700 simboli e la stima più comune è intorno a 400. L’iscrizione più lunga contiene 17 segni e meno dell’1% comprende 10 simboli. Pochi simboli sono ripetuti nelle iscrizioni e ciò fa pensare che non codificano suoni, molti sono rari, più di un quarto compaiono solo una volta e sembra che molti siano stati inventati e poi abbandonati. Farmer crede che i simboli non abbiano un significato linguistico, ma religioso come la croce cristiana o indicano persone, clan, città, professioni o beni. Si paragonano gli scritti hindu a quelli preistorici del sud-est europeo intorno al 4000 a.C.. Queste conclusioni non sono invece accettate dai principali archeologi e linguisti che hanno speso le loro carriere negli scavi di Harappa o cercando di decifrare i simboli; affermano che si riconosce immediatamente un’epigrafe da una lunga sequenza lineare. Le iscrizioni più lunghe non si possono spiegare come simboli magici perché raramente questi si trovano in gruppi di più di 5 simboli. Farner allora ha fatto una scommessa invitando a trovare un’iscrizione con 50 simboli ripetuti in modo quasi casuale ed associata ad un vero scritto e lui promette 10000 US$ pagati da lui stesso o piuttosto da un donatore che non rivela. Nessuno riesce a convincere i propri avversari, ma i segni hindu sono realmente impenetrabili e forse sono ancora un primo stadio di scrittura, ma è sempre una forma di comunicazione e le recenti scoperte in Sud America indicano che una società complessa prospera anche senza una scrittura convenzionale e si fa l’esempio delle cordicella annodate, o khipu, dell’impero incaico. Farner aggiunge che una società non ha bisogno di letteratura per essere complessa e gli Hindu avevano molti linguaggi ed erano una ricca mescolanza di etnie come gli Indiani oggi. Ma, proprio per essere una civiltà estesa su un territorio di più di un milione di kmq con un commercio sviluppato e con unità di misura uniformi, qualcuno non crede che ciò sia possibile senza una scrittura. Il dibattito coinvolge la politica e l’ideologia e si è creata tensione fra studiosi indiani ed occidentali e nazionalisti indiani e Farner ha ricevuto minacce e virus su e-mail. Trovare il modo di liberare il dibattito dall’emotività e dall’intolleranza può essere più difficile della decodifica dei simboli hindu.

Science, 7 Jan 2005, Vol. 307, pg. 34 - Charles C. Mann - In Perù, circa 130 miglia a nord di Lima, si trova la stretta valle del fiume Pativilca, una delle quattro valli fluviali della costa centrale peruviana indicata come Norte Chico. Questa è una delle più aride e secche zone del mondo giacente fra la catena delle Ande e la costa pacifica bagnata dalla gelida corrente di Humboldt. Gli archeologi hanno sempre ignorato il Norte Chico per la sua aridità che non offriva possibilità all’agricoltura e quindi allo sviluppo di società complesse. Tuttavia negli anni ’90 l’archeologo Ruth Shady Solis dell’Universidad Nacional Mayor de San Marcos stabilì che queste società erano qui esistite nel terzo millennio a.C. al tempo della costruzione delle piramidi dei Faraoni. Le rovine appartenevano a più di 20 centri residenziali con architetture monumentali dominate da strutture piramidali complesse, probabilmente templi, di fronte a piazze semicircolari. Le datazioni al radiocarbonio confermano l’antichità di queste culture che sono emerse intorno al 2900 a.C. e sono sopravvissute fino a circa il 1800 a.C.. La concentrazione delle città nel Norte Chico è così antica ed estesa che gli archeologi includono la costa peruviana nella lista delle civiltà umane come quelle della Mesopotamia, Egitto, Cina ed India e tuttavia è diversa da queste perché, mentre i centri euroasiatici scambiavano beni ed esperienze fra di loro, i centri del Norte Chico si svilupparono nell’isolamento e gli altri centri del Mesoamerica e dell’America meridionale si svilupparono almeno 1500 anni più tardi. I popoli di queste antiche società non hanno avuto modelli da copiare e nessuna influenza esterna. Scoperte dal 1905 non vi sono stati trovati oggetti di valore d’oro o ceramiche ed i primi scavi estensivi iniziarono nel 1941 nella località di Aspero sulla foce del fiume Supe. Si tornò nello stesso luogo 30 anni più tardi negli anni ’70, si scoprì che il sito copriva un’area di 15 ettari con templi a piattaforma e si capì che si trattava di qualcosa di grandioso ed importante. Il fatto incomprensibile era che nell’opinione corrente le società nascono dall’organizzazione del lavoro agricolo e ad Aspero ai lati del fiume c’era il deserto e non c’era posto per l’agricoltura. Nel 1975 fu proposta dal Moseley l’ipotesi MFAC (maritime foundation of Andean civilization) riconoscendo che Aspero era un centro di pesca e che tutte le culture peruviane, compresa quella degli Inca, hanno avuto la loro origine non nelle Ande, ma dalla ricchezza della pesca nella corrente di Humboldt. I resti delle ossa di pesce indicavano che gli abitanti ricavavano il 90% delle loro proteine dal mare. L’ipotesi MFAC venne successivamente modificata quando Shady cominciò a scavare a Coral, 23 km a monte di Aspero, uno dei 18 siti trovati dal suo team. Coral copriva 60 ettari ed era una vera città con aree socialmente differenziate ed un centro residenziale dell’elite. I grandi edifici indicavano una numerosa popolazione e gli indizi di agricoltura riguardavano il cotone usato per le reti ed alberi da frutta tropicali come guayaba e pacae, tutto prodotto con l’irrigazione. Anche a Coral l’abbondanza di ossa di pesce indicava che dalla costa provenivano le proteine e c’era una simbiosi con Aspero a cui fornivano il cotone. La maggior parte della popolazione quindi viveva all’interno e le città dell’interno erano più grandi e numerose dei centri costieri, ma non erano poste in posizione strategica e non c’erano sistemi di difesa, ma i resti di Aspero rimangono i più antichi e questo conferma la teoria MFAC. L’autorità dello stato era di tipo astratto fondata sull’ideologia ed il cerimoniale. Una strana figura incisa su una zucca datata 2250 a.C. potrebbe rappresentare una divinità come il Wiraqocha degli Inca, una tradizione religiosa che si è protratta per 4000 anni. Gli scavi proseguiranno ad Aspero ed in tutta la regione e si sentirà ancora parlare molto del Norte Chico.

Science, 25 Feb 2005, Vol. 307, pg. 1192 - Andrew Lawler - Per secoli il grande Faro (Pharos) di Alessandria di Egitto è stato una delle sette meraviglie del mondo antico che ha guidato i marinai al porto di Alessandria centro di prosperità e cultura nel Mediterraneo e sede della più grande biblioteca dell’antichità, ma nell’VIII secolo della nostra era la famosa metropoli è caduta nell’oblio. Oggi l’archeologia con l’aiuto delle tecnologie di mappatura subacquea sta portando luce sull’antica città, sul suo ruolo e sulla sua storia. Risulta che la vita intellettuale dell’antica città è durata più a lungo di quanto si sia creduto. I nuovi dati mostrano che il disastro ambientale dell’area ebbe un ruolo importante nel crollo dell’antica Alessandria. Scavi furono iniziati dal governo egiziano nel decennio 1990 con una gara per archeologia subacquea e si incoraggiò l’opera di recupero in una città che ora ha 6 milioni di abitanti, espansa al di là del suo territorio originale. La fondazione di Alessandria è avvenuta nel 332 a.C. quando, secondo la tradizione, il poeta Omero apparve in sogno ad Alessandro il Grande e lo esortò a fondare una città nella striscia di terra che separava il lago Mareotis dal Mediterraneo. Nel luogo esistevano solo piccoli villaggi e la bocca del Nilo, con i maggiori porti egiziani, era lontana ad est. La città crebbe dopo la morte di Alessandro nel 323 ed il suo successore, Tolomeo, ne fece la capitale ed il porto più grande dell’Egitto; divenne una città di stile greco con templi e luoghi fastosi ed una famosa biblioteca. Con il dominio romano, dopo la morte di Cleopatra nel 30 a.C., Alessandria divenne il centro per l’esportazione del grano nel vasto impero, ma pochi secoli dopo la città non fu più nominata. Ora una dozzina di team di archeologi stanno setacciando nella città e nel porto; uno di questi team è quello di Franck Goddio che ha 20 anni di esperienza in ricerche subacquee in più di 50 siti diversi. Da 10 a 12 m sotto la moderna città c’è ancora quella vecchia ben preservata e ciò che si è trovato fino ad ora è solo l’1% di quello che può essere recuperato. Anche questa piccola parte sta però riscrivendo la storia della città. Molti storici credono che la vita intellettuale della città si inaridì con la distruzione della biblioteca. Si è trovato invece il complesso di un centro conferenze e di vita sociale costruito fra il V ed il VI secolo d.C. e si è scoperto che un teatro romano era diventato un centro di associazione nello stesso periodo. Forse esisteva ancora un centro culturale sotto il dominio arabo. Un centinaio di metri più lontano un’importante parte dell’antica Alessandria giace sott’acqua. Nel decennio 1990 sono state scoperte statue e blocchi che forse facevano parte del Faro le cui rovine erano rimaste fino ad un terremoto del XIV secolo. Ci sono resti di un palazzo dell’era tolemaica ed altri resti attribuiti al palazzo di Cleopatra;, ma queste attribuzioni come la posizione del Faro rimangono discutibili. Goddio ha trovato un approdo del 400 a.C. precedente ad Alessandro ed ha intenzione di estendere i rilevamenti su un’area di 2,5 x 15 km per farsi un’idea precisa dell’antico porto. I geologi hanno esaminato le caratteristiche del suolo di origine sedimentaria che ha subito un costante abbassamento per la sua instabilità, i terremoti ed i tsunami. La storia ricorda un periodo di attività tellurica dal IV al VI secolo d.C. che hanno portato al collasso l’intera regione sommergendo nella vicina baia di Abukir ad est di Alessandria le città i Herakleion, Canopus e Menouthis, la prima un noto porto alla bocca del Nilo e gli altri due luoghi di pellegrinaggio. L’abbassamento del terreno ed il lento aumento del livello del mare hanno sommerso di 2 metri queste terre fra il VI ed il VII secolo. Inoltre testi arabi ricordano due grandi inondazioni del Nilo nel 741 e nel 742, nell’VIII secolo quando Alessandria cadde nell’oblio. Oggi, in un’epoca con variazioni climatiche ed aumento dell’urbanizzazione, il problema si può ripresentare e basta ricordare che città come Venezia, Bangkok e New Orleans si trovano su suoli instabili sulle foci di fiumi con pericoli di subsidenza.

Science, 18 Mar 2005, Vol. 307, pg. 1718 - Random Samples, Greg Miller - Con 15 minuti di scanner ai raggi X si è chiusa un lunga diatriba sull’ipotesi che il faraone Tutankamon abbia subito una frattura alla testa. Il precedente studio sulla mummia di Tutankamon con una radiografia bidimensionale aveva rivelato due frammenti di ossa nel cranio del re bambino ed un’apparente ridotto spessore della parte posteriore del cranio che alcuni avevano interpretato come segno di una lesione parzialmente guarita. La morte di Tutankamon in giovane età (a 19 anni) aveva fatto pensare ad uno intrigo nella famiglia reale e lo stato del cranio rafforzava le teorie che fosse stato ucciso prima di essere sepolto nel 1352 a.C.. In gennaio un team diretto dall’egittologo Zahi Hawass del Consiglio Superiore delle Antichità Egiziane ha eseguito una tomografia computerizzata della mummia ed ha chiamato tre esperti internazionali per studiare le immagini 3D. L’8 marzo il team ha annunziato le conclusioni. Il cranio di Tutankamon non ha nessun segno di fratture alla testa, parzialmente rimarginate o no, mentre era in vita. Il team dice che i frammenti sospetti sono stati prodotti dagli imbalsamatori o dal team dell’archeologo Howard Carter che scoprì la mummia nel 1922. Il filosofo ed egittologo Bob Brier della Long Island University in Brookville, New York, che aveva proposto la teoria dell’assassinio, ha accettato le conclusioni del team. Ad ogni modo non è disposto a chiudere il caso perché non si può sapere se non sia stato avvelenato o pugnalato.

Science, 13 May 2005, Vol. 308, pg. 948 - Random Samples by Constance Holden - La scorsa settimana gli archeologi del Cairo hanno aperto una mummia di 2300 anni da poco scoperta, forse la più bella mai trovata in Egitto, con una maschera d’oro e ricoperta da immagini dai colori brillanti di dei e dee e l’illustrazione del processo di mummificazione. Il sarcofago è stato trovato due mesi fa nel complesso delle piramidi di Saqquara, 20 km a sud del Cairo nella necropoli del faraone Teti. Gli scienziati contano di eseguire una tomografia computerizzata per studiare la mummia prima di metterla in mostra.

Science, 17 Jun 2005, Vol. 308, pg. 1750 - Caroline M. Jackson - Alla fine del 1800 si sono scoperte prove della produzione i vetri dell’età del bronzo in Tell-el-Amarna, in Egitto e ne è nata una discussione se si dovesse trattare di una produzione primaria, cioè partendo da materiali grezzi, o di una produzione secondaria cioè rilavorazione di vetro importato. La risposta ha importanza nello stabilire i rapporti commerciali nel Mediterraneo nel secondo millennio a.C.. Nella tarda età del bronzo il vetro era un prodotto di alto valore. Ogni gruppo che ne controllasse la produzione o il consumo occupava una posizione di predominio. Il vetro era difficile da produrre e lavorare ed era diffuso in colori simbolici. I primi vetri trovati in Egitto erano indistinguibili stilisticamente da quelli precedenti della Mesopotamia. Documenti su tavolette di argilla verso e dall’Egitto testimoniano una richiesta del faraone Akenaton (XIV secolo) di vetri da inviare in Egitto e questo suggerisce che i vetri non fossero costruiti in Egitto, ma solo rilavorati, ma la composizione dei vetri permette di dedurre tecnologia e provenienza. L’analisi dei vetri contemporanei dall’Egitto e dalla Mesopotamia non permette di distinguerli sulla base della sola chimica, ma i vetri egiziani sembra siano stati prodotti in grandi centri manifatturieri ed erano specializzati in certi colori. Gli scavi condotti intorno ad Amarna, la città reale di Akenaton, hanno scoperto due grandi fornaci e, dai resti vetrificati si è visto che vi si raggiungevano temperature adeguate ad una produzione primaria da materiali grezzi e non per rilavorazioni. In questo luogo di produzione il vetro veniva prodotto in lingotti e poi esportato nel Mediterraneo in colori come il blu-cobalto ritrovato poi in Turchia. Un altro luogo di produzione precedente, del XIII secolo durante la dinastia di Ramesse, era Quantir alla foce del Nilo, e qui il vetro era colorato in rosso con il rame in atmosfera riducente. Il vetro rosso era più difficile da costruire perché richiedeva un livello di know-how più elevato. Il vetro sotto forma di lingotti veniva rilavorato altrove. La produzione di lingotti a Quantir era probabilmente per esportazione e questo dimostra che in questo periodo l’Egitto esportava più che importava vetro. Le prove tratte da Amarna e Quantir indicano quindi che nella tarda età del bronzo esisteva un monopolio egiziano del vetro non solo nello scambio di oggetti di lusso, ma anche come valore economico e moneta di scambio in tutta l’area del Mediterraneo.

Science, 12 Aug 2005, Vol. 309, pg. 1008 - Charles C. Mann - Nel 1956 archeologi peruviani hanno scoperto un vaso nascosto nel pavimento di una casa nel centro amministrativo incaico di Puruchuco, vicino a Lima in Perù. Dentro hanno trovato una specie di tesoro: un insieme di 21 gruppi di cordicelle con nodi detti khipu (quipu in spagnolo). Gli Inca si basavano sui khipu per tenere la contabilità del loro regno che si stendeva per 5500 km. Gli Spagnoli che conquistarono questo impero scoprirono che era tenuto insieme da una efficiente burocrazia che controllava la distribuzione del lavoro, dei beni e dei servizi usando i khipu per emettere ordini e ricordare i risultati. Il governo coloniale vietò il loro uso perché incomprensibile ed i khipu furono distrutti. Oggi rimangono solo circa 600 khipu preispanici. Si tratta di un sistema tridimensionale di scrittura su supporto tessile e per più di un secolo i ricercatori hanno cercato di capirne il funzionamento. Ora l’antropologo Gary Urton ed il matematico Carrie Brezine dell’università di Harvard in Cambridge, Massachusetts, hanno fatto un passo avanti nella comprensione con un’analisi aiutata dal calcolatore, identificando il modo con cui dati ed istruzioni venivano trasmesse lungo la gerarchia, dai villaggi al potere centrale. Quasi simultaneamente l’archeologo Ruth Shady Solis dell’università di San Marco in Lima scoprì il khipu più antico, sepolto in un’antica città a nord di Lima, più vecchio di 3000 anni dei khipu più antichi conosciuti che sono del IX secolo d.C.. Così i khipu risultano essere più antichi dei primi sistemi di scrittura, come il cuneiforme sumerico e i geroglifici egiziani, cioè fra 4000 e 4500 anni fa. Questo induce a pensare che il khipu non era un sistema solo numerico perché tutti i sistemi di scrittura si sono sempre evoluti da memorie contabili man mano che gli scribi inventavano simboli per identificare ciò che stavano contando. Il khipu degli Inca consiste di una cordicella principale da cui si diramano fino a migliaia di cordicelle più piccole che hanno gruppi di nodi. Nel 1920 Leland Locke suppose che indicassero solamente liste di numeri in cui i singoli nodi erano le cifre, i gruppi di nodi le potenze di 10 e gli spazi vuoti lo zero. Queste regole risultarono valide per molti khipu. Nel 1970 alla Cornell University, Robert e Marcia Ascher crearono un database dei khipu (http://instructl.cit.cornell.edu/research/quipu-ascher/) e supposero che si trattava di un sistema di scrittura perché il 20% non rispettava le regole di Locke. Gli scribi leggevano i khipu facendo scorrere le dita lungo le cordicelle. Gli Ascher rilanciarono l’interesse alla decodifica dei khipu e, con il supporto della National Science Foundation (NSF), Urton e Brezine nel 2002 hanno creato un nuovo database più complesso (http://khipukamayuq.fas.harvard.edu/) ed introdussero gli ultimi ritrovati di Puruchuco (con khipukamayuq si indicava uno scriba di rango elevato). Due dei khipu trovati erano quasi identici e gli scribi infatti creavano molte copie dei khipu per i diversi uffici. Le cordicelle erano a gruppi di colori diversi. Fra i 21 khipu trovati c’era una gerarchia di configurazioni a tre livelli; i numeri delle cordicelle del livello inferiore erano riportate al secondo livello con qualche approssimazione, ma al livello superiore le somme erano più precise ed erano precedute da dati di introduzione per identificarne il nome d’origine. Come nelle scritture Maya e dell’Egitto la decodifica iniziò identificando i nomi. L’opinione che i khipu fossero un complesso sistema di comunicazione si coniuga con il riconoscimento della straordinaria importanza che aveva l’arte tessile nelle Ande precoloniali. I prodotti tessili sono importanti in tutte le società, ma nelle società andine erano ricchi di significati ed i tessuti più antichi del 1500 a.C. della costa nord non servivano per le vesti, la tessitura era un’arte concettuale di comunicazione e solo più tardi fu usata per le vesti. Il grande intervallo di tempo fra il khipu più antico e quelli datati del IX secolo fa pensare che ci sia ancora molto da imparare sulla loro evoluzione.

