Science, 1 Jan 93, Vol. 259, pg. 46 - John F. Hoffecker - Una nuova datazione del ponte di terra sullo stretto di Bering suggerisce che il passaggio dei paleoindiani sia avvenuto nell’ultimo Pleistocene (da 12000 a 11000 anni fa) in un periodo interglaciale che favorì le migrazioni.
Science, 29 Jan 93, Vol. 259, pg, 639 - Luigi L. Cavalli-Sforza - Ci sono state quasi certamente due grandi espansioni del genere Homo. L’Homo erectus fra 1 e 2 milioni di anni fa si diffuse dall’Africa in tutto il mondo. Anche la diffusione dell’arcaico Homo sapiens sembra abbia avuto origine dall’Africa. La seconda grande espansione, quella dell’Homo sapiens sapiens, cominciò fra 100000 e 60000 anni fa e continua ancora adesso. Forse questa seconda espansione può essere partita dall’Asia occidentale dove si sono trovati i maggiori resti. Alla fine del Paleolitico la popolazione totale era forse fra 1 e 10 milioni. La velocità di espansione viene valutata a circa 1 Km l’anno, ma dipende dal grado di accrescimento e può essere stata anche molto più alta. L’espansione porta una differenziazione genetica, riconoscibile ancora oggi, che ha permesso i ricostruire le vie di irraggiamento delle popolazioni. Il cervello umano raggiunse le attuali dimensioni con l’Homo sapiens e nello stesso periodo si ebbe l’evoluzione del linguaggio. Tra i 55000 ed i 60000 anni fa l’uomo divenne un esperto marinaio e popolò l’Asia sud orientale ed infine l’Australia. Le successive espansioni furono dovute ad innovazioni tecnologiche che provocarono un locale aumento di popolazione.
| Origine | Area di espansione | Tempo | Tecnologie |
| Africa (H. Erectus) | Vecchio mondo | >1 Ma | attrezzi di pietra |
| Africa (H. sapiens sapiens) | tutto il mondo | 100 - 30 Ka | nuovi attrezzi-linguaggio-navigazione |
| Medio Oriente | Eur.-N, Africa-SW, Asia | 10 - 5 Ka | agricolt.(grano)-anim. dom.(ovini, bovini) |
| Cina del nord | Cina del nord | 9 - 2 Ka | agricoltura(miglio)-animali domest.(porco) |
| Cina del sud | Asia-SW | 8 -3 Ka | agricolt.(riso)- anim. dom.(porco, buffalo) |
| Amer. Centr.- N Ande | America | 9 - 2 Ka | agricoltura (granturco, fagioli) |
| W Africa | Africa sub-sahariana | 4 - 0,3 Ka | agricoltura (miglio, sorgo, ..) |
| steppe Eurasia | Eurasia | 5 - 0,3 Ka | pastorizia nomade (cavallo) |
| SW Asia o Filippine | Polinesia | 5 -1 Ka | navigazione oceanica |
| coloniz. greca | Mediterraneo | 4 - 2,4 Ka | navigazione e commercio |
Science, 26 Feb 93, Vol. 259, pg. 1249 - Ann Gibbon (News) - Alla 159ma riunione della AAAS 93 in Boston si è riconfermata l’ipotesi che l’origine dell’uomo moderno si può tracciare per via materna fino ad una donna che è vissuta in Africa 200000 anni fa. La ricerca è stata fatta attraverso lo studio delle variazioni del mitocondrial gene che segnano il tempo dell’evoluzione.
Science, 2 Apr 93, Vol. 260, pg. 22 - Ivan Amato - Dopo ripetute campagne di scavi in Alaska, l’archeologo Michael Kunz ha scoperto un insediamento umano e trovato punte di freccia datate con il radio carbonio fra 9700 e 11700 anni fa. Questo è uno degli insediamenti meglio documentati e conferma la teoria che molteplici gruppi migratori hanno attraversato il ponte di terra fra Siberia ed Alaska per popolare l’America.
Science, 18 Jun 93, Vol. 260, pg. 1767 - Alberto Piazza - Le popolazioni europee hanno subito un lungo processo di amalgamazione, ma l’analisi biomolecolare e delle variazioni del DNA fornisce un quadro delle origini e delle interrelazioni che si possono mettere in confronto con la storia, l’archeologia ed il linguaggio e che sono molto ben documentate in Europa. Dalle informazioni genetiche risultano 26 diversi gruppi di popolazioni in Europa, di questi 7 sono quelle più devianti (Lapponi, Sardi, Greci, Iuguslavi, Baschi, Islandesi, Finnici), ogni ramo ha avuto un’evoluzione indipendente. Particolarmente interessanti sono i tre rami più devianti che sono i Lapponi, i Sardi ed i Baschi. I Lapponi, pur mescolati con gli scandinavi, hanno le caratteristiche dei popoli nord siberiani specie dei Samoiedi che appartengono alla famiglia uralica. I Sardi si sono insediati 10000 anni fa, discendono dai popoli paleolitici d’Europa con insediamenti neolitici dal medio oriente. I Baschi, che oggi vivono fra il nord ovest della Spagna ed il sud ovest della Francia, sono forse i più diretti discendenti degli insediamenti post Neanderthal dell’Europa. I legami linguistici con la famiglia nord caucasica li collega con le famiglie cino tibetane che si sono diffuse verso l’Europa durante il paleolitico 40000 anni fa. L’unicità dei Baschi è dovuta all’isolamento fin dal tempo dell’ultima glaciazione di 18000 anni fa. Per una panoramica dei gruppi genetici europei si possono distinguere tre componenti. La componente predominante si origina nel medio oriente e si diffonde verso nord ovest a partire dal neolitico 10000 anni fa come migrazione di agricoltori. La seconda componente, in ordine di importanza mostra una migrazione da nord a sud con provenienza dalle aree uraliche come i samoiedi. La terza componente deriva dalla cultura Kurgan dei pastori nomadi delle steppe euroasiatiche, migrati da oriente 6300 anni fa portatori del linguaggio indo europeo.
Science, 29 Oct 93, Vol. 262, pg. 655 - Joshua Fischman - Sull’origine dei primi Americani i genetisti fanno l’potesi di una colonizzazione in tre ondate: la prima fu antecedente a 12000 anni fa con un gruppo chiamato Amerindi che venne dall’Asia, fu seguito dal gruppo chiamato DaDene e quindi dagli Eskmo Aleutini. La teoria è nata nel 1980 studiando le differenze di linguaggio fra gruppi di Indiani americani tanto diversi da pensare che i loro antenati siano arrivati separatamente. Una conferma è venuta recentemente dallo studio del mitocondrial DNA (mtDNA). Gli Amerindi sono portatori di 4 tipi di mtDNA, detti A, B, C e D, mentre i NaDene hanno solo il tipo A; la minore diversità implica che queste popolazioni siano arrivate più tardi.
L’analisi del mtDNA ha permesso anche di risolvere il problema dell’origine degli abitanti dell’Isola di Pasqua. Le sequenze del mtDNA estratto dagli scheletri degli antichi abitanti sono identiche a quelli provenienti dagli antichi Polinesiani mentre sono assenti le sequenze dei Peruviani e Cileni.
Science, 12 Nov 93, Vol. 262, pg. 991 - Alexander Dorozynski - Presso la città di Altamura, in Italia, in una caverna, è stato trovato uno scheletro parzialmente coperto da concrezioni di carbonato di calcio che sembra appartenere ad un pre-Neanderthal antico di 400000 anni. Se confermato, questo potrebbe essere lo scheletro più antico trovato in Europa. Poiché il primo Neanderthal compare in Europa 130000 anni fa ed i primi reperti di Homo erectus sono di 500000 anni fa, lo scheletro, le cui fattezze sono vicine al Neanderthal potrebbe essere una specie di transizione.
Science, 11 Feb 94, Vol. 263, pg. 753 - Random Samples - Dopo il ritrovamento presso Altamura nel sud-est d’Italia di uno scheletro forse pre-Neanderthal, la cava è stata chiusa in attesa di organizzare il rilievo. Questo verrà effettuato mediante un robot telecomandato per evitare rischi di contaminazione e studiare il miglior modo per estrarlo dalle formazioni di arenaria. Ciò che si vede è il teschio e non si sa se si tratta di uno scheletro completo.
Science, 25 Feb 94, Vol. 263, pg. 1087 - Ann Gibbons - Fino ad oggi la maggior parte degli antropologi concorda che l’Homo erectus è nato in Africa circa 2 milioni di anni fa ed 1 milione di anni dopo si era sparso in Asia e nel sud Europa. Ora una ridatazione con il metodo argon-argon di reperti di Homo erectus provenienti da Giava in Indonesia ha dato 1,8 milioni di anni (Mojokerto) e 1,6 milioni di anni (Sangiran). Bisogna pensare quindi che l’Homo erectus si sia spostato dall’Africa molto prima, già intorno ai 2 milioni di anni fa, prima dell’invenzione degli attrezzi Acheuleani (asce bifacciali). Un’altra possibilità è che gli antecedenti dell’Homo erectus, Austalopiteci e Homo habilis, si siano già spostati dall’Africa prima di 2 milioni di anni fa ed abbiano dato origine indipendentemente all’Homo erectus in Asia. È da scoprire poi quale di queste due popolazioni indipendenti di Homo erectus abbia dato origine all’Homo sapiens.
Science, 25 Feb 94, Vol. 263, pg. 1088 - Lisa Busch - Il ritrovamento di fossili umani nelle isole Princes of Wales a sud dell’Alaska, datati circa 14000 anni, fa pensare che almeno alcuni dei primi Americani siano arrivati sulle coste su natanti. Si sa che gli uomini sapevano già costruire ed usare battelli almeno 40000 anni fa ed in questo periodo avevano raggiunto l’Australia. Tuttavia molti pensano che la migrazione sulle coste non ha potuto diffondersi all’interno a causa della barriera offerta dai ghiacciai e, l’assenza di una cultura costale indiana in California prima di 11000 anni fa, non favorisce la teoria della migrazione costiera.
Science, 1 Apr 94, Vol. 264, pg. 20 - Virginia Morell - Una legge federale negli USA, la Native American Graves Protection and Repatriation Act (NAGPRA), obbliga 5000 istituzioni ed agenzie governative alla restituzione ai Nativi americani di tutti i reperti funerari, oggetti sacri e scheletri in loro possesso. Questa legge, che vuole essere una riaffermazione dei diritti umani, da ai Nativi americani il diritto di controllo su tutte le fasi delle ricerche antropologiche, dall’accesso ai reperti alla pubblicazione dei risultati. I ricercatori sono preoccupati delle conseguenze; una risepoltura di tutti i resti umani preistorici, come richiesta dai Nativi per i quali non ha importanza la loro datazione, potrà impedire ulteriori ricerche sulla base di nuove tecnologie come l’identificazione dei difetti di sviluppo negli scheletri degli adulti.
Science, 1 Apr 94, Vol. 264, pg. 34 - James Shreeve - L’Australopithecus Afarensis, rappresentato dal famoso scheletro di Lucy trovato in Etiopia nel 1974, sembra che abbia ora un predecessore. È stato trovato un cranio classificato Afarensis di 3 milioni di anni fa nella regione Hadar dell’Etiopia che risulta circa 200000 anni più giovane di Lucy.
Science, 15 Apr 94, Vol. 264, pg. 350 - Ann Gibbons - Alla 63ma riunione annuale dell’American Association of Physical Anthropologists si sono discussi fra l’altro due vecchi problemi. La deambulazione dell’Autralopiteco Afarensis, la piccola Lucy di 3 milioni di anni fa, fa ancora discutere. È assodato che fosse bipede e diversa dalle scimmie, ma alcuni anatomisti affermano che doveva camminare in modo strano e quindi doveva vivere soprattutto sugli alberi. Inoltre lo studio del labirinto dell’orecchio mostra che, mentre nell’Homo erectus i canali sono orientati verticalmente, negli scimpanzé lo sono orizzontalmente e gli Autralopiteci sono sostanzialmente simili a questi ultimi. - Origine africana dell’uomo: l’evoluzione del mitocondrial-DNA che viene trasmesso per via materna mostra che tutti i moderni umani discendono da una donna vissuta in Africa 200000 anni fa; ora la stessa prova viene fornita dallo studio del DNA del nucleo che viene ereditato da ambedue i genitori e riflette in modo più completo gli spostamenti delle popolazioni. Sono stati analizzati due segmenti del cromosone 12. L’umanità è stata divisa i tre gruppi: Africani sub-sahariani, Africani del nord-est e non Africani. I sub-sahariani mostrano una tremenda variabilità, minore è la variabilità per gli Africani del nord-est mentre sono pochissime le differenze per tutte le altre popolazioni.
Science, 3 Jun 94, Vol. 264, pg. 1398 - Random Samples - Alcuni ritrovamenti in Turchia suggeriscono che i primi insediamenti fissi possono essere stati provocati dalla domesticazione dei maiali e non dalla coltivazione del grano. In Turchia sono stati trovati infatti dei denti di maiali, in un insediamento di 10000 anni fa, molto più piccoli di quelli dei selvatici cosa che fa pensare ad un processo di domesticazione. I maiali sono facili da addomesticare, non richiedono molto lavoro e convertono il 35% del loro cibo in carne in confronto al 13% delle pecore.
Science, 17 Jun 94, Vol. 264, pg. 1669 - Random Samples - Il corpo mummificato trovato nel settembre del 1991 nella valle di Ötz sulle Alpi e risalente a 5000 anni fa nell’antica età della pietra, è stato riconosciuto come un europeo del nord. Questo riconoscimento si deve all’analisi del mitocondrial DNA tratto dai tessuti muscolari eseguita presso l’Università di Monaco. Si sta cercando ora di scoprire se il corpo contenga antichi virus.
Science, 28 Oct 94, Vol. 266, pg. 541 - Ann Gibbons - Nella depressione di El Fayum, a sud del Cairo e ad ovest della valle del Nilo, è stato ritrovato il cranio completo di un piccolo primate dalle dimensioni di un gatto che rimonta almeno a 36 milioni di anni fa. A quel tempo la zona aveva un clima caldo umido tropicale e questi antenati degli antropoidi e delle proscimmie facevano vita arboricola. Il cranio presenta 4 premolari ed una conformazione delle ossa dietro l’occhio simile a quella delle proscimmie. Questo porta l’origine delle proscimmie verso i 45 milioni di anni fa.
Science, 4 Nov 94, Vol. 266, pg. 720 - Patricia Kahn - Lo Human Genome Diversity Project (HGDP), proposto 3 anni fa da alcuni genetisti per il rilevamento delle caratteristiche genetiche dei popoli della terra allo scopo di studiare i movimenti preistorici dei popoli, delle culture e delle lingue, ha sollevato molte opposizioni con l’accusa di razzismo e colonialismo genetico. Rappresentanti di popolazioni e minoranze indigene temono che la raccolta di dati genetici possa essere usata contro le minoranze anche per sviluppare armi biologiche benché ciò sia scientificamente impossibile. Altri gruppi si oppongono per motivi religiosi al prelievo di parti del corpo (sangue) per l’analisi del DNA. C’è una diffusa paura delle ricerche sulle diversità genetiche umane che potrebbe portare ad una nuova definizione di razza basata su dati genetici. In realtà la variazioni genetiche fra membri di una stessa popolazione sono spesso più grandi di quelle fra popolazioni diverse e lo HGDP potrebbe essere una potente arma contro il razzismo. L’Unione Europea sostiene il progetto dentro i propri confini. I ricercatori che hanno iniziato a raccogliere i campioni sperano di imparare di più sui Baschi che sono i più diretti discendenti dei primi abitatori dell’Europa dopo i Neanderthal. Inoltre le condizioni per il progetto sono ottimali in Europa dove la storia, la lingua e l’archeologia sono ben documentate.
Science, 7 Apr 95, Vol. 268, pg. 33 - Random Samples - Continuano gli studi sull’uomo di 5000 anni fa trovato nelle Alpi Tirolesi nel 1991. Scienziati delle università di Innsbruck e Stoccolma, studiando gli strani tatuaggi trovati su alcune parti del corpo, hanno supposto che si tratti di tatuaggi a scopo medico applicati in posti dove l’uomo avvertiva dolori, ed infatti l’analisi ai raggi X ha rivelato osteo-artrite in quelle aree. La pratica di tatuaggi medicali si credeva più recente perché scoperta nelle popolazioni degli Altai in Siberia di circa 2400 anni fa. Non c’è ancora accordo sull’età dell’uomo, incerta fra i 30 ed i 40 anni.
Science, 28 Apr 95, Vol. 268, pg. 495 - Ann Gibbons - Viene generalmente accettato che gli esseri umani si sono evoluti in Africa circa 100 mila anni fa, ma i moderni comportamenti sono stati acquisiti in Europa 40 mila anni fa. Ora alcuni archeologi ritengono di aver acquisito prove che sofisticati comportamenti erano già presenti nelle regioni sub-sahariane già 90 mila anni fa. Poiché per questo campo di datazione il metodo del radiocarbonio è poco preciso, sono stati adottati i nuovi metodi di elettroluminescenza (EL), termoluminescenza (TL) e di risonanza dello spin elettronico (ESR). Questi metodi, applicati a reperti come campioni di osso di tipo sofisticato trovati in Zaire, hanno fornito datazioni fra 75 e 180 mila anni. I critici ritengono però che questi oggetti mostrano solo una parte molto limitata di comportamenti moderni se paragonati ai ritrovamenti europei dove si trovano lame, ornamenti, collane e decorazione dei morti con un contesto più ampio.
Science, 26 May 95, Vol. 268, pg. 1141 - Svante Pääbo - Recentemente le ricerche di genetica molecolare in laboratorio hanno insegnato sull’evoluzione umana più di quanto non abbiano fatto gli scavi archeologici. I genetisti hanno esaminato la frequenza delle varianti genetiche (allele) dell’uomo che sono proporzionali alle dimensioni effettive delle popolazioni. Una riduzione seguita da una nuova espansione di una popolazione riduce il numero di diversità e lo stesso succede se certe varianti sono favorite in senso selettivo in certe aree. Questo permette di ricostruire la storia delle popolazioni. Una parte del genoma facile da analizzare è il mitocondrial DNA (mtDNA) che viene ereditato solo per parte materna. Questo ha permesso di scoprire che gli esseri umani provengono dall’Africa perché la diversità riscontrata nel mtDNA degli africani è maggiore di quella dei popoli degli altri continenti che provengono da piccoli gruppi di migratori. Queste migrazioni sono avvenute fra 100 e 200 mila anni fa. Un’altra parte del genoma che può fornire informazioni è il cromosoma Y che si trasmette per via paterna e quindi fornisce la storia dell’uomo dal lato paterno. In queste sequenze non sono state trovate prove di polimorfismo fra uomini provenienti da regioni diverse. Se la ragione di questa uniformità è in una comune origine questa si fa risalire a circa 270 mila anni fa.
Science, 9 Jun 95, Vol. 268, pg. 1424 - Virginia Morell - Archeologi ed antropologi stanno scoprendo con rammarico che i governi danno maggiore priorità alle tradizioni culturali ed alle credenze religiose che alle esigenze della ricerca scientifica. Negli USA una legge federale ha provocato la restituzione ai nativi americani di migliaia di ossa e reperti e viene richiesta anche quella di frammenti di capelli fonte di antico DNA. In Israele la Antiquity Authority ha trasferito al Religious Affairs Ministry una delle più complete raccolte di ossa delle antiche popolazioni impedendo ogni ricerca. Si è potuto trattenere solo le ossa più antiche di 5000 anni perché i giudei ortodossi credono che l’umanità è iniziata approssimativamente a questa data. Le ossa sono importanti per la ricerca antropologica perché da esse si può risalire alla dieta ed alle malattie delle popolazioni durante la loro evoluzione. Ostile è il clima politico anche in Australia dove gli aborigeni considerano i luoghi archeologici di loro esclusiva proprietà. Difficoltà si hanno in Tasmania dove i ricercatori stanno trovando reperti umani dell’era glaciale a 44° sud risalenti fino a 17000 anni fa.
Science, 16 Jun 95, Vol. 268, pg. 1570 - Robert F. Service - Ad un certo punto dell’evoluzione umana i nostri antenati realizzarono che la carne si mangiava più facilmente se arrostita sul fuoco. Alcuni pensano che già l’Homo erectus, più di un milione di anni fa, aveva cominciato ad usare il fuoco per cucinare, ma molti sostengono che non c’è chiara evidenza di tale uso del fuoco prima di 200000 anni fa da parte dell’Homo sapiens. Recentemente un team dell’università di Rennes (Francia) ha datato i resti di ciò che sembra un antico focolare a 465000 anni fa con un errore di +/- 65000 e questa datazione rientra nell’era dell’Homo erectus. Gli scettici dicono però che è difficile distinguere un focolare artificiale da uno naturale.
Science, 30 Jun 95, Vol. 268, pg. 1851 - Elizabeth Culotta - Il problema dell’origine dei primati superiori o antropoidi divide da lungo tempo gli studiosi. Attualmente ci sono almeno 4 teorie in concorrenza che spiegano come, quando e dove gli antropoidi si sono separati dai primati inferiori come i lemuri. Una teoria favorisce un gruppo estinto di primati chiamato ominidi, un’altra teoria si basa su fossili frammentari dall’Africa e dall’Asia di antichi primati; una terza idea del paleoantropologo Elwym Simons della Duke University li fa risalire ad un gruppo estinto di lemuridi adapidi. Simons è tornato nell’area di El Fayum in Egitto dove ha trovato cranio e mascelle di un insettivoro detto Catopithecus i cui denti sono come quelli degli adapidi e più simili a quelli umani che a quelli degli ominidi. Il Catopithecus ha un’età stimata di 37 milioni di anni. Un quarto candidato è un fossile proveniente dalla Cina di 45 milioni di anni fa, e quindi più antico, ma del quale si hanno solo frammenti di mascella e forse denti ed è stato chiamato Eosimias.
Science, 11 Aug 95, Vol. 269, pg. 754 - JoAnn C. Gutin - Antropologi hanno scoperto fossili di ominidi ed attrezzi di pietra nelle grotte di Atapuerca nel nord-est della Spagna datandoli a circa 780000 anni fa e forse più antichi. Questi ominidi, piuttosto primitivi in apparenza, precedono di diverse centinaia di migliaia di anni i Neanderthal apparsi in Europa circa 160000 anni fa e spariti da 35000 anni. La datazione è stata fatta sulla base dell’inversione del campo magnetico terrestre verificatasi proprio 780000 anni fa che ha lasciato traccia nelle rocce sedimentarie. Anche se la datazione viene da altri contestata e portata a 500000 anni, questo ritrovamento crea molti problemi. Gli attrezzi sono più primitivi di quelli usati dalle popolazioni africane dello stesso periodo, inoltre molti tratti anatomici sono diversi dagli Africani coevi.
Science, 18 Aug 95, Vol. 269, pg. 923 - Nigel Williams - L’analisi del DNA ricavato dai resti di antiche popolazioni è servita per ricostruire le migrazioni dei popoli in particolare dei nativi Americani e degli Europei. Si discute a lungo sull’integrità del DNA dopo lungo tempo, sui meccanismi di degradazione per idrolisi e decomposizione e sui criteri di selezione, ma i genetisti sono andati avanti nelle loro ricerche. Circa le migrazioni dei primi Americani, secondo le teorie più accettate, la prima ondata, gli Amerindi, è avvenuta 30000 anni fa, è stata seguita quella dei NaDene 20000 anni fa ed infine dagli Eskimo-Aleutini 7000 e 5000 anni fa. Lo studio del mitocondrial DNA ha mostrati in effetti che gli Americani derivano da 4 ceppi distinti e che esistono anche molti altri sottotipi. Circa gli Europei si è ritenuto che la specie moderna, che ha rimpiazzato i Neanderthal, si è diffusa in Europa dal Medio Oriente nel Paleolitico medio o superiore circa 30000 anni fa, poi, intorno ai 10000 anni fa, gli agricoltori, sempre venendo dal Medio Oriente, hanno sostituito in Europa i popoli raccoglitori. L’analisi del mitocondrial DNA ha identificato almeno tre ceppi principali e tutti, o almeno due, possono essere datati 30000 anni fa; il secondo gruppo potrebbe essere forse di 10000 anni fa.
Science, 17 Nov 95, Vol. 270, pg. 1116 - Elizabeth Culotta - Si è sempre creduto che l’Homo erectus abbia lasciato l’Africa circa 1 milione di anni fa, ma ora nuovi dati da Giava e dalla Georgia suggeriscono che l’Homo erectus era presente in questi due posti già da 1,8 milioni di anni fa. Si fa anche l’ipotesi che si trattasse di ominidi più primitivi che si fossero già dispersi dall’Africa e questo da forza ad una minoranza che pensa che l’Homo erectus fosse comparso per la prima volta in Asia e non in Africa. Ci sono molte somiglianze fra i reperti trovati e quelli africani di 1,6 milioni di anni fa ed anche gli attrezzi trovati sono primitivi, fin dalle sue prime origini il genere Homo era diventato quindi mobile e si era diffuso rapidamente. Tuttavia c’è ancora molto scetticismo fra i ricercatori essendo la datazione problematica.
Science, 22 Dec 95, Vol. 270, pg. 1930 - Francisco J. Ayala - L’informazione del DNA è codificata nella sequenza lineare dei 4 componenti: adenina, citosina, guanina e timina. Questa subisce una graduale evoluzione nel tempo accumulando mutazioni della sequenza che insorgono con probabilità costante. Alcune mutazioni sono dannose e vengono eliminate dalla selezione naturale, altre sono neutrali e si accumulano così che le differenze fra due specie sono circa proporzionali al tempo trascorso dalla loro separazione. Se le mutazioni sono favorevoli vengono privilegiate dalla selezione. Le genealogie fra uomini, scimpanzé e scimmie si determinano confrontando le sequenze di DNA del gene DRB1 del sistema immunitario che è uno dei più antichi. Così si è determinato che la divergenza fra ominidi e cercopitechi, le scimmie del vecchio mondo, si è verificata 35 milioni di anni fa, fra Eocene ed Oligocene; la divergenza con gli orangutan 15 milioni di anni fa, quella con le scimmie africane, gorilla e scimpanzé, 6 milioni di anni fa e quella con l’Homo erectus 1,7 milioni di anni fa. La maggior parte delle informazioni genetiche si trovano nei cromosomi del nucleo (46 nell’uomo), ma una piccola parte del DNA (circa 16569 coppie di basi) si trovano nel mitocondrio, come organelli fuori dal nucleo (mtDNA) che vengono trasmessi solo per via materna. Il confronto fra mtDNA di più di 100 individui di etnie diverse mostra che la sequenza rimanda ad una donna che è esistita in Africa circa 200000 anni fa e, assumendo 20 anni per generazione, si hanno circa 10000 generazioni. Il corrispondente maschile del mtDNA è il cromosoma Y che viene trasmesso per via paterna, in particolare il gene ZFY, ed un comune antenato si trova a circa 270000 anni fa. Un altro evento importante dell’evoluzione dell’uomo è avvenuto fra 100000 e 200000 anni fa, nella transizione fra l’uomo arcaico e l’Homo sapiens: si è trattato di una riduzione della popolazione (bottleneck), nell’ordine di 100 individui e durata per 10 o più generazioni, che da spiegazione della ridotta variazione genetica della specie umana. L’Homo erectus, nato in Africa, si è diffuso rapidamente negli altri continenti infatti fossili trovati in Cina, Giava e Georgia sono fra 1,6 ed 1,8 milioni di anni; fossili di Homo erectus di 780000 anni fa sono stati trovati in Spagna e l’Homo erectus è rimasto in Asia fino a 250 - 100 mila anni fa. Il passaggio da H. erectus a H. sapiens è avvenuto 400000 anni fa, la sottospecie H. sapiens neanderthalensis è apparsa in Europa circa 200000 anni fa ed è rimasta fino a circa 30000 anni fa. Controversa è invece l’origine del moderno H. sapiens (sapiens sapiens) sia come origine, se in Africa o nel medio oriente, che come datazione ed alcuni ritengono che vi sia stato un altro bottleneck.
Science, 8 Mar 96, Vol. 271, pg. 1364 - Joshua Fischman - Il più ampio studio ad oggi sulle origini e peregrinazioni dell’uomo attraverso l’analisi del DNA del nucleo, un pezzo del cromosoma 12 comune quindi ad ambedue i sessi, traccia la storia dell’uomo da 100000 anni fa ad opera di un team internazionale. Sono state analizzate 1600 persone di 42 popolazioni e le varianti genetiche sono molto più numerose in Africa mentre nel resto del mondo le varianti sono quelle poche portate da una limitata popolazione che ha lasciato il nord-est dell’Africa circa 100000 anni fa.
Science, 14 Jun 96, Vol. 272, pg. 1586 - Ann Gibbons - Fra 40000 e 100000 anni fa due gruppi diversi di uomini vivevano nelle grotte delle montagne di Israele: uno era formato dal tipo Neanderthal più basso e robusto, l’alto da un tipo più snello ed alto come gli uomini moderni; solo il secondo gruppo sopravvisse. Gli antropologi si chiedono che cosa ha reso evolutivamente vincente il secondo gruppo. L’analisi delle ossa indica le diverse abitudini di vita degli uomini; i Neanderthal hanno le ossa delle braccia più vigorose e questo potrebbe indicare che erano meno abili degli altri, inoltre le ossa dei fianchi indicano che i Neanderthal erano più attivi da fanciulli perché seguivano i loro parenti fin da piccoli nelle loro peregrinazioni mentre il gruppo più moderno aveva dei campi dove lasciava donne e bambini assicurando loro maggiore protezione e salute. Queste differenze nei comportamenti possono essere stati alla base del successo evolutivo degli uomini moderni.
Science, 4 Oct 96, Vol. 274, pg. 31 - Ann Gibbons - La teoria di Greenberg, un linguista della Stanford University, sul popolamento delle Americhe suppone che ci siano state almeno tre separate ondate di migrazione dall’Asia che hanno prodotto ciascuno un gruppo linguistico. Ora ricerche genetiche su campioni di DNA hanno mostrato che nativi eskimo dell’Alaska e diverse tribù del Brasile hanno in comune molti più geni di quanto prima supposto e quindi discendono da uno stesso ceppo di popolazioni dell’Asia entrati in America in una o due ondate; non c’è quindi stretta relazione fra caratteristiche genetiche e linguaggio. La teoria di Greenberg si basava sul fatto che in America ci sono tre ceppi linguistici: Amerindo, parlato dagli Indiani americani, Eskimo-Aleutino, parlato dagli eskimesi e dagli abitanti delle Aleutine, ed il Na-Dene, parlato dalle popolazioni della costa nord-ovest del Canada e Stati Uniti; inoltre tre sono i tipi di molari e tre i tipi antropologici. L’indagine sul mitocondrial-DNA (mtDNA) ha però mostrato che i nativi hanno 4 varianti dette A, B, C e D che si trovano anche nelle popolazioni dell’Asia dell’est siberiano e non negli Europei o Africani; tutte e 4 le varianti si trovano mescolate nei tre gruppi linguistici. La prima migrazione si suppone avvenuta fra 20000 e 25000 anni fa ed ha formato gli Amerindi che mostrano la maggiore diversità genetica e quindi sono più antichi. La seconda migrazione è avvenuta 11500 anni fa, alla fine del periodo glaciale, ed ha dato luogo alla cultura Clovis.
Science, 13 Dec 96, Vol. 274, pg. 1841 - Ann Gibbons - Secondo le ultime ricerche l’Homo erectus viveva ancora in Giava fra 53000 e 27000 anni fa, almeno 250000 anni dopo che si pensava fosse estinto in Africa dove era comparso circa 2 milioni di anni fa. Fra il 1931 ed il 1933 archeologi olandesi avevano scoperto presso il fiume Solo ed il villaggio di Ngandong in Giava 12 crani senza faccia di uomini preistorici; questi erano stati identificati prima come quelli di una tigre, una scimmia, un Neandethal e un uomo moderno, ma recentemente gli antropologi concordano che si tratti di crani di Homo erectus. La loro età è stata difficile da stabilire perché mancano i denti, le parti più adatte per una datazione. Diversi metodi anche indiretti avevano indicato una datazione da 300000 a 100000 anni. Recentemente un team interdisciplinario, usando dei denti di bovino trovati nello stesso posto, ha ottenuto il sorprendente risultato di una datazione fra un minimo di 27000 ed un massimo di 53000 anni. L’Homo erectus si è evoluto in Africa ed è migrato intorno al globo; si pensava che le popolazioni di Giava fossero stati all’origine degli australiani, ma la nuova datazione indica che l’uomo di Solo è più giovane del più antico australiano.
Science, 25 Apr 97, Vol. 276, pg. 535 - Ann Gibbons - Nella 66ma riunione annuale dell’American Association of Physical Anthropologists tenutasi a St. Louis dall’1 al 5 aprile sono stati discussi alcuni problemi.
Dalla metà degli anni ‘80 si sono combattute due ipotesi sull’origine dei moderni uomini. Una teoria, quella favorita, è che i nostri antenati siano sorti in Africa e quindi si sono diffusi nel resto del mondo circa 100000 anni fa. Una seconda teoria, detta di Continuità Regionale, sostiene che un primo ceppo sia sorto in Africa e poi sparso nel resto del mondo circa 1 milione di anni fa e da questi sono nati i moderni uomini in diverse regioni con evoluzioni separate ed incroci. Ora studi genetici stanno facendo emergere una teoria intermedia secondo la quale non tutti i geni dei moderni uomini sono stati Öereditati da un piccolo numero di Africani, ma alcuni provengono da abitatori dell’Asia. Sembra che ci siano state diverse migrazioni dall’Africa ed alcune migrazioni sono poi tornate in Africa.
Le femmine dell’uomo sono le uniche fra i primati che hanno una lunga vita dopo la menopausa, circa 40 anni. La ragione viene associata all’esigenza di assicurare più cibo ai nipoti. Nelle comunità di cacciatori-raccoglitori le donne anziane rappresentano una fonte di cibo che permette alle proprie figlie di avere ed allevare più bambini durante il loro periodo fertile.
Science, 9 May 97, Vol. 276, pg. 896 - Ann Gibbons - Nella prima storia evolutiva dell’uomo sono state favorite dimensioni e muscoli; 1,8 milioni di anni fa l’uomo ha raggiunto l’altezza di 1,85 m, il cervello invece è rimasto relativamente piccolo fino a 600000 anni fa, a questo punto ha subito un drastico aumento fino a 50000 anni fa, poi cervello e corpo si sono ridotti di circa il 10%. I paleoantropologi valutano la massa del corpo dalle dimensioni della testa del femore. I Neanderthals superavano del 30% come dimensioni gli uomini attuali, anche il loro cervello era più grande in termini assoluti anche se il rapporto cervello/massa del corpo era del 10% più basso; dal punto di vista comportamentale erano però decisamente non moderni e dipendenti più dai muscoli che dal cervello. La contemporanea riduzione delle dimensioni del corpo e del cervello nell’uomo di Cro-Magnons possono essere state dovute all’uso di attrezzi ed all’evoluzione sociale che ha diminuito la dipendenza dalla semplice muscolatura.
Science, 30 May 97, Vol. 276, pg. 1331 - Ann Gibbons - La scoperta nel 1994 dei resti di un ragazzo di 780000 anni fa, sulle colline di calcare rosso ad Atapuerca vicino a Burgos nel nord della Spagna, ha introdotto una nuova specie fra i rami dei nostri antenati. Ad Atapuerca dal 1976 sono stati scoperte ossa umane da 780 a 127 mila anni fa e la data più antica è connessa all’inversione del campo magnetico terrestre. I resti del giovane consistono in una parte della faccia, ma ciò che stupisce è che è molto simile alla nostra. I ricercatori spagnoli hanno chiamato questo nuovo membro “Homo antecessor” e si comincia a coprire il vuoto che esiste in Europa fra i primi umani che lasciarono l’Africa, 1,8 milioni di anni fa, e l’Homo heidelbergensis di 500000 mila anni fa. L’ipotesi che si fa è che dagli australopiteci africani, circa 2 milioni di anni fa, è derivato l’Homo habilis produttore di attrezzi, e fra 1,8 e 1,6 milioni di anni fa si assiste alla migrazione dall’Africa della specie Homo ergaster che in Asia si è diffuso come Homo erectus mentre in Europa ha prodotto l’Homo antecessor circa 1 milione di anni fa. Da quest’ultimo è derivato da una parte l’Uomo di Heidelberg e poi l’Uomo di Neanderthal, vissuto fino a circa 28000 anni fa, e, dall’altra, l’Homo sapiens. Fino ad ora si era ritenuto l’Uomo di Heidelberg essere l’antenato comune fra l’Uomo di Neanderthal e L’Homo sapiens.
Science, 31 Oct 97, Vol. 278, pg. 804 - Ann Gibbons - Dall’analisi del mitocondrial DNA (mitDNA), che si trasmette solo per via materna, è stato dimostrato che l’umanità ha origine da una donna che 100-200 mila anni fa si trovava in Africa. Ora due team internazionali hanno seguito la traccia genetica dell’uomo attraverso le varianti del cromosoma Y, eredità paterna, ed hanno trovato la stessa origine in termini di tempo e di luogo. Mentre però le variazioni del mitDNA sono sparse in tutti i continenti, quelle del cromosoma Y si trovano in ristrette aree geografiche. La spiegazione sta nel fatto che gli uomini di regola mettono su famiglia nei luoghi della loro nascita mentre le donne seguono i mariti ed hanno i figli lontano dai luoghi natali. Si è visto inoltre che c’è stato un ritorno di geni dalle popolazioni dell’Asia in Africa meno di 100 mila anni fa mentre la più antica migrazione dall’Africa rimonta a circa un milione di anni fa.
Science, 13 Mar 98, Vol. 279, pg. 1635 - Ann Gibbon - Nel 1968 un missionario olandese che viveva nell’isola di Flores in Indonesia trovò degli attrezzi di pietra vicino alle ossa di un elefante estinto da 750000 anni. Se gli attrezzi erano antichi come le ossa, questo fatto dimostrerebbe che l’Homo erectus era stato capace di superare la barriera marina costituita dalla fossa di Wallace che ha sempre separato Giava, Borneo e Filippine dal resto dell’Indonesia e dall’Australia creando una separazione biologica. L’Homo erectus si è diffuso in Asia circa 1,8 milioni di anni fa con la prima migrazione dall’Africa ed ha lasciato semplici oggetti di pietra in Cina ed a Giava, ma sembra fosse incapace di attraversare gli stretti e si è sempre creduto che l’uomo ha iniziato a navigare solo da 50000 anni. I nuovi ritrovamenti sono stati visti prima con sospetto perché il missionario era solo un archeologo amatore, ma successivamente misure di datazione con metodi accurati hanno dato delle ulteriori conferme.
Science, 17 Apr 98, Vol. 280, pg. 395 - John R. Wilmoth - Una delle più grandi conquiste della civiltà è stata l’enorme riduzione della mortalità umana. L’aspettativa di vita alla nascita che fra i primi umani era di 20-30 anni, nel 1900 si è raddoppiata e in Giappone nel 2000 sarà di circa 80 anni. La popolazione delle nazioni sviluppate si è incrementata per effetto della sopravvivenza degli anziani da 100 anni ad oggi; c’è un desiderio generalizzato di una vita più lunga ed in buona salute; il guadagno in longevità deriva da un complesso insieme di cambiamenti: standard di vita, salute pubblica, igiene personale e cure mediche. Tuttavia una previsione per il futuro è ancora molto imprecisa perché l’interazione dei fattori noti è molto complessa e non è semplice anticipare il trend di ciascuno di essi. Le previsioni della US Social Security Administration pongono l’aspettativa di vita alla nascita per il 2050 a 77,5 anni per l’uomo e 82,9 per la donna contro i 72,6 per l’uomo ed i 79,0 per la donna del 1995. Le proiezione in Giappone sono più alte: 81,3 per l’uomo e 88,7 per la donna nel 2050 contro i 76,4 per l’uomo e gli 82,9 per la donna del 1995. I dati raccolti dal 1900 mostrano delle oscillazioni anche marcate ed un’estrapolazione che si basi su soli 20 anni e che si estende per 50-100 anni è decisamente imprudente, rimane il fatto che l’aumento dell’aspettativa di vita alla nascita è andata diminuendo, ma il tasso di mortalità è sempre in diminuzione e non sembra avvicinarsi ad un limite finito.
Science, 18 Sep 98, Vol. 281, pg. 1775 - Heather Pringle - Le recenti scoperte di una cultura marittima nella zona del Cile risalente a 11000 anni fa ed altri siti come quello di Monte Verde nel Cile centrale datato da alcuni 12500 anni fa, hanno indotto alcuni archeologi ad avanzare l’ipotesi di un arrivo dei primi Americani via mare sulle coste cilene e peruviane. L’aumento del livello del mare 10000 anni fa dopo l’era glaciale ha certo ricoperto eventuali reperti sulle coste, ma dove queste sono alte come nella zona del Perù vicino a Quebrada Jaguay e Quebrada Tacahuay sono stati trovati siti abitati 11100-10700 anni fa. Ossa e resti mostrano che gli abitanti vivevano di pesca e cacciavano uccelli marini specie cormorani. Questo rende difficile farli discendere dai popoli Clovis provenienti dal nord.