Science, 26 Aug 2005, Vol. 309, pg. 1317 - Michael Bawaya - L’archeologo Jonathan Kaplan dedica il maggior tempo possibile nell’esplorazione del sito di Chocolà nel Guatemala meridionale datato 1200 a.C., nel periodo Maya. Il sito, di enormi dimensioni, comprende più di 60 tumuli, dozzine di monumenti e grandi opere idrauliche che implicano una complessa organizzazione sociale, ma oggi Kaplan, invece di scavare, sta lanciando una ricerca, con la municipalità della misera città di Chocolà e con l’Ufficio degli Studi Archeologici di Santa Fe nel New Mexico, per barattare con la popolazione terra senza valore archeologico con terra che contiene le rovine Maya. I locali discendono in massima parte dagli antichi Maya e Kaplan ha organizzato un servizio per sgombrare i rifiuti, migliorare l’acqua potabile e sviluppare un piano per due musei che attraggano i turisti. Kaplan ed altri sono all’avanguardia di un movimento che è chiamato Archeologia della Comunità. Dall’Africa all’Uzbekistan si sta cercando di migliorare la qualità della vita delle popolazioni locali per preservare i resti dei loro antenati. Nella regione Maya la situazione è urgente e le vestigia degli antichi Maya possono essere distrutte in 5-10 anni se non si fa qualcosa per bloccare il saccheggio, la deforestazione, la caccia di frodo e la ricerca petrolifera. Kaplan e gli altri stanno usando l’archeologia come motore dello sviluppo promuovendo progetti di turismo ed educazione. Fino a poco tempo fa gli archeologi scavavano un sito con l’aiuto dei lavoratori locali per abbandonarli quando il progetto finiva. Perso l’impiego spesso i lavoratori si trasformavano in saccheggiatori e si dedicavano all’agricoltura taglia e brucia per sopravvivere creando un disastro economico e sociale. L’archeologo Arthur Demarest dell’università Vanderbilt di Nashville, Tennessee, dopo aver impiegato 300 persone in un sito del Petén nel Guatemala, lasciò al governo un piano di sviluppo per la regione, ma il governo federale affidò il compito a stranieri ed i locali, che avevano perduto il lavoro, saccheggiarono il luogo. Demarest ha compreso così che gli archeologi, dopo aver scavato un luogo, devono assumersi la responsabilità di aiutare i locali e non gli estranei, in modo che servano da custodi dell’eredità dei loro antenati. Una iniziativa di successo è stata quella di un servizio di battelli che portano i turisti lungo il fiume Pasion dal villaggio di La Union a Cancun, che ora è un Parco Nazionale. Il servizio ha attratto altre iniziative per la fornitura di acqua potabile, elettricità e scuole a La Union. Si è creato un centro visitatori, un albergo ed un camping all’ingresso del parco. Altri archeologi stanno cercando di ottenere risultati simili nelle loro aree di lavoro come Hansen che sta indagando sulle origini e la dinamica del collasso della civiltà Preclassica Maya (circa dal 2000 a.C. al 250 d.C.) nel Bacino del Mirador. Il suo progetto ha un budget di 1,2 milioni di US$ e di questi 400000 vanno per lo sviluppo e 800000 per l’archeologia. Per impedire i saccheggi Hansen ha ingaggiato 27 guardie, molte delle quali erano ex ladri che hanno fatto un buon lavoro perché conoscevano i trucchi del mestiere. Il progetto ha instillato nella gente un senso di identità, ma è sempre difficile entrare nella mente e nel cuore delle persone. Il difficile è trovare i fondi per un’archeologia della comunità. I finanziatori tradizionali come la NSF pagano per le ricerche, ma non per lo sviluppo, tuttavia a volte è possibile promuovere progetti senza grandi budget. In Guatemala le popolazioni locali si stanno ora dedicando a preservare i loro siti archeologici.

Science, 20 Jan 2006, Vol. 311, pg. 326 - Andrew Lawler - Il sito archeologico di Amun a Medinet Habu, sulla riva sinistra del Nilo all’altezza di Luxor, dopo 21 secoli di vita nel deserto, è minacciato ora dalle acque salate che filtrano e corrodono le sue fondazioni. Una combinazione delle pratiche agricole di irrigazione e degli scarichi inadeguati hanno alzato il livello dell’acqua intorno a Luxor di parecchi metri. Zahi Hawass, direttore del Consiglio Superiore delle Antichità Egiziane, è preoccupato perché l’aumento delle acque può danneggiare qualunque cosa e rappresenta una priorità assoluta, ma l’intransigenza burocratica richiede soluzioni di lungo termine come quella di convincere gli agricoltori a cambiare colture. Uno studio ha scoperto che l’arenaria permeabile del terreno assorbe l’acqua sotterranea che ha un alto tenore di sale e, quando l’acqua evapora, il sale cristallizza impregnando la roccia. Per eliminare l’inconveniente, una ditta del Cairo, l’Egypco, con la supervisione della svedese SWECO, sta costruendo un canale di drenaggio intorno ai templi per scaricare l’acqua nel Nilo e c’è un finanziamento di 7 milioni di US$ da parte dalla US Agency for International Development (USAID). Il progetto dovrebbe abbassare di 2 metri la falda proteggendo le massicce fondazioni che sostengono migliaia di tonnellate di pietre. Tuttavia, Raymond Johnson dell’università di Chicago, che dirige un centro a Luxor, ritiene che la responsabilità è dei coltivatori di canna da zucchero che prelevano acqua del Nilo dai canali di irrigazione e inondano i campi, dove prima c’era il deserto, per far crescere la canna mantenendo il terreno saturato. Per Johnson la migliore soluzione sarebbe interrompere la coltivazione della canna da zucchero e piantare fagioli o fiori che usano meno acqua, ricorrendo magari ad incentivi. Questo richiederebbe la cooperazione di diversi ministri ed invece c’è un forte supporto del governo all’industria dello zucchero. Hawass non crede alla possibilità di influenzare la burocrazia ed i contadini e si è focalizzato sulla soluzione tecnica del drenaggio. Il problema è grave nella riva ovest di Luxor dove le coltivazioni sono diffuse. La falda d’acqua si ritrova nei resti del cimitero di Amenhotep III e Medinet Habu si trova solo a meno di 2 km, dove una volta c’era il deserto. Johnson teme che l’acqua si infiltri sempre più a ovest, verso la Valle delle Regine e quella dei Re dove si trovano le tombe più spettacolari e vulnerabili. Queste sono a quota più alta e ci sono già piani per costruire sistemi di drenaggio più ampi. Un’altra minaccia però viene dall’aumento dell’umidità e delle piogge che possono deteriorare le delicate sculture e pitture; negli ultimi 20 anni si è notato l’invecchiamento dei monumenti. Lo stato di crisi richiede azioni immediate.

Science, 10 Mar 2006, Vol. 311, pg. 1364 - Richard Stone - Diversi secoli fa gli abitanti di Angkor hanno costruito grandiosi palazzi e templi di arenaria su fondazioni di laterite, un suolo spugnoso, ricco di ferro che indurisce se esposto all’aria. Durante gli scavi iniziati lo scorso anno, Roland Fletcher, un archeologo dell’università di Sidney, in Australia, ha scoperto una piattaforma profonda fino a 20 m che si estendeva in tutte le direzioni che agiva come uno sfioratore che disperdeva le acque alluvionali dei monsoni. Questo aiuta a risolvere il dibattito sull’opera idraulica di Angkor progettata per scopi pratici oltre che per rituali religiosi dai Khmer, un regno che dal IX al XV secolo comprendeva molta della moderna Cambogia, della Tailandia centrale e del sud Vietnam. Da quando i commercianti portoghesi alla fine del XVI secolo hanno descritto le torri a forma di loto di Angkor Wat che emergevano dalla foresta, tutti si sono chiesti perché templi e città erano stati abbandonati improvvisamente circa 500 anni fa. Ora Fletcher ed i suoi colleghi hanno una nuova prova che il sistema idraulico della città l’aveva portato al collasso per una combinazione di infrastrutture rigide, degradazione ambientale ed improvvisa variazione dei monsoni. Ci sono ancora molti dubbi perché è difficile individuare la causa principale, ma è chiaro che Angkor, la più grande città del mondo preindustriale con una popolazione che arrivava a diverse centinaia i migliaia di persone, crollò per cause ambientali come quella dei Maya nella penisola dello Yucatan fra l’800 ed il 900 d.C. e la lezione da imparare è di non abusare dell’ambiente. Circa 30 km a nord di Siem Reap, la moderna città vicino Angkor, fra foreste e canali, risaie e tradizionali case su palafitte ed una gigantesca riserva d’acqua di 2,2 x8 km, detta West Baray, si trovano dozzine di immensi templi di pietra che riflettono la cosmogonia hindu rappresentando il Monte Meru, casa degli dei hindu, e sono circondati da canali che rappresentano l’oceano che cinge il mondo. I bassorilievi di arenaria descrivono scene quotidiane di uomini con una tavola da gioco e visioni di apsara, le danzatrici messaggere fra gli dei e gli uomini, e tutto rimane misterioso come le gigantesche facce dallo sguardo sereno sulle torri del Bayon e di Angkor Thom nel cuore del regno. Il complesso fu costruito dal re Yashovarman I alla fine dell’800 e, protetto dalla foresta, rimase nascosto per lungo tempo. La ricognizione aerea ha svelato la topografia della sua estesa rete di canali e nel 1994 le foto dello Space Shuttle Endeavour hanno scoperto il tratto eroso del Great North Canal che collegava il Puok River alle due riserve d’acqua. Mediante ricognizione aerea e terrestre si sono mappati centinaia di santuari e case raggruppati intorno a piccoli laghi con funzioni di riserve d’acqua. Gli abitanti di Angkor hanno cambiato tutto l’ambiente ed è difficile distinguere ciò che è naturale e ciò che non lo è. Abitazioni e riserve d’acqua sono sparse su circa 1000 chilometri quadrati connessi da strade e canali ora poco distinguibili. Un ingegnoso sistema di utilizzo delle acque era centrato su tre grandi riserve o Baray con un labirinto di canali che derivava le acque dai fiumi Puok, Rulous e Siem Reap verso le grandi riserve. L’irrigazione ha permesso lo sviluppo di un vasto complesso urbano con case, templi e risaie. La crescita di Angkor ed il potere dei re dipendeva dalla produzione di riso; se il riso diventava scarso, il re doveva ricorrere all’aiuto di altri e perdeva potere. Le 1200 iscrizioni in sanscrito e khmer sulle pareti non parlano dei sistemi di irrigazione e le più recenti iscrizioni su foglie di palma datano solo dal XVIII secolo. Non c’è nulla sulla decadenza del regno. Dal XIV secolo non si sa nulla di ciò che succedeva in Angkor. Gli annali del Siam raccontano che l’esercito di un regno vicino prese Angkor nel 1431. Non si sa perché la città sia stata abbandonata ed il suo collasso trascinò l’intera regione. La recente storia della Cambogia ha impedito ogni ricerca. La guerra civile, la brutale conquista del Khmer rossi e l’invasione delle forze vietnamite, hanno reso Angkor zona interdetta per 20 anni e, benché la zona dei monumenti fosse aperta ai turisti, i territori a nord dei baray rimasero zone minate. Dal 1992 è ripreso il restauro e più di 20 team da tutto il mondo vi hanno lavorato. Riparazioni e studio delle strutture e delle iscrizioni è stato orientato ai monumenti e c’è molto da scoprire. Negli ultimi anni il Great Angkor Project (GAP) del team di Fletcher sta studiando i West and East Barays. Gli esperti sono ormai certi che le riserve d’acqua erano usate per irrigare durante la stagione secca e per prevenire le alluvioni, ma rimane il problema di come sia iniziata la decadenza. Forse fu l’orgia di costruzioni di Jayavarman VII, che alla fine del XII secolo fece erigere l’Angkor Thom ed il Bayon dalle cupole dorate, che vuotò le casse dello stato o il commercio marittimo che si era spostato a sud verso il mare o forse perché l’importanza di Angkor si ridusse quando il buddismo Theravada con la sua società egualitaria offuscò l’Hinduismo nel XIII e XIV secolo. Prevale però l’idea che ci fu una rapida riduzione della produzione di riso. Circa 30 anni fa si osservò che i canali erano intasati di limo e l’irrigazione era venuta a mancare durante la stagione secca invernale. Un meccanismo potrebbe essere stato la deforestazione per avere più spazio per le colture ed alimentare la crescente popolazione e quindi Angkor sarebbe stata vittima del proprio successo. L’East Baray che riceveva l’acqua dal Siem Reap, era realizzato con dighe di terra intorno, ma il suo letto rimaneva basso rispetto a quello del fiume e restava vuoto durante la stagione secca. Il West Baray, costruito un secolo dopo, fu scavato in modo da essere più profondo e ritenere l’acqua durante la stagione secca, ma si verificò un problema imprevedibile con l’abbassamento geologico del letto dei fiumi. L’acqua era sufficiente per una popolazione di 100-200 mila persone, meno della metà di quella stimata. Il team del GAP è stato il primo a indagare sul clima e sul sistema di irrigazione di Angkor. Si sono analizzati i grani di polline per scoprire il variare della vegetazione e dell’uso del terreno negli ultimi secoli di Angkor. I risultati dicono che il declino è stato non uniforme ed i maggiori inconvenienti sono derivati dal sistema di irrigazione troppo complesso che si insabbiò. Il cambiamento climatico della piccola era glaciale fra il 1300 ed il 1600 rese i monsoni irregolari e la regione di Angkor divenne più secca. Gli archeologi hanno ancora bisogno di maggiori dati sul clima e di uno studio dell’ecologia del bacino di Tonle Sap negli ultimi 2000 anni. I dati potrebbero venire dallo studio delle stalagmiti nelle grotte della Cambogia. La sorte di Angkor sembra in definitiva direttamente paragonabile a quella dei Maya nel Mesoamerica.

Science, 14 Apr 2006, Vol. 312, pg. 173 - Susan Biggin and Andrew Lawler - Ricercatori italiani in Iraq annunziano di aver trovato un importante deposito di antiche tavolette di argilla in una delle più antiche città del mondo. Altri però contestano l’affermazione e le autorità affermano che gli scienziati hanno agito illegalmente. Nessun archeologo ha avuto permessi di scavo dal momento dell’invasione USA del marzo 2003, ma lo scorso mese il Consiglio Nazionale delle Ricerche ha annunziato di aver scoperto circa 500 rare tavolette a Eridu, un sito desertico nel sud dell’Iraq. Secondo un membro del team, Giovanni Pettinato, assiriologo dell’università di Roma, La Sapienza, le tavolette datano dal 2600 al 2100 a.C. ed hanno iscrizioni con contenuti letterari, lessicali e storici e si suppone che possano fare parte di una biblioteca. La notizia, molto pubblicizzata nelle scorse settimane ha lasciato perplessi ed indignati gli archeologi in Iraq ed all’estero. Eridu era stato trascurato nell’ultimo periodo ed un’antropologa dell’università di New York afferma che una biblioteca era stata creata qui molto più tardi.. Donny George, direttore del Board of Antiquities dell’Iraq ha inviato il 6 aprile un e-mail di protesta al team di Pettinato chiedendo spiegazioni. Un gruppo iracheno, inviato recentemente a Eridu per indagare, non ha trovato traccia delle tavolette. George accusa gli Italiani di aver agito illegalmente anche in un altro sito vicino a Ur, avendo avuto solo il permesso di prendere fotografie. In un’intervista a Science del 10 aprile, Pettinato ha confermato che una pietra di fondazioni con iscrizioni era stata portata al museo di Nassiriya con l’autorizzazione di un giudice e, riguardo alle pietre ed alle tavolette di Eridu, nulla era stato rimosso dai ricercatori.

Science, 28 Apr 2006, Vol. 312, pg. 508 - Michael Balter - Durante la tarda età del bronzo l’isola vulcanica di Thera, nell’Egeo, eruttò violentemente disperdendo pomici e ceneri sul Mediterraneo orientale e suscitando un abbassamento di temperatura fino alla California. La città di Akrotiri di Thera fu completamente sepolta; uno tsunami con onde di 12 m colpì violentemente le coste di Creta, 110 km più a sud, ed il cataclisma può aver accelerato il crollo della famosa civiltà minoica. Per circa 30 anni gli archeologi hanno discusso sulla data dell’eruzione. Quelli che basano le datazioni sugli stili delle ceramiche e sulle iscrizioni degli Egiziani pongono l’evento circa al 1500 a.C. mentre gli esperti delle datazioni al radiocarbonio la pongono fra 100 e 150 anni prima. Ora due nuovi studi del radiocarbonio forniscono un ulteriore supporto alla datazione più antica e ciò farebbe rivedere le relazioni fra Egitto, Creta minoica e Grecia micenea e possono cambiare significativamente le direzioni ed il modo con cui si sono spostate le influenze artistiche e culturali. Tuttavia molti archeologi che hanno difeso da lungo tempo le date più recenti non si convincono. Le ceramiche trovate ad Akrotiri negli scavi greci degli anni ’90 hanno uno stile particolare con spirali e motivi floreali noto come Tardo (Late) Minoico 1A (LM 1A) che corrisponde all’apice della civilizzazione minoica. Poiché la ceramica minoica era largamente commerciata nel Mediterraneo, i luoghi che possiedono ceramiche più tarde come quelle del Tardo Minoico 1B, con dipinti delfini, polipi e creature del mare, devono essere successivi all’eruzione. Questo rende possibile definire una cronologia relativa tra le regioni indipendentemente da una datazione assoluta. La cronologia relativa fornisce un campo temporale dal 1700 al 1400 a.C. mentre due team danno con il radiocarbonio delle date molto più precise. Un team della Cornell University, su 127 campioni di carbone prelevati ad Akrotiri, data l’eruzione fra il 1660 ed il 1613 a.C. con il 95% di confidenza usando una nuova curva di calibrazione e modelli statistici sofisticati. Il secondo team dell’Università di Aarhus, in Danimarca, ha basato la datazione su un ramo di olivo con foglie e rametti sepolto vivo dalla pomice ed è risultata fra il 1627 ed il 1600 a.C sempre con il 95% di confidenza. Ambedue le datazioni, quindi, rifiutano la cronologia convenzionale del 1500 a.C.. Una conseguenza è che il legame convenzionale che pone l’apice della civiltà minoica contemporanea all’Egitto del XVI secolo a.C. nel Nuovo Regno, è sbagliata. Il Nuovo Regno, specie sotto il Faraone Ahmose fu il punto più alto della potenza egiziana. Invece l’apice dei Minoici si è avuto durante il periodo degli Hyksos, quando il delta del Nilo fu governato da re di popoli venuti dal levante. Gli Hyksos furono cacciati alla fine dal Faraone Ahmose. Il riallineamento della cronologia significa anche che le famose tombe micenee cariche d’oro scavate da Heinrich Schiemann alla fine del 1800 e correlate con le ceramiche LM 1A, inizio della potenza micenea nell’Egeo, dovrebbero essere contemporanee agli Hyksos. Alcuni archeologi avevano supposto che l’ascesa dei micenei fosse stata provocata dalla loro alleanza strategica con il Nuovo Regno egiziano, mentre così c’è la possibilità che fossero stati alleati degli Hyksos. Le datazioni del radiocarbonio creano un salto nella cronologia egiziana di 120-150 anni e questo crea ancora perplessità. Alcuni affermano che la datazione al radiocarbonio non è infallibile e la data più antica per l’eruzione di Thera viene contraddetta dagli scavi in Egitto e nella stessa Thera. Gli archeologi hanno trovato ceramiche LM 1A in strati che in Egitto vengono datati al 1500 a.C. e ad Akrotiri è stato trovato uno stile di ceramica cipriota che apparentemente non è comparsa in Egitto fino al 1500 a.C., Non ci sono fatti concreti per pensare che la cronologia storica egiziana sia sbagliata se non di pochi anni perché costruita da centinaia di esperti nel corso di molti decenni. Benché si sia cercato di rispondere a tutte le obiezioni dei sostenitori della data più recente ambedue le parti convengono che si è ancora ad uno stallo.

Science, 15 Sep 2006, Vol. 313, pg. 1551 - Andrew Lawler - Un blocco di pietra trovato in una cava messicana fornisce una prova che l’antica popolazione Olmeca ha sviluppato un proprio sistema di scrittura fin dal 900 a.C. e questo classifica il reperto come il più antico scritto del Nuovo Mondo ed aggiunge importanza ad una cultura che può avere influenzato Maya e Aztechi. Anche gli scettici ritengono che i segni rappresentano delle vere iscrizioni e le controversie rimangono sulla datazione e sulle implicazioni. Le iscrizioni non sono state ancora decifrate, non sembrano relazionate alle scritture mesoamericane più tarde e difficilmente risolveranno il dibattito se la cultura olmeca fosse dominante o semplicemente una delle tante cresciute nel Mesoamerica. La civiltà olmeca è apparsa sulle coste del Golfo del Messico intorno al 1200 a.C.; il suo primo centro, San Lorenzo Tenochtitlan fu abbandonato intorno al 900 a.C. appena sorse il vicino centro di La Venta. Intorno al 400 a.C., la cultura olmeca era quasi sparita ma si era già diffusa su tutto il Mesoamerica anche se rimane discussa l’estensione della sua influenza. Gli Olmechi hanno sviluppato un sofisticato calendario iconografico, ma gli studiosi discutono se può essere considerato una scrittura. Sono stati trovati anche frammenti di vasi con figurine. Il nuovo blocco con iscrizioni è stato esaminato da un team questa primavera. Si suppone che il blocco abbia la stessa età dei manufatti trovati vicino, ma non si sa se appartengono all’ultima fase di San Lorenzo o a La Venta. Alcuni segni si ripetono in una configurazione variabile e si qualificano come scrittura. L’influenza sui sistemi di scrittura più tarda è però poco chiara. Il testo scorre in orizzontale invece che verticalmente come negli scritti più tardi del Mesoamerica e non ci sono similitudini con quelli sorti nel 500 a.C.. Il sistema, dopo la sua diffusione, può essere sparito prima che apparissero gli altri come è già successo alle scritture dell’Indo svanite subito dopo il 2000 a.C. e, come gli scritti dell’Indo, rimane indecifrabile. I ricercatori devono tornare sul sito e continuare a scavare.

Science, 15 Sep 2006, Vol. 313, pg. 1560 - Michael Balter - La scoperta nel 1994 delle grotte di Chauvet in Francia ha rivoluzionato le nostre idee sulle capacità di espressione simbolica degli uomini primitivi. Gli stupefacenti disegni di cavalli, leoni ed orsi che adornano le pareti delle grotte erano eseguite con prospettive ed ombre che rivaleggiano in virtuosismo con tutte le altre conosciute. Alla domanda di quando erano state eseguite, le datazioni al radiocarbonio indicavano 32000 anni fa, subito dopo che la glaciazione aveva coperto l’Europa. Ciò implica che gli uomini moderni hanno avuto il loro sviluppo in un ambiente rigido mentre i loro cugini Neandertal si stavano estinguendo. Ora invece datazioni corrette al radiocarbonio indicano che le più antiche pitture di Chauvet sono almeno di 36000 anni fa e questo le porta in un periodo di relativo caldo togliendo credito all’idea che gli uomini moderni fossero adattati ai climi freddi. La revisione di queste stime, nel periodo fra 50000 e 25000 anni fa, sono cruciali nell’archeologia perché questo è il periodo in cui Neandertal e uomini moderni sono vissuti in Europa e si sono verificate forti fluttuazioni di temperatura culminate con la diffusione dei ghiacciai nel nord Europa. Il problema non sta nel principio del metodo del radiocarbonio. Piante ed animali assorbono dall’aria l’isotopo radioattivo C14 e questa concentrazione rimane in equilibrio fino alla morte; dopo la morte la concentrazione decade e dalla sua misura si ricava l’età. Il C14 nell’atmosfera varia però con l’attività del Sole e le fluttuazioni del campo magnetico terrestre, quindi l’orologio del radiocarbonio può andare avanti o fermarsi fino a 500 anni. Le datazioni possono quindi divergere da quelle reali. Un esempio è l’inizio dell’Olocene, quando è finita l’ultima era glaciale ed è iniziata l’agricoltura, datato a 10000 anni fa con il radiocarbonio non calibrato. A questa data l’orologio del radiocarbonio si è fermato per diverse centinaia di anni e la datazione precisa è compresa fra 11200 ed 11800 anni fa. Per questa ragione molti scienziati riportano solo la data del radiocarbonio e non quella del calendario. Nel 2004, dopo 25 anni di lavoro, il gruppo internazionale di esperti del radiocarbonio, IntCa104, ha esteso la curva di calibrazione indietro fino a 26000 anni fa usando dati dai cerchi degli alberi, dai coralli e dai sedimenti dei laghi e creando un data base della concentrazione del C14 nel passato. L’obiettivo finale, entro la fine del decennio, è di arrivare a spingere la calibrazione fino a 50000 anni fa, oltre il quale il residuo di radiocarbonio non è più misurabile. Questo risolverebbe molti problemi archeologici perché i 50000 anni è un limite entro cui si sono verificate le maggiori migrazioni degli uomini moderni dall’Africa all’Europa ed in Asia. Sono interessati anche gli scienziati della Terra perché molte delle variazioni climatiche sono successe fra 30000 e 50000 anni fa. Con le correzioni sembra che l’Homo sapiens si sia diffuso in Europa più rapidamente di quanto pensato. Altri metodi di datazione come l’elettroluminescenza delle ceramiche antiche e le datazioni con l’uranio si sovrappongono con quelli del radiocarbonio corretto. Le nuove datazioni hanno confermato quelle note di alcuni campioni come il sarcofago del faraone egiziano Zoser che si sa essere del 2750. La correzione delle variazioni del C14 si è basata prima sull’analisi degli anelli degli alberi, cioè sulla dendrocronologia, usando i pini a lunga vita della California e le querce ed i pini dell’Europa. Dagli anni ’70 le misure vengono eseguite con uno spettrometro di massa che conta direttamente gli atomi di C14. La curva di calibrazione basata sugli anelli degli alberi arriva fino a 12400 anni fa. Oltre questo limite gli esperti si sono basati su altre sorgenti meno precise. Fino a 14700 anni fa si sono usati depositi marini come i forammiferi, organismi unicellulari che secernono carbonato di calcio provenienti dal bacino Cariaco nel nord del Venezuela e poi i coralli dell’Atlantico e del Pacifico per arrivare fino a 26000 anni. La nuova curva introduce anche metodi statistici per ridurre le incertezza specie per alcuni particolari siti come il caso dell’eruzione nell’isola greca di Thera che ha distrutto le città minoiche che è stata datata ora al 1600 a.C., 100 anni prima delle precedenti stime. La curva di calibrazione è un nastro invece di una linea e lo spessore da il grado di incertezza. Dopo questi successi, i ricercatori hanno affrontato il limite dei 50000 anni. I dati di calibrazione basati sui coralli fossili dei depositi oceanici portano a differenze di migliaia di anni, ma gli oceani contengono un tenore minore di C14. Gli anelli degli alberi possono arrivare anche fino a 55000 anni sfruttando i kauri fossili dell’Australia e si è ora confidenti di riuscire a raggiungere l’obiettivo entro 10 anni. L’archeologo Paul Mellars dell’università di Cambridge, UK, ha fretta di acquisire dati più accurati per datare i siti di presenza contemporanea in Europa dei Neandertal e degli uomini moderni. Usando il metodo di massima probabilità, Mellars ha trovato che gli uomini moderni, non solo si sono diffusi in Europa più rapidamente di quanto si pensasse, ma si sono sovrapposti ai Neandertal in un breve intervallo intorno a 6000 piuttosto che 10000 anni fa, in certe parti del continente e si erano estinti più rapidamente per la competizione. Le calibrazioni sono ancora contestate, ma gli archeologi non possono aspettare e pensano che le curve non saranno mai definitive perché nessuna commissione internazionale può fermare il progresso scientifico.

Science, 2 Feb 2007, Vol. 315, pg. 588 - Andrew Lawler - Tre millenni fa, Gerusalemme era ignorata dagli archivi mesopotamici ed ha avuto solo una breve menzione nelle cronache egiziane. Nonostante un secolo mezzo di scavi, gli archeologi devono ancora scoprire prove sicure dell’impressionante capitale descritta dai testi biblici da dove il re David ed il figlio Salomone governavano un ricco impero dal Nilo all’Eufrate. Ora i nuovi scavi di un grande edificio a Gerusalemme hanno intensificato un aspro dibattito fra archeologi ed esperti biblici su come datare ed interpretare i ritrovamenti di questo periodo. Il team dello scavo, guidato dall’archeologa Eliat Mazar dell’Università Ebrea di Gerusalemme, afferma che la scoperta sostenga la visione tradizionale che un potente re giudaico regnava su un grande città intorno al 1000 a.C.. La novità è che questa grande costruzione non era opera degli antichi Canaaniti, i popoli che vivevano nella regione prima dell’arrivo dei Giudei e sostiene che il sito era probabilmente il palazzo di David. Mazar afferma che ben presto pubblicherà nuove datazioni al radiocarbonio che sostengono le sue affermazioni. Altri archeologi, però, esitano ad assegnare un’identità all’edificio ed alcuni dubitano della datazione. L’archeologo Israel Finkelstein dell’università di Tel Aviv afferma che Gerusalemme era un tipico villaggio dell’interno fino a cento anni dopo ed il racconto biblico deve considerarsi piuttosto esagerato, suscitando così la collera degli studiosi biblici. Molti nazionalisti israeliani e devoti cristiani sono desiderosi di provare l’accuratezza delle storie su David e Salomone, mentre i Palestinesi sospettano che gli Ebrei abbiano finanziato gli scavi per legittimare il loro controllo sulla città che per i musulmani è seconda solo alla Mecca.. La soluzione della contesa dipende dal perfezionamento delle tecniche di datazione dei siti e dei manufatti trovati. Gerusalemme è posta al centro della regione orientale che connette l’Africa all’Asia. La maggior parte del traffico mercantile e degli eserciti passava ad ovest, seguendo le coste piatte e ricche di acqua del Mediterraneo. Al centro delle colline fra il deserto giudaico e la costa, Gerusalemme è molto più giovane degli altri siti della regione come Megiddo e Gerico; chiamata così dal nome di un dio siriano, la città è stata menzionata fin dal XIX secolo a.C. negli scritti egiziani. Gli scavi mostrano che 5 secoli più tardi il luogo era stato fortificato dal popolo dei Gebusiti associati agli Hittiti dell’Anatolia. Secondo i testi biblici, le tribù ebree cominciarono ad infiltrarsi nella regione in questo periodo formando il regno meridionale di Giudea ed il regno settentrionale di Israele ed infine conquistarono la città indipendente di Gerusalemme sotto il re David, intorno agli anni 1000 a.C., secondo la stima degli studiosi dei testi. David unificò i due regni ed il Vecchio Testamento riferisce che suo figlio Salomone fece grandi opere nella città ed nei dintorni. L’impero crollò subito dopo la sua morte, Gerusalemme rimase capitale della Giudea per altri 4 secoli e poi fu distrutta dal re dei Babilonesi, Nabuccodonosor, che portò via molti Giudei come schiavi. Tuttavia non ci sono prove archeologiche dirette dell’esistenza di una breve monarchia unificata e del suo impero. Decenni di scavi nel sito della Città di David posta a sud dell’ultima città, sotto quella che i musulmani chiamano Harim al-Sharif e gli Ebrei Monte del Tempio. I dati sono difficili da interpretare, Gerusalemme non è un sito archeologico facile, le pietre sono state riusate per millenni ed alcuni dei luoghi più antichi sono interdetti agli scavi per motivi religiosi e politici. Eliat Mazar ha condotto due stagioni di scavi in quello che suppone sia probabilmente il palazzo di David. Nel 2005 il suo team ha iniziato gli scavi sulla vetta di una grande struttura di roccia, sul punto più stretto della collina che forma la città di David, alta 37 m e terrazzata che molti archeologi datano al XII secolo a.C. prima dell’arrivo degli Ebrei. Mazar, finanziata largamente da una banca di investimento ebrea-americana, ha scoperto un grande edificio sopra una struttura e crede che ambedue siano state erette nello stesso periodo. Ambedue sembrano trovarsi fuori dalla città dei Gebusiti ed i nuovi edifici e le ceramiche più elaborate mostrano un salto culturale. Altri archeologi sono scettici e ritengono faccia parte della città dei Gebusiti. La chiave sta nel datare le elaborate ceramiche in alto ed in basso dello scavo, ma il metodo del radiocarbonio per questo periodo storico è impreciso e l’incertezza va da 1 a 2 secoli. Più recenti calibrazioni possono restringere l’incertezza a 50 anni. Mazar, sulla base delle ultime calibrazioni e delle ceramiche ha stabilito una data fra il 1050 ed il 1000 a.C. e quella dei materiali usati dai primi Giudei a Gerusalemme fra il 1050 ed il 780 a.C.; la data più probabile è il 930 a.C.. Il gruppo di Finkelstein e di Tel Aviv che dissente fortemente si basa sui dati di una vasta campagna di più di 500 misure al radiocarbonio su 150 campioni da 25 siti diversi collegata alle ceramiche ed afferma che la cronologia tradizionale anticipa di un secolo gli avvenimenti, l’edificio scoperto può essere del VI secolo a.C. quando la città aveva avuto un rapido sviluppo. Il racconto biblico per lui è stato scritto secoli dopo in un contesto storico diverso. Nei dintorni di Gerusalemme mancano i villaggi che avrebbero dovuto sostenere una grande capitale e l’agricoltura della zona poteva sostenere ottimisticamente 500 persone. Questa visione è contestata come minimalista dagli archeologi di Gerusalemme che credono nell’accuratezza del racconto biblico ma ammettono che le datazioni sono maledettamente imprecise ed ognuno può sostenere la sua posizione. C’è tuttavia qualche segno di convergenza. Tutti ammettono che Gerusalemme non era una grande città, ma la capitale di un gruppo di villaggi che aveva cominciato ad espandersi alla fine del X secolo. Certo quando si parla di David e Salomone non si può prescindere dalle influenze politiche ed ideologiche.

Science, 16 Feb 2007, Vol. 315, pg. 934 - Richard Stone - Gli archeologi dell’UNESCO stanno studiando l’enigma delle enormi urne di pietra arenaria scoperte nella zona del Laos centrale detta la Piana delle Giare. Si tratta di grandi vasi che potevano contenere un adulto intero o un uomo ed una donna o diversi bambini o prigionieri vivi catturati in battaglia o il cadavere di un re importante. Tutto intorno ai luoghi delle giare si trovano tombe e gli esperti discutono se i corpi erano posti nelle giare per decomporsi e quindi i resti erano raccolti per essere seppelliti. Si tratta dei più grandi vasi mortuari del mondo e non si sa di quale cultura siano il prodotto. Anche la mancanza di ornamenti rinvenuti rappresenta un mistero. Sono state trovate circa 2500 giare con coperchi e dischi di pietra in 52 siti nella Piana delle Giare che occupa 15000 kmq nella provincia di Xieng Khouang. Uno sforzo di collaborazione è in corso per salvare uno degli enigmi archeologici irrisolti dell’Asia. L’UNESCO ed il governo del Laos hanno lanciato una nuova fase del programma di conservazione della Piana delle Giare prima della sua iscrizione, prevista per il 2008, nell’elenco del Patrimonio dell’Umanità. Uno scopo è quello di proteggere l’altopiano Xieng Khouang dall’attesa invasione di turisti ed un altro di proteggere gli stessi turisti dalle bombe inesplose lasciate dalla “guerra segreta” degli USA dal decennio 1960 agli inizi dei ’70. Decifrare il significato delle giare può gettare luce fra aumento della complessità sociale e le costruzioni megalitiche come Stonehenge in Inghilterra e le facce dei Moai a Rapa Nui; tracciare la provenienza delle giare darebbe un contributo all’organizzazione sociale del sud-est asiatico preistorico durante la sua trasformazione da un libero insieme di comunità contadine ad una rete di centri urbani che commerciavano con la Cina e l’India importando le religioni del buddismo e dell’hinduismo. Secondo la tradizione orale del luogo, le giare furono costruite per conservare il lu-lao, o acquavite di riso, per le feste che 1500 anni fa celebravano le vittorie militari del re Khu Chuang sul capo ribelle Chao Angka. Nel decennio del 1930, un’archeologa francese scoprì a Thong Hai (il Sito1) uno dei campi più grandi con 250 urne e trovò oggetti sepolcrali includenti vetri e collane, ceramiche, braccialetti di bronzo e punte di lancia simili a quelli dell’età del ferro trovati nel nord-est della Tailandia. Furono trovate anche ossa carbonizzate e ceneri in una vicina grotta. Si suppone che le ossa e le ceneri fossero conservate nelle giare, i gioielli si trovavano vicini e che i dischi di pietra servissero come contrassegni delle tombe. Le ricerche furono interrotte dalla guerra del Vietnam quando il Laos centrale fu bombardato a tappeto con 2 milioni di tonnellate di bombe per distruggere le linee di comunicazioni del Nord Vietnam ed è un miracolo che un così gran numero di giare si sia salvato. Gli studi ripresero nel 1994 quando il nuovo direttore dei musei e dell’archeologia del Laos fece scavare numerosi luoghi cimiteriali vicino alle giare. Queste ricerche confermarono l’idea che le giare fossero usate nei cimiteri, ma le ossa trovate non erano carbonizzate e quindi non si sa se i cadaveri venissero cremati. L’UNESCO lavora all’ipotesi che i cadaveri venissero posti nelle giare a decomporsi ed essiccassi, un processo rituale perché dal corpo distillasse l’essenza umana e si fa riferimento all’usanza moderna in Cambogia, Laos e Tailandia di interrare la nobiltà in grandi urne prima della cremazione. La civiltà del tempo si trovava lungo vie carovaniere e giare simili sono state trovate nella provincia dell’Assam, nel nord-est dell’India, suggerendo una connessione culturale. L’età delle giare è solo oggetto di supposizioni; resti di carbone trovati all’interno sono di 4000 anni fa ed i frammenti di ossa da più parti fra 900 e 1000 anni fa, la maggior parte dei materiali sono invece fra 2500 e 1500 anni fa. Benché non si possa datare direttamente le giare di arenaria, si può usare la luminescenza stimolata con la tecnica di misurare la luce emessa dagli elettroni intrappolati dai cristalli di quarzo del materiale a lungo tenuto interrato. Questa dipende dalla radioattività del luogo e dal tempo di sepoltura. L’UNESCO spera di trovare i fondi per queste datazioni. Le giare sono state realizzate con la roccia locale. Nel 2000, nel Sito3 è stata trovata una fabbrica di giare con vasi ancora incompleti in una cava di arenaria; non ci sono indicazioni sull’identità degli artigiani, solo una giara porta un disegno tracciato dal costruttore, in genere non ci sono segni di creatività. Alcuni coperchi e dischi hanno immagini di tigri e scimmie e nel Sito 2 un disco è ornato da uno strano disegno a forma di rana. Grandi giare di pietra dell’isola di Sulawesi, in Indonesia, portano disegni di animali sui coperchi, ma non c’è prova di collegamenti fra i due luoghi. Legami fra le culture delle giare si potrebbero trovare da paragoni linguistici. Supponendo che i costruttori delle giare di Sulawesi parlassero un linguaggio austronesiano, gli abitanti del Laos potevano avere enclave dell’area pacifica, provenienti forse dal Vietnam centrale dove una cultura usava vasi da sepoltura circa 2000 anni fa. Per il momento però non si sono trovate discendenze linguistiche nei siti del Laos. Per il momento L’UNESCO e le autorità del Laos cercano di mantenere intatti i tesori di Xieng Khouang per futuri studi cercando anche di attrarre denaro dal turismo. La provincia comincia a diventare sicura per le ricerche. L’UNESCO cerca un partner per usare un radar a penetrazione sub-surface allo scopo di identificare dall’alto altri siti vicino alla capitale Vientiane ed alla città medievale Luang Prabang, ancora inesplorati. Senza nuove scoperte le giare rimarranno sempre un mistero.