Science, 23 Apr 99, Vol. 284, pg. 572 - Elizabeth Culotta - Circa mezzo milione di anni fa in una prateria vicino ad un lago nell’attuale Etiopia orientale una creatura simile all’uomo smembrava la carcassa di un’antilope usando degli attrezzi di pietra per tagliare la carne e rompere le ossa per estrarne il midollo. Dello stesso periodo sono stati trovati vicino i resti di due ominidi, uno alto 1,4 m, lunghe gambe ed andatura umana, ma con avambracci da scimmia, dell’altro rimane il teschio dal cervello piccolo, denti grandi e faccia simile alla scimmia. Questi ritrovati sono una nuova tessera nel mosaico della preistoria umana, una nuova specie chiamata Autralopithecus garhi (significa sorpresa nel dialetto Afar), altro punto di transizione fra gli australopitecini e la specie Homo, prova dell’abitudine a macellare animali e mangiarne la carne. L’evoluzione dell’uomo inizia 4,2 milioni di anni fa con l’Autralopithecus anamensis, il più simile alla scimmia, poi fra 3,7 e 3 milioni di anni fa l’afarensis a cui appartiene il famoso scheletro “Lucy”, solo dopo un altro milione di anni si trovano i cervelli più grandi e le facce più umane della specie Homo. In mezzo c’è ancora la specie Australopithecus africanus del Sud Africa con le diramazioni più recenti del robustus e del boisei. Il nuovo garhi di circa 2,5 milioni di anni fa ha una faccia che assomiglia all’afarensis, i grossi molari anche più grandi del robustus, i femori più simili agli umani, ma gli avambracci scimmieschi. L’informazione più importante è però quella dell’abitudine a tagliare la carne dalle prede e mangiare il midollo delle ossa. Attrezzi di pietra di 2,6 milioni di anni fa trovati in altri siti vengono ora inquadrati in questo utilizzo. Il midollo delle ossa è un cibo molto energetico e può aver contribuito allo sviluppo della specie. C’è però ancora un grande salto con la specie Homo il cui più antico ritrovamento è un palato di 2,33 milioni di anni fa da Hadar in Etiopia.
Science, 15 Oct 99, Vol. 286, pg. 451 - Kelly Owens and Mary-Claire King - I genetisti vengono sempre più coinvolti per applicare le analisi genetiche nelle ricerche della storia dell’uomo e della sua evoluzione. Le domande a cui si vuole rispondere riguardano ad esempio dove è cominciato il linguaggio, come si sono stabilite le diverse culture e come si sono propagate ed adattate nei diversi luoghi e quale è stato i ruolo delle donne nelle prime società. Le origini comuni possono essere confermate e si possono seguire le migrazioni paragonando le sequenze del DNA delle attuali popolazioni. Sono stati determinati i genotipi di parecchie centinaia di persone di 26 popolazioni europee e le componenti variano attraverso l’Europa con gradienti che riflettono le ricostruzioni archeologiche delle principali migrazioni. Una prima componente è quella dei contadini del neolitico provenienti dal medio oriente, migrati verso ovest attraverso il Mediterraneo, la Grecia l’Italia e la Spagna, e verso nord-ovest attraverso l’Europa nell’area germanica ed in Inghilterra. Una seconda componente riguarda la migrazione sud-nord con conseguente selezione climatica, una terza componente è rappresentata dalle migrazioni dalle steppe del Volga e del Don formata dai pastori che per primi addomesticarono il cavallo, la quarta componente è formata dalle popolazioni celtiche dell’Irlanda e della Britannia, la quinta componente è quella dei Baschi caratterizzata da un isolamento storico, geografico e linguistico. Un altro aspetto riguarda la migrazione differenziata fra maschi e femmine. Si sa che il mitochondrial DNA (mtDNA) viene ereditato solo dalla madre mentre il cromosoma Y proviene solo dal padre. In massima parte le varianti del cromosoma Y (53%) sono localizzate geograficamente mentre quelle dello mtDNA sono più diffuse; questo perché le donne emigrano nei luoghi di nascita dei mariti e qui nascono i loro figli e l’effetto si cumula in centinaia di generazioni.. L’analisi genetica mostra le relazioni fra i popoli e spesso i tempi dei loro contatti. Lungo la Via della Seta, fra il 200 a.C. ed il 400 d.C., dall’Europa all’Asia si nota una maggiore migrazione del DNA mentre il cromosoma Y è più legato alle differenze di linguaggio. Anche nella valle del Nilo, che si estende per più di 2000 km da nord a sud, le più antiche migrazioni sono da nord a sud, fatto consistente con la prima colonizzazione della Nubia dei Faraoni del Medio Regno (1991-1785). Un altro problema riguarda l’origine dei giudei Ashkenazi; i dati genetici suggeriscono un’origine dalla Polonia nel XVI secolo ed anche circa 1000 anni fa. Si è poi scoperto che i Lemba del Sudafrica che parlano Bantu derivano dagli ebrei emigrati in Yemen 2700 anni fa e da qui al Sudafrica da 2400 a 2000 anni fa. Tuttavia le differenze genetiche fra i popoli rappresentano solo il 10% della diversità totale; più dell’80% si trova fra individui della stessa popolazione e quindi è antecedente alla prima migrazione dall’Africa, questa quindi non fu prodotta da un piccolo gruppo omogeneo partito dall’Africa. Le caratteristiche delle razze poi, come il colore della pelle ed i tratti del volto, riflettono solo differenti selezioni climatiche nelle varie parti del mondo e coinvolgono un limitato numero di geni con effetti fisiologici specifici.
Science, 12 May 2000, Vol. 288, pg. 948 - Michael Balter and Ann Gibbons - Nel maggio del 1999 un gruppo di archeologi ha trovato, 85 km a sud-est di Tibilisi, capitale della Georgia, il cranio di un ominide, apparentemente un maschio adulto; due mesi dopo fu trovato un altro cranio con mandibola e 4 denti appartenenti ad una giovane femmina. La scoperta è stata presentata il mese scorso e la datazione dei reperti viene posta a 1,7 milioni di anni fa cosa che li rende i più antichi fossili umani fuori dall’Africa. I crani sono simili a quelli della stessa epoca trovati nell’Africa dell’est e contemporanei ai resti scoperti a Giava in Indonesia quindi fanno parte della prima ondata che ha lasciato l’Africa per colonizzare il resto del globo,. Non si può dire che questi ominidi siano i progenitori di quelli trovati a Atapuerca in Spagna, Ceprano in Italia o Tautavel in Georgia che sono un milione di anni più giovani, ma sono i primi ominidi in Asia della specie Homo erectus. La datazione è stata molto complessa, la prima datazione, usando il decadimento potassio 40 a argon 40, ha dato da 1,8 a 2,0 milioni di anni, un’altra più accurata basata sulla tecnica argon-argon ha dato 1,85 milioni di anni. La datazione degli strati e la misura del paleomagnetismo hanno fornito 1,77 milioni di anni. Il teschio del maschio ha una capacità di 780 cc rispetto ai 1500 cc degli uomini di oggi, il cranio della giovane femmina ha 650 cc, le caratteristiche facciali li fanno assomigliare al tipo Homo ergaster vissuto in Africa fra 1,4 e 1,9 milioni di anni fa, specie primitiva dell’Homo erectus. Gli attrezzi di pietra trovati con questi resti somigliano agli attrezzi di Oldowan, quelli della Oldwai Gorge in Africa di 1,8 milioni di anni fa, semplici lamine di pietra, raschiatori e diversi chopper. Si pensa che l’Homo ergaster sia stato il primo viaggiatore, ma non si sa dove si sia spostato all’inizio e quando sia venuto in Europa. C’è un milione di anni fra questi reperti ed i primi trovati in Europa; quelli di Atapuerca sono datati 780 mila anni e gli attrezzi sono sempre del tipo di Oldowan come quelli trovati in Asia. La tecnologia Acheuleana con attrezzi più lavorati, iniziata in Africa 1,6 milioni di anni fa, raramente si vede fuori dall’Africa fino a 500000 anni fa, ma è difficile pensare che i più abili artefici fossero meno mobili di quelli del periodo Oldowan. Un’ipotesi è che i primi umani, emancipatisi dalla foresta, si avventurarono in Medio Oriente circa 2 milioni di anni fa e si dispersero in Asia, ma motivi geografici e climatici impedirono loro di arrivare in Europa e solo più tardi si spostarono a nord e quindi a ovest importando ancora le antiche tecnologie. Questo scenario potrebbe essere cambiato da nuovi ritrovamenti.
Science, 29 Sep 2000, Vol. 289, pg. 2366 - J. R. Wilmoth - Una delle domande fondamentali che si pongono gli studiosi di gerontologia è se l’uomo e le altre specie abbiano un limite immutabile di vita. Il record mondiale di vita è quello di Jeanne Calment morta ad un’età documentata di 122,45 anni e le statistiche demografiche nazionali, al di fuori di casi eccezionali, indicano un continuo aumento del limite di vita nei paesi industrializzati da oltre 100 anni. Una domanda fondamentale è se questa variazione sia andata accelerando per i progressi nel migliorare la salute degli anziani e se stia subendo un rallentamento perché forse si sta raggiungendo il limite biologico. Riguardo alle cause l’aumento dell’età massima potrebbe essere una conseguenza statistica del maggior numero di anziani o dei miglioramenti delle condizioni di salute individuali. Se si esaminano i dati svedesi sui decessi, che sono estremamente accurati e disponibili dal 1861 al 1990, la massima età di morte è passata da 101 anni nel decennio del 1860 a 108 nel decennio del 1990, l’andamento della variazione è stato di 0,44 anni per decade prima del 1969 e di 1,11 anni per decade dopo questa data fino al 1999. Gli uomini hanno un limite più basso delle donne di 1,7 anni, ma gli andamenti per i due sessi sono identici. Le statistiche di altri paesi, in Europa e nel Nord America, sono simili a quelle svedesi, ma non sempre i dati sono affidabili come quelli svedesi. Nell’analisi il trend dell’età media è stato preso come indicativo della massima età di vita. Le analisi indicano in modo conclusivo che l’aumento dell’età massima in Svezia dal decennio del 1860 al decennio del 1990, che comprende i nati dal 1756 al 1884, è dovuto alla riduzione della mortalità in tarda età, il 72,5% dell’aumento totale è attribuibile al declino di mortalità oltre i 70 anni, il 12% all’aumento delle nascite e circa il 16% alla riduzione di mortalità sotto i 70 anni. Il più rapido aumento oltre il 1969 è dovuto al declino di mortalità in tarda età negli ultimi decenni, in Svezia come nei paesi altamente industrializzati. Questa analisi nega l’opinione comune che la vita umana sia fissa e invariabile nel tempo; anche se l’età massima è aumentata più lentamente di quella media, la distribuzione delle età si è spostata verso l’alto oltre i 100 anni, la riduzione di mortalità nella tarda età è andata accelerando nelle ultime decadi ed è probabile che continui aumentando la longevità.
Science, 2 Mar 2001, Vol. 291, pg. 1722 - Michael Balter - La storia della migrazione umana inizia in Africa 2,5 milioni di anni fa con la nascita dei primi ceppi di ominidi, ma le prove sul numero di migrazioni sono scarse fino a 1,7-1,8 milioni di anni fa. Resti umani datati 1,7 milioni di anni sono stati trovati a Damanisi in Georgia, una specie a stazione eretta che è stata chiamata Homo hergaster simile all’Homo erectus trovato nella Oldowan Gorge in Africa. Ominidi della specie Homo erectus di 1,8 milioni di anni sono stati trovati a Giava in Indonesia ed attrezzi di pietra di 1,9 milioni di anni sono stati trovati nella provincia di Sichuan in Cina. Molto più numerosi e sicuri sono i resti di 1,1 milioni di anni trovati in molte parti dell’Asia. Diversa è la situazione in Europa; nel passato si è parlato di attrezzi di pietra e fossili di ominidi di 2,5 milioni di anni fa in Francia e Spagna e di altre prove più consistenti fra 1 milione e 700000 anni fa anche in Italia, ma molti ricercatori dubitano che gli uomini fossero arrivati in Europa prima di 500000 anni fa, data nella quale i ritrovamenti sono incontestabili. Nel marzo 1994 un ricercatore italiano scoprì un frammento di cranio umano vicino alla città di Ceprano, 80 km da Roma, e la datazione degli strati di argilla dove era stato trovato suggeriva un’età di 800-900 mila anni fa o più conservativamente 700000. Fra il 1994 ed il 1995 furono trovati ad Atapuerca, in Spagna, altri frammenti di cranio di 780000 anni. Il cranio di Ceprano somiglia a quello di un Homo erectus, quello di Atapuerca fu detto Homo antecessor ed ambedue sono all’origine dell’Homo sapiens. Ad Atapuerca poi si trovano strati di insediamenti che dimostrano la presenza di ominidi per circa 250000 anni che coprono diversi periodi interglaciali e si può dedurre che la frequentazione dell’area sia iniziata forse 900000 anni fa. Si pensa ormai che le prime migrazioni dall’Africa si sono dirette a preferenza verso est nel tardo Pliocene, 1,8 milioni di anni fa, per motivi geologici e di clima, solo più tardi, 1,5 milioni di anni fa, fu raggiunto il Medio Oriente come mostrano i ritrovamenti in Israele. La prima ondata portò attrezzi di pietra di Oldowan costruiti in Africa 2,6 milioni di anni fa mentre la tecnologia Acheuleana, con le scuri di pietra simmetriche, ebbe origine in Africa solo un milione di anni dopo. La tecnica Acheuleana si ritrova raramente in Asia ed in Europa e si trova solo dopo 500000 anni fa. I primi ominidi possono essere venuti in Europa dall’oriente o dall’Africa attraverso lo stretto di Gibilterra ristrettosi durante il Pleistocene per l’abbassamento del livello del mare. Nuove specie appaiono infine in Europa 500000 anni fa portando la tecnica Acheuleana, vicino Heidelberg, in Germania, nel sud-est della Francia, nel Sussex, Inghilterra ed in Grecia. La nuova specie aveva una capacità cranica di 1100-1300 cmc in confronto ai 1000 dell’Homo erectus e quindi l’Homo heidelbergensis è considerato un Homo sapiens arcaico ed i suoi resti si trovano anche sulle rive del Giordano in Israele. Molti ricercatori pensano che l’Homo heidelbergensis abbia dato origine all’Homo di Neanderthal, apparso in Europa 250000 anni fa, capace di vivere nel freddo clima del Pleistocene. L’ultima esplosione di migrazione dall’Africa si ebbe 100000 anni fa con l’Homo sapiens che si diffonde in Asia ed in Europa sostituendo progressivamente gli altri ominidi ed i Neanderthal.
Science, 2 Mar 2001, Vol. 291, pg. 1725 - Ann Gibbons - Quaranta mila anni fa i nostri antenati, migrando per l’Europa hanno incontrato un altra specie umana che già vi viveva: i Neanderthal. Questo fu l’ultimo incontro fra umani di specie diversa e finì con il prevalere dell’ultimo arrivato: l’uomo di Cro-Magnon, anatomicamente ed intellettualmente più moderno. L’estinzione dei Neanderthal è però una lunga storia, svanirono fra 25000 e 30000 anni fa rimpiazzati dalla specie più moderna, ma i due gruppi coesistettero in Europa per parecchie migliaia di anni occupando le stesse grotte nel Medio Oriente; non ci sono segni di guerre o di una rapida sostituzione e sembra che ci fosse spazio per ambedue i gruppi. I contatti e la competizione stimolarono ambedue i gruppi ed ambedue progredirono nello stile degli oggetti di pietra e degli ornamenti di avorio e di osso. Non ci sono dubbi sul fatto che lo stile di vita dei Cro-Magnon sorpassò rapidamente quello dei Neanderthal, ma questi mantennero la loro identità per millenni. Le ossa dei Neanderthal si trovano insieme alle scuri di pietra di tradizione musteriana del Paleolitico medio, da 270000 a 45000 anni fa, mentre le ossa dei Cro-Magnon si trovano in Europa insieme a sofisticate lame di lance ed ornamenti di tradizione aurignaciana del Paleolitico superiore fra 45000 e 10000 anni fa e sono famose le stupende pitture delle grotte di Chouvet in Francia. Alla fine degli anni ‘80 furono trovati resti degli odierni umani in alcune grotte di Israele datati con moderni metodi radiometrici da 92000 a più di 100000 anni fa, 40000 anni prima che i Neanderthal abitassero un gruppo di grotte vicine, questo dimostra come l’evoluzione era stata separata; ambedue i gruppi usavano gli stessi strumenti, cacciavano gli stessi animali ed ambedue seppellivano i loro morti. Poi 40000 anni fa si ha un’esplosione creativa nell’Europa dell’ovest e nasce la cultura aurignaciana; gli stessi manufatti si trovano anche nei vicini insediamenti dei Neanderthal, c’è un acceso dibattito se questi avessero copiato o indipendentemente inventato la stessa tecnica. In realtà sono state individuate 20 differenti tipi di tecnologie nei vari siti archeologici e sembra che anche i Neanderthal abbiano sperimentato manufatti e comportamenti più avanzati. Molto discusso è anche se i due gruppi, vivendo vicini, si siano incrociati e quanto del patrimonio genetico dei Neanderthal sia stato trasferito ai moderni, ma il problema rimane aperto e le prove sono molto discusse. La sparizione dei Neanderthal fu forse provocata dal ritorno del clima glaciale 28000 anni fa quando la competizione divenne troppo dura ed i vantaggi degli umani moderni si rivelarono essenziali, fra questi un migliore linguaggio, una comunicazione più efficace ed una maggiore natalità.
Science, 16 Mar 2001, Vol. 291, pg. 2074 - Robert Koenig - Quando Antonio Todde ha celebrato il suo 112° compleanno il 22 gennaio scorso nel piccolo villaggio di Tiana in Sardegna, tra le centinaia di visitatori che si congratulavano c’erano una mezza dozzina di ricercatori italiani ed un esperto di demografia del Belgio. Il fatto è che non c’è luogo nel mondo come in Sardegna dove si trova una così larga proporzione di centenari. Todde, che è attualmente l’uomo più vecchio vivente secondo “The Guinness Book of World”, e tutti gli altri centenari detengono il segreto della lunga vita. La persona più anziana del mondo è oggi una donna francese di 114 anni. Molti dati di longevità provenienti dal Caucaso, dalle Ande e dalla Cina occidentale non sono documentate. Nei paesi con dati affidabili per ogni 5 donne che raggiungono i 100 anni c’è un solo uomo che raggiunge lo stesso traguardo, ma secondo i dati dell’università di Sassari in Sardegna il rapporto fra centenari femmine e maschi è di due a uno e nelle montagne dell’interno si raggiunge la parità. Molti assumono che la longevità dipenda dallo stile di vita, ma la longevità dei maschi deve avere un fondo genetico. Poiché la mobilità in Sardegna è stata sempre scarsa, il suo isolamento genetico ne fa un luogo adatto per una ricerca sulla longevità, ma anche su altre malattie. La prima campagna di ricerca genetica che sfrutta questo isolamento viene condotta in Talana, un remoto villaggio delle montagne del Gennargentu a sud-est di Nuoro. Il genetista Mario Pisanu ha fatto di Talana un “parco genetico” per scoprire i geni che contribuiscono alle malattie più comuni nell’isola inclusi il diabete, i calcoli renali e l’asma. Ciò che è stato fatto in Islanda dalla deCODE Genetics può essere fatto in Sardegna forse con sole 5000 persone di pochi villaggi. Pisanu ha ottenuto il permesso scritto da ciascun residente per i prelievi di sangue e la mappatura delle variazioni genetiche e tutti sono stati felici di collaborare perché sentivano di essere parte di qualche cosa di importante. L’esperimento si sta espandendo oltre Talana ad altri isolati villaggi con popolazioni fra 1000 e 2000 abitanti anche con l’appoggio dell’imprenditore Renato Soru.