Science, 27 Jul 2007, Vol. 317, pg. 446 - Andrew Curry - Dal 500 a.C. al 650 d.C. circa, le valli di Nasca e Palpa, 400 km a sud di Lima in Perù sono state sedi di una sofisticata cultura che ha creato grandiosi disegni sulla superficie del deserto di Atacama, rappresentanti figure di animali ed umanoidi e figure geometriche di 2 km, detti geoglifi, che possono essere visti facilmente dal cielo. Qualcuno ha anche suggerito che quei popoli avessero inventato palloni ad aria calda per creare questi intricati disegni. Le teorie più scientifiche sul loro significato andavano dalle carte astronomiche alle mappe di risorse idriche, quelle più fantastiche parlavano di piste di atterraggio per extraterrestri. Recentemente lo sforzo decennale di un team internazionale di ricercatori ha fornito alcune risposte. Per documentare i geoglifi il team ha usato apparecchiature ad alta tecnologia come laser scanner, sistemi di datazioni al carbonio ed un elicottero robotico da 2 m. Nella riunione a Bonn, in Germania, del mese scorso, Markus Reindel dell’Istituto Archeologico Germanico (DAI) e ricercatori del Perù, Germania, Svizzera, Austria ed altri, hanno presentato i risultati della ricerca. I geoglifi servivano senza dubbio a funzioni cerimoniali nell’ambito della cultura che li ha creati e si è data una spiegazione al declino ed alla scomparsa di questa cultura. Benché ora la regione dell’Atacama sia estremamente arida con meno di 0,5 mm di precipitazioni annue, fra il 1800 a.C. ed il 600 d.C., una successione di culture, culminate con quella di Nasca, avevano sfruttato la poca acqua disponibile per creare delle società agrarie. Gli abitanti sfruttarono la configurazione del suolo, ricoperto da pietrisco vulcanico scuro sopra uno strato di sabbia chiara, e crearono i loro disegni per contrasto, spostando lo strato di pietre scure. I grandi disegni non richiedevano un’osservazione dall’alto con palloni, né l’aiuto di extraterrestri, ma una combinazione di postazioni sopraelevate, corde, picchetti e pietre. Fare un geoglifo è più facile di quanto sembri. I disegni di Nasca hanno attratto l’attenzione degli archeologi dalla fine del decennio 1920. Un decennio dopo l’americano Paul Kosok cominciò a catalogare le linee studiando gli antichi sistemi di irrigazione. Dopo la sua morte, la sua assistente, Maria Reiche avanzò la tesi che le linee servivano per l’osservazione del Sole e delle stelle. Poi nel 1968 uscì il libro dello svizzero Erich von Däniken, dal titolo Chariots of the Gods?, con la teoria che gli extraterrestri avevano influenzato le antiche culture e ci fu una stasi nelle ricerche. All’inizio del 1997 furono raccolti i fondi per iniziare l’ultimo progetto e scoprire i segreti di Nasca. Venne privilegiata la Palpa Valley più a sud, non così ben documentata come quella di Nasca, e fu usato un piccolo aeroplano per prendere fotografie dei disegni in bianco e nero ad alta risoluzione. Altri fondi vennero nel 2002 dal Ministero dell’Educazione della Germania Federale ed arrivarono archeologi, ingegneri ed esperti di immagini computerizzate dalla Germania, Perù, Austria, e Svizzera per provare nuovi metodi nella Palpa Valley. Usando la fotogrammetria tridimensionale, fu realizzato un modello topografico digitale della valle e della topografia dei disegni. Risultò che i disegni erano ben visibili e comprensibili da osservatori al suolo e durante le cerimonie con le persone che camminavano lungo di essi. Gli scavi scoprirono piattaforme e piccoli edifici alla fine delle linee più grandi dei geoglifi. Buche profonde 60 cm, vicino alle piattaforme, indicavano la presenza di pali alti parecchi metri, che servivano come punti di riferimento, e c’erano luoghi di sacrifici, indicando che avevano una funzione religiosa. Studiando le popolazioni che abitavano i luoghi a quell’epoca, all’inizio del 1998 fu scoperta nell’area di Nasca una necropoli reale, con camere profonde 6 m piene di stoviglie e ceramiche funerarie, e questo indicava come la società fosse organizzata con un sistema di classi. Nella Palpa Valley furono documentati più di 650 insediamenti. Le cause della scomparsa di questa cultura si fanno risalire ai cambiamenti climatici che dal 500 a.C. cominciarono a rendere la regione più secca. Le popolazioni vivevano in queste valli di pastorizia utilizzando l’acqua che scorreva nei fiumi alimentati dalle montagne dell’est. Disseccandosi i fiumi sparì l’erba dei prati e le popolazioni si spostarono verso le montagne seguendo le scarse sorgenti d’acqua. La cultura di Nasca cominciò a decadere intorno al 200 d.C.. Le datazioni al carbonio 14 indicano che gli insediamenti venivano progressivamente abbandonati e nuovi sorgevano a quote più alte.

Science, 3 Aug 2007, Vol. 317, pg. 586 - Andrew Lawler - Nella riunione della International Association for the Study of Early Civilization in the Middle Asian Intercultural Space, tenutasi a Ravenna, Italia, lo scorso 7-8 luglio, è stata riscritta la tradizionale storia delle civiltà germogliate in Mesopotamia lungo le rive dell’Eufrate, quindi del Nilo ed infine nell’Indo durante il terzo millennio a.C., con ogni cultura largamente isolata e separata da territori difficili ed immense distanze. Gli archeologi hanno ora ridisegnato un quadro più complesso, con dozzine di centri urbani fiorenti fra la Mesopotamia e l’Indo che si scambiavano prodotti di uso comune, tecnologie, architetture ed idee. Solo ora si comincia a capire come è esploso lo sviluppo urbano in quella che si chiama Asia di Mezzo e bisogna cambiare la nostra precedente visione che la Mesopotamia fosse la culla dell’umanità e la madre della civiltà e che tutte le civiltà fossero sorte nelle vallate dei grandi fiumi. La Guerra Fredda e poi la rivoluzione iraniana e la guerra in Afghanistan hanno accentuato l’isolamento delle regioni centrali dell’Asia dalle maggiori ricerche archeologiche, tuttavia gli ultimi scavi in Iran, Turkmenistan ed Oman hanno indotto a rivedere l’intero quadro. Negli ultimi tre secoli del terzo millennio a.C., l’altipiano iraniano è stato un luogo estremamente dinamico. La globalizzazione è un fenomeno antico. L’ossidiana anatolica, per costruire attrezzi taglienti, è stata trovata in abbondanza nel Medio Oriente, in località datate nel 5° millennio a.C.. Nel 4° millennio i lapislazzuli estratti in Afghanistan compaiono in Mesopotamia ed in Egitto. Nel 3° millennio perline di carnelia, prodotte nella valle dell’Indo, circolavano nel Medio Oriente ed il rame dell’Oman veniva lavorato nei raffinati gioielli sumeri della Mesopotamia. Gli archeologi hanno supposto da lungo tempo che lo slancio nei commerci era derivato dallo sviluppo improvviso delle città nel 3° millennio a.C. nel sud della Mesopotamia povera di pietre, metalli ed altre risorse, mentre Indo ed Egitto erano ricche di materie prime. I nuovi scavi contraddicono queste idee. Nel sud-est dell’Iran, presso il fiume Halil a sud della moderna città di Jiroft, un team iraniano ha scoperto i resti di una città che poteva rivaleggiare con la contemporanea Ur per estensione e ricchezza. L’antica città fra la metà e la fine del 3° millennio a.C., copriva un’area di 2 kmq dominata da una grande cittadella. Nella cittadella e nel cimitero sono stati trovati resti di vasi di pietra scura, steatite o clorite, ritrovati poi anche a grande distanza nell’Asia occidentale come oggetti di valore. Sono stati inoltre trovati resti di ceramiche più antiche in insediamenti fino al 4° millennio a.C. che indicano l’esistenza di questa cultura già in tempi più antichi. Una conferma di queste nuove idee richiede però tempo per competere con i 150 anni di scavi in Mesopotamia. Altri siti nell’Iran orientale indicano la presenza di altre città, fra il 2250 ed il 2400 a.C., ed i manufatti includono lapislazzuli dall’Afghanistan, conchiglie delle coste del Pakistan e vasi importati dall’Indo ed i commerci sembrano estendersi almeno dal 3° millennio. Nel 3° millennio a.C., Oman divenne un’importante sorgente di rame per Sumer e Susa, la grande capitale Elamite al confine della Mesopotamia, e le ceramiche trovate in Oman indicano i collegamenti con l’Iran e che il commercio avveniva attraverso lo stretto di Hormuz ed il Mare Arabico. Il commercio si estendeva fino all’Asia centrale, nella Battriana, ed alla civiltà dell’Oxus, come ha dimostrato l’archeologo russo Viktor Sarianidi. Una rete commerciale collegava quindi l’Asia di Mezzo con i centri urbani della Mesopotamia e dell’Indo. Una domanda ancora senza risposta è se la scrittura abbia avuto un ruolo nell’Asia di Mezzo. Una scrittura proto-Elamite è apparsa nel 3000 a.C. ed a Susa sono state trovate 1500 tavolette. Gli studiosi dicono che la scrittura ha avuto origine qui insieme al cuneiforme, ma negli ultimi decenni queste tavolette sono state trovate anche nell’altopiano iraniano. I sigilli e le figurazioni mitologiche nei vari siti indicano scambi di idee politiche, religiose e mitologiche e si nota un’integrazione culturale fra l’Oxus, l’altopiano iraniano ed il Golfo Persico. Alla fine del 3° millennio si diffonde il cuneiforme con i Sumeri. Questa civiltà diffusa però ebbe breve durata. All’inizio del secondo millennio dall’Indo alla Mesopotamia le popolazioni abbandonarono le città, si fermò il commercio e le civiltà dell’Asia di Mezzo appassirono. Entro il 1800 a.C. le città dell’Indo si svuotarono e nel secondo millennio nell’altopiano iraniano sparirono gli insediamenti. Molti archeologi credono che un cambiamento climatico ed un prolungato periodo di siccità abbia provocato il collasso.

Science, 31 Aug 2007, Vol. 317, pg. 1164 - Andrew Lawler - In Siria gli archeologi hanno scoperto i resti di dozzine di giovani uccisi in battaglia circa 6000 anni fa e prove di una festa che celebrava una vittoria. La scoperta è stata fatta in un antico sito chiamato Tell Brak, che gli studiosi credono sia stato quello di una delle più antiche città del mondo. Il rilievo, alto 40 m posto nel nord-est della Siria vicino al confine con l’Iraq, è stato scavato per più di 30 anni, ma solo ora sta rivelando fatti così remoti. Un’altra scoperta è quella di una sepoltura collettiva trovata a Tell Majnuna, mezzo chilometro a nord di Tell Brak, dove gli archeologi dell’università di Edimburgo hanno trovato diversi strati di ossa. Una prima fossa collettiva conteneva le ossa di 34 giovani ed adulti di mezza età, ma data la modesta estensione dello scavo, vi si potrebbero trovare centinaia se non migliaia di corpi. Almeno due crani mostrano segni di ferite, probabile causa della morte, mancavano le ossa dei piedi e delle mani e sembra che i corpi siano stati lasciati a decomporsi prima di seppellirli. Sopra gli scheletri si è trovata una massa di stoviglie per mangiare ed ossa di animali, prove di una grande festa. In una seconda fossa collettiva si sono trovate le ossa di 28 individui senza dita, mani e piedi, in maggioranza giovani, e sopra grandi quantità di stoviglie ed ossa di animali. In una terza area, dalla parte opposta del rilievo, si è trovato uno spesso strato di ceneri e 13 scheletri di adulti fra 20 e 45 anni e due bambini. Al contrario degli altri questi mostrano di essere stati interrati con cura, ma le stoviglie pare fossero di un’epoca più tarda. I siti indicano che si è tenuta una violenta battaglia, ma non si sa se i vincitori fossero quelli che difendevano o attaccavano Brak e se la festa commemorava una vittoria o una sconfitta. Si stima che i fatti di Majnuna siano successi intorno al 3800 a.C. e sembra che Brak sia sopravvissuta alla battaglia e sia stata distrutta due secoli dopo. Qualcosa di simile è successo nel sito di Hamoukar con una battaglia nello stesso periodo della distruzione di Brak. Dopo la battaglia sembra che i residenti si siano accampati intorno alle rovine e, non molto tempo dopo, vi compaiono ceramiche del sud. Ci sono pochi esempi di fosse collettive nel vicino oriente preistorico. La più drammatica è la fossa trovata nel 1997 a Domuztepe, in Turchia contenente i resti di 40 persone ed ossa di bestiame, pecore e capre che datano dal 5700 al 5600 a.C., le vittime, maschi e femmine, hanno età comprese fra neonati e vecchi e numerose teste mostrano fratture o sono state tagliate. Nel 3° millennio a.C., in un sito detto Titris Höyük nella Turchia centro-meridionale, si sono trovati 19 crani sistemati con cura in un bacino ovale. Testi della Mesopotamia descrivono simili scene, come nella famosa stele degli avvoltoi dove il re dei Sumeri si vanta di aver ammucchiato i corpi dei nemici e descrive gli avvoltoi che portano via le teste tagliate. Il tema dei vincitori che celebrano una festa dopo una battaglia si trova pure in un’iscrizione. Brak è stato un centro del commercio ed un insediamento, prima e dopo i fatti di Majnuna. Gli abitanti importavano materie prime da luoghi lontani centinaia di chilometri e li trasformavano in manufatti nei due secoli precedenti alle fosse collettive. Si sono scoperte stanze datate nel 3900 a.C. che contenevano pile di ossidiana proveniente dalla distante Anatolia, diaspro, marmo, serpentino e pietre di diorite per perline. C’erano anche pezzi di bitume grezzo dalla Mesopotamia orientale e questa è la prima prova di un’industria manifatturiera che usa materie prime. Si è trovata una coppa di ossidiana su una base di marmo legata con bitume. Intorno a Brak si sono trovate altre aree di insediamenti fra il 4200 ed il 3900 a.C., estese su 55 ettari e solo la città di Uruk, nel sud della Mesopotamia, era così grande in quel periodo. Insediamenti così dispersi fanno pensare ad un sistema sociale poco gerarchico.

Science, 21 Sep 2007, Vol. 317, pg. 1692 - Jared Diamond - L’isola di Pasqua è famosa per molte ragioni: il suo isolamento, la completa deforestazione, le sue centinaia di statue di pietra, la loro distruzione da parte dei discendenti dei costruttori e la trasformazione violenta della sua società come una metafora del mondo di oggi. Quando fu scoperta dagli europei nel 1700, l’isola di Pasqua era quasi unica fra le isole del Pacifico ad avere perso gli alberi oltre i 3 m, ma i pollini hanno rivelato la passata esistenza delle grandi palme e, dai resti di legno bruciato, di altre 20 specie di alberi durante la presenza umana. Dalle datazioni al radiocarbonio le palme erano in maggioranza finite entro il 1450 ed i grandi alberi nel 1650, dopo gli isolani avevano bruciato erbe secche invece di legno. La fine delle foreste fu una grande perdita per gli isolani, le palme fornivano cibo e materiali per ceste, vele, coperture e reti. Sparirono anche le specie che fornivano frutti, fibre per corde e vesti e legno per le canoe. La deforestazione costrinse a cambiare le pratiche di coltivazione. Prima gli agricoltori coltivavano all’ombra delle palme che provvedevano protezione e fertilizzanti. Intorno al 1280 gli isolani cominciarono a tagliare le palme per utilizzare i tronchi e, col tempo, la perdita della loro copertura espose il terreno al calore, al vento ed alla pioggia. L’erosione rimosse il suolo fertile dovunque entro il 1520. Per compensare la ridotta fertilità gli isolani introdussero la coltivazione intensiva e la protezione del terreno con pietre, coprendo metà dell’isola con miliardi di pietre da 2 kg che riducevano l’evaporazione del suolo, riduceva le variazioni di temperatura, proteggevano il suolo dal vento e dall’erosione e, con la loro degradazione, lo fertilizzavano. Lo sterminio degli uccelli ridusse pure il livello di fosforo apportato dal loro guano. Nell’isola sono state inventariate più di 900 statue di pietra scolpite in maggioranza all’interno del cratere di Rano Raraku. C’erano 19 distinte cave raggruppate in quelle occidentali e quelle orientali. Le occidentali producevano statue come quelle poste sulle piattaforme (ahu), nella parte occidentale dell’isola i cui clan avevano uno stato sociale più alto. La metà orientale del cratere, meno accessibile, produceva le statue più alte, fino a 15 m e ciò fa pensare che ci fosse una competizione fra i due clan. Si è notato un cambiamento di stile nel 1600 quando il legnò cominciò a diventare scarso. Proliferarono le costruzioni in pietra alte 2 m, oltre 1000, dette case dei polli, dove sono state trovate ossa e penne di polli, gusci di uova e guano. Le abitazioni umane diventarono più piccole e costruite sempre con meno legno. Le tradizioni orali descrivono grotte come rifugio chiuse con massicce mura di pietra e provviste di strette entrate. I maggiori cambiamenti sono successi prima dell’arrivo degli europei, come anche la cessazione della fabbricazione delle statue e la loro distruzione da parte dei clan rivali. Il mito del buon selvaggio di Rousseau fece pensare che il collasso fosse stato provocato dagli europei e la deforestazione da una siccità prolungata. Non si hanno però prove di un cambiamento climatico fra il 1000 ed il 1700. Un’altra ipotesi ha supposto che la deforestazione fosse stata causata dall’introduzione dei ratti, ma i ratti introdotti in tante altre isole del Pacifico non hanno prodotto deforestazione. La deforestazione dell’isola di Pasqua si può comprendere in termini della sua fragilità ambientale. Fra 81 isole analizzate, il grado di deforestazione dipende dai parametri che influenzano la velocità di crescita degli alberi. L’isola di Pasqua è fredda, arida, bassa, piccola ed isolata, ha poco apporto di nutrienti dall’atmosfera e questo ha reso il suo ambiente più fragile. Vi sono ancora 6 misteri irrisolti dell’isola. Se il misterioso sistema di scrittura rongorongo sia stato inventato dopo o prima dell’arrivo degli europei; se è stato precedente, quella di Pasqua è stata la più piccola società del mondo ad aver inventato indipendentemente una scrittura. Se gli abitatori dell’isola sono arrivati una sola volta prima dell’arrivo degli europei e se le patate dolci sono arrivate con i primi abitatori. Quando sono arrivati precisamente i primi abitatori (fra l’800 ed il 1200) e quale è stato il primo insediamento dell’isola. Come è cresciuta ed è calata la popolazione e quando si è verificato il suo massimo. Se le 19 cave di Rano Raraku appartenevano ai diversi clan territoriali come riferiscono le tradizioni orali. Infine con quali metodi, forse i cambiamenti di stile, si possono datare le statue e le piattaforme (ahu), non potendo usare la datazione al carbonio.

Science, 19 Oct 2007, Vol. 318, pg. 388 - Michael Balter - Nonostante l’importanza nella civiltà e nella cultura, gli archeologi non sanno come, quando e perché gli uomini si sono avventurati nell’oceano. Le più antiche imbarcazioni conosciute sono state trovare in Olanda e Francia e sono di 10000 anni fa. La più antica prova indiretta di attraversamento del mare in Europa è l’occupazione di Cipro e dell’isola greca di Milo che datano solo 12000-13000 anni fa. I più antichi siti archeologici in Australia, Indonesia e di altre isole del Sudest asiatico indicano che l’attraversamento del mare è avvenuto almeno 45000 anni fa, subito dopo che gli uomini moderni hanno lasciato per la prima volta l’Africa. Nella riunione tenutasi il 12 settembre scorso a Cambridge, UK, sul Global Origin and Development of Seafaring, si è dibattuto se i primi marinai abbiano attraversato il mare di proposito o per caso. Certo le popolazioni che sfruttavano le risorse delle coste sono state le prime a sviluppare la capacità di attraversare i tratti di mare intorno a 50000 anni fa. L’aumento del livello del mare, che adesso è almeno 50 m più alto che al tempo dei primi uomini moderni, rende difficile ritrovare le coste dove vivevano i nostri antenati. Ci sono luoghi sommersi occupati, ma non sappiamo quasi nulla degli abitanti. Gli archeologi suppongono che i viaggi per mare siano iniziati con conoscenze avanzate, ma anche i primi ominidi sembra abbiano anticipato l’impresa. Nel 1988 un team di archeologi ha datato a 800000 anni fa, nell’età della pietra, il passaggio dell’Homo erectus nell’isola indonesiana di Flores e nelle isole del Sudest asiatico. L’occupazione di Flores ha richiesto certamente l’attraversamento del mare e questo rivaluta le capacità dell’H. erectus. Può essere capitato per un colpo di fortuna che una piccola banda di ominidi abbia usato zattere di vegetali come è capitato occasionalmente ad altri mammiferi trovati nell’isola. Questo conferma la possibilità che l’H. erectus si sia evoluto nell’isola in isolamento dando origine al piccolo H. floresiensis detto hobbit. Flores è un’eccezione che conferma quando è iniziata la prima traversata. Inoltre, anche se il passaggio in Australia può essere avvenuto per piccoli passi lungo una moltitudine di isole, non c’è prova che l’H. erectus abbia fatto questo viaggio. Gli uomini moderni sono stati i primi a venire in Australia, non prima di 60000 anni fa e si è pure scettici per date precedenti a 45000 anni fa. Rimane la questione se la migrazione sia stata prodotta da capacità acquisite o da un processo a bassa tecnologia ed in gran parte accidentale. Alcuni pensano che non necessariamente siano necessarie sofisticate tecniche, ma bastavano zattere di bambù, come quelle usate per navigare nei fiumi e negli estuari e l’aiuto di correnti e dei monsoni. Il fatto che a quel tempo il mare fosse più basso di 50 m rendeva facile il passaggio perché Australia, Nuova Guinea e Tasmania costituivano un unico continente, detto Sahul, e Borneo, Giava e la penisola di Malacca erano tutte unite e formavano la Sunda. Le ultime datazioni dell’occupazione del Sahul danno 45000 anni fa e quelle di Timor 42000 anni fa. Quando i colonizzatori si avventurarono a distanze maggiori, traversarono i 180 km di Buka 28000 ani fa, ed i 230 km di Manus 21000 ani fa. Ci dovevano essere state innovazioni nella tecnologia delle imbarcazioni divenute più grandi, fatte di legno e con l’uso di vele, anche se non ci sono prove di vele se non 7000 anni fa. Una cronologia breve fissa a 45000 anni, e non prima di 50000 anni fa, la colonizzazione delle isole fra Sunda e Sahul da parte degli uomini moderni con attraversamenti di 30-70 km, spesso con correnti contrarie, e questo richiedeva scafi ed abilità adeguate. Un altro argomento riguarda la pesca in alto mare ,inclusa quella di tonni e di squali di cui sono stati trovati resti nei siti delle isole datati a 40000 anni fa, indice che i colonizzatori avevano già le capacità della pesca in alto mare. La colonizzazione inoltre esige un numero minimo per il gruppo di fondatori con almeno 5-10 donne in età riproduttiva ed un numero circa uguale di uomini. La possibilità che un tale gruppo di persone possa arrivare per caso in una spiaggia isolata e dare luogo ad una popolazione stabile è molto difficile I nuovi coloni hanno buone possibilità di sopravvivere se mantengono contatti con la comunità di origine. Il clima tropicale di Sahul 45000 anni fa e l’abbondanza di specie giganti di bambù atti a costruire zattere, assicurano che i viaggi accidentali potevano riuscire. Semplici imbarcazioni potevano portare gruppi di 5-10 persone per pochi giorni. Le isole del Sudest asiatico offrono condizioni favorevoli per questo tipo di viaggi a differenza del Mediterraneo dove i viaggi per mare sono avvenuti solo 13000 anni fa, anche se gli uomini moderni hanno abitato il sud dell’Europa da 40000 anni fa. Nel Mediterraneo vi sono più forti contrasti e minori risorse. Il messaggio uscito dalla riunione è che lo sviluppo dei viaggi per mare non è stato universale, ma è dipeso dalle diverse condizioni ecologiche e culturali. Un altro messaggio è che l’attuale aumento del livello del mare, prodotto dal riscaldamento globale, accelera l’erosione delle coste e danneggerà le sorgenti delle nostre informazioni sommergendo sempre più gli antichi siti.

Science, 18 Jan 2008, Vol. 319, pg. 278 - Andrew Curry - Göbekli Tepe, nella Turchia sud-orientale, è per l’Istituto Archeologico Tedesco (DAI) di Berlino la più antica struttura monumentale del mondo ed il primo luogo sacro costruito dall’uomo. Alcuni megaliti di arenaria a forma di T sono disposti in cerchio ed ellissi sul pendio della collina. Alcuni sono scolpiti in modo stilizzato, altri mostrano serpenti, ragni, cinghiali, volpi, uccelli ed altri animali che camminano e volano. Scoperta nel 1995, la sua datazione al radiocarbonio è di 11000 anni fa, prima dell’era dei metalli e delle ceramiche, della domesticazione degli animali e dei primi segni di agricoltura. Il sito mette in discussione le tradizionali idee sullo sviluppo del simbolismo. L’ipotesi degli archeologi era che l’agricoltura, con l’abbondanza del cibo, avesse dato agli uomini primitivi il tempo per sviluppare l’espressione simbolica. Göbekli Tepe da corpo alla possibilità alternativa che la necessità di alimentare il gran numero di persone che si dedicavano alle costruzioni ed al culto in queste grandi strutture, abbia stimolato i primi passi verso l’agricoltura. Questo sito mostra come i cambiamenti culturali hanno preceduto il sorgere dell’agricoltura e si nota che da questa regione proviene la prima specie di grano ed è stata quindi all’origine della complessa società del neolitico. Göbekli Tepe significa in turco collina dell’ombelico, è alta 780 m ed è il punto più alto per chilometri. Il luogo fu esaminato per la prima volta nel 1960 dall’antropologo Peter Benedict dell’università di Chicago che ritenne i pezzi di arenaria dispersi nell’area resti di un cimitero medievale o bizantino. Klaus Schmidt della DAI di Berlino visitò il posto nel 1994 e non trovò tombe, ma la parte superiore di un pilastro sepolto e subito riconobbe che gli attrezzi di selci trovati sulla superficie assomigliavano a quelli di siti precedenti l’età delle ceramiche. Iniziati gli scavi, scoprì una struttura rituale scolpita in modo elaborato, ma senza case e segni di insediamenti. Gli uomini che avevano costruito il monumento erano vissuti migliaia di anni fa e le ossa trovate intorno appartenevano ad altri uomini o ad animali selvatici, ma non ad animali domestici. Schmidt ricavò circa due dozzine di datazioni dirette al radiocarbonio e, comparando gli attrezzi di pietra ed altri manufatti con quelli di altri siti, stabilì la datazione degli strati al periodo detto Pre-ceramico Neolitico B di circa 11000 anni fa. Anche se il sito precede l’agricoltura sistematica, gli uomini che scolpirono i pilastri non soffrivano di mancanza di risorse. I resti di animali e piante indicano che a quel tempo abbondavano gazzelle e cervi, uccelli migratori ed alberi da frutta e noci, ideale per cacciatori e raccoglitori. Gli archeologi hanno trovato villaggi in un raggio di 160 km dal sito. Schmidt, che ha ricevuto fondi dal DAI e dalla Fondazione della Ricerca Tedesca, nel 2003 fece analizzare il terreno a largo raggio con un radar di subsuperficie e scoprì sparsi gruppi monolitici sepolti intorno alla collina. Gli scavi hanno interessato 3500 mq, un 5% dei 9 ettari totali e ci devono essere almeno 20 strutture cerimoniali. Il più spettacolare centro rituale si trova nell’angolo occidentale. Vi sono due pilastri alti 5 m a forma di T al centro di un circolo di monoliti più piccoli il cui peso è stimato da 5 a 7 tonnellate. I fianchi dei monoliti sono scolpiti con figure di animali intrecciati, ragni, serpenti, volpi e cinghiali, avvoltoi e grifoni. Non c’è modo di sapere il significato di queste figure ed è significativo il contrasto fra le figure incise sui pilastri e le ossa sparse nei dintorni. I resti mostrano gazzelle cervi, cinghiali, capre, pecore e buoi, tutti selvatici, più una dozzina di diverse specie di uccelli inclusi avvoltoi, anatre e oche, mentre i disegni sono dominati, non da prede ma da creature pericolose, come leopardi, leoni, volpi ed avvoltoi più ragni, serpenti e scorpioni. La simbologia è dominata da animali cattivi. Schmidt insiste nel dire che il luogo non è un insediamento umano. I circoli sono costruiti per rimanere aperti verso il cielo come Stonehenge, i cacciatori raccoglitori della regione vi venivano periodicamente, costruivano i monumenti per scopi rituali e poi li abbandonavano. Le costruzioni hanno richiesto molto lavoro, perché un singolo pilastro richiedeva dei mesi. Qualcuno dice che ci dovevano essere delle abitazioni perché un luogo così grande non poteva essere lasciato senza persone che ne prendessero cura. Göbekli Tepe era un luogo di convergenza di una cultura regionale, i simboli trovati qui si ritrovano a centinaia di chilometri di distanza nel sud della Siria, a Jerf el-Ahmar e nella vicina Anatolia, a Nevali Cori. Schmidt deduce che l’antichità del sito e l’assenza di animali domestici e di agricoltura prova che il simbolismo e la religione le hanno preceduto. Il passaggio dai cacciatori raccoglitori agli agricoltori è iniziato qui e si è diffuso verso il sud. Infatti la regione è la patria di molte primizie dell’agricoltura, come il frumento che è comparso a 30 km di distanza, a Navali Cori, 500 anni dopo i monumenti di Göbekli. Vi sono tuttavia rivendicazioni di segala coltivata in Siria 13000 anni fa e molti ricercatori credono che gli uomini abbiano coltivato piante selvatiche prima che comparissero le attuali varietà domestiche. Gli scavi dureranno altri 50 anni, ma non tutto verrà scavato, solo il meno possibile per avere un’idea di quello che era il sito, lasciando il resto ai posteri.

Science, 6 Jun 2008, Vol. 320, pg. 1281 - Andrew Lawler - Nel XXII secolo a.C., mentre l’Egitto era nel caos e crollava l’impero degli Akkadi in Mesopotamia, i mercati di Mohenjo Daro, oggi in Pakistan, erano in pieno sviluppo. Carri trainati da buffali d’acqua portavano beni di valore lungo le strade lastricate delle città. Gli artigiani lavoravano i lapislazzuli provenienti dal lontano Afghanistan in collanine di steatite locale. Due secoli dopo tutte le città erano state abbandonate e gli insediamenti erano passati da 86 a circa 6. Le cultura dell’Egitto e della Mesopotamia si risollevarono, ma non così quella dell’Indo. Mohenjo Daro e la altre grandi città non furono più ricostruite, le loro simbologie dimenticate e la civiltà urbana svanì nel subcontinente indiano. Questa è un’anomalia della civiltà dell’Indo che è durata dal 2600 al 1900 a.C.; non si conoscono le cause di questo improvviso collasso: siccità, inondazioni, movimenti tellurici, rivolte ideologiche ed invasioni sono state le possibili spiegazioni. Nuove ricerche fanno pensare che questa fine può non essere stata così drammatica e completa come supposta. Alcune città sono rimaste attive fino a 500 anni dopo l’abbandono delle altre e la nuova ondata di urbanesimo arrivò prima. Il nazionalismo Hindu ha aperto un dibattito politico. I nazionalisti vogliono far risalire le radici della loro religione alla civiltà dell’Indo vecchia di 5000 anni e creano un’altra barriera con gli archeologi musulmani del Pakistan. Gli archeologi hanno teorizzato a lungo sulla fine della civiltà dell’Indo e, nel decennio 1940, si è supposto che le tribù Ariane, venute dal nord-ovest, avessero provocato la caduta. A lungo si è pensato che gli Ariani avessero portato la cultura vedica, radice delle tradizioni Hindu, ma non ci sono prove di invasioni all’epoca del crollo e gli studiosi concordano che le migrazioni dall’ovest e dall’est sono avvenute dopo il declino dell’Indo. Alcuni ricercatori recentemente hanno proposto che il clima abbia influenzato la storia, che la siccità abbia provocato il collasso di Egitto e Mesopotamia e che il crollo di questi mercati abbia portato la crisi dell’Indo alla fine del 2° millennio. Trivellazioni nel Mar Arabico indicano che durante il 22° secolo a.C. il fiume Indo ed i suoi tributari hanno versato meno acqua, segno di siccità, ed intorno al 2000 a.C. gli abitanti vicino ad Harappa avevano coltivazioni adatte alla siccità. Tuttavia altri criticano l’idea che tutto dipenda dalla siccità e pensano a motivi sociali. Si fa notare che i Grandi Bagni al centro di Mohenjo Daro furono abbandonati uno o due secoli prima della città suggerendo che erano cambiati i rituali legati all’acqua. In realtà tutta la regione da Mohenjo Daro ad Harappa decadde in modo drammatico dopo il 1900 a.C., gli insediamenti rurali passarono da 18 a 4, ma le città rimasero per altri 500 anni. Nel Gujarat, sud-ovest dell’India, la vita urbana ed il commercio nel golfo persiano continuarono per tutto il 2° millennio a.C. ed il sito di Pirak, nel Beluchistan, prosperò dal 1800 fino all’arrivo di Alessandro il Grande. La persistenza degli insediamenti indica che la cultura dell’Indo è sopravvissuta alla decadenza delle città. Per decenni gli archeologi avevano supposto che l’interruzione della vita cittadina avesse interrotto le tradizioni. Ora sembra che il collasso dell’Indo spinse le popolazioni ad est fino alle acque del Gange e si diffusero nel Golfo del Bengala. Gli scavi nelle pianure del Gange indicano che nuove città cominciarono a sorgere dal 1200 a.C., pochi secoli dopo che Harappa era stata abbandonata e quindi c’è stata continuità fra le due fasi della civiltà indiana. Non c’è dubbio che i marchi della civiltà dell’Indo sparirono con le città e che quelle del Gange sono radicalmente diverse come disposizione, sistemi di scrittura e simbologia. La continuità si scopre in alcuni sigilli dell’Indo con divinità con tre facce assise in posizione yoga che hanno legami con il dio Shiva, o tradizioni come il tandoori e l’uso di carri trainati da buffali d’acqua. Oggi questo gioca un ruolo politico con il partito nazionalista BJP (Bharatiya Janata Party), al potere in India fra il 1998 ed il 2004, che vede nella civiltà dell’Indo la progenitrice della civiltà Hindu, in aperto contrasto con la popolazione musulmana. Indice di questa atmosfera è la dura critica in Parlamento all’Archeological Survey of India (ASI) per avere affermato che l’istmo sottomarino fra India e Sri Lanka aveva origini naturali e non era i residuo del ponte creato dal mitico eroe Rama. Alcuni studiosi indiani vogliono utilizzare gli antichi testi Hindu come guida delle loro ricerche come lo è stata la Bibbia per gli archeologi del medio-oriente in un mix di scienza e religione. Motivazioni religiose ed emotive influenzano i dibattiti.