Science, 14 Sep 2001, Vol. 293, pg. 1980 - Michael Balter - Circa 100 esperti di evoluzione umana sono scesi ai piedi della Rocca di Gibilterra dove sono due grotte occupate dai Neanderthal almeno 90000 anni fa. Qui gli scavi recenti hanno dimostrato che i Neanderthal cacciavano mammiferi marini come le foche e delfini e questo ha riaperto la discussione sul confronto fra Neanderthal e uomini moderni che coesistettero in Europa per diverse migliaia di anni fino all’estinzione dei primi circa 25 mila anni fa. Sempre più si afferma la convinzione che i Neanderthal non erano dei bruti, ma è controversa l’esistenza di una competizione con gli uomini moderni e che questi fossero stati la causa della loro estinzione. Si pensa che la densità di popolazione fosse troppo bassa per suscitare una seria competizione e l’estinzione si attribuisce al loro più scarso adattamento alle rapide variazioni climatiche verificatesi fra 60000 e 25000 anni fa; questo perché i loro rapporti sociali erano meno avanzati, poche le relazioni fra i gruppi dispersi e le fluttuazioni locali delle popolazioni potevano portare più facilmente alle estinzioni dei gruppi. Gli uomini moderni facevano un uso più efficiente delle risorse di cibo, per esempio bollivano le ossa degli animali per estrarne il grasso e questo aumentava le possibilità di sopravvivenza. Un’altra domanda è se le due specie si fossero mai incrociate e lo scheletro di un bambino di 4 anni trovato nel 1998 in Portogallo ha riacceso la discussione proprio ai piedi della Rocca di Gibilterra. Alcuni esperti lo hanno considerato un ibrido, altri appartenente alla specie degli uomini moderni. Si spera su nuovi ritrovamenti anche nelle grotte di Gibilterra per dare in futuro un risposta.
Science, 15 Feb 2002, Vol. 295, pg. 1214 - Ann Gibbons - Negli ultimi 20 anni un museo dell’evoluzione umana ha potuto esporre una dozzina di reperti di uomini vissuti in Africa fra 1 e 3 milioni di anni fa: un essere robusto simile ad una scimmia dalle cave del Sud Africa, un ragazzo longilineo dal Kenya alto sei piedi e dei costruttori di attrezzi da Oldvai in Tanzania. Sopra tutti ha dominato una piccola femmina detta Lucy dalle dimensioni di un piccolo scimpanzé della specie Autralopithecus afarensis che camminava eretta fra 3 e 3,6 milioni di anni fa. Lucy era considerata il più antico nostro antenato, ma le sue origini erano un mistero, non c’erano legami con fossili più antichi. Ora, negli ultimi anni i paleontologi hanno scoperto dozzine di fossili fra cui almeno tre che possono essere i più antichi membri degli Hominidae, famiglia che include gli umani, ma non le altre scimmie. La scorsa estate è stato scoperto un cranio nel Chad datato 6 milioni di anni ed i resti di un altro uomo-scimmia che camminava eretto in Etiopia nello stesso periodo. Nell’autunno 2000 infine è stato scoperto in Kenya il Millennium Man. La prima sorpresa è stata che più di un tipo di ominidi sono vissuti fra 6 e 5 milioni di anni fa e quindi l’evoluzione era cominciata già prima, inoltre essi camminavano eretti anche quando vivevano nelle foreste contro l’ipotesi che il bipedalismo fosse emerso quando gli ominidi si trasferirono nella savana. Tratti caratteristici della specie Homo sono spessi denti smaltati, grandi molari e canini più piccoli che riflettevano la transizione fra una dieta a base di frutti e foglie a quella con radici dure e tuberi, insetti e piccoli animali, il bipedalismo non è sufficiente a qualificare la specie umana e forse si è prodotto più volte nel corso dell’evoluzione. La prima scoperta dopo Lucy fu fatta nel 1992 ad Aramis, nella depressione di Afar, 75 km dal luogo della scoperta di Lucy, e molti resti erano denti datati 4,4 milioni di anni fa. Nella stagione seguente furono rinvenuti molti frammenti, un mezzo scheletro ed un cranio. La specie fu denominata Ardipithecus ramidus ed i ritrovamenti si spostavano sempre più indietro nel tempo. La scoperta più importante si ebbe nell’ottobre 2000 a Lukeino in Kenya con 13 fossili vecchi fino a 6,1 milioni di anni, il Milennium Man, che è definitivamente un ominide ed è stato chiamato Orrorin tugenensis dalla parola tugen che significa uomo originale. Le indagini molecolari del DNA indicano inoltre che gli umani e gli scimpanzé hanno avuto un comune antenato fra 5 e 7 milioni di anni fa ed i resti con queste datazioni sono sempre più difficili da classificare fra gli ominidi o gli scimpanzé. Molti altri resti sono stati rinvenuti dal 1994 nella zona del lago Chad con datazioni fra 5 e 7 milioni di anni fa e questo sposta il luogo dell’evoluzione della nostra specie anche nell’Africa dell’ovest.
Science, 15 Feb 2002, Vol. 295, pg. 1219 - Michael Balter - Ci sono tre crani che segnano la nascita dell’Homo sapiens, uno è vecchio di 300000 anni ed è stato trovato in Zambia, uno è un Neanderthal di 70000 anni e proviene dalla Francia ed un altro di 100000 anni fa è stato scoperto in Israele. I tratti distintivi dell’Homo sapiens si trovano nell’ultimo cranio dove occhi e faccia sono incassati entro l’involucro del cranio di forma globulare invece di essere prognanti creando un cranio oblungo. La nascita della nostra specie è stato un processo graduale di cambiamenti fisici e comportamentali con un numero limitato di modifiche genetiche. Molti ricercatori ora credono che l'Homo sapiens sia nato in Africa probabilmente 130000 anni fa, la sua capacità cranica era di 1300-1400 cmc con un salto significativo rispetto ai 1000-1300 cmc dell’Homo heidelbergensis. La massima capacità di 1400 cmc e quella del Neanderthal che è supposto essere una specie separata dalla nostra ed è coesistito per migliaia di anni fino alla sua estinzione avvenuta circa 30000 anni fa. Alcuni dubitano che il Neanderthal sia stato intelligente come gli uomini moderni e rimane il problema di chiarire le caratteristiche distintive della nostra specie. Secondo David Lieberman il fattore cruciale è stata l’espansione dei lobi frontali o temporali. La ricerca ha localizzato qui molti dei comportamenti moderni, il pensiero creativo, l’espressione artistica, la pianificazione ed il linguaggio; il lobo temporale è connesso all’udito ed alla memoria. La forma del cervello ha cambiato la forma del cranio e non viceversa. Si è pensato che i primi segni del comportamento moderno si sono avuti circa 50000 anni fa nella tarda età della pietra in Africa con cambiamenti genetici che hanno incrementato le capacità conoscitive con il linguaggio, il pensiero astratto e l’espressione simbolica; seguì la rivoluzione umana di 40000 anni fa in Europa nel paleolitico superiore con attività creative di ornamenti, riti funerari e dipinti nelle grotte come quelle di Chauvet in Francia. Una grossa novità si è avuta lo scorso mese con la scoperta nelle grotte di Blombos, nella costa sud del Sud Africa, dei più antichi disegni geometrici incisi su una pietra di ocra rossa e datati 77000 anni fa. Ciò dimostra che le capacità genetiche erano già state acquisite in quest’epoca e la rapida evoluzione successiva sia stata dovuta all’evoluzione culturale per la trasmissione delle conoscenze attraverso il linguaggio. Per i genetisti è estremamente difficile seguire l’evoluzione del DNA più indietro dei Neanderthal, oltre i 100000 anni e fra umani e scimpanzé le differenze genetiche sono di solo il 2%. Lo scorso anno i ricercatori hanno trovato un gene legato alla capacità del linguaggio che molti ritengono specifica degli uomini moderni e negli anni ‘80 era stato identificato un blocco di 4 milioni di coppie di basi del cromosoma X che solo negli umani si trova copiato nel cromosoma Y e ciò deve esser successo da 3 a 4 milioni di anni fa, ma si tratta ancora di speculazioni. Gli antropologi ritengono poi che le capacità cognitive si siano sviluppate non per accidente genetico, ma per adattamento alle difficoltà ambientali. I rapidi cambiamenti climatici negli ultimi 250000 anni hanno provocato una selezione alla variabilità per evitare l’estinzione piuttosto che un adattamento ad un ambiente specifico.
Science, 3 May 2002, Vol. 296, pg. 835 - Ann Gibbons - Nella riunione annuale dell’American Association of Physical Anthropologists del 10-14 aprile si sono discussi gli effetti del nutrimento e del tipo di dieta sull’evoluzione del cervello umano. Questa evoluzione viene attribuita al consumo di acidi grassi omega derivati dai pesci e dai crostacei. Circa il 60% della struttura del cervello è costituita da grassi, in maggioranza lunghe catene di acidi grassi non saturati noti come omega-3 (DHA) e omega-6 (AA). Quando il cervello del feto si sviluppa la mancanza di queste sostanze produce conseguenze catastrofiche. Questi acidi sono vitali per lo sviluppo del cervello anche dopo la nascita e la loro mancanza riduce le facoltà cognitive e crea problemi alla vista, infatti la retina ha un’altissima concentrazione di DHA. DHA ed AA devono provenire dalla dieta perché il corpo non può sintetizzare queste molecole, la maggiore sorgente di DHA sono i crostacei ed il pesce, particolarmente quello delle acque fredde come il pesce azzurro e le aringhe. Questi acidi sono contenuti anche nel cervello e nel fegato degli animali, ma le quantità disponibili per l’alimentazione sono limitate. I nostri progenitori e soprattutto le donne ed i bambini hanno avuto accesso al pesce come alimento e molti siti archeologici di almeno 100000 anni fa sono vicini ai laghi ed ai fiumi da cui si traevano queste risorse; lo dimostrano gli enormi accumuli di gusci di crostacei e scheletri di pesce trovati vicino, ma lo sviluppo più esplosivo del cervello è avvenuto negli ominidi di 2 milioni di anni fa che sono vissuti in Africa ed Asia e la ricostruzione della loro dieta, studiando gli isotopi di carbonio e stronzio nei loro denti, non ha dato risultati. Poiché 2 milioni di anni fa l’oceano era 10 m più basso di oggi i siti delle popolazioni che vivevano vicino al mare sono ora sommersi, ma molti ominidi vivevano anche vicino ai numerosi laghi africani e le ricerche potrebbero dare altre informazioni. Un altro problema è scoprire quali parti del cervello si sono sviluppate durante l’evoluzione. Paragonando i cervelli degli scimpanzé e degli umani si è visto che le maggiori variazioni si sono verificate sull’emisfero destro anche se l’emisfero sinistro è considerato il più importante perché sede del linguaggio. Le analisi più recenti sono quelle con l’uso della Magnetic Resonance Imaging (MRI) ed hanno messo in evidenza asimmetrie fra emisfero destro e sinistro confrontando anche specie differenti, scimpanzé e ominidi estinti. Si è notato come le asimmetrie fra i due emisferi sono proprio le aree che maggiormente si sono espanse durante l’evoluzione dell’uomo.
Science, 5 Jul 2002, Vol. 297, pg. 26 - Michael Balter and Ann Gibbons - Fino a poco tempo fa si credeva che i primi umani non fossero usciti dall’Africa finché non erano stati in grado di percorrere lunghe distanze e di usare attrezzi sofisticati. Due anni fa un team che lavorava a Dmanisi, Georgia, riferì sul ritrovamento di due crani umani di 1,75 milioni di anni associati ad attrezzi di pietra primitivi ed ora lo stesso team ha scoperto un altro cranio altrettanto antico e più primitivo. Si riapre quindi la domanda chi sia stato fra gli ominidi il primo viaggiatore che ha lasciato l’Africa e dove si collocano nella famiglia umana questi ritrovamenti. L’ultimo cranio che è il più completo è stato trovato nello stesso livello stratigrafico degli altri due e tutti e tre si potrebbero classificare come Homo erectus, a volte chiamato Homo ergaster, supposta la prima specie a lasciare l’Africa, ma alcune caratteristiche li farebbero assomigliare all’Homo habilis, una specie più antica, in particolare il terzo cranio che ha anche una capacità di 600 cc rispetto ai 650-780 degli altri due ed è quindi nella media dell’Homo habilis (i moderni umani hanno invece una capacità cranica di circa 1400 cc). Si è pensato che questi ominidi fossero discendenti dall’Homo habilis che era già emigrato dall’Africa e ritorna così l’ipotesi sempre rifiutata che l’Homo erectus si sia evoluto fuori dall’Africa. Altra possibilità è che ci siano state diverse specie umane in movimento oppure che le differenze fra i teschi rappresentino semplicemente variazioni statistiche in una stessa specie o che il terzo cranio appartenesse ad un fanciullo e quindi era meno sviluppato. Rimane l’obiezione che l’Homo habilis aveva le gambe più corte e si spera di scoprire nello stesso sito altre ossa e parti dello scheletro per avere un quadro più completo. Rimane il fatto che la spinta ad emigrare dall’Africa non si è verificata quando l’uomo ha raggiunto lo stadio di evoluzione completo dell’Homo erectus.
Science, 12 Jul 2002, Vol. 297, pg. 171 - Ann Gibbons - La scorsa estate il paleontologo Michel Brunet ha trovato il teschio di un primate nelle sabbie del deserto Djurab del Ciad. Questo teschio viene ora descritto nella rivista Nature come il più antico hominide conosciuto datato da 6 a 7 milioni di anni fa, mentre i primi hominidi sono circa 3 milioni di anni più giovani. La sorpresa deriva anche dal fatto che la scoperta è avvenuta in un posto inaspettato: le rive del lago Ciad nell’Africa dell’ovest mentre la maggior parte dei ritrovamenti sono nell’est. Oltre al cranio completo è stato trovato il frammento della mascella inferiore e tre denti ed al ritrovamento è stato assegnato il genere e specie di Sahelanthropus tchadensis. Il ritrovamento sposta il limite della separazione fra hominidi e scimpanzé da 5 milioni di anni a 7 milioni di anni fa. Gli scimpanzé e le altre scimmie hanno una faccia allungata mentre questo cranio mostra un volto verticale ed anche i denti sono quelli degli hominidi. Molte caratteristiche inoltre sembrano più evolute di quelle dell’Autralopithecus afarensis a cui appartiene la famosa Lucy di 3,4 milioni di anni fa. Questo dimostra quanta larga parte di fossili manca ancora nella storia dell’uomo.
Science, 28 Feb 2003, Vol. 299, pg. 1293 - Ann Gibbon - Da quando furono trovati i primi resti fossili dell’Homo erectus a Giava nel 1891 i ricercatori hanno studiato diverse dozzine di crani di Homo erectus provenienti dall’Africa e dall’Asia. Ora un team di ricercatori giapponesi ed indonesiani ha presentato un altro ritrovamento di Giava: un cranio di H. erectus completo di base, ben preservato e con anatomia moderna. Questo cranio crea un legame fra le forme più antiche e quelle più moderne di H. erectus di Giava e suggerisce che questa specie sia vissuta con continuità in questa regione per circa un milione di anni piuttosto che arrivare in successive distinte migrazioni.. Giava ha fornito una grande varietà di resti fossili con 23 crani, denti ed ossa provenienti da più di 100 individui con i più antichi reperti dal centro dell’isola ed i più recenti dalla zona est. Il nuovo ritrovamento è del 1 ottobre 2001 mentre si raccoglieva sabbia da un fiume al centro di Giava. Essendo stato trovato sotto l’acqua non ci sono sedimenti associati che permettano di datarlo, ma l’anatomia lo pone in uno stadio intermedio fra gli antichi ed i moderni, i primi fra 1 e 1,5 milioni di anni fa e gli ultimi fra 50000 e 400000 anni fa. Si è quindi portati a pensare che reperti antichi e recenti non appartenessero a popolazioni sostanzialmente diverse, ma che in Giava si fosse stanziata una popolazione in condizioni di isolamento.
Science, 7 Mar 2003, Vol. 299, pg. 1525 - Richard G. Kein - I Neanderthal sono i fossili umani più studiati. Il primo scheletro fu scoperto nel 1856 nella valle di Neander in Germania da un gruppo di operai che pulivano una cava. Oggi sono note parecchie migliaia di ossa appartenenti a più di 70 individui. I paleoantropologi tuttavia dibattono ancora su quanto i Neanderthal differiscano dagli umani di oggi e se queste differenze aiutano a spiegare perché sono scomparsi. I resti provengono da più di 300 siti archeologici, ogni parte dello scheletro è rappresentata in più copie, di sesso diverso e di età diverse. I Neanderthal hanno completato la loro evoluzione in Europa 130000 anni fa iniziando da più di 350000 anni fa, si sono diffusi dalla Spagna alla Russia meridionale e, 80000 anni fa, sono arrivati in Asia occidentale; si sono estinti fra 50000 e 30000 anni fa. Dovunque sono vissuti sono stati i predecessori degli uomini moderni. Questi sono passati nell’Asia occidentale circa 45000 anni fa e si sono diffusi poi in Europa provenienti dall’Africa dove sono le tracce della loro evoluzione. Dal mitocondrial DNA estratto dalle ossa dei Neanderthal si è visto che la separazione con il ramo moderno è avvenuta fra 500 e 600 mila anni fa. I Neanderthal si distinguevano per la testa più grande, il tronco massiccio e gli arti corti e potenti, per queste caratteristiche erano adatti all’ambiente glaciale del tempo. I manufatti trovati insieme alle ossa dei Neanderthal vengono classificati come cultura medio Paleolitica mentre quelli trovati vicini alle ossa degli umani moderni, detti Cro-Magnon dal sito francese dove furono scoperti per la prima volta nel 1868, sono classificati come cultura del Paleolitico superiore. Fra le due culture vi sono molte caratteristiche comuni come quella di saper lavorare la pietra, di seppellire i morti, di usare pigmenti minerali, di usare il fuoco e di alimentarsi principalmente di carne, si prendevano anche cura dei vecchi e dei malati come è provato dal ritrovamento di scheletri di disabili. L’archeologia ha anche indicato le differenze di comportamento. I Neanderthal hanno lasciato pochi oggetti d’arte o gioielli, le tombe non indicano l’uso di rituali e cerimonie, nei loro manufatti c’è poco uso di materiali come ossa, avorio, corna e conchiglie, le loro caverne sono più povere e l’evoluzione è modesta. I reperti del paleolitico superiore connessi ai Cro-Magnon sono più vari e indicano una maggiore identità culturale. Neanderthal e Cro-Magnon sono vissuti vicini a lungo, ma sono scarse le prove di contatti culturali tranne che in un caso nella Francia centrale. Il ritrovamento dello scheletro di un bambino in Portogallo ha fatto pensare ad un ibrido fra le due specie, ma pochi sono disposti a crederlo. Nella maggior parte dei siti le due culture non si sovrappongono e ciò fa pensare che la scomparsa dei Neanderthal sia avvenuta rapidamente. Per motivi genetici i Neanderthal non sono stati capaci di competere culturalmente. Cambiamenti nelle funzioni del cervello sono avvenuti in Africa 50000 anni fa e da lì si sono diffusi in Eurasia. Un gene che interviene nella parola e nel linguaggio, FOXP2, ha raggiunto la sequenza attuale meno di 200000 anni fa e potrebbe essere un indice di cambiamento nelle funzioni del cervello umano.
Science, 13 Jun 2003, Vol. 300, pg. 1641 - Ann Gibbons - Abbiamo prove genetiche che gli uomini moderni sono venuti dall’Africa negli ultimi 200000 anni, ma pochi sono i fossili trovati. Ora in Etiopia sono stati trovati tre crani parziali con le fattezze degli uomini moderni datati 160000-154000 anni fa, prima prova concreta della loro origine africana. I crani appartengono a due uomini e ad un bambino, la faccia è simile alla nostra e ci sono pochi dubbi che si tratti di un nostro diretto antenato. I crani hanno inoltre delle incisioni evidenti e si suppone che dopo la morte siano stati scarnificati e trattati per motivi rituali. Fino ad ora i resti più antichi di nostri antenati sono resti di crani datati 90000-120000 anni provenienti da Israele; un’altra mezza dozzina di frammenti di provenienza africana sono di incerta datazione fra 130000 e 300000 anni fa. La prova dell’origine africana proviene dall’analisi del DNA che risale a 200000 anni fa e la più antica versione del DNA di origine materna è di 170000 anni fa da popoli della Tanzania e dei San del deserto del Kalahari. Ora per la prima volta si hanno fossili che confermano i dati genetici. I nuovi crani sono stati scoperti nel novembre del 1997 vicino al villaggio di Herto, 230 km a sud di Addis Ababa, il cranio del bambino fu trovato in un secondo tempo diviso in 200 pezzi. Sono stati necessari 3 anni per preparare e riassiemare i fossili e paragonarli ad altri 6000 crani, ed ora è chiaro che si tratta di Homo sapiens. La capacità del cranio è di 1450 cc, leggermente più grande della media degli uomini moderni ed alcune caratteristiche primitive lo rendono elemento di transizione dai fossili più antichi, per questo è stato nominato H. sapiens idaltu, cioè antico nel linguaggio locale degli Afar. Nello stesso luogo sono stati trovati vari assortimenti di attrezzi di pietra. Il cranio del bambino, oltre ad avere delle incisioni, aveva anche le ossa lucidate dietro e di fianco e questa era una specie di pratica mortuaria simile ai rituali in uso in Nuova Guinea. La datazione non poteva essere fatta con il metodo del radiocarbonio, ma i crani erano in uno strato di sabbia cementata ed è stata usata la tecnica dell’argon sui materiali vulcanici con il risultato di 160000 anni ma, per effetto di alcune contaminazioni, altri geologi danno un risultato di 154000 anni. I nuovi fossili non hanno relazione con i Neanderthals che si sono evoluti in Europa fra 400000 e 30000 anni fa. Il ritrovamento si aggiunge a tutti quelli trovati nella stessa area datati 1 milione di anni e 600000 anni quindi con una continuità di più di un milione di anni.