Science, 27 Jun 2008, Vol. 320, pg. 1704 - Michel Balter - Studi isotopici sui denti di 6 animali trovati nelle vicinanze di Stonehenge nel sud dell’Inghilterra mostrano che provenivano da luoghi distanti e questo suggerisce che il luogo era meta di pellegrinaggio anche in tempi preistorici. Alcuni animali venivano dal Galles, luogo di origine delle piccole pietre blu del monumento. I denti provengono da un deposito a 3 km detto Durrington Walls, un circolo di 500 m di diametro che si è supposto in relazione a Stonehenge. I denti sono stati analizzati nei laboratori di Nottingham osservando i rapporti fra i due isotopi dello stronzio Sr87 e Sr86. Questo rapporto varia in funzione del tipo di suolo dove sono vissuti gli animali. Alti rapporti sono propri di località di antica formazione geologica, mentre i bassi rapporti provengono dai terreni più giovani ricchi di gesso (chalklands) del sud dell’Inghilterra dove si trova Stonehenge. Nessuno degli animali proveniva dalle chalklands. Due provenivano dal Galles o dalla Scozia ed altri da luoghi non determinabili. Nessuno degli animali era giovane e probabilmente venivano da lontano durante le feste dell’estate e del solstizio. Si cerca supporto all’ipotesi che Stonehenge ed i dintorni fossero luoghi dove si veniva a venerare i morti rappresentati dalle pietre ed i primi venivano dal Galles con le pietre blu. Datazioni al radiocarbonio dimostrano che Stonehenge era stato un cimitero fin dal 3000 a.C., quando cominciò la sua costruzione e prima che fossero erette le pietre. Le grandi pietre che pesano fino a 45 tonnellate provengono da una distanza di 30 km e sono del 2600-2400 a.C.; un corno di cervo usato a Durrington Walls è del 2570-2350 a.C. e questo mette in relazione i due siti. Ambedue erano parte di un percorso rituale con significati simbolici. Alcuni pensano che le pietre blu siano state trasportate dal Galles per i loro poteri di guarigione e che Stonehenge fosse un centro di cura. Quest’estate si continuerà a scavare nei dintorni.

Science, 4 July 2008, Vol. 321, pg. 28 - Andrew Lawler - Il mattino del 7 giugno un team internazionale di archeologi ha esaminato l’antico sito di Tell al-Lahm nella fertile pianura dell’Iraq meridionale per rivelare segni di saccheggio. Improvvisamente tre veicoli pickup con persone armate arrivarono sulla scena e fu una buona sorpresa, infatti sui trattava di un gruppo della sicurezza organizzato a protezione dei siti isolati contro i ladri di reperti. Dopo 5 anni dall’invasione USA in Iraq e la caduta di Saddam Husssein che aveva gettato la nazione nel caos, sta tornando un ordine apparente. Gli archeologi, che sono il primo gruppo di studiosi ammessi a visitare l’area dall’estate del 2003, hanno trovato guardie a protezione dei siti e pochi segni di saccheggi. Buone notizie sono venute anche da Amman, Damasco e New York dove gli investigatori hanno recentemente ritrovato migliaia di oggetti rubati dall’Iraq dopo l’invasione. Si muovono anche i governi europei per aiutare a restaurare i musei dell’Iraq, ricostruire i recinti ed i siti esposti ed installare controlli a distanza per i ricercatori. Gli archeologi iracheni che cercano di proteggere i reperti sono ancora sottoposti ad intimidazioni, le truppe alleate hanno danneggiato alcune delle più famose città e prospera il mercato internazionale delle antichità della Mesopotamia, ma gli archeologi hanno ora accesso alla regione e possono aiutare. Prima di questa spedizione gli archeologi erano stati informati dei danni, principalmente attraverso i dati satellitari. Le immagini avevano esaminato 101 kmq di siti nell’Iraq meridionale e si erano scoperti 16 kmq di scavi arbitrari, quattro volte gli scavi legali condotti durante l’ultimo secolo nella stessa area. La maggior parte sono state prodotti in due periodi, il primo alla metà del decennio 1990, un periodo di estrema povertà nell’Iraq meridionale, ed il secondo durante la primavera e l’estate del 2003, quando le truppe alleate combattevano gli eserciti di Saddam e durante la successiva rivolta. Dalla metà del 2003 nessun archeologo era venuto nell’Iraq meridionale. L’attuale gruppo riporterà i risultati della spedizione in una conferenza stampa a Londra il 4 luglio, insieme ad altri ricercatori degli Stati Uniti, Inghilterra e Germania e due rappresentanti iracheni. Durante la visita di tre giorni sono stati visitati 8 siti maggiori incluso Eridu, dove c’è un antico complesso templare, ed Uruk dove, secondo la tradizione, è stato sviluppato il sistema di scrittura cuneiforme e si dice che abbia regnato re Gilgamesh. Ha fatto eccezione Ur, famoso centro di una città stato sumerica di 4000 anni fa dove si trova un ziggurat parzialmente ricostruito, vicino c’è infatti una grande base americana. La base viola un decreto della Direzione delle Antichità irachena di mantenere una zona di rispetto di 500 m intorno ai siti archeologici. Sono incoraggianti gli sforzi per proteggere i siti specie quelli piccoli e remoti che sono i più vulnerabili, ma a volte non sono sufficienti. Nel novembre 2004 un camion che trasportava oggetti recuperati al Museo dell’Iraq a Bagdad fu assaltato, guardie ed autista uccisi e gli oggetti portati via. Migliaia di oggetti rubati hanno attraversato i confini incontrollati dell’Iraq dal 2003. Almeno alcuni sono ora di ritorno in Iraq. Le autorità siriane in aprile hanno rinviato 700 reperti di contrabbando e la Giordania ha annunziato di rimpatriare 2400 reperti recuperati dalle sue autorità di frontiera. Anche il Dipartimento di Stato americano restituirà all’ambasciata irachena a Washington 1000 oggetti intercettati dalle dogane. Una delle situazioni più frustranti riguarda l’antica capitale di Babilonia, posta 85 km a sud di Bagdad. La città è stata protagonista della storia del medio oriente a partire dal XXIII secolo a.C. fino alla nostra era. Le truppe americane e polacche hanno danneggiato parte della città costruendovi una base militare. Ricercatori da tutto il mondo hanno discusso come salvarla dal degrado, ma le discussioni sono andate per le lunghe. Il governo USA intende ora annunziare un contratto di 700000 US$ con il World Monument Found per cominciare a lavorare su un piano di sviluppo. Per il momento i dati satellitari aiutano gli archeologi a capire l’antica Mesopotamia nei suoi siti ed architetture.

Science, 15 Aug 2008, Vol. 321, pg. 904 - Michael Balter - Durante l’ultima era glaciale, degli artisti entrarono in una grotta della Francia meridionale, accesero torce e fuochi e cominciarono a creare un capolavoro. Supini sul pavimento della grotta e con in mano dei pezzi di carbone gli artisti prima disegnarono due rinoceronti che incrociavano i corni poi, alzandosi in piedi e spostandosi a sinistra, disegnarono le teste e la parte superiore del corpo di due tori selvaggi, infine un solo artista eseguì il pezzo forte: 4 teste di cavallo con squisita ombreggiatura e prospettiva, al centro di un quadro, e ciascun cavallo aveva una propria espressione e personalità. Questo è quello che hanno descritto gli studiosi che hanno studiato il famoso Quadro dei Cavalli delle grotte di Chauvet, nella regione di Adèche nel sud della Francia. Secondo una diretta datazione al radiocarbonio, i due rinoceronti ed uno dei tori sono stati disegnati fra 32000 e 30000 anni fa e sono i più antichi esempi del mondo di arte delle caverne. L’età è in realtà incerta perché per questo periodo non c’è una calibrazione condivisa per il radiocarbonio. Queste datazioni furono annunziate subito dopo la scoperta delle grotte nel 1994 e destarono meraviglia perché si riteneva che queste manifestazioni di arte erano apparse 15000 anni più tardi. I ricercatori cominciarono a lavorare nelle grotte di Chauvet il 12 febbraio 1999 fotografando e ridisegnando più di 400 animali, trovando le tracce di attività umana, decifrando la geologia delle grotte ed analizzando migliaia di ossa lasciate dagli orsi che vi vivevano nello stesso periodo. Infine gli archeologi hanno cominciato a proporre ipotesi sul loro significato. La datazione è il problema maggiore perché ha implicazioni sulla nostra comprensione dell’origine dell’arte. Chauvet mostra che le capacità artistiche dell’Homo sapiens non hanno subito evoluzione in molte migliaia di anni, ma erano presenti già al tempo della Chauvet. I ricercatori hanno ricostruito come lavoravano gli artisti in migliaia di ore di studio davanti ai 6 mq del Pannello dei Cavalli. Un’altra composizione della grotta è un branco di leoni che sembra a caccia di una mandria di bisonti. Si pensa che gli uomini preistorici che cacciavano i bisonti si siano identificati con i leoni ed abbiano emulato i loro comportamenti. Gli uomini certamente si tenevano lontano dai leoni, ma erano abituati agli animali selvaggi in particolare agli orsi delle caverne che frequentavano le stesse grotte. Le ossa degli orsi sono state datate fra 28850 e 30700 anni fa, un po’ posteriori a quelle dei dipinti, ma altre hanno 37000 anni e quindi avevano già usato le grotte prima degli uomini. Uomini ed orsi possono aver usato le grotte anche in stagioni diverse, in inverno gli orsi, durante l’ibernazione, e gli uomini in primavera. Le datazioni sia degli orsi che dei dipinti corrispondono al periodo Aurignaciano, la prima cultura associata agli uomini moderni che hanno colonizzato l’Europa, cominciata 40000 anni fa. Alcuni ricercatori hanno osservato che l’arte delle grotte assomiglia a quella della cultura più tarda del Magdeleiano che va da 17000 a 12000 anni fa alla quale sono attribuiti i grandi dipinti delle grotte di Lascaux in Francia e di Altamira in Spagna. Nel 2003 Paul Pettitt dell’università di Sheffield, UK, e lo scrittore di archeologia Paul Bahn hanno affermato che le datazioni non sono affidabili perché non sono state replicate da altri laboratori. Jean Clottes del team di Chauvet invece le difende come le più accurate del mondo e riguardano anche i campioni di carbonio trovate all’interno della grotta, ma Pettitt afferma ora che la datazione del carbone è irrilevante riguardo all’età dei disegni, perché uomini di età più recente potevano entrare nella grotta ed usare i pezzi di carbone trovati nel suolo per disegnare e questa osservazione viene presa seriamente anche da altri. Gli Aurignaciani erano entrati nella grotta lasciando cumuli di carbone di legna senza fare nessun disegno e migliaia di anni dopo i Magdaleniani hanno usato il carbone lasciato dai loro antenati per disegnare sulle pareti. Clottes controbatte che non ci sono tracce dei Magdaleiani nelle grotte di Chauvet e che queste erano state bloccate da una frana 19000 anni fa.

Science, 24 Apr 2009, Vol. 324, pg. 454 - Heather Pringler - All’inizio del secolo VIII, la città stato di Tikal dei Maya, nel luogo dove si trova ora il Guatemala, era diventata la più popolosa d’America. Nel secolo che seguì conobbe però tempi difficili, crollò l’edificazione, gli artisti cessarono di scolpire le iscrizioni di geroglifici e dipinti murali ed i suoi grandi re sparirono. Dopo l’830 d.C., la popolazione si era ridotta al 15-20% del suo precedente massimo. Tikal non fu la sola. Nel mondo Maya, che copriva 324000 kmq nella parte sud-orientale del Messico e nel nord dell’America Centrale, dozzine di altre città decaddero fra il 695 ed il 1050. Si cercano ancora le cause. Gli archeologi ne hanno proposte molte; dalle rivolte dei contadini alle pestilenze ed alle eruzioni vulcaniche. Cominciando dal decennio 1980, molti ricercatori si sono focalizzati sul ruolo del clima e l’idea ha guadagnato consenso nel decennio 1990 perché gli indicatori paleoclimatici dei laghi della penisola dello Yucatan e delle coste del Venezuela suggerivano che una serie di siccità devastanti avevano colpito le terre dei Maya a partire dal 760 d.C. e la loro evidenza era schiacciante. Il 95% delle città maya, che si basavano sulle riserve d’acqua di superficie, non potevano resistere a periodi di siccità di più di 9 anni. Molti degli archeologi Maya, tuttavia, dicono che la teoria della grande siccità non si accorda con i dati. Alcuni centri maya decaddero prima dell’inizio della siccità, altre fiorirono anche dopo l’inizio. La grande varietà dei collassi nello spazio e nel tempo hanno reso dubbiosi molti archeologi e scienziati del clima. I nuovi studi presentati questa settimana alla Society for American Archeology (SAA) nella riunione di Atlanta, Georgia, suggeriscono una nuova strada per superare l’impasse. Si vuole sfruttare un tipo di ricerca multidisciplinare usando nuovi indicatori paleoclimatici specifici dei siti archeologici e modellando l’impatto climatico della deforestazione. I Maya occupavano uno dei territori climaticamente più vari nel mondo, composto da pianure costiere, foreste di arbusti, foreste tropicali ed altipiani temperati. Oggi la piovosità varia da 500 mm nel nord a 4000 mm nei bassopiani centrali, ma molta pioggia cade da maggio a dicembre. Per avere acqua per il resto dell’anno, i Maya si concentravano vicino ai fiumi e ai laghi e costruivano riserve e canali per conservare la pioggia. Il collasso delle città iniziò nel 695 d.C. nel Guatemala del sud e proseguì sporadicamente nei successivi 350 anni. Molti archeologi hanno concluso che la civiltà classica dei Maya è crollata per un cocktail tossico di fattori sociali ed ambientali che hanno incluso guerre, sovrappopolazione, erosione del suolo e resistenza dei popoli ai soprusi dei governanti. Di fronte ad una società maya così complessa, bisogna considerare un insieme complesso di eventi che ha determinato il crollo. I soli fattori climatici non giustificano da soli il crollo. Sette anni di progetti interdisciplinari hanno concluso che gli abitanti hanno avuto una dieta relativamente stabile nel periodo del collasso. I resti di scheletri non indicano aumento di anemia o malattie infettive, come ci si aspetta in una popolazione che soffra la fame. Si sono scoperte invece prove di un secolo di rivalità fra regni vicini e distruzioni di siti. Le correlazioni climatiche sono rese difficili per i grandi errori nelle datazioni al radiocarbonio e per le variazioni regionali. Gli indicatori paleoclimatici dei siti sfruttano ora i depositi maya di ossa di animali e della fauna nel corso del tempo per stabilire ciò che i Maya cacciavano e mangiavano. Gli studi presentati alla SAA questa settimana, riguardano liste di ossa di animali di 65 specie in 22 siti. Questo fornisce un quadro dei cambiamenti dell’habitat dal 1800 a.C. al 1821 d.C.. Nel periodo del collasso maya, dall’800 al 1000 d.C., la riduzione della fauna è stata dal 7% al 2%, non particolarmente catastrofica, nessuna specie è scomparsa completamente. Gli scribi maya dipingevano il dio della pioggia, chiamato Chac e lo rappresentavano in una grotta che versava acqua da una giara. Fra il 680 ed il 960 d.C., nel Belize si sviluppò il culto di Chac con riti orientati alla siccità stabilendo la loro frequenza ed i luoghi dove si tenevano. Anche se la siccità ha aiutato il collasso, i Maya ne hanno avuto anche la colpa con la loro pratica di deforestazione che può aver accelerato il cambiamento del clima e quest’idea è stata popolarizzata nel 2005 dallo storico Jared Diamond con il suo libro: Collapse. I Maya tagliavano gli alberi per piantare il mais e per usarli come combustibile, per cucinare e per produrre la calce dal calcare. E vi sono prove che molte città, al tempo del loro collasso, avevano disboscato estensivamente. A Copan i Maya avevano cancellato 23 kmq di foreste di pini nell’800 d.C.. Gli studi mostrano che la deforestazione cambia il clima. Gli alberi assorbono il calore solare e le radici della vegetazione riducono l’acqua del terreno che viene dispersa nell’atmosfera. Naturalmente non tutte le terre dei Maya sono state deforestate, ma da tutti questi studi il quadro si è fatto più chiaro. La siccità non è stata il solo fattore, ma solo un fattore significativo.

Science, 8 May 2009, Vol. 324, pg. 717 - Andrew Lawler - L’umanità ha praticato il commercio molto prima della domesticazione degli animali e dell’agricoltura e trasportava su lunghe distanze oggetti preziosi. Tuttavia si è supposto che il commercio di oggetti preziosi abbia avuto uno scarso ruolo nell’emergere della civiltà. Ora gli archeologi hanno scoperto che il commercio ha avuto un ruolo più importante all’inizio del secondo millennio a.C., quando si formarono le prime società complesse nel vecchio mondo. Ci sono prove crescenti che i beni ordinari, dai tessili al cibo, erano trasportati su lunghe distanze. Questa rete, connessa ai pastori nomadi ha contribuito alla crescita delle prime città del mondo come anche della classe mercantile, delle unità di misura e di altri aspetti della vita di un’economia globalizzata. All’inizio del secondo millennio a.C., il mercato dei beni preziosi, come i lapislazzuli, è esploso dall’Asia centrale, a nord, al Golfo Persico, a sud, e dalla Mesopotamia, a ovest, all’Indo, ad est. Questi oggetti durevoli sono stati trasferiti o sepolti e sono visibili agli archeologi. Ci sono tuttavia pochi dati sul commercio di oggetti ordinari o degradabili come i tessuti, ma gli studiosi che hanno esaminato i testi cuneiformi hanno a lungo discusso sugli indizi del commercio di oggetti comuni fin dal 2500 a.C. e stanno ora raccogliendo tracce delle esportazioni invisibili. Recentemente hanno trovato prove che il lino, la lana e la canapa siano state esportate dalla civiltà dell’Indo, attuale Pakistan, e dall’India alle città della Persia orientale. La seta fatta nell’Indo, prima di quella cinese, andava nel nord dell’Afganistan e ad est nell’altipiano del Deccan. Immagini che mostrano sofisticati disegni di abiti indicano che i tessili erano un importante oggetto di esportazione dalla civiltà dell’Indo, fino a quando essa si dissolse nel 1800 a.C.. Grandi insediamenti del nord, dove oggi sono Afganistan e Turkmenistan, fioriti fra il 2000 ed il 1700 a.C., importavano grandi masse di beni, pietre grezze, metalli che arrivavano nelle oasi del deserto, uno scambio interregionale mai visto prima. I mercanti assiri hanno lasciato testi dettagliati sui loro affari, ma gli archeologi rivolgono ora la loro attenzioni sui nomadi. Si è supposto che i nomadi siano cresciuti con la domesticazione dei cavalli in Europa nel secondo millennio a.C. ed i pastori di pecore e capre hanno avuto un ruolo importante nel trasmettere le innovazioni durante l’era del bronzo. I nomadi potevano trasportare grandi quantità di mercanzia leggera, come i tessili, su grandi distanze nei loro spostamenti regolari ed hanno lasciato poco come prove per gli archeologi. Dove erano pochi i pastori o i mercanti indipendenti, c’era poco commercio. Agli inizi del secondo millennio a.C., pochi erano i pastori fra Mesopotamia ed Egitto e queste due civiltà hanno avuto poche interazioni, mentre fra Mesopotamia e Indo i rapporti erano molti, nonostante le grandi distanze. Il commercio è stato il vero vettore della civiltà fra i popoli.