Science, 4 Jul 2003, Vol. 301, pg. 180 - Katharina Neumann - Fin dagli anni ‘30 i botanici e gli archeologi hanno supposto che la domesticazione delle piante si è sviluppata indipendentemente in alcune aree primarie, come la Mesopotamia, la Cina, il Sudest dell’Asia il Sud America e gli Stati Uniti dell’est, e quindi si è diffusa nel mondo. Un perfetto candidato è stato il Sudest dell’Asia ed alcuni autori includono in questo scenario la Nuova Guinea, ma questa generalmente è stata vista come un ricettore passivo. Oggi invece ci sono prove sempre maggiori che canna da zucchero e banane abbiano avuto origine qui. L’antichità delle coltivazioni in Nuova Guinea inizia da 10000 anni fa. Resti di piante aiutano a datare le più antiche coltivazioni e questi resti confermano che le banane vi sono state piantate da 7000 anni. Anche per la canna da zucchero studi biomolecolari indicano che il primo luogo di domesticazione debba essere la Nuova Guinea o la Melanesia.
Science, 24 Oct 2003, Vol. 302, pg. 555 - Leigh Dayton - Per milioni di anni l’Australia è stata popolata prevalentemente da marsupiali, canguri carnivori, wombat giganti e carnivori simili alle tigri, ma non dagli uomini. Uomini ed animali domestici arrivarono negli ultimi 100000 anni, ma non si sa esattamente quando. La maggior parte degli esperti suppone circa 40000 anni fa, una minoranza protende per una data più antica, 60000 anni fa, e provenienti da diverse parti dell’Asia. Nella riunione sulla Modern Human Origin tenuta a Sidney, in Australia dal 29 al 30 settembre scorso, i ricercatori hanno presentato prove genetiche e paleontologiche per arrivare ad un accordo. I primi aAustraliani arrivarono nel continente forse 60000 anni fa e finirono con l’occuparlo interamente 15000 anni dopo. I nuovi abitanti hanno seguito due vie, una seguendo le coste dall’Arabia, India ed Asia del sud e l’altra scendendo dalla Cina e dall’Asia centrale. Il disaccordo sulla data di arrivo deriva dal gran numero di datazioni diverse ottenute con tecniche diverse anche sulle stesse ossa. Il resto umano più antico rimane lo scheletro noto come Mungo Man che varie tecniche hanno datato fra 40000 e 68000 anni fa, ma che i lavori più recenti pongono a 42000 anni fa. Riunendo tutte le datazioni di fossili e manufatti umani la data più probabile è di 45-48000 anni fa, ma potrebbe anche essere prima; è possibile in definitiva datare a 45000 anni fa l’occupazione completa dell’Australia. I resti di carbone da fuochi hanno due picchi a 45000 e 130000 anni fa, il primo corrisponde alla diffusione della popolazione, il secondo può essere spiegato da cambiamenti climatici, ma è possibile anche un primo arrivo. Le prove genetiche presentate a Sidney supportano le datazioni più antiche ed i due percorsi di arrivo. Si sono paragonati i mitocondrial DNA (mtDNA) di 188 aborigeni delle zone più remote dell’Australia con 61 campioni provenienti da popolazioni di diverse parti del mondo. Si trovano delle mutazioni molto antiche distintive dell’Australia. Alcune mutazioni sono comuni anche a popolazioni che vivono in una linea del sud dell’India e del sud-est dell’Asia ed altre mutazioni sono comuni a popoli originari dalla Cina e dall’Indonesia. L’orologio molecolare usato dai genetisti per le datazioni produce delle date troppo recenti; usando invece il metodo dei gradienti casuali si ottiene per le mutazioni una datazione di 60-90000 anni suggerendo un arrivo prima di 40000 anni fa. Inoltre certe differenze dei codici genetici delle citochine, le cellule che provocano la risposta alle infezioni, fra aborigeni, australiani di origine europea e persone del Bangladesh, hanno mostrato che questi ultimi si trovano a metà strada fra i primi due confermando ancora la strada dell’imigrazione.
Anche il dingo, il cane nazionale dell’Australia, suggerisce con gli studi genetici di essere discendente da un cane domestico delle isole del sud est asiatico. I suoi antenati arrivarono 5000 anni fa e potrebbero essere stati pochi esemplari di un unico ceppo. Il fossile più antico è di 3500 anni ed il dingo non ha mai raggiunto la Tasmania separata dal continente dall’innalzamento del mare di 12000 anni fa. Questo fatto ha suggerito la data di 5000 anni fa per l’arrivo del dingo al seguito degli uomini. I cani furono addomesticati dai lupi nell’Asia dell’est circa 15000 anni fa e la tipologia del dingo si ritrova nelle razze dell’Asia del sud-est, della Siberia, Giappone ed arcipelago indonesiano. L’antenato del dingo è apparso in Cina 10-15000 anni fa e l’Australia fu la fine di una lunga catena di migrazioni. L’originale dingo domestico è divenuto selvatico dopo essere stato portato in Australia; per questo il dingo è speciale, ma ora l’80% dei dingo lungo la costa est è ibrida per gli incroci e non ci sono programmi per isolare la razza pura. Il dingo puro potrebbe estinguersi in 50 anni.
Science, 31 Oct 2003, Vol. 302, pg. 759 - Constance Holden - Il ritrovamento dell’uomo dei ghiacci, noto come Ötzi, nel settembre del 1991 è stato una straordinaria fonte di ricerche sulla vita del periodo neolitico. Ora di lui si conosce l’età, il suo mtDNA, che cosa ha mangiato e come è morto. Ci si è chiesto infine dove è vissuto. Dal contenuto del suo intestino si deduce che ha vissuto gli ultimi giorni a sud dell’area dove è stato trovato, vicino al confine fra Italia ed Austria. I ricercatori hanno usato ora l’analisi isotopica nei denti e nelle ossa per scoprire la zona di origine e questa deve essere stata in alcune valli del sud Tirolo e quindi fino alla sua morte non si è allontanato più di 60 km dal suo luogo di nascita. Ricercatori dell’università di Camberra, in Australia, hanno iniziato una ricerca 3 anni fa usando diverse parti del suo corpo. Lo smalto dei denti si fissa al tempo della formazione dei denti e nei rapporti isotopici lascia traccia di ciò che ha mangiato tra 3 e 5 anni, le ossa mineralizzano invece il cibo ingerito negli ultimi 10-20 anni e quindi indicano dove si trovava nell’età adulta. Per individuare le zone di provenienza si è sfruttata la complessità geologica e topografica dell’area. Ad esempio i rapporti degli isotopi stabili dell’ossigeno dipendono dall’altitudine. I denti di Ötzi indicano che è cresciuto nella valle di Eisack ed il miglior candidato è il sito vicino al villaggio di Feldthurns; le sue ossa indicano invece che è vissuto più a nord nelle montagne del basso Vinschgau e finì i suoi giorni nella valle di Ötz , quindi i dati confermano che passò tutta la sua vita nell’area italiana. L’unica domanda è se i rapporti isotopici attuali sono rimasti gli stessi di 5000 anni fa.
Science, 16 Jan 2004, Vol. 303, pg. 318 - David Premack - Gli uomini hanno a disposizione sei sistemi simbolici; due si sono evoluti: il codice genetico ed il linguaggio parlato, quattro sono stati inventati da noi stessi: il linguaggio scritto, i numerali arabi, le notazioni musicali ed il sistema per codificare la coreografia. Tutte le specie sono uniche, ma gli uomini si distinguono fra tutte e ci si pone la domanda se sia il linguaggio che ci distingue o in termini più fondamentali quale sia la natura della nostra unicità. Grammatica e sintassi del linguaggio umano sono certamente unici. Esse sono di tipo recursivo per cui parole in una frase, anche se molto separate fra di loro sono interdipendenti. L’espressione “se ... allora” è un esempio; ciò che segue il “se” e “allora” sono in relazione anche se separate da un numero variabile di parole. Le scimmie non sono capaci di apprendere sistemi recursivi ed apprendono solo una grammatica non recursiva. Gli uomini le apprendono facilmente ambedue. Uno scimpanzé non chiama per attrarre l’attenzione di qualcuno, ma batte su una superficie risonante; quando gli scimpanzé vengono separati non si chiamano l’uno con l’altro come fanno gli uomini, ma cercano silenziosamente finché non lo vedono e quindi si muovono l’uno verso l’altro, se in essi la vocalizzazione, come dimostra l’esperienza, è essenzialmente non volontaria, la parola non si è potuta evolvere. Gli scimpanzé hanno un controllo volontario delle loro mani, ma l’espressione facciale come la vocalizzazione è solo emozionale e controllata dall’emisfero destro del cervello. Anche l’imitazione ha diversi livelli di evoluzione, il primo livello consiste nel copiare la scelta di un oggetto, un secondo livello è di copiare un’azione e questo richiede una rappresentazione mentale dell’azione percepita, cosa che i piccoli dell’uomo sono capaci di fare, ma non la maggior parte delle specie, solo gli scimpanzé ne sono capaci, ma hanno bisogno di addestramento da parte degli uomini. Si dubita che il linguaggio possa evolversi in specie che non sono capaci di imitare l’azione di chi parla. L’imitazione e l’insegnamento sono alleati, il piccolo scimpanzé osserva la madre rompere le noci con una pietra e cerca di imitarla, ma la madre non interviene mai nel correggerlo. Così negli umani una madre insegna al piccolo le parole e senza questo processo è difficile che in una specie possa evolversi il linguaggio. La comunicazione umana è intenzionale, chi parla vuole informare l’ascoltatore, se questi sbaglia un ordine di chi parla quest’ultimo lo correggerà, invece non c’è prova che una scimmia corregga l’azione dei suoi simili e quindi che la sua comunicazione sia intenzionale. Se addestrato uno scimpanzé è capace di darsi degli obiettivi ed è capace anche di analogie funzionali come l’uso di un’apriscatola o di un chiave per aprire una scatola o una porta, ambedue funzionali allo scopo di aprire, ma non si va oltre a comportamenti recursivi. Uno scimpanzé associa il nome di un oggetto alla sua visione, ma recepisce solo alcune centinaia di parole e non le migliaia di cui sono capaci gli uomini e qui interviene la diversa capacità del cranio, 450 cc contro i 1350 cc dell’uomo. Per l’uomo molte parole sono metafore, basate su analogie e non su percezioni sensoriali. La caratteristica distintiva dell’intelligenza umana è la flessibilità, gli animali al contrario sono specialisti, sono imprigionati da un processo di adattamento e non sanno duplicare le capacità acquisite da altre specie; gli uomini invece sono capaci di duplicare qualunque acquisizione. Forse la chiave della umana sta nella capacità di linguaggio recursivo. Già una notevole diversità fra scimpanzé e scimmie si nota osservando il comportamento dei due gruppi. I babbuini a riposo ad esempio siedono tutti nella stessa dignitosa postura, gli scimpanzé sono più sciolti negli atteggiamenti ed anche il modo di giocare è diverso; gli scimpanzé sono capaci di inserire stecchini di legno nei fori dei termitai per raccogliere le termiti che mangiano, i babbuini, anche dopo aver a lungo osservato gli scimpanzé, non acquisiscono questa tecnica e si limitano a mangiare le temiti cadute a terra dagli scimpanzé. Gli scimpanzé trovano modo di risolvere i problemi. Se vedono un frutto molto in alto sono capaci di collegare due bastoni insieme per raggiungerlo ed anche di collegarli a 90° se questo è più utile. Le rappresentazioni mentali degli scimpanzé sono però legate a ciò che percepiscono mentre gli uomini sono capaci anche di immaginare. L’intelligenza umana e l’evoluzione sono i due processi flessibili che hanno prodotto soluzioni senza fine ai problemi dei viventi, ma negli uomini l’evoluzione ha superato se stessa perché l’evoluzione può produrre nuovi oggetti, ma non fare della scienza ed immaginare teorie per spiegare il mondo, quindi il linguaggio e la capacità recursiva non sono i soli attributi dell’unicità dell’uomo.
Science, 1 Oct 2004, Vol. 306, pg. 40 - Michael Balter - Un giorno del 1848 mentre si lavorava con le mine in una cava nella Rocca di Gibilterra, fra i detriti venne alla luce uno strano teschio umano dalla faccia prognante, con l’arcata sopracciliare pronunziata e un cranio allungato. Il cranio fu consegnato alla Società Scientifica di Gibilterra che, non sapendo casa farne, lo archiviò. Otto anni più tardi i minatori che lavoravano in una cava di calcare nella valle di Neander in Germania trovarono un cranio simile e questa volta gli scienziati conclusero che si trattava di un uomo primitivo e così gli venne dato il nome di Neandertal per il suo aspetto animalesco. Oggi è in aumento il rispetto per i Neandertal il cui cranio è leggermente più grande di quello della nostra specie ed è sopravvissuto più di 100000 anni alle grandi fluttuazioni climatiche. Il mese scorso più di 100 archeologi ed antropologi si sono riuniti nella terza riunione triennale sui Neandertal (Gibilterra, 26-29 agosto 2004) e la discussione è stata centrata sulla loro abilità e la loro cultura. Oggi alcuni ricercatori sono convinti che i Neandertal, più che sulla loro biologia, adatta al freddo dell’era glaciale, hanno fatto uso della loro cultura ed hanno partecipato alla rivoluzione culturale diffusasi in Europa 45000 anni fa sviluppando attrezzi e gioiello originali. I Neandertal sono apparsi in Europa e nell’Asia occidentale circa 150000 anni fa ed hanno prosperato fino alla loro estinzione di 25000 anni fa. Erano ben adattati ai climi freddi, più tarchiati muscolosi degli umani attuali, con gli arti più corti, cosa che riduceva le perdite di calore. I ricercatori hanno calcolato un parametro detto di temperatura critica limite fino alla quale un uomo è in grado di regolare la temperatura corporea a 37 °C. Confrontando i Neandertal, gli uomini moderni ed un tipo di Homo erectus alto e slanciato trovato in Africa, la differenza è risultata minima con un piccolo vantaggio per il Neandertal. Fra 60000 e 24000 anni fa, un periodo in cui coesistevano Neandertal e uomini moderni, arrivati in Europa 40000 anni fa, i venti gelati potevano portare le temperature a -24 °C ed i Neandertal preferirono luoghi più riparati di quelli abitati dai più attrezzati uomini moderni: siti a -16 °C invece che da -20 o -23 °C, e ciò fa pensare che gli uomini moderni erano meglio equipaggiati con vestiti più efficienti riguardo all’isolamento. Nella cronologia delle culture archeologiche, recipienti di pietra, raschiatoi ed asce dei Neandertal sono indicati come di cultura Musteriana. Quando gli uomini moderni arrivarono in Europa cominciarono a produrre una diversa cultura detta Aurignaciana con l’inizio di un’arte delle caverne indicata come Rivoluzione del Paleolitico superiore. Allo stesso tempo i Neandertal ebbero un’evoluzione, detta Chatelperroniana, e molti suppongono che abbiano copiato i modelli degli uomini moderni in un processo di acculturazione, ma altri ritengono che sia stato un processo indipendente e che ambedue, Neandertal e uomini moderni, abbiano partecipato alla Rivoluzione del Paleolitico superiore. Lo studio delle collanine nei vari siti mostra che i Neandertal facevano le collanine con denti di animali perforati mentre gli uomini moderni usavano ossa e conchiglie ed avevano diverse tecniche di perforazione. Si è molto discusso il fatto che la cultura Chatelperroniana abbia preceduto di diverse migliaia di anni quella Aurignaciana, ma il problema è che intorno ai 40000 anni fa si è al limite delle capacità di datazione del carbonio 14. Si afferma però sempre più la convinzione che il salto culturale fra Neandertal e uomini moderni non fosse così grande come molti prima pensavano.
Science, 8 Oct 2004, Vol. 306, pg. 210 - Elizabeth Pennisi - I pidocchi con la loro persistente associazione agli esseri umani aiutano i ricercatori nella ricerca delle loro origini. Essendo parassiti specifici dell’uomo la loro storia è parallela alla nostra. Ora una ricerca genetica indica che due distinte specie dei primi uomini hanno avuto contatti fisici diretti dopo un lungo periodo di isolamento. Si suppone che l’Homo sapiens sia migrato dall’Africa ed abbia rimpiazzato in Asia altre specie più antiche come l’Homo erectus senza incrociarsi. Un’altra teoria, che propugna un’evoluzione multiregionale, suppone che l’Homo sapiens di diverse regioni si sia incrociato anche con popolazioni più arcaiche. Un’altra proposta intermedia propone che gli umani moderni, provenienti dall’Africa e diffondendosi, si siano incrociati con le specie arcaiche, ma hanno mantenuto i geni africani. Analizzando i dati dei pidocchi sembra che la storia di questi parassiti si accorda bene con questa terza ipotesi. Si è paragonato il DNA mitocondriale del pidocchio Pediculus humanus nel corso dell’evoluzione umana e si sono analizzate poi 6 specie, due degli uomini, 3 dei primati ed uno dei roditori. Si è visto che il pidocchio specifico dell’uomo e quello degli scimpanzé è apparso 5-6 milioni di anni fa suggerendo che i progenitori degli uomini e degli scimpanzé si siano divisi intorno a quella data. I pidocchi hanno subito un forte declino della loro popolazione 100000 anni fa, parallelo a quello della specie umana, inoltre 1,18 milioni di anni fa sono emersi due sottospecie di P. humanus, una, ormai diffusa dovunque, che infetta sia la testa che il corpo e l’altra che vive solo nei capelli. Le due sottospecie si sono separate quando erano presenti l’Homo erectus in Asia e l’Homo sapiens in Africa ed il fatto che le due specie sono così diverse indica che i loro ospiti umani erano anche separati, ma oggi c’è una sola specie di uomini e due sottogruppi di pidocchi e questo indica che le due specie umane hanno avuto dei contatti comunitari o sessuali prima dell’estinzione dell’Homo erectus forse 30000 anni fa. Alcuni ricercatori sono convinti di questo scenario. Si tratta ora di vedere se si può dimostrare che il passaggio dei pidocchi sia avvenuto solo attraverso contatti sessuali.
Science, 29 Oct 2004, Vol. 306, pg. 789 - Ann Gibbon - Nell’ultimo numero di Nature il paleoantropologo Peter Brown ed un archeologo dell’università del New England in Australia insieme ai loro colleghi del Centro di Archeologia di Jakarta in Indonesia descrivono i resti di un cranio adulto di donna e parti di uno scheletro trovati nel settembre 2003 nelle Liang Bua Cave dell’isola di Flores, in Indonesia. Il cranio è quello di un Homo erectus con una capacità di soli 380 cmc, la metà delle dimensioni dell’H. erectus di Java e lo scheletro ha la stessa altezza della famosa australopitecina Lucy; dalle analisi risulta che non si tratta di un essere deforme o nano. La maggiore sorpresa è venuta però dalle datazioni del luogo di ritrovamento e dello scheletro che è risultato di 18000 anni fa al tempo in cui già gli uomini moderni abitavano le isole vicine e si spargevano su tutta la terra. Nella stessa isola sono stati trovati siti dell’H. erectus con attrezzi di pietra di 840000 anni fa. Il nuovo scheletro alto 1 m e le ossa di altri individui molto diversi dai moderni umani individuano una nuova specie detta Homo floresiensis piccola ed arcaica vissuta nella zona fra 95000 e 13000 anni fa che cacciava i draghi di Komodo e gli elefanti nani estinti detti Stegodon le cui ossa sono state trovate vicino. L’ipotesi è che l’H. floresiensis discenda dall’H. erectus e, durante migliaia di anni di isolamento, la razza si sia ridotta in un processo di nanismo come è successo in altri mammiferi e si è evoluta in una nuova specie umana. Questo conferma che fino a tempi recenti di 30000-50000 anni fa la famiglia umana era numerosa e comprendeva, oltre ai Neandertal, l’H. floresiensis e forse l’H. erectus. Si pensa che gli uomini di Flores si sono estinti 12000 anni fa quando oggetti di pietra ed elefanti sparirono improvvisamente forse come risultato di un sommovimento vulcanico. Subito dopo arrivarono nell’isola gli umani moderni portando cervi, macachi e maiali.