Science, 21 Aug 2009, Vol. 325, pg. 930 - Andrew Lawler - L’area intorno alla città di Liangzhu, 200 km a sud-est di Shanghai, è nota da tempo come centro di insediamenti neolitici, ma qui, invece di trovare pavimenti di terra e fori per pali, si sono trovate fondazioni in blocchi di pietra. I blocchi erano parte di un muro che è stato datato a 4300 anni fa e ulteriori scavi hanno scoperto un perimetro di terra e pietra quasi circolare di 7 km circondato da un largo fossato. Per costruire questa grande piattaforma con attrezzi primitivi si è stimato che sarebbero stati impiegati 10000 uomini per più di 2 anni. Ciò che ha meravigliato è stato il luogo e la datazione. Gli archeologi pensavano che la civiltà cinese fosse sorta 500 anni dopo e 500 km a nord-ovest sulle rive del Fiume Giallo in epoca neolitica. La cultura di Liangzhu sembra separata da quella del Fiume Giallo, ma negli ultimi due decenni molte scoperte simili sono state fatte in tutta la Cina, dalla Manciuria, nel nord, fino alle pianure dei Chengdu nell’ovest e alle città costiere del sud, ed hanno rivelato l’esistenza di un complesso di antiche e distinte culture con enormi statue di bronzo e grandi complessi cerimoniali. I siti del Fiume Giallo, come Erlitou, rimangono la chiave per comprendere i primi centri urbani della Cina e tutti erano focalizzati su queste regioni. Le nuove scoperte indicano che altri centri regionali hanno contribuito alla formazione della civiltà cinese. Nel 2004, l’istituto di archeologia dell’Accademia Cinese delle Scienze ha cominciato a coordinare un’accurata cronologia dei siti analizzando gli ultimi 25 anni di scoperte, ma è un lavoro immane perché non si conoscono ancora le interazioni e l’evoluzione nei millenni. Come la Cina è diventata la Cina non è un argomento accademico, ma va al cuore delle origini della nazione più popolosa del mondo e del suo ruolo. Nel XX secolo l’archeologia cinese è stata usata per affermare il sentimento nazionale contro gli occidentali e il Giappone. Negli ultimi 20 anni, nell’archeologia si è verificata una vera rivoluzione con le nuove scoperte sulla diversità regionale. Non c’è dubbio che la civiltà cinese si sia formata nelle pianure centrali del Fiume Giallo a metà del secondo millennio a.C. con la dinastia Shang e alcune leggende parlano anche di una precedente dinastia detta Xia. Prove archeologiche sugli Shang descrivono un’élite con una ricca cultura che dominava una massa di agricoltori di miglio e grano. Nelle loro conquiste gli Shang usavano armi più moderne e carri da guerra tirati da cavalli. Gli Shang iniziarono la serie di espansioni e collassi dell’autorità centrale che ha caratterizzato la storia della Cina insieme alle altre culture regionali. Le società preistoriche cinesi erano sparse nel tempo e nello spazio e avevano coltivato il miglio e allevato maiali nel nord dal 7000 al 5000 a.C.; presso le rive del Fiume Giallo gli Yangshao avevano sperimentato per primi la seta. Molti dei simboli della civiltà cinese, come il motivo del drago e l’uso della giada, come pietra magica, si sono originate lontano dalle pianure centrali. Prima degli Shang si sono sviluppate due culture, gli Hongshan nel nord-est, fioriti dal 4500 al 2250 a.C., e i Liangzhu fra il 3500 e il 2250 a.C.. Nelle pianure centrali del Fiume Giallo i primi insediamenti si sono avuti al collasso di queste antiche culture. Le prime giade scolpite sono comparse nel 3500 a.C. circa, fra i popoli Hongshan nella Mongolia interna, nell’attuale Liaoning, e sono state trovate tombe con oggetti di giada rappresentanti fenici e draghi divenuti simboli della mitologia cinese. La giada era, come l’oro nell’occidente, simbolo di potenza e stimolo all’evoluzione sociale, dal neolitico all’era moderna. Rame, bronzo e oro arrivarono relativamente tardi in Cina. Nei siti degli Hongshan e nella valle del fiume Liao, a nord-est di Beijing, le tombe hanno fornito 20 oggetti di giada scolpita, collane, dischi, braccialetti e placche. Ci devono essere stati contatti fra queste culture, ma mancano prove. Nel 1930, a Liangzhu, gli archeologi hanno scoperto oggetti di giada di qualità più elevata di quelli del nord-est. A Liangzhu sono stati scoperti 300 insediamenti in un’area di 18000 kmq e si sono trovati sistemi di difesa con mura e fossati. I prodotti di Liangzhu, giade e ceramiche, si sono diffuse nel nord e nell’est, nella provincia di Gansu, nell’ovest, e in quelle di Sichuan, nel sud-ovest. Dalla cultura di Liangzhu proviene il simbolo “bi”, il disco che rappresenta il cielo e il cilindro “congs” che rappresenta la terra, poi diffuse fra le culture del Fiume Giallo. Anche i primi oggetti di lacca e le protoporcellane sembrano si siano originate a Liangzhu e nel medio corso dello Yangtze. Nel 1987, gli archeologi, lavorando a nord della moderna città di Chengdu, nella provincia di Sichuan, hanno trovato oggetti di bronzo, maschere e scettri d’oro, ornamenti di giada e grandi statue di bronzo del periodo intorno al 1200 a.C.. Nel decennio successivo altre scoperte nella stessa provincia hanno confermato l’esistenza di una cultura databile a partire dal 2500 a.C.. Tutte queste scoperte hanno reso evidente che le origini della civiltà cinese sono sparse su tutto il territorio della nazione e che queste culture indipendenti si sono collegate sporadicamente e gradualmente nel corso di secoli. Nel corso della storia la sovranità è passata periodicamente da un luogo all’altro in una mezza dozzina di regioni ciascuna delle quali aveva tradizioni preistoriche. Ora gli archeologi devono affrontare il difficile problema di ricostruire come una miriade di popoli e culture regionali abbia interagito in parecchi millenni, scoprendo nei dettagli come si è formata la civiltà cinese.

Science, 21 Aug 2009, Vol. 325, pg. 940 - Andrew Lawler - Il deserto di Taklamakan, nel nord-ovest della Cina, è il posto più lontano dall’oceano, ma quando l’archeologo Lu Enguo ha scavato di recente il cimitero di Yanghai di 3000 anni fa, ha trovato, nella tomba di un locale sciamano, conchiglie provenienti sia dal Pacifico sia dall’Oceano Indiano. Quest’uomo, con il corpo mummificato dal clima secco, era vestito nello stile delle steppe russe con un cappello d’oro, una veste tessuta con colori brillanti e un’ascia cerimoniale di bronzo al suo fianco. Per lui la ricca e fertile terra orientale chiamata Cina doveva essere nota come una leggenda. Nonostante la distanza dai centri della cultura cinese, Lu, che lavora per l’ufficio archeologico dello Xinjiang, vicino alla città di Turfan, crede che questa remota regione sia la chiave per comprendere l’antica civilizzazione cinese e il ruolo cruciale del commercio. Lu e molti dei suoi colleghi credono che fin dal terzo millennio a.C., durante il sorgere delle civiltà della Mesopotamia, dell’Egitto e dell’Indo, lo Xinjiang serviva come ponte fra est e ovest nel trasferimento alla cultura cinese della tecnica del bronzo, della coltivazione del grano e di altre tecnologie. Queste conoscenze hanno aiutato il salto iniziale della Cina alla vita urbana lungo il Fiume Giallo e lo Yangtze nel secondo millennio a.C.. Fra gli studiosi cinesi, questa è un’idea radicalmente nuova e dieci anni fa nessuno avrebbe ammesso che la Cina avesse adottato qualcosa dall’occidente. Ora, le recenti scoperte e la crescente fiducia in se stessi, ha fatto cadere questi tabù e si ammette l’importanza degli scambi con i paesi lontani. I contatti venivano da più direzioni, dallo Xinjiang e il nord-est, dalle steppe del nord, dal sud e dalla Birmania e lo Yunnan e dalle coste dell’Asia del sud-est. La rotta più diretta fra est ed ovest era quella attraverso lo Xinjiang. Dal primo secolo a.C. si parlava della via della seta che tra montagne e deserti collegava i mercati della Cina e dell’Europa e vi passarono l’argento di Roma, la seta, il Buddismo e l’Islam. Grotte piene di immagini di Budda, caravanserragli e resti di città morte punteggiano questo percorso. Anche oggi lo Xinjiang è rimasto crocevia degli scambi. Nella capitale della provincia, Urumqi, che è più vicina a Islamabad che a Beijing, vi si vedono insieme segni arabi, scritte cirilliche e caratteri cinesi. L’etnia locale degli Uighurs, in massima parte musulmani, è più vicina ai popoli dell’Asia centrale che agli Han della Cina e le recenti rivolte sono un indice di questa distanza. Fino all’ultimo decennio, gli archeologi avevano trovato poche prove di antichi insediamenti. Il deserto del Taklamakan è uno dei deserti più aridi e caldi del mondo e storici e archeologi ritenevano qui impossibile la vita fino alla domesticazione dei cammelli e alla costruzione di pozzi profondi. Fra il 2002 e il 2005, gli archeologi hanno scavato il cimitero detto Xiaohe, datato con il radiocarbonio al 2000 a.C.. Su una collina ovale di 25 ettari si è trovata una foresta di pali che marcano la posizione di tombe di un’antica società. I pali hanno anche forme di statue con nasi prominenti. In alcune tombe sono stati trovati specchi di bronzo, anelli d’oro, semi di grano e crani di bue alla sommità di pali a indicare che questi animali erano sacri. Sono ignote le origini della cultura Xiaohe che è durata circa 500 anni fino al 1500 a.C.. Non sembra che abbia usato ceramica e non vi sono collegamenti con altre culture. Probabilmente provenivano dal nord, l’attuale Russia, oltre le montagne del Tien Shan e hanno prosperato nel periodo caldo umido fra il 2800 e il 2000 seguito da 1000 anni freddi e secchi. In altre parti dell’Asia centrale si sono trovati insediamenti in simili zone climatiche marginali, come nel deserto del Turkmenistan, ma il lavoro archeologico è stato limitato. L’aumento dell’aridità dal 1500 a.C., ha indotto le popolazioni a un’esistenza nomadica. Nelle zone più occidentali, vicine alle montagne del Pamir e ai confini con il Kazakistan, gli archeologi hanno trovato ceramiche simili a quelle delle culture pastorali delle steppe. Dovevano esistere quindi collegamenti fra le steppe e la Cina, ma rimane controversa l’idea che la tecnologia del bronzo sia stata portata da nomadi pastori. La tecnologia del bronzo nella forma di armi e ornamenti appare lungo le steppe agli inizi del terzo millennio a.C., i bronzi di Xinyiang poco prima di quelli del Gansu, non molto tempo dopo in Erlitou e nell’area centrale del Fiume Giallo. Tuttavia le tecniche usate nel Gansu sono più avanzate di quelle dello Xinjiang e le prime fabbriche di bronzi con gli stampi sono del quarto secolo d.C. e non è probabile che questa innovazione sia venuta dallo Xinjiang. I commerci dall’Asia centrale hanno permesso di acquisire il bronzo, ma non necessariamente i modi di utilizzarlo. Si pensa che la tecnologia sia filtrata dalla Mongolia Interna e alla fine acquisita dai popoli del Fiume Giallo. La metallurgia del bronzo in Cina fu dominata dalla tecnica degli stampi. Si è tuttavia lontani da ogni certezza. Qualunque sia stato il percorso del bronzo, il grano proviene dall’ovest, dove fu domesticato 10000 anni fa e quello trovato a Xiaohe è di 3000 anni fa tracciando una tappa della via del grano. Non sono stati trovati tuttavia campi di grano a Xiaohe e, altri campioni trovati nel sud-est, nella provincia di Fujian, fanno sorgere la possibilità che sia venuto per mare dalla civiltà dell’Indo. Un dibattito simile riguarda la comparsa in Cina di pecore, capre e del bestiame in genere. Questi erano presenti nello Zinjiang nel secondo millennio a.C., nella stessa epoca della loro comparsa in Cina centrale, ma il percorso di diffusione non è noto. Per ora gli archeologi stanno solo iniziando a capire come questo ponte fra l’ovest e l’est abbia contribuito all’evoluzione della Cina.

Science, 28 Aug 2009, Vol. 325, pg. 1058 - Dennis Normile - Gli antichi cinesi proteggevano il segreto della produzione della seta giustiziando chi cercava di contrabbandare i bachi e le loro uova. Passarono così diversi millenni prima che la tecnica si spargesse in Giappone, Corea, nel Medio Oriente e in Europa. Ora, in un articolo pubblicato da un team di scienziati cinesi, attraverso l’analisi genomica del baco da seta si cerca di fare la storia della sua domesticazione. Il gruppo ha identificato i geni che ne influenzano la produzione, il metabolismo e la riproduzione. Le prove archeologiche indicano la Cina come il luogo della domesticazione del baco da seta più di 5000 anni fa, ma i dettagli sono poco noti e ancora dibattuti. Non si sa se la domesticazione sia stata un processo lungo e lento emerso in una vasta area oppure un evento unico limitato a una precisa area geografica. I genetisti cinesi hanno sequenziato il baco Bombyx mori e altre 29 linee di bachi da seta provenienti da diverse parti del mondo insieme a 11 specie non domestiche raccolte in Cina (B. mandarina). Sono state studiate le differenze fra questi genoma e identificati 16 milioni di SNP (single nucleotide polymorphism), cioè le locazioni nei cromosomi dove cambia una singola base fra gli individui. Si è stabilito che le specie domesticate sono distinte da quelle naturali e c’è un’ampia variazione genetica fra le linee domestiche, anche se minore rispetto a quelle naturali. Il team ha concluso che c’è stato un singolo e preciso evento in cui un gran numero di bachi è stato raccolto per la domesticazione, ma non si può dire se ciò sia avvenuto in un unico luogo o in luoghi diversi e non si può restringere la regione della Cina, dove si è verificata la domesticazione. Tuttavia gli 11 bachi naturali provengono in massima parte da una provincia, ma si trovano sparsi in tutta la Cina ed anche nella Russia orientale. L’allevamento ha selezionato la dimensione del bozzolo, il tempo di crescita e la frequenza di riproduzione e infine la capacità di assimilazione. Il baco domestico è diventato tollerante alla presenza dell’uomo, perdendo la capacità di volare, il senso del pericolo e il timore dei predatori e rendendolo incapace a sopravvivere in natura. Potrebbe essere interessante vedere se vi sono delle similitudini genetiche fra il baco domesticato e altri animali superiori come bestiame domestico, uccelli, cani e gatti.

Science, 20 Nov 2009, Vol. 326, pg. 1056 - Michael Balter - Un gruppo di 100 ricercatori è venuti nel sito di Abric Romani, un’alta parete di roccia e una caverna in vista del villaggio di Capadellas, 50 km a ovest di Barcellona ed hanno fotografato dei focolari che sembravano fossero stati usati il giorno prima, ma che erano stati scavati dagli archeologi due settimane prima e appartenevano ai Neandertal vissuti nella grotta 50000 anni fa. Gli scavi nel sito di Abric Romani hanno scoperto 14 strati di insediamenti dei Neandertal che li hanno occupati per 20000 anni. Il rapido accumularsi dei sedimenti ha preservato i focolari e gli oggetti di pietra come in una Pompei permettendo un’indagine ad alta risoluzione sulla vita dei Neandertal. Lo scorso mese, gli specialisti dei Neandertal si sono riuniti qui per discutere su questa ricerca ad alta risoluzione, nella ricorrenza del 100mo anniversario della scoperta di Abric Romani. Oltre ai numerosi aspetti della vita dei Neandertal, dagli attrezzi di pietra da loro usati e anche a ciò che odiavano, fra cui le prove dell’avversione reciproca che provavano, gli argomenti di discussione hanno riguardato anche il modo con cui usavano il fuoco, organizzavano il loro spazio e ciò che facevano ogni giorno. Benché molti abbiano pensato che i Neandertal fossero meno sofisticati degli uomini moderni, dai rapporti delle discussioni, si conclude che i loro comportamenti differiscono poco da quelli degli uomini moderni. Le ultime ricerche hanno segnato una svolta negli studi dei Neandertal. Prima dei decenni 1980 e 1990 si cercava solo la presenza di focolari, ora l’indagine si è potuta approfondire sull’uso del fuoco, per cucinare, riscaldare, illuminare e altre funzioni come socializzare intorno al focolare alla maniera degli uomini moderni e si è entrato nel vivo della loro società. L’indagine sull’uso del fuoco è stata estesa, oltre che al riscaldamento e illuminazione al cucinare carne e vegetali, alla protezione dai predatori, agli attrezzi riscaldati, al modo di respingere gli insetti, essiccare e affumicare i cibi e bruciare i rifiuti. Tutto questo è stato possibile in questo sito così ben preservato. Nel sito di Abric Romani, il team dell’università di Tarragona ha trovato, fin dal 1983, circa 200 focolari, ben preservati sul pavimento della grotta, di forme ovali e distinti in una dozzina di tipi. Alcuni sono piccoli, vicini alle pareti della roccia, interpretati come sorgenti di luce o riscaldamento nelle aree per dormire, altri più grandi su strutture centrali ricchi di ossa di animali e oggetti di pietra che rappresentano centri di attività per cucinare e costruire attrezzi. L’analisi statistica di questi focolari, su sei successivi livelli archeologici in migliaia di anni, mostra che hanno mantenuto le loro disposizioni centrali mostrando che i Neandertal hanno organizzato la loro vita sociale intorno ai focolari in modo regolare e le aree di attività erano ben differenziate. Gli sforzi di indagine hanno messo letteralmente i focolari sotto il microscopio. In due altri siti nel sud-ovest della Francia, si sono fatte delle sottili sezioni di blocchi di materiali prelevati da focolari ben preservati e, con tecniche sofisticate come spettroscopia infrarossa, termoluminescenza, diffrazione ai raggi X si sono determinate la composizione dei materiali bruciati e la temperatura di riscaldamento. Si sono trovate grandi quantità di grasso carbonizzato prodotto dalla carne con l’osso arrostita. Intorno ai fuochi si realizzavano gli attrezzi di pietra e, confrontando i diversi livelli di occupazione si è scoperto che, mentre i più antichi abitatori dovevano cercare lontano i materiali, i più recenti utilizzavano materiali dei loro predecessori. Sul lungo dibattito circa l’abitudine al cannibalismo dei Neandertal, l’ipotesi è stata confermata da recenti scoperte nelle cave di El Sidron nel nord-ovest della Spagna, dove gli archeologi hanno raccolto 1700 ossa di Neandertal, di almeno 11 bambini e adulti di 49000 anni fa, che comprendevano braccia, gambe e crani con chiari segni di deliberate rotture anche per estrarre il midollo, con le stesse tecniche usate per macellare gli animali. Gli abitanti di El Sidron mostravano segni di stress e malnutrizione, ma alcuni suppongono che ci fosse anche un lato ritualistico.