Science, 26 Nov 2004, Vol. 306, pg. 1450 - Michael Balter - All’inizio del mese Teuku Jacob dell’università di Yogyakarta ha chiesto ed ottenuto di trasferire nel suo laboratorio il teschio ed i resti dello scheletro dell’ominide detto Homo floresiensis insieme ad altri resti trovati nell’isola di Flores. Jacob, che non faceva parte del team che ha trovato i resti, dice di non credere che si tratti di una nuova specie, ma di un umano moderno appartenente ad una razza micocefalica come i pigmei. Alcuni ricercatori temono che Jacob impedisca ad altri di studiare le ossa e questo fermerà ulteriori studi sull’H. floresiensis che è importante per tutta l’umanità. Jacob afferma che probabilmente completerà il suo studio entro la fine dell’anno e che è bene che le ossa rimangano in Yogyakarta insieme a molti altri resti fossili indonesiani.
Science, 4 Mar 2005, Vol. 307, pg. 1386 - Michael Balter - Lo scorso ottobre, il sorprendente annunzio di un nuovo scheletro vecchio di 18000 anni appartenente ad una nuova specie umana ha creato un paradosso. Nonostante il suo cervello sia non più grande di quello di uno scimpanzé, il piccolo ominide dell’isola indonesiana di Flores mostra segni di un’intelligenza avanzata che include la capacità di cacciare con sofisticati attrezzi di pietra. Uno studio dettagliato del cranio risolve forse il paradosso rivelando la presenza di certe caratteristiche dei cervelli più avanzati in uno cranio molto piccolo e questo suggerisce che fosse in grado di eseguire attività conoscitive. Questa scoperta suscita il problema di come si sia evoluto l’uomo di Flores e mette in crisi la nostra teoria sull’evoluzione umana che richiede un cervello più grande per diventare intelligenti. Il team ha eseguito una tomografia computerizzata del cranio confrontandola con quella di un uomo microcefalo, di un uomo ed una donna moderna, di un pigmeo, di uno scimpanzé e di altri ominidi estinti. Si è trovato che, relativamente alle sue piccole dimensioni, l’Homo floresiensis possiede dei lobi temporali molto grandi, parti che sono associate alla comprensione della parola ed all’udito, e possiede inoltre le aree dei lobi frontali, quelle che sono implicate nelle cognizioni superiori, molto ripiegate e con due grandi convoluzioni. Queste aree allargate indicano che i piccoli uomini di Flores siano stati capaci di creare gli attrezzi di pietra trovati nelle loro vicinanze, più simili a quelli dell’uomo preistorico moderno che a quelli dell’Homo erectus. Il messaggio che si trae è che i comportamenti avanzati dell’uomo non richiedono necessariamente un cervello grande come quello dell’uomo moderno, ma basta riorganizzare un cervello piccolo. Certo non si può minimizzare l’importanza delle dimensioni in un cervello, ma si rafforza il legame fra gli attrezzi di pietra e le abilità conoscitive dei piccoli uomini di Flores. I risultati della tomografia, in ogni caso rigettano l’idea che il cranio sia quello di un uomo microcefalo e c’è poca rassomiglianza a quello di un pigmeo. Tuttavia il problema del microcefalo non è completamente chiuso ed i sostenitori pubblicheranno le loro prove per rafforzare la loro teoria. Se l’Homo floresiensis fosse una nuova specie di ominide si suppone che un’antica popolazione di Homo erectus abbia subito un processo di nanismo, riducendo il corpo ed il cervello per l’isolamento oppure che un ominide pre-erectus di piccola taglia sia arrivato a Flores nel lontano passato ed abbia subito un’evoluzione parallela. Alcuni tratti indicano che la popolazione di origine li abbia derivati dall’Homo erectus.
Science, 8 Apr 2005, Vol. 308, pg. 179 - Ann Gibbons - Un teschio fuori dal comune scoperto nel 2001 fra le dune del deserto Djurab del Chad ha offerto la visione di un primate vissuto all’alba dell’umanità, ma benché i suoi circa 7 milioni di anni lo classifichino come il più antico ominide conosciuto, gli oppositori osservano che ha più l’aspetto dell’antenato di un gorilla che quello di un umano. Ora il teschio del Sahelanthropus tchadensis, soprannominato Toumai, è di nuovo in prima pagina sulla rivista Nature di questa settimana nel suo aspetto tridimensionale come ricostruzione virtuale in un busto di argilla. Nuovi fossili di denti e frammenti della mascella con l’analisi più avanzata del teschio mostrano che Toumai è effettivamente un ominide o un membro di una stirpe che include gli umani ed il loro antenati, ma non le scimmie. La nuova analisi suggerisce inoltre che il Sahelanthropus camminava eretto, indice tradizionale degli ominidi. La sofisticata ricostruzione del volto è stata opera di un team di neurobiologi e combina un’alta tecnologia con una profonda conoscenza dell’anatomia. Il teschio è stato compresso e distorto sotto una duna di sabbia ed i ricercatori sono riusciti a togliere i danni del tempo usando una computer graphics tridimensionale per ricostruirlo pezzo per pezzo. Si sono identificati 39 elementi caratteristici da comparare direttamente con quelli di teschi fossili di ominidi, di due specie di scimpanzé e di gorilla e si è scoperto che la forma del teschio di Toumai rientra in quella degli ominidi ed è impossibile ricostruirlo come una scimmia. La ricostruzione ha fornito nuove prove che il Sahelanthopus camminava eretto, infatti una linea virtuale dall’alto al basso delle orbite oculari forma un angolo retto con un altro piano virtuale alla base del teschio e lo stesso angolo si ritrova negli umani indicando che la testa si trova alla sommità della colonna vertebrale quando si cammina eretti. Il team conclude che il Sahelanthropus dovrebbe essere stato bipede. Saranno necessari altri fossili per stabilire come il Sahelanthropus si relaziona agli ominidi successivi; i fossili sono insufficienti per determinare se ci sono stati uno o due o più specie di ominidi fra 5 e 7 milioni di anni fa in Africa.
Science, 11 Nov 2005, Vol. 310, pg. 964 - Michael Balter - Nel 2000 gli archeologi hanno scoperto lo scheletro ben conservato di un maschio in una fattoria ad Halberstadt, nord-ovest di Leipzig, in Germania. Lo scheletro giaceva sul fianco con gambe e braccia piegate e tre vasi sepolti con lui. Apparteneva ad una cultura dell’Europa centrale detta Linearbandkeramik (LBK) caratterizzata da grandi e lunghe case e da una ceramica decorata a strisce. I popoli di LBK, primi agricoltori conosciuti per aver occupato l’Europa centrale, erano venuti dall’attuale Ungheria e Slovacchia ed in 500 anni si erano sparsi ad ovest fino in Francia e ad est fino in Ucraina. Per decenni i ricercatori hanno studiato la cultura LBK che è all’origine dell’attuale popolazione europea di 700 milioni. Le prove archeologiche mostrano che l’agricoltura è stata introdotta in Grecia e nel sud dell’Europa dal vicino oriente più di 8000 anni fa e quindi si è sparsa verso ovest e nord fino all’oceano Atlantico, ma non si sa se gli agricoltori si siano mossi loro stessi attraverso l’Europa, con una migrazione di popoli e dei loro geni, o sia stato un movimento culturale ed i cacciatori-raccoglitori di origine paleolitica, arrivati nel continente 40000 anni fa, adottarono gradualmente l’agricoltura. Molti studi sono stati fatti negli ultimi 20 anni per provare queste ipotesi, spesso studiando il DNA dei moderni europei per tracciare la loro eredità, ma i dati sono stati contrastanti. Ora uno studio recente scopre il DNA dei primi agricoltori della cultura di Halberstadt con il ritrovamento di questo scheletro. Antropologi tedeschi hanno trovato che gli agricoltori di LBK hanno un DNA mitocondriale (mtDNA) che è raro oggi, il che indica come abbiano lasciato scarsa eredità fra gli Europei. Questi dati contrastano con alcuni precedenti studi con l’analisi del cromosoma Y fra gli attuali Europei che faceva pensare ad una maggiore influenza dei popoli del medio oriente. Poiché il cromosoma Y si trasmette in linea maschile mentre il mtDNA è trasmesso attraverso le donne, i dati si conciliano pensando che le donne dei cacciatori raccoglitori si siano incrociate con i primi agricoltori migrati. Il movimento migratorio ha diffuso la nuova cultura ed il contributo degli originari cacciatori-raccoglitori sul cromosoma Y degli attuali Europei è inferiore al 50% mentre si trova che solo il 25% di mtDNA viene dai popoli LBK. I risultati possono indicare che migrazioni e diffusione culturale si sono mescolati variando da regione a regione e che la nostra preistoria è stata molto più complicata di un semplice modello.
Science, 3 Mar 2006, Vol. 311, pg. 1249 - Stephen D. Houston - La zona di S. Bartolo, nel nord-est del Guatemala, ha prodotto nuovi interessanti ritrovamenti che hanno fatto nuova luce sull’antica cultura Maya e in particolare sulla nascita della scrittura di questo popolo. Nel Nuovo Mondo si credeva che la scrittura fosse emersa con la cultura olmeca, dal 1200 al 300 a.C. e si fosse diffusa fra i Maya diversi secoli dopo. Al periodo preclassico tra il 300 ed il 100 a.C., durante il periodo delle costruzioni monumentali con grandi pareti di stucco di cui rimangono frammenti di pitture, appartengono i nuovi ritrovamenti costituiti da una serie di geroglifici in un tempio costruito fra il 300 ed il 200 a.C.; in uno dei glifi viene rappresentato un dio o un nobile ed uno scriba con simboli di significato misterioso, ma molto elaborati. Sembra quindi che fra i Maya la scrittura sia apparsa prima di quanto creduto, contemporanea alle altre civiltà del Mesoamerica.
Science, 19 May 2006, Vol. 312, pg. 983 - Elizabeth Culotta - Dopo 2 anni dalla scoperta nell’isola di Flores, in Indonesia, di uno strano scheletro di umano, soprannominato hobbit (razza del mondo immaginario di Arda dello scrittore J. R. R. Tolkien), alto un metro che costruiva attrezzi di pietra e cacciava elefanti nani 18000 anni fa, l’attento studio delle ossa ha portato ulteriori controversie nella sua storia. Due anatomisti hanno presentato uno studio nella riunione della Società Paleoantropologica del 24-26 aprile scorso affermando che lo scheletro trovato potrebbe non essere quello di una donna e che le spalle differiscono da quelle degli uomini moderni. Questo da sostegno all’ipotesi che una popolazione di Homo erectus si sia evoluta nella forma nana dell’Homo floresiensis e che hobbit sia una specie diversa dalla nostra. Altri ricercatori trovano difficile accettare la teoria e sperano di trovare altri scheletri perché uno solo lascia incertezza. In dubbio rimane anche Robert D. Martin del Field Museum of Natural History di Chicago, Illinois, perché, anche se non si può essere al 100% sicuri che si tratti di un moderno umano microcefalo, il suo cranio è troppo piccolo per essere normale.
Science, 2 Jun 2006, Vol. 312, pg. 1293 - Elizabeth Culotta - La battaglia per l’Homo floresiensis (hobbit) si accende sempre più. Due settimane fa gli scettici affermavano che le ossa trovate nell’isola di Flores appartenevano semplicemente a uomini moderni anomali e non ad una specie nana evolutasi da un primitivo Homo ancestor. Ora il team degli scopritori risponde su Nature che gli strumenti di pietra associati all’H. Floresiensis assomigliano a quelli scoperti recentemente in un sito molto più antico suggerendo una continuità culturale di centinaia di migliaia di anni. Questi strumenti provengono da Mata Menge, 50 km dalla grotta di Liang Bua dove sono state trovate ossa ed attrezzi dell’H. Floresiensis. Gli attrezzi di pietra di Mata Menge sono datati fra 800000 e 880000 anni fa e, fra il 2004 ed il 2005, sono stati trovati molti altri manufatti. Paragonando gli attrezzi di Mata Menge con quelli più recenti di Liang Bua datati fra 95000 e 12000 anni fa, si sono trovate molte similitudini nei metodi di fabbricazione.
Science, 12 Jan 2007, Vol. 315, pg. 194 - Ted Goebel - I resti fossili umani indicano che gli uomini moderni provengono dall’Africa sub-sahariana circa 195000 anni fa e, 35000 anni fa, si sono sparsi fra gli estremi confini dell’Eurasia, dalla Francia al sud-est dell’Asia e persino in Australia. Come essi abbiano colonizzato ambienti così diversi in 160000 anni, è una storia ancora non svelata dell’umanità. Per comprendere la dispersione degli uomini moderni, bisognerebbe conoscere quando queste popolazioni sono passate dall’Africa all’Eurasia e, negli ultimi 20 anni, molti ricercatori hanno avuto l’impressione che questi eventi siano più recenti, forse di 100000 anni fa ed alcune prove genetiche indicano che possano essere successi anche vicino a 60000 o 50000 anni fa. L’analisi del moderno cranio proveniente da Hofmeyer, in Sud Africa, scoperto nel 1952, non ha fornito accurate datazioni al radiocarbonio, ma con altre tecniche è stato datato a 36000 anni fa. Questo teschio è morfometricamente più simile a quelli moderni del paleolitico superiore europeo piuttosto che ai fossili recenti del Sud Africa e dell’Europa. Quindi 35000 anni fa le popolazioni sub-sahariane e quelle europee avevano un comune recente antenato, uno che probabilmente è emigrato dall’Africa dell’est 60000 anni fa propagandosi non solo in Sud Africa ma anche nell’Eurasia. Le prove archeologiche dall’Asia e dall’Australia indicano che gli uomini moderni arrivarono in queste regioni 50000 anni fa ed hanno seguito probabilmente una strada lungo le coste dell’Asia meridionale. Hanno anche seguito, in un secondo tempo, un’altra strada verso nord, adattandosi a climi più freddi verso l’Asia del nord-est e l’Europa fra 45 e 35 mila anni fa e, dopo un periodo di interazione, hanno portato all’estinzione i neandertal. Basandosi sul DNA mitocondriale, si è scoperto che due ceppi genetici, M1 e U6, si sono originati simultaneamente nell’Asia occidentale fra 45000 e 40000 anni fa e sono tornati nel nord dell’Africa verso ovest fino ad Haua Fteah (Libia). Un altro ramo della storia umana moderna si è scoperto nel sito di Kostenki del paleolitico superiore, lungo il fiume Don, 500 km a sud di Mosca. Questo sito presenta nuove tecnologie e comportamenti moderni, ed è iniziato 45000 anni fa. Vi sono però difficoltà di datazione al radiocarbonio. Si notano differenze fra la cultura del paleolitico superiore di Kostenki e quella dell’Europa orientale del sito di Ksar Akil (Libano), detta Aurignaciana che risulta meno avanzata e questo fa pensare che la colonizzazione della Russia europea non sia avvenuta dall’Europa centrale, ma attraverso le montagne caucasiche o dall’Asia centrale. Le conclusioni sono che gli uomini moderni sono emigrati dall’Africa molto tardi nel Pleistocene, fra 60 e 50 mila anni fa. Una popolazione si è spinta ad est, fino all’Australia fra 50 e 45 mila anni fa. Altri sono rimasti nel sud-ovest dell’Asia o in India, ma dopo 5000 o 10000 anni, si sono rapidamente espansi tornando nel nord Africa e verso l’Europa temperata e le pianure russe. Hanno raggiunto la Siberia meridionale 45000 anni fa, la Siberia artica 30000 anni fa, ma il racconto degli eventi negli anni mancanti dell’evoluzione umana richiederà ancora altre scoperte di fossili ed archeologiche ed ulteriori ricerche sul DNA delle popolazioni viventi.
Science, 20 Apr 2007, Vol. 316, pg. 364 - Ann Gibbon - I ricercatori sono stati in disaccordo per decenni sul colore della pelle. Precisamente hanno discusso in quanto tempo i primi umani moderni che si sono sparsi per l’Europa hanno acquistato una colorazione chiara. Ora un nuovo rapporto sull’evoluzione di un gene del colore della pelle suggerisce che gli Europei si siano schiariti piuttosto di recente, fra 6000 e 12000 anni fa. Questo contraddice un’ipotesi molto consolidata che gli uomini moderni in Europa sono diventati chiari circa 40000 anni fa, subito dopo essere migrati alle alte latitudini. Nei cieli meno luminosi la pelle chiara assorbe più luce della pelle scura permettendo ai raggi ultravioletti di produrre più vitamina D per la crescita delle ossa e l’assorbimento del calcio. Secondo gli antropologi dell’Università di Tucson nell’Arizona, l’evoluzione della pelle chiara è avvenuta molto dopo l’arrivo in Europa. L’origine genetica dello spettro dei colori della pelle è stato un problema della biologia. Nel 2005 si è fatto un grande progresso scoprendo un gene: SLC24A5, che apparentemente causa la pelle chiara in molti Europei, ma non negli Asiatici. Un team di genetisti dell’università di Pennsylvania ha trovato le varianti del gene che differiscono solo per un amminoacido. Quasi tutti gli Africani e gli Asiatici dell’est hanno un allele, mentre il 98% dei 120 Europei studiati hanno l’altro. Studiando quando questa mutazione si è diffusa fra gli Europei, si sono sequenziati 9300 coppie di basi del gene SLC24A5 in 41 Europei, Africani, Asiatici ed Indigeni d’America. Usando le varianti che non causavano lo schiarimento della pelle, si è calcolata la velocità di mutazione del gene e si è stabilito che sono passati 18000 anni perché la variante della pelle chiara si è fissata negli Europei. Il margine di errore è però piuttosto elevato, di conseguenza è stato analizzato anche il DNA vicino al gene e si è trovato che gli Europei avevano poca diversità in questo DNA vicino, segno che la variazione genetica è più recente e quindi i dati suggeriscono che la mutazione è di 5300-6000 anni fa, ma data l’imprecisione del metodo, potrebbe essere avvenuta anche 12000 anni fa. Tuttavia anche altri geni sconosciuti possono aver causato lo schiarimento della pelle. La conseguenza di questo è che i nostri antenati europei hanno mantenuto la pelle scura per decine di migliaia di anni, ipotesi che aveva fatto 30 anni fa il genetista L. Luca Cavalli Sforza che suppose che i nuovi arrivati, cacciatori-raccoglitori e pastori, erano sopravvissuti utilizzano risorse di vitamina D tratte dalla loro dieta, ma quando si diffuse l’agricoltura poco ricca di vitamina D, negli ultimi 6000 anni avevano bisogno di assorbire più luce dalla loro pelle che era pure in gran parte coperta dai vestiti per ragioni culturali. Contrariamente a quanto tacitamente ammesso quindi, gli Europei moderni non sono rimasti invariati da 45000 anni, ma hanno subito variazioni continue ed anche molto rapide.
Science, 1 Jun 2007, Vol. 316, pg. 1292 - Paul O’Higgins and Sarah Elton - Da lungo tempo i ricercatori hanno considerato la statura eretta ed il camminare su due gambe una caratteristica degli umani e dei loro parenti più prossimi. Tuttavia si comincia a riconoscere che alcune scimmie del Miocene (da 5 a 23 milioni di anni fa), non solo avevano una postura eretta, ma incorporavano il bipedalismo nel loro moto e questo tipo di moto può essersi sviluppato sugli alberi. Questo fa nascere la possibilità che un preadattamento al bipedalismo umano sia sorto durante la vita arboricola piuttosto che in ambiente terrestre. I dati osservativi sui moderni orangutan fanno pensare che il bipedalismo umano nel camminare sia uno sviluppo del comportamento motorio acquisito dagli antenati delle grandi scimmie. Nei moderni orangutan il bipedalismo assistito dalle mani con l’estensione degli arti inferiori permetteva nella foresta l’accesso a risorse difficilmente raggiungibili in altro modo. Il modello degli orangutan prevede tre scenari per l’emergere delle strategie della locomozione umana. Nel primo la frammentazione delle foreste durante il Miocene in Africa ha incrementato l’ascensione sugli alberi piuttosto che il moto da un albero all’altro. Nel secondo gli antenati degli orangutan del sud-est dell’Asia si sono sempre più specializzati nell’attraversare alla base le foreste che si andavano diradando. Alla fine gli ominidi hanno adattato il preesistente bipedalismo arboreo all’ambiente dei terreni aperti fra le aree boschive. Nel terzo scenario si giustificano i lunghi arti anteriori associati con il bipedalismo degli arti posteriori dei primi ominidi. Il dibattito è aperto e oggi non c’è ancora consenso sullo scenario di adattamento che ha portato al bipedalismo terrestre. Sono state proposte molte teorie che includono il modo di alimentarsi, i comportamenti sociali, sessuali e riproduttivi dei primi ominidi, l’ipotesi di termoregolazione che riduce l’esposizione ai raggi del sole con la stazione eretta ed altre. Le discussioni riguardano anche il modo di camminare degli antenati degli umani. Si pensa che i nostri antenati e le scimmie africane camminassero usando le nocche delle mani. Al centro del dibattito è se il bipedalismo si sia sviluppato sugli alberi o quando un nostro antenato era già diventato terrestre. I dati sugli orangutan suggeriscono il primo caso I fossili contemporanei alla separazione fra scimpanzè-bonomo ed umani, fra 4 e 8 milioni di anni fa, provano che la postura eretta ed il bipedalismo nel camminare erano già acquisiti nell’anatomia e possono essersi evoluti indipendentemente in molti degli ominidi primitivi originati da antenati arboricoli che usavano un bipedalismo assistito dalle mani. Il modello orangutan fornisce quindi un elegante e plausibile argomento in favore dell’emergenza del bipedalismo in un contesto arboreo piuttosto che terrestre.
Science, 10 Aug 2007, Vol. 317, pg. 740 - Elizabeth Culotta - Nella grotta di Liang Bua, a Flores, Indonesia, nel 2003 sono stati scoperti un cranio e lo scheletro di una donna adulta alta un metro e da allora gli esperti hanno litigato su un essere chiamato hobbit: per alcuni una specie primitiva dal piccolo cranio classificato Homo floresiensis e per altri un membro malato della specie H. sapiens. Le ossa dell’hobbit sono state datate recentemente a 12000 anni fa e quindi questo ominide dovrebbe essere vissuto a Flores per migliaia di anni mentre gli uomini moderni colonizzavano le vicine isole. Le sue dimensioni suggeriscono che un cervello grande non è necessario per costruire attrezzi e che molte idee devono essere riviste. Nel recente International Seminar on Southeast Asian Paleoanthropology, tenutosi il 22-29 luglio a Yogyakarta, Indonesia, l’organizzatore Teuku Jacob della locale università ha affermato che hobbit è un H. sapiens malato. Due anni fa egli ha preso in prestito le ossa per studiarle in contrasto con il co-scopritore Mike Morwood dell’università di Wollongong in Australia. La discussione non ha diminuito le differenze di opinione fra indonesiani e stranieri. I critici restavano convinti che hobbit fosse un uomo moderno affetto da patologia, come la microcefalite che comporta un piccolo cervello o la sindrome di Laron che comporta insensibilità all’ormone della crescita. Tuttavia un numero crescente di quelli che studiano le ossa sono convinti che si tratti di un nuovo fenomeno dell’evoluzione umana. Altri non hanno opinioni precise perché le ossa sono state giudicate nell’Istituto Archeologico di Djakarta e non portate alla conferenza perché troppo fragili. Dal seminario tuttavia sono emerse delle sorprese. Gli attrezzi di pietra trovati a Liang Bua avevano residui di piante, legno e animali e, poiché sono stati trovati vicino ad ossa di elefanti nani, detti Stegodon, si è pensato che fossero stati usati per tagliare la carne. Alcuni pensano che siano stati fatti dagli hobbit, ma gli esperti indonesiani pensano che siano opera della nostra specie. Morwood ha messo in risalto le prove contro la teoria che si trattasse di un membro della nostra specie. Ad oggi il team ha trovato altre ossa, un’altra mascella e varie ossa di gambe, braccia e spalle appartenenti almeno a 12 individui che risalgono a 95000 anni fa, due volte la datazione dell’H. sapiens nel sud-est dell’Asia e in Australia. Non ci sono tracce di pigmenti, ornamenti e forme di sepoltura, segni dell’H. sapiens, ed è improbabile che nella grotta siano vissuti per tanto tempo solo uomini affetti da patologie. La bassa statura non è prova di una nuova specie perché i pigmei appartengono alla razza umana, ma i pigmei hanno una capacità cranica quasi normale, mentre hobbit ha solo circa 400 cmc invece dei 1350 cmc degli attuali uomini. Una tomografia computerizzata (CT) ha escluso la microcefalite, mentre è incerta la sindrome di Laron. Se hobbit è una nuova specie si devono cercate i suoi antenati. Morwood ritiene che l’H. floresiensis si sia evoluto dall’H. erectus, il primo che ha lasciato l’Africa, oppure derivi da un pre-erectus e quindi dall’H. habilis di 2 milioni di anni fa. L’evoluzione di una specie in forme più piccole è un fenomeno comune in altri mammiferi quando rimangono confinati in isole come elefanti ed ippopotami e questo potrebbe essere successo all’H. erectus in Flores. Gli scettici però ritengono che il cervello dei mammiferi non può ridursi come il corpo. La controversia è destinata a durare a lungo almeno fino a quando non si troveranno altri fossili ed anche in luoghi diversi dalla grotta di Liang Bua. I ricercatori sperano di trovare altre indicazioni dal DNA, di studiare meglio l’ipotesi di Laron e di identificare i meccanismi del nanismo.
Science, 21 Sep 2007, Vol. 317, pg. 1664 - Ann Gibbons - Il nostro antenato Homo erectus dalle lunghe gambe è noto per essere stato il primo globetrotter, il primo inventore dell’ascia di pietra ed il primo ad aver accresciuto il cervello e ad aver raggiunto l’altezza degli uomini attuali. Questa visione si basa tuttavia su un solo scheletro parziale di un giovane proveniente da Nariokotome, in Kenya. Ora la scoperta di un tronco e di un braccio di un più antico Homo erectus, mostra che la specie non era così alta e di grande cervello e, secondo alcune interpretazioni, potrebbe essere nata in Asia e non in Africa. Nel numero di Nature di questa settimana i ricercatori descrivono la scoperta di 32 ossa posteriori del cranio ed altre parti di tre adulti ed un ragazzo, vissuti 1,77 milioni di anni fa a Dmanisi, in Georgia. Gli ominidi assomigliano al ragazzo di Nariokotome, ma gli sarebbero arrivati alle spalle. Tutti gli individui sono piccoli e, benché le proporzioni del corpo siano moderne, si possono considerare i membri più primitivi dell’H. erectus scoperti fino ad oggi. Non tutti concordano perché alcuni non sono nemmeno sicuri che si tratti del genere Homo. Il dibattito riflette quanto poco si sappia di un oscuro periodo delle nostre origini. Il famoso scheletro di Lucy, l’Autralopithecus afarensis, è vissuto fra 3,6 e 3 milioni di anni fa, ma il successivo scheletro è quello di 1,55 milioni di anni fa, cioè il ragazzo di Nariokotome, in Kenya, di 12 anni di età, con un cervello più grande e che, se fosse divenuto adulto, avrebbe raggiunto un’altezza di 180 cm. Fra i due c’è un gap con in mezzo molti frammenti. Il più antico fossile fra questi è stato chiamato H. habilis, troppo piccolo e primitivo per essere considerato H. erectus. I fossili Dmanisi, ben conservati, stanno pure in questo intervallo. Gli scheletri indicano che l’altezza andava da 145 a 166 cm ed il peso fra 40 e 50 kg, più grande di un australopiteco, ma all’estremo inferiore degli uomini moderni. Le dimensioni si adattano anche a quelle del cranio di H. erectus trovato in Kenya, ma un altro cranio africano di H. erectus è più vecchio di 225000 anni e più grande e quindi la specie occupa un vasto campo di dimensioni. Le ossa dei Dmanisi hanno anche dei tratti primitivi. Le ossa del braccio superiore sono diritte piuttosto che a spirale e le placche delle spalle più verso i lati che di dietro, tratti più simili agli australopitechi ed a quelli dell’H. floresiensis dell’Indonesia. Le piccole dimensioni dei fossili suggeriscono che essi appartengano più all’H. habilis o ad una nuova specie, ma i tratti più moderni, come le lunghe gambe e le proporzioni del corpo li pongono fra gli H. erectus. Si fa così avanti l’idea che l’H. erectus sia nato in Asia da un più antico Homo venuto dall’Africa. Alcuni discendenti dei fossili Dmanisi sono poi tornati in Africa, mentre gli altri si sono sparsi per l’Asia come H. erectus. Altri preferiscono il modello nel quale le specie sono nate in Africa e si sono evolute separatamente in differenti continenti, inclusi i Dmanisi, dando luogo a varianti adattate ai diversi habitat.
Science, 28 Sep 2007, Vol. 317, pg. 1873 - Ben Finney - Circa 4000 anni fa i viaggiatori dell’età della pietra, partendo dalle isole del sud-est asiatico, cominciarono a navigare nel Pacifico e si insediarono nelle isole disabitate delle remota Oceania: la Melanesia orientale, la Micronesia e la Polinesia. Quando gli europei cominciarono ad esplorare il Pacifico furono sorpresi nello scoprire isole in mezzo all’oceano occupate da primitivi navigatori che possedevano solo sottili canoe scavate con asce di pietra, mosse da vele di fibre e senza l’uso di strumenti. Si immaginarono scenari di tempeste e correnti che avevano trascinato popolazioni costiere fino in mezzo all’oceano o di continenti scomparsi che avevano lasciato solo picchi dispersi. Più di due secoli di ricerche hanno insegnato ad apprezzare le loro capacità nautiche. Solo alla fine del 1700 gli esploratori stranieri hanno considerato seriamente la possibilità che il popolo delle canoe abbia potuto espandersi nel Pacifico. Il capitano Cook e Joseph Banks giudicarono le canoe di Tahiti adatte a lunghi viaggi. Confrontando il linguaggio di Tahiti con quelle di altre isole più occidentali, compresero le similitudini con le lingue dell’India dell’est. Durante il 1800, studiosi raccolsero le tradizioni orali delle migrazioni polinesiane. Molte erano sospette, ma dalle più originali e dai confronti linguistici si stabilirono i percorsi di migrazione. Durante l’ultimo secolo, etnologi ed archeologi, tracciarono i percorsi paragonando i manufatti delle varie isole, ma con risultati variabili. Il confronto fra le canoe, lo stile dei templi, delle asce, degli attrezzi da pesca diedero un contributo, ma spesso sorse il dubbio se queste caratteristiche fossero simili per la comune origine o per un convergere dell’adattamento. Il punto di svolta venne nei decenni 1960 e 1970, quando la scoperta delle decorazioni dei vasi di Lapita permise agli archeologi di seguire la rapida espansione dei primi polinesiani nella remota Oceania. I molti frammenti di ceramica si dimostrarono adatti ai paragoni stilistici ed i viaggi dei Lapita furono tracciati con le caratteristiche chimiche degli attrezzi di ossidiana, diffusi in centinaia e migliaia di km del Pacifico occidentale. Altri ricercatori hanno ricostruito le canoe degli antichi polinesiani ed hanno confermato le antiche leggende sulle rotte di lunga distanza verso Micronesia e Melanesia, usando anche simulazione al computer per chiarire le strategie di esplorazione e colonizzazione. Sfortunatamente la fabbricazione delle ceramiche di Lapita diminuì quando questi viaggiatori arrivarono a metà del Pacifico e non si sono diffusi più ad est. Inoltre l’ossidiana della Nuova Zelanda e dell’isola di Pasqua non ebbero diffusione. Nei decenni 1980 e 1990 si tornò di nuovo alle asce di pietra, specie a quelle costruite con il basalto oceanico a grana fine della Polinesia dell’est e questo permise di tracciare un’interconnessione fra le località della Polinesia, ma non permise di determinare le sorgenti del basalto. Una collezione di asce di basalto di 70 anni fa e la sua analisi isotopica ha permesso di individuare una sorgente nelle isole vulcaniche delle Tuamotus, collegandole anche alle leggende dei viaggi dalle Hawaii alle Tahiti passando per le Tuamotus e rifacendo nel 1976 questo viaggio con una moderna doppia canoa. Anche l’indagine sul DNA degli abitanti, delle piante e degli animali sembra promettente. Un esempio sono state le ossa di un pollo polinesiano trovato in Cile, che da la prova archeologica dell’arrivo in Sud America dei polinesiani in tempi precolombiani, ed ora si cercano le asce polinesiane di basalto.
Science, 26 Oct 2007, Vol. 318, pg. 546 - Elizabeth Culotta - In un rapporto pubblicato questa settimana su Science online, un team internazionale annunzia che è stato estratto un gene della pigmentazione (mc1r) dalle ossa di due Neandertal. I ricercatori hanno concluso che almeno alcuni Neandertal avevano una pelle chiara e capelli rossi, come gli attuali Homo sapiens che vivono nelle regioni europee. Si è inoltre trovato che i Neandertal avevano in comune agli uomini moderni un gene noto per avere influenza sulla parola: FOXP2. Molti dei Neandertal riprodotti nei musei hanno pelle chiara e capelli rossi, perché questo era stato predetto dalle teorie evoluzionarie. Una pelle scura, benefica in Africa, non offre vantaggi alle alte latitudini e nella nuvolosa Europa. Una pelle chiara facilita la produzione della vitamina D, ma non c’era una prova fino a quando non è stato trovato il gene mc1r in un Neandertal di 43000 anni fa da El Sindron, Spagna, e ad un altro di 50000 anni fa dai monti Lessini, in Italia. Usando il metodo della Polimerase Chain Reaction (PCR) per designare e raccogliere il gene, i ricercatori trovarono un punto di mutazione che non si trova in 3700 campioni di uomini moderni e quindi sembra sia unico nei Neandertal. Si è isolato poi il gene FOXP2, perché le mutazioni di questo gene danneggiano la parola, ed hanno notato che una variante di questo gene negli uomini moderni è stata selezionata recentemente, meno di 200000 anni fa, quando Neandertal ed uomini moderni si sono separati. La sorpresa venne quando fu sequenziato questo gene estratto da due ossa del reperto di El Sindron ed ambedue le ossa avevano la versione moderna di FOXP2. Questo non significa che necessariamente il Neandertal parlava come noi, perché molti altri geni influenzano la parola, ma non si può dire che i Neandertal non fossero capaci di parlare. I ricercatori hanno eseguito altri controlli, per escludere contaminazioni con DNA degli uomini moderni, verificando il cromosoma Y e questo escludeva che ci fossero stati incroci con i moderni umani in Europa. La conclusione è che i Neandertal avevano molti punti in comune con gli uomini moderni, come pelle chiara e capelli rossi ed abilità nel linguaggio senza aver subito incroci, ma di questo non si potrà essere sicuri al 100%. L’ultima variante del gene FOXP2 degli uomini moderni potrebbe essere stata acquisita dai Neandertal attraverso incroci, anche se è improbabile.
Science, 30 May 2008, Vol. 320, pg. 1146 - Michael Balter - Gli uomini hanno affrontato le regioni artiche, Alaska, Canada e Groenlandia, circa 4500 anni fa ed i ricercatori hanno indagato sulla storia dei Paleo-Eskimo che erano abili cacciatori, ma è incerto se essi discendessero dagli stessi uomini che avevano attraversato lo stretto di Bering 10000 anni prima dando origine ai Nativi americani. Ora il DNA tratto da un antico mucchio di capelli suggerisce una risposta negativa. Questa settimana ricercatori europei e della Groenlandia riportano la sequenza del DNA mitocondriale di un maschio Paleo-Eskimo vissuto nella Groenlandia dell’ovest circa 4000 anni fa, il primo mtDNA quasi completo mai pubblicato. La sequenza è diversa sia da quella dei Nativi americani che dei moderni Eskimo, ma assomiglia molto da vicino a quella di una piccola popolazione che oggi vive nell’area del Mare di Bering e questo implica che i primi Eskimo sono derivati da un’ondata indipendente di migratori proveniente da questa regione dove non ci sono più discendenti. Le conclusioni sono credibili. Per decenni gli archeologi hanno cercato di tracciare i Paleo-Eschimo sparsi nell’Artico da 4500 anni fa. Circa 1000 anni fa i Paleo-Eskimo sono stati sostituiti da nuovi migranti: i Neo-Eskimo che sono gli antenati dei gruppi Eskimo come gli Inuit. Venti anni fa, negli scavi di un sito Paleo-Eskimo della costa ovest della Groenlandia, un archeologo del Museo Nazionale di Danimarca ha scoperto molti capelli ben preservati dal permafrost. Lo mtDNA derivato da questi capelli porta un raro marker, detto D2a1, che è assente nei moderni Nativi americani. Per scoprire i legami fra Paleo-Eskimo e Neo-Eskimo, sono stati sequenziati gli mtDNA dei genomi di 14 gruppi di Inuit della Groenlandia e nessuno aveva il marker D2a1. Questo marker è anche assente negli Europei e quindi non poteva apparteneva al gruppo degli Inuit danesi che ha trovato i capelli, escludendo quindi una contaminazioni. Il marker D2a1 è relazionato al marker D2a1a trovato negli abitanti del Mare di Bering delle Aleutine ed a un gruppo di Eskimo siberiani, quindi i Paleo-Eskimo sono originati di queste aree. Tuttavia questa interpretazione deriva da un solo campione e si spera di trovarne degli altri.
Science, 29 Aug 2008, Vol. 321, pg. 1148 - Charles C. Mann - Alceu Ranzi era uno studente di geografia nel 1977, quando aiutò a scoprire una mezza dozzina di enormi anelli, cerchi preistorici nelle terre dello stato di Acre, nel Brasile occidentale. Lo Smithsonian che sponsorizzava il Programma Nazionale di Ricerca Archeologica in Amazzonia, non diede formalmente notizia degli anelli per 11 anni. Ranzi, divenuto paleontologo ed ora all’università di Acre, dieci anni dopo riprese a studiare questi fossati. In un volo a Rio Blanco nel 1999, egli rivide questi geoglifi dall’alto e cominciò a riscoprirli. Entro un anno ne aveva scoperto più di un’altra dozzina. Di forma circolare, a losanga o esagono o a rettangoli incrociati, i geoglifi hanno diametri di 100-350 m limitati da fossati profondi da 1 a 7 m, molte hanno vicino strade, alcune ampie 50 m e lunghe 1 Km. Sono importanti come i disegni di Nazca, le figure tracciate sulle coste peruviane. Ranzu partecipa ora al team di ricerca e sono stati identificati più di 150 geoglifi in Acre ed nei vicini stati di Amazonas e Rondonia. Si suppone che rappresentano meno del 10% del totale. Le datazioni al carbonio suggeriscono che siano state costruite nel 1250 d.C. ed il loro scopo non è chiaro. Nel secolo scorso i ricercatori ritenevano che l’Amazzonia occidentale, per il suo suolo povero e la mancanza di animali domestici, precludeva lo sviluppo di società grandi e sofisticate. La visione convenzionale era che solo piccoli gruppi di nativi vivevano nella regione, confinati nelle valli dei fiumi stagionali, con l’eccezione delle società delle Ande che ebbero breve durata. Le terre alte con quasi tutta l’Amazzonia occidentale erano invece rimaste prive di abitatori e del loro lavoro. Negli ultimi due decenni, invece, si sono accumulate prove che l’Amazzonia occidentale è stata abitata, per centinaia di anni da popolazioni organizzate, sia nelle valle che nelle regioni alte. I geoglifi si estendono in un’area di circa 1000 km, dagli stati brasiliani di Acre e Rodonia, nel nord, e, a sud, fino ai dipartimenti della Bolivia di Pando e di Beni. Si trovano anche altre forme di lavoro umano che risalgono al 2500 a.C. e suggeriscono la presenza di altre culture per lungo tempo. Un team brasiliano e degli USA suppone che nell’Amazzonia centro-meridionale, a 1400 km da Acre, viveva un altro denso insediamento. Queste larghe popolazioni hanno sistematicamente trasformato la terra intorno a loro e, come agricoltori, hanno cominciato a coltivare piante utili. L’Amazzonia può essere un modello di come gli uomini possono creare un ambiente produttivo in aree di scarsa produttività. La regione era anche un crocevia fra le società dell’Amazzonia orientale e le Ande. L’Amazzonia è considerata dagli archeologi un’area poco interessante. Bruciare le foreste per l’agricoltura rischia di distruggere il fragile equilibrio del suolo esponendolo al calore ed alla pioggia dei tropici e le popolazioni non potevano sopravvivere a lungo con l’agricoltura convenzionale. Le culture hanno lasciato poco ai posteri per la scarsità di pietre e metalli e le loro opere erano deperibili tranne le ceramiche. Nelle Ande le società lasciano tracce perché non ci sono foreste che le coprono. La regione di Beni in Bolivia, ad esempio, è bassa e piatta ed è ricoperta per 4 mesi all’anno dall’acqua delle nevi che si sciolgono sulle Ande e dalle piogge locali poi, nella stagione secca, diviene una calda ed arida savana. Gli abitanti costruirono migliaia di terrapieni per evitare le inondazioni nei luoghi di abitazione, dighe per regolare le acque ed alimentarsi con la pesca nelle zone invase dall’acqua. L’agricoltura era praticata nelle zone più alte. Tutti questi lavori richiedevano una popolazione di decine o centinaia di migliaia di persone e queste società sono vissute dal 3000 al 500 a.C.. L’Amazzonia è famosa per essere un centro di biodiversità ed i botanici hanno cercato di scoprire il ruolo di queste società nella domesticazione di diverse piante. Dall’Amazzonia occidentale provengono le arachidi, i fagioli, due specie di pepe e la gomma, dalla linfa dell’Hevea brasiliensis. La manioca, domesticata in precedenza, doveva essere alla base del surplus necessario per lo sviluppo delle società. In Amazzonia si trovano le aree di “terra preta” da uno a diversi ettari, modificate con l’aggiunta di grandi quantità di carbone di legna a formare un suolo molto fertile, per lunghi periodi nonostante le condizioni del clima. L’aggiunta di carbone al suolo umido causa un aumento dell’attività microbica. La terra preta ha avuto una parte essenziale nello sviluppo dell’agricoltura di queste società per coltivare manioca ed arachidi. Gli esemplari più antichi di terra preta rimontano a circa il 2500 a.C. e si trovano in Rodonia, non lontano dal confine fra Brasile e Bolivia. Fossati che formano geoglifi simili a quelli di Acre si ritrovano nelle foresta di Beni con dimensioni tipiche di 100-200 m e fino ad 1 km e si pensa che ci sia una continuità fa Acri e Beni. Non è chiara la loro funzione, poco efficaci come drenaggio, non erano nemmeno usati per difesa, forse potevano indicare luoghi simbolici.