Science, 5 Mar 2010, Vol. 327, pg. 1187 – Michael Balter – Circa 74000 anni fa, il Monte Toba, dell’isola indonesiana di Sumatra ha avuto un’eruzione catastrofica, la maggiore degli ultimi 2 milioni di anni. Si stima che siano stati emessi 2800 chilometri cubi di magma, almeno 2000 volte quello eiettato dall’eruzione del Mount St. Helens del 1980. Il vento ha sparso la cenere vulcanica per migliaia di chilometri in Asia, bloccando la luce del sole e provocando un totale inverno vulcanico. Ci si è chiesto quanto questa gigantesca eruzione abbia influenzato lo sviluppo della specie umana. La prima domanda da farsi è se l’Homo sapiens si trovasse già a quel tempo in Asia. Scavi del 2003 nei siti indiani hanno indicato la presenza di sofisticati attrezzi di pietra datati prima e dopo l’eruzione del Toba di 74000 anni fa. Questi reperti sono tuttavia in conflitto con i recenti studi del mitocondrial DNA (mtDNA) che indicano come i nostri antenati probabilmente abbiano lasciato l’Africa dopo l’eruzione, forse fra 55000 e 70000 anni fa. Alla riunione dello scorso mese, il 20-21 febbraio 2010 sull’eruzione del Toba, a Oxford, UK, i genetisti hanno discusso il problema, ma hanno concluso che l’orologio molecolare del DNA è troppo impreciso e non si può né affermare, né escludere che i nostri antenati fossero usciti dall’Africa prima. Anche la prova archeologica degli attrezzi di pietra è ancora discutibile. Gli attrezzi prima dell’eruzione del Toba possono essere stati opera dei neandertal, anche se si ritiene che siano statisticamente distinguibili da quelli fatti dell’Homo sapiens. Sulla sopravvivenza della specie umana all’inverno vulcanico, molti ritengono che abbia potuto trovare rifugi nelle valli e lo studio dei sedimenti, prima e dopo l’evento vulcanico, mostra che il recupero è stato rapido. La riunione ha messo in evidenza che l’eruzione del Toba apre il più importante problema di archeologia paleolitica degli ultimi 10 anni.

Science, 30 Apr 2010, Vol. 328, pg. 566 – Andrew Lawler – Quando arrivò l’inondazione del Fiume Giallo, gli abitanti del villaggio furono senza scampo e tutto fu ricoperto da uno spesso strato di limo fino ai tetti delle case. Quello che fu un disastro per quegli antichi abitanti di Sanyangzhuang, in Cina, è diventato un miracolo per i moderni archeologi. Settanta centimetri di limo hanno coperto tutto l’insediamento proteggendolo dal saccheggio e dal tempo. Ora gli scavi rivelano un’immagine di vita rurale della Cina di 2000 anni fa. Anche se si sono conservati i resoconti ufficiali della dinastia Han, Sanyangzhuang ci offre uno spaccato di vita quotidiana e si tratta di un archivio senza precedenti. Il villaggio si trova a nord-ovest di Shanghai, nella Cina centrale, e fu ricoperto da un fango liquido che trasportava più di 200 kg di sedimenti per metro cubo di acqua. Anche se i media ne hanno parlato come di una Pompei asiatica, Sanyangzhuang non era come l’antica città romana abitata da una ricca élite, ma un prosperoso centro agricolo di lavoratori alla fine del periodo degli Han Occidentali. Dal momento della scoperta, nel 2003, gli archeologi hanno iniziato a esplorare quattro grandi case con fondazioni di pietra e tetto a tegole. Ogni casa era circondata da ricchi campi di grano lavorati dagli abitanti, focolari, pozzi, piccoli laghi, strade e resti di alberi che facevano ombra. Si trattava di una comunità rurale autosufficiente all’inizio della Via della Seta che sorprende per il suo aspetto prospero. Lo stato imperiale Han era contemporaneo di quello di Roma e simile per dimensioni ricchezza. Si pensa che nei dintorni vi debbano essere molti altri villaggi, borghi, campi e strade colpite dall’alluvione, per un’area di 1800 kmq e lasciati in gran parte intatti. I resti di un muro di epoca Han, a 5 km di distanza, potrebbero indicare la presenza di una città murata sepolta. L’alluvione è stata un evento esteso e catastrofico che è stato riferito dalle cronache del tempo. Non vi sono stati interventi fino al 69 d.C. e la regione non si è risollevata fino al VII secolo.

Science, 28 May 2010, Vol. 328, pg. 1092 – Andrew Lawler – Circa 4500 anni fa, commercianti hanno portato dei vasi, costruiti nella lontana provincia di Kerman, in Iran, nella piccola oasi di Bat, in Oman, nel sud-est dell’Arabia. Un secondo campione proviene dalla civiltà del fiume Indo, 1500 km a est. Un terzo campione è un’imitazione di oggetti d’importazione dall’Indo, ma non sofisticati come gli originali. Questi oggetti sono una chiara prova che nel 3° millennio a.C. quest’aspra e arida regione della Penisola Arabica era un importante crocevia commerciale. Sono particolari che fanno rivedere la nostra comprensione della rete di collegamenti che univa le prime civiltà. I centri urbani della Mesopotamia, Iran e del fiume Indo erano connessi a luoghi come Bat, considerati secondari. Egitto, Mesopotamia e Indo erano civiltà isolate da deserti, oceani e montagne scarsamente popolate, dove scavi recenti hanno scoperto una pletora di antiche città, dove transitavano beni e tecnologie. Le scoperte nell’Oman e nei vicini Emirati Arabi Uniti (UAE) indicano che c’era un collegamento sul mare meridionale, il Mare Arabico e il Golfo Persico, dove passavano materiali grezzi, come il rame, e manufatti tessili. Questi collegamenti entravano all’interno della Penisola Arabica in luoghi come Bat, un modesto insediamento del 2400 a.C. circondato da torri rotonde di pietra e da tombe. Non si sa se i commercianti dell’Indo siano penetrati profondamente in Arabia e chi siano stati i primi marinai che hanno attraversato l’Oceano Indiano, in ogni caso l’Arabia era un cardine fra le civiltà del 3° millennio. All’estremità dell’Arabia, 200 km a est di Bat, nel sito di R’as al Jinz, sul mare, si sono trovati pettini di avorio e si usava il bitume per impermeabilizzare le barche nel 2200 a.C.. Gli archeologi hanno supposto a lungo che i marinai non conoscessero il segreto dei monsoni fino al 1000 a.C. o più tardi, ora sono costretti a rivedere queste convinzioni, com’è stato discusso in una riunione agli inizi del 1980. Nel 3000 a.C. gli abitanti di R’as al Jinz, prima piccolo villaggio di pescatori con capanne di fango, avevano circondato un’area di 60x40 m con un muro di pietre alto 1,5 m, con tecniche che si ritrovano nell’ovest, vicino ad Abu Dhabi. Dal gran numero e varietà di ossa di pesce trovato, sembra che commerciassero in pesce salato con l’interno e i pezzi di rame trovato indicano un commercio via mare, ma non c’è traccia di un porto vicino che potrebbe essere sparito con lo spostamento delle coste. La regione intorno a Bat è ricca di rame e doveva essere importante per questo nel 3° millennio. Intorno vi sono circa 100000 tombe e monumenti funerari in blocchi di pietra, alcuni a camera singola e alti 5 m che rivelano una cultura avanzata che ha avuto una rapida evoluzione sociale fino al 2700 a.C..

Science, 11 Jun 2010, Vol. 328, pg. 1344 – Andrew Lawler – Una mezza dozzina di antichi crani umani, tratti dagli scaffali del museo di Conceptiòn, in Cile e trovati dagli abitanti e dagli scienziati molto tempo fa nell’isola di Mocha a 30 km dalle coste meridionali cilene, ha impressionato un’antropologa biologa dell’università della Nuova Zelanda perché alcuni avevano evidenti tratti caratteristici dei polinesiani. Mocha si trova a 3700 km a est dell’Isola di Pasqua, il più vicino dei luoghi popolati dai Polinesiani, e l’antropologa si trovava in Cile per indagare sui ratti di origine polinesiana. Insieme ai suoi colleghi cileni, l’antropologa, appoggiata dal governo cileno, iniziò scavi a Mocha per trovare prove d’insediamenti e resti di manufatti umani o animali di origine polinesiana. Questa indagine vuole risolvere una lunga controversia fra archeologi e antropologi sui contatti preistorici fra Polinesiani e Sud Americani attraverso l’oceano. C’è una nuova generazione di ricercatori che usano analisi del DNA su organismi diversi, come uomini, polli, patate dolci, cui si aggiungono le indagini più incerte sulla linguistica. Molti ricercatori oggi credono che i Polinesiani abbiano raggiunto il Sud America intorno al 1200, dopo aver popolato l’Isola di Pasqua e prima dell’arrivo degli Europei nel 1500. Gli scettici osservano che non ci sono prove sicure, ma la resistenza a quest’idea va sempre più indebolendosi. Nel 1837, uno scrittore francese notò che le barche dei locali delle coste cilene erano molto simili a quelle trovate a Tahiti e simili erano anche i nomi. Un archeologo notò nel 1930 che la patata dolce si era diffusa dalle Ande al Pacifico prima di Colombo e anche la presenza di altre piante del Sud America in Polinesia prova contatti precolombiani. Non vi sono dubbi che i Polinesiani siano stati grandi navigatori che sono migrati dall’Asia alla Melanesia con avanzate tecniche di navigazione. Gli scienziati hanno criticato a lungo Thor Heyerdahl, famoso scrittore e avventuriero Norvegese che, nel 1947, con cinque compagni, percorse 7000 km dal Perù alla Polinesia francese su una zattera di balsa, chiamta Kon-Tiki per dimostrare che gli antichi Americani avevano colonizzato il Pacifico. Il viaggio e il libro che scrisse fecero di lui una celebrità. Heyerdahl pensava che i primi navigatori venissero dal Medio Oriente e, attraverso il Sud America, avessero portato la civiltà ai popoli dalla pelle scura e queste idee razziste e senza rigore scientifico facevano inorridire molti antropologi. La prova più evidente veniva dall’umile patata dolce che si sapeva fosse stata domesticata 6000 anni a.C. negli altipiani del Perù ed era diventata un alimento fondamentale. A differenza delle piante di cocco che possono galleggiare e passare da isola a isola, la patata dolce richiede che sia portata dalle persone per diffondersi e sono stati trovati tuberi carbonizzati nelle isole Cook, a nord della Nuova Zelanda, datate al 1000 a.C., quindi erano arrivati nel Pacifico prima degli Europei. I campioni trovati in Oceania hanno subito molte varianti genetiche ma sono direttamente relazionate a quelle del Sud America. Non è chiaro come piante tipiche delle Ande siano apparse in Polinesia in epoca precolombiana. Le patate dolci indicano un movimento dal Sud America alla Polinesia muovendosi verso ovest come proponeva Heyerdahl, ma i ricercatori hanno trovato poche tracce di queste escursioni nel Pacifico. Alcuni antropologi pensano invece che siano stati i Polinesiani ad arrivare in Sud America e, saliti a nord verso l’Ecuador, seguendo la corrente. Dal porto di Guayaquil è più facile il percorso inverso verso ovest. Discutibili sono però le prove della presenza di polinesiani nell’area di Guayaquil. Nell’area cilena vi sono i ritrovamenti di Mocha, mazze di pietra levigate come quelle di legno usate dai Maori della Nuova Zelanda. Animali comuni in Polinesia, come cani e ratti, non si trovano in Sud America, ci sono invece i polli precolombiani. I polli, addomesticati nel sud-est dell’Asia, si sono sparsi in Europa e si pensava che fossero arrivati in America con Colombo. Nel 2007, tuttavia, un team australiano trovò ossa di pollo, datate fra il 1300 e il 1450 d.C. a 100 km da Mocha. Le patate dolci e i polli potrebbero non essere abbastanza da convincere gli scettici e la chiave potrebbe essere nelle tracce di DNA polinesiano nei Sud Americani. Poiché i viaggiatori erano in maggioranza maschi, bisogna cercare nei Sud Americani il cromosoma Y dei Polinesiani. Mocha è per questo il miglior candidato per trovare segni di diffusione dei Polinesiani nel continente, seguendo tombe e manufatti. Altri vorrebbero studiare i movimenti verso il Pacifico di zucche, pomodori, cocco e altre piante prima dell’arrivo degli Europei nel Pacifico. Non vi sono ancora prove di commerci fra Polinesiani e Sud Americani, ma potrebbe essere solo questione di tempo.

Science, 1 Oct 2010, Vol. 330, pg. 41 – Chris Gosden – Come e quando le popolazioni si siano insediate nei diversi continenti della Terra è oggetto di dibattiti perché il processo è avvenuto insieme allo sviluppo dell’intelligenza umana, la sua adattabilità e la tecnologia. Glenn R. Summerhayes del Dipartimento di Antropologia di Otago, in New Zealand, ha pubblicato un rapporto sull’occupazione umana del Sahul, la terra che una volta univa l’Australia a Papua Nuova Guinea (PNG). Resti di attrezzi di pietra e piante indicano che almeno 43000 anni fa, i monti dell’Ivane Valley erano già abitati e coltivati. Almeno 50000 anni fa, gli uomini moderni avevano occupato le foreste pluviali e le savane dell’Asia sudorientale, subito dopo avevano attraversato l’oceano per il Sahul, quando il livello del mare era più basso di oggi. Le ricerche hanno identificato i primi insediamenti lungo le coste e poi l’occupazione degli altipiani dell’Ivane Valley, 41000 anni fa. I siti delle prime occupazioni sono sette e, dalle datazioni del carbonio 14, il più antico ha 49000 anni. Per gli uomini arrivati nel tardo Pleistocene nell’Ivane Valley, che si trova solo 8° sotto l’equatore, questo era un posto freddo e inospitale perché si trova a 2000 m di quota, sopra i limiti per l’agricoltura e vi crescevano piante e animali particolari che rendevano difficile la vita a gruppi di cacciatori-raccoglitori. Summerhayes ha individuato alcune piante da frutto e patate dolci adattate a queste altezze. Forse questi gruppi si muovevano portando con loro le piante da mangiare e non le coltivavano. Sono stati trovati anche pesanti attrezzi di pietra che probabilmente servivano per tagliare le foreste per le coltivazioni. Dopo poche migliaia di anni, queste popolazioni si trovano anche a nord, nell’arcipelago della Bismark, e in Australia. Da 20000 anni fa, furono introdotti in PNG nuovi animali selvatici come wallabies e ratti e 9000 anni fa, negli altipiani sopra i 1000 m, si sviluppò l’agricoltura con piante e animali. Oggi gli altipiani occidentali di PNG sono le aree più densamente popolate e coltivate, circondate dalle regioni più basse e più alte con meno popolazione.

Science, 5 Nov 2010, Vol. 330, pg. 752 – Heather Pringle – Gli investigatori hanno a volte usato gli insetti per risolvere dei crimini. Nel 1247 d.C., lo scrittore cinese Sung T’zu ha descritto come un magistrato ha risolto il caso di un contadino ucciso con una falce: riunì i sospetti in una giornata di sole e chiese a ciascuno di depositare a terra le loro falci, dopo aver atteso, vide i tafani che si affollavano intorno alla falce di uno di loro, attratti dalle tracce di sangue rimaste. Oggi gli entomologi analizzano gli insetti nelle scene del crimine per aiutare la polizia. Gli archeologi hanno scoperto che gli insetti possono rivelare dettagli della vita nei tempi antichi. Usando la conoscenza degli insetti, biologi ed entomologi hanno aiutato gli archeologi a ricostruire le pratiche mortuarie dei Moche in Perù, le condizioni delle antiche città egiziane, l’ambiente dei primi uomini in Bretagna, 780000 anni fa, e l’agricoltura primitiva in Giappone, 9000 anni fa. Dovunque hanno abitato gli uomini, ci sono state comunità di insetti sia con loro sia su di loro. Studiandoli, si ha un quadro più chiaro del passato. Questo mese, nel Journal of Archaeological Science, entomologi e archeoentomologi hanno identificato insetti di 1700 anni fa per comprendere come i Moche del Perù trattavano i loro morti. I Moche, vissuti fra il 100 d.C. e il 700 d.C., erano noti per i loro sacrifici umani. Gli scheletri rimasti indicano che avevano rituali funerari complessi: ritardavano le sepolture e riaprivano i sepolcri. Per scoprire questi rituali, i ricercatori hanno analizzato i resti degli insetti. Scavando 57 tombe nel sito di Huaca de la Luna, sulla costa nord, gli archeologi hanno scoperto centinaia di piccoli barilotti, ciascuno dei quali conteneva la pupa di un insetto. Sono stati identificati i resti di altri insetti nella tomba di un maschio adulto morto fra 1700 e 1900 anni fa. Questa è stata la tomba più ricca di insetti con una grande diversità di specie che sono state paragonate con le specie peruviane note studiandone le abitudini. Alcune preferiscono deporre le uova nei cadaveri freschi, altri in quelli putrefatti. Da quest’analisi è risultato che gli antichi cadaveri erano mantenuti all’aperto per un mese. I Moche facevano decomporre i cadaveri all’aperto perché volevano attrarre certi insetti perché portassero via lo spirito dei morti. La ceramica di una bottiglia Moche, per esempio, ha il disegno di un insetto che vola mentre un guerriero Moche porta un prigioniero al sacrificio. Gli studi sugli insetti possono confermare o contraddire altri dati. Per esempio, i dipinti dell’antica città egiziana di Amarna, fondata nel 1353 dal faraone Akenaton, la mostrano come un luogo salubre e ben organizzato. I resti degli insetti, invece, rivelano una situazione molto diversa. Gli archeologi scoprirono resti di insetti e di piante in un deposito fra due pavimenti. Quello inferiore apparteneva a una modesta casa precedente, mentre quello superiore apparteneva a un importante personaggio della corte, menzionato in un’iscrizione. Poiché lo spazio fra i due pavimenti era sigillato, gli insetti si erano depositati nei circa 25 anni in cui Amarna era stata occupata. Dai frammenti di esoscheletri degli insetti e larve essiccate, si è scoperto che si trattava di insetti infestanti i cereali e sciami di insetti simili alla Musca domestica che frequenta le zone sudice e infette. Furono trovati anche due scarafaggi che si cibano di vermi. In altri casi gli insetti ci offrono altri dettagli. Un deposito d’insetti in Inghilterra ha ricostruito l’ambiente climatico abitato fra 780000 e un milione di anni fa. Si credeva che gli uomini vi fossero arrivati perché vi prevaleva un clima mediterraneo, ma i paleo entomologi scoprirono che delle circa 150 specie di scarafaggi, la maggioranza erano di zone temperate ma poche abitavano le foreste boreali. Il campo climatico di 34 specie arrivava nei mesi più freddi a -3 °C, più freddo di oggi. Gli uomini che vi abitavano dovevano essere quindi capaci di tollerare queste temperature o avevano abitudini migratorie e si spostavano a nord solo in estate. In un sito all’inzio dell’Holcene, in Giappone, i ricercatori, studiando frammenti di ceramica di 4000 anni fa, costruiti dai popoli Jomon, hanno trovato dei fori sottili creati nell’argilla da insetti del mais che infestano il riso e le granaglie. Di recente sono stati trovati simili fori, lunghi 3 mm, in frammenti di ceramica di 9000 anni fa. Iniettando in questi fori del silicone si sono fatte delle impronte che, analizzate al microscopio elettronico e facendone una scansione computerizzata, hanno mostrato che si trattava d’insetti simili a quelli del mais. L’aumentato interesse per gli insetti ha prodotto una vera fonte d’informazioni sul passato.