Science, 9 Jan 2009, Vol. 323, pg. 200 - Heaher Pringle - Secondo i miti locali le dinastie reali del Ruanda discendevano da un uomo che conosceva il segreto di trasformare pezzi di roccia in liscio e brillante acciaio. Con questa nuova tecnologia egli insegnò al suo popolo a fare resistenti e durevoli armi per sconfiggere i loro nemici ed affilate asce per tagliare le foreste ed attrezzi per i campi. Quando i primi europei arrivarono nel XIX secolo, l’acciaio era diventato la forza del regno di Ruanda. I re avevano assunto come simboli reali il martello del fabbro e l’incudine. Altre società africane tradizionali raccontano storie di mitici lavoratori del ferro e queste leggende mettono in risalto l’importanza della lavorazione del ferro in queste culture. Gli archeologi hanno a lungo cercato se l’arrivo della metallurgia abbia stimolato lo sviluppo di queste società. Ci si chiede se la tecnologia del ferro sia stata portata dagli stranieri o se gli Africani l’abbiano scoperta da soli. Entrare nell’età del ferro non è facile. Bisogna fondere ad una precisa temperatura il minerale e poi martellare e riscaldare di nuovo il metallo grezzo spugnoso (bloom) che viene dalla fornace. La tradizione vuole che questa metallurgia venga dall’Anatolia, la parte asiatica della Turchia, cominciando intorno al 1800 a.C.; inizialmente il nuovo metallo è stato utilizzato per ornamenti preziosi ed oggetti rituali e già nel 1200 a.C. si fabbricava una grande quantità di ferro. I minerali di ferro sono più abbondanti di quelli di rame e di stagno, necessari per fare il bronzo, più costoso e più usato per oggetti rituali e d’élite. Con il tempo gli oggetti di ferro arrivarono nelle mani delle persone comuni e furono usati per tagliare le foreste e per lavorare il suolo. Questo sviluppò l’agricoltura, aumentò il numero dei villaggi e la complessità della società. Un acceso dibattito si è sviluppato sulle origini della lavorazione del ferro in Africa. Nel pensiero comune la metallurgia si è diffusa nel Vecchio Mondo da una società a quella vicina, raggiungendo il Nord Africa nel 750 a.C. senza superare la barriera del deserto del Sahara prima del 500 a.C. o più tardi. Ora, dei controversi ritrovamenti di un team francese nel sito di Ôboui, nella Repubblica Centro Africana, hanno minacciato questo modello. Dei manufatti suggeriscono che i popoli subsahariani hanno fabbricato il ferro almeno dal 2000 a.C. e forse molto prima che in Anatolia. Il team ha scoperto una forgia da fabbro e molti manufatti compreso un pezzo di ferro grezzo e due aghi. I ricercatori sono stati impressionati dalle consistenti datazioni al carbonio e devono capire come i fabbri subsahariani abbiano potuto lavorare il ferro senza prima l’esperienza dell’età del rame e del bronzo. Altri avanzano seri dubbi su queste scoperte. Si dice che i manufatti di ferro trovati sono troppo ben preservati, non possono essere rimasti sepolti per 3800 anni in un suolo acido ed in ambiente stagionalmente umido come nella zona occidentale della Repubblica Centro Africana. L’idea che la metallurgia del ferro sia venuta in Africa dal Medio Oriente e non scoperta indipendentemente è supportata dalla difficoltà e complessità della fusione del ferro. Lavorare il ferro dei meteoriti è facile, ma estrarre il ferro dall’ematite e da altri minerali richiede di portarli ad una precisa temperatura alla quale il ferro si fonde con il carbone di legna che lo riscalda. Il minerale deve essere mescolato con la giusta dose di carbone nella fornace. Secondo la teoria della diffusione, solo popoli che avevano millenni di esperienza nella lavorazione del rame, come gli Anatolici, potevano avere le basi di conoscenza sufficienti per cominciare a sperimentare il ferro. Le prove archeologiche esistenti dicono che i mercanti fenici hanno portato la tecnologia alla loro colonia di Cartagine nel nord Africa intorno al 750 a.C., altri la hanno portata nel 660 in Egitto, che già aveva il rame. Il ricco regno nubiano a sud, possedeva il bronzo e cominciò a fondere il ferro fra l’800 ed il 500 a.C.; nella città nubiana di Meroë fu creata un’industria del ferro che fu fonte di ricchezza. La città produceva da 5 a 20 tonnellate di ferro ogni anno per zappe, coltelli, lance ed oggetti di uso comune. Si pensa che la tecnologia abbia attraversato il deserto del Sahara intorno al 500 a.C. in luoghi che non conoscevano rame e bronzo. Prove che contraddicono questo modello sono iniziate dal decennio 1960 da parte di archeologi francesi e belgi da regioni del Niger, Ruanda e Burundi, e suggerivano come gli Africani avessero scoperto da soli la lavorazione del ferro fin dal 3600 a.C.. Queste analisi sono state criticate da ricercatori americani che ritenevano fossero state ispirate dal nazionalismo africano e contrapponevano le prove affidabili dei siti del Senegal datate fra 800 e 400 a.C. dove una società pastorale e di artigiani aveva sviluppato un traffico commerciale che usava per lo scambio barre di ferro. Si è creata così una situazione di stallo in cui archeologi francofoni e anglofoni non si scambiavano più risultati e si cercavano spiegazioni alternative quando le prove fornivano date precedenti al 500 a.C.. Si arrivò al 2008, quando l’archeologo Étienne Zangato dell’università di Parigi pubblicò il rapporto sul sito di Ôboui con le nuove sensazionali prove. Nella regione di Ôboui l’agricoltura e la pesca esistevano da millenni. Nell’800 a.C. le popolazioni erigevano megaliti e grandi tombe per le personalità importanti. Zangato iniziò gli scavi nel 1992 e trovò uno strato di oggetti metallici, ceramiche e attrezzi di pietra. Trovò poi prove dell’officina di un fabbro con una fornace rivestita di argilla, un’incudine di pietra, scorie, ferro grezzo, oggetti di ferro fra cui i due aghi. Non si trovarono scarti di lavorazione dei primi stadi di fusione, facendo supporre che Ôboui importava ferro grezzo da altre regioni e qui si purificava il ferro riscaldandolo e battendolo. I campioni di carbone di legna prelevati da dentro e fuori della fornace sono state datati dall’Università di Parigi a fra 2343 e 1900 a.C.. Altri scavi di Zangato fra il 1989 e il 2000 in altri siti vicini hanno trovato residui di lavorazione del ferro datati fra il 1612 e 2135 a.C. ed a volte fra il 2930 e 3490. Le prove sono molto convincenti, ma i critici insistono affermando che le datazioni vengono da aree molto ridotte e fortemente manomesse e sono necessarie conferme cronologiche con la termoluminescenza (TL), spettroscopia e datazioni indirette con gli stili delle ceramiche. Zangato non ha ancora a disposizione il denaro per tutte queste prove, ma risponde all’osservazione che il ferro trovato non è sufficientemente corroso, dicendo che il terreno di argilla sabbiosa di Ôboui impedisce la diffusione dell’acqua e dell’ossigeno. Altri dicono invece che l’alta temperatura del suolo dovrebbe accelerare la corrosione ed i campioni di ferro grezzo dovrebbero mostrare solo isole di metallo in un mare di corrosione. Il dibattito è aperto e si attendono nuovi elementi di prova.
Science, 30 Jan 2009, Vol. 323, pg. 569 - Michael Balter - Nel 2002, la scoperta delle grotte di Blombos in Sud Africa ha cambiato il modo con cui i ricercatori vedevano l’evoluzione del moderno comportamento umano. Gli archeologi hanno trovato due pezzi di ocra rossa incisa con un insieme di linee incrociate datate 77000 anni fa. Molti esperti hanno interpretato queste incisioni come prova di espressioni simboliche e perfino di arte, 40000 anni prima di quanto si riteneva. Ora il team di Blombos riporta la scoperta di altri 13 pezzi di ocra incisi di 100000 anni fa ed i ricercatori suggeriscono che alcuni di questi rappresentano una tradizione artistica o simbolica. Se confermato questo sposta ancora indietro il comportamento simbolico degli uomini. Mentre alcuni affermano che almeno una parte hanno il carattere di disegni deliberati, altri sono più cauti e ritengono che le incisioni possono essere state prodotte incidentalmente lavorando l’ocra per motivi utilitari. Dalle grotte di Blombos provengono molti segni di comportamento simbolico, dalle collanine di conchiglie agli oggetti sofisticati creati dall’Homo sapiens che hanno messo in discussione l’idea che il simbolismo umano fosse nato con le grotte dipinte in Europa di 40000 anni fa. Oggi sembra assodato che il comportamento simbolico sia iniziato in Africa 100000 anni fa o prima. Le datazioni di Blombos sembrano accurate. Il team ha usato almeno 4 metodi di datazione, inclusa la OSL (Optical Stimulated Luminescence) datando i grani di quarzo dei sedimenti delle grotte, e la termoluminescenza degli oggetti di pietra. Le più recenti datazioni OSL sono quelli dei più antichi livelli archeologici dove sono stati trovati 8 dei 13 reperti di ocra che danno 99000 anni fa e la stratigrafia è impeccabile. Molti studi concludono che l’ocra veniva usata per fare la polvere con cui si dipingevano i corpi, una forma di identificazione sociale considerata simbolica. In altri casi l’ocra era usate come adesivo per collegare attrezzi di pietra a manici di legno. I pezzi con le linee sono state incise a forma di ventaglio o incrociate, altre in forma sinuosa. L’esame microscopico ha indicato che sono state tracciate con punte di pietra e finemente controllate. Qualcuno dice che, se le incisioni sono simboliche, non può essere risolto dalla scienza, tuttavia le configurazioni di linee incrociate più antiche sono simili a quelle dei campioni di 77000 anni fa. Se il comportamento simbolico è nato prima di 100000 anni fa lo si può confrontare con le origini della nostra specie che sono fra 160000 e 200000 anni fa. Rimane la domanda del significato di questi simboli e forse questo non lo sapremo mai.
Science, 30 Jan 2009, Vol. 323, pg. 572 - Greg Miller - Le impronte digitali aiutano a scoprire i criminali, ma questo non è il motivo per cui si sono evolute. Gli scienziati non sono sicuri dello scopo delle sottili linee a rilievo sulle nostre dita. Alcuni pensano che migliorano la presa sugli oggetti scivolosi, come i rilievi sui copertoni delle ruote, altri suggeriscono che migliorano il senso del tatto. Le due ipotesi non sono mutuamente esclusive; ora un team di scienziati presenta una prova circostanziata a favore della seconda teoria. Dopo una serie di esperimenti con un sensore che imita la pelle delle nostre dita, si è concluso che le impronte digitali esaltano la percezione della trama aumentando le vibrazioni della pelle, quando sfregano le superfici. In particolare le impronte digitali amplificano le frequenze di vibrazione che stimolano i corpuscoli di Pacini, ricettori meccanici della pelle per la percezione della trama. Queste percezioni hanno un grande ruolo nella capacità di identificare gli oggetti toccati. Si dimostra che le impronte digitali esaltano questa capacità. Le impronte digitali artificiali usate nell’esperimento consistono in sensori da mezzo millimetro ricoperte di un materiale come la gomma con proprietà meccaniche come quelle della pelle umana. I ricercatori hanno creato due versioni di questa pelle. Una versione liscia ed una corrugata in righe parallele come quelle della pelle umana e si sono paragonate le vibrazioni prelevate dai sensori quando si sfiora un vetro inciso con linee sottili con la normale rapidità con cui le persone sfiorano gli oggetti. Le vibrazioni sono massime quando la trama del vetro è sfiorata perpendicolarmente alla trama dei sensori della pelle e questo può spiegare perché le impronte digitali dell’uomo sono disposte secondo curve ellittiche. Infatti questa forma assicura sempre una frequenza ottimale indipendente dal moto delle dita. Strano è che nelle scimmie macachi le linee delle impronte siano tutte parallele all’asse delle dita; forse le scimmie usano le dita in modo diverso o le curve nell’uomo rappresentano una ulteriore evoluzione.
Science, 6 Feb 2009, Vol. 323, pg. 709 - Michael Balter - Fin dalla scoperta nel 1994 di magnifici leoni, cavalli e rinoceronti, in ocra rossa e nero carbone nelle grotte di Chauvet, del sud della Francia, si è pensato che il genio dell’arte umana risaliva a più di 30000 anni fa. Tuttavia cosa ci dice tutto questo sulle origini dell’espressione artistica? Gli uomini preistorici che hanno decorato le pareti di Chauvet avevano già raggiunto la loro maturità artistica. I ricercatori concordano però che le origini sono da ricercarsi prima e rimangono da trovare forme d’arte più antiche, molte ormai perdute ed altre che vanno interpretate. I ricercatori cercano di comprendere le radici simboliche, perché l’arte è espressione estetica, abilità di costruire simboli per comunicare significati e trasmettere emozioni. Le grotte di Chauvet rappresentano solo un’esplosione creativa cominciata quando gli uomini hanno colonizzato l’Europa 40000 anni fa, ma gli studiosi di preistoria inseguono le radici molto indietro nel tempo, in qualche caso nelle specie precedenti all’Homo sapiens. Come l’uomo moderno, il comportamento simbolico sembra abbia avuto origini in Africa. Scavi recenti hanno scoperto elaborati attrezzi di pietra, collanine, pezzi di ocra datate più di 100000 anni fa, ma si dibatte sempre se ciò che questi reperti realmente dimostrano sia un’espressione simbolica. Quando si parla di collane ed arte si parla delle tecniche materiali dell’espressione simbolica che certo vengono dopo l’origine del pensiero simbolico e della comunicazione. Cercando le origini, gli scienziati si pongono la domanda fondamentale: quale è stato il vantaggio evolutivo per l’uomo? I ricercatori sospettano che il simbolo è servito agli uomini come legame che aiutava le tribù ed i primi uomini a sopravvivere e a riprodursi. Per gli archeologi, distinguere l’arte dalla non arte è difficile. Un esempio è la Venere di Tan-Tan trovata in Marocco nel 1999, un pezzo di quarzite lungo 6 centimetri insieme a molti attrezzi di pietra stimati di 300000-500000 anni fa. Questo reperto assomiglia ad una figura umana con braccia e gambe tozze. Si pensa che un uomo abbia deliberatamente modificato la pietra per assomigliare ad una persona. Se è così, il pezzo non è stato creato da un uomo della nostra specie che è comparso in Africa circa 200000 anni fa, ma da un nostro antenato comune anche ai Neandertal, forse dall’H. heidelbergensis,. Molti archeologi sono scettici e pensano che la somiglianza sia una coincidenza. Il dibattito ricorda una controversia simile su una pietra scoperta nel 1981 nel sito di Berekhat Ram, nelle alture del Golan occupate da Israele. Anche questo oggetto di 250000 anni fa assomiglia ad una donna, ma molti pensano che sia solo naturale. Nemmeno dopo un lungo studio al microscopio, che ha scoperto incisioni con un attrezzo, si è raggiunto un accordo. Si vuole che un simbolo possa essere riconosciuto da tutti come è per le numerose figurine di Venere trovate in molti siti di 30000 anni fa in Eurasia. Essendo difficile scoprire i più antichi messaggi simbolici, i ricercatori cercano fra i comportamenti dei costruttori di attrezzi. Lo stesso Charles Darwin vide un parallelo evolutivo fra attrezzi e linguaggio perché la mano è adatta allo scopo come l’organo vocale alla parola. Costruire attrezzi sofisticati e usare simboli richiede la capacità di possedere modelli mentali astratti. I più antichi attrezzi di 2,6 milioni di anni fa non richiedevano particolare abilità, ma 1,7 milioni di anni fa, in Africa sono comparse le asce di pietra del periodo Acheuleano, prodotte dall’Homo erectus ed usate per tagliare piante e macellare animali. Più tardi, 500000 anni fa gli uomini hanno creato gli attrezzi del tardo periodo Acheuleano che molti considerano un chiaro esempio di prodotto basato su modelli mentali astratti e con significati simbolici per acquisire prestigio ed anche attrarre i membri dell’altro sesso. I 500000 anni fa sono il periodo dell’H. heidelbergensis che aveva un cranio più grande dell’H. erectus e, non molto tempo dopo, i nostri antenati africani hanno cominciato a creare lame e punte di freccia particolarmente finite che hanno segnato il progresso della specie. Questi attrezzi rappresentano la tecnologia della media età della pietra. L’evoluzione umana nella lotta per la sopravvivenza è accompagnata dal miglioramento degli attrezzi. Da 260000 anni gli antichi abitatori dell’attuale Zambia hanno realizzato lame rifinite, smussate e modificate per applicare dei manici. La flessibilità dell’uso è un indice di capacità simbolica.. Stessa capacità di astrazione era richiesta per fare le famose lance di legno di 400000 anni fa di Schöningen, in Germania, opera di un membro dell’H. heidelbergensis. Gli uomini del tardo periodo Acheuleano avevano anche acquisito il linguaggio ed avevano già capacità di astrazione. Gli antichi uomini hanno lasciato pezzi di ocra e pigmenti in un arcobaleno di colori: giallo, rosso, rosa, marrone, porpora e blu scuro. Si crede che usavano l’ocra per dipingere i corpi, benché ci siano poche prove in proposito. La maggior parte degli archeologi concorda che la pittura dei corpi come l’indossare ornamenti era un modo per comunicare simbolicamente un’identità sociale e l’appartenenza ad un particolare gruppo, ma non si sa come gli antichi uomini usavano l’ocra 300000 anni fa. Gli archeologi concordano ora che l’H. Sapiens di 75000 anni fa usava dei simboli. Nel sito di Blombos Cave, in Sud Africa, gli uomini usavano attrezzi sofisticati, collane di conchiglie perforate e pezzi di ocra incise con disegni astratti che dimostrano comportamenti simbolici e le incisioni su ocra datano fino oltre 100000 anni fa. Il colore rosso era preferito e si trova associato alle sepolture. Tutto ciò ha convinto molti ricercatori che il simbolismo sia emerso almeno 100000 anni fa. Fra le forme più sofisticate di comunicazione simbolica è il linguaggio e le altre espressioni artistiche come la musica e le immagini che trasmettono emozioni difficili da esprimere.
Science, 13 Mar 2009, Vol. 323, pg. 1419 - Ann Gibbons - Da quando un anatomista canadese ha scoperto il cranio dell’Uomo di Pechino nelle Grotte di Zhoukoudian, in Cina, nel 1929, si è appreso che queste grotte sono le più ricche del mondo di resti dell’Homo erectus. A 50 km a sud-ovest di Pechino, le grotte sono state luogo di sepoltura di più di 40 individui, ma non trovandosi sedimenti vulcanici per le tradizionali datazioni radiometriche, i ricercatori non sanno quando hanno vissuto nel luogo. Ora Cinesi ed Americani hanno datato le ossa e gli attrezzi con un nuovo metodo radiometrico. I fossili più antichi sono stati datati 770000 anni fa, 200000 anni più vecchie di quanto prima supposto. Questa data non è la più antica di altre in Cina, ma indica che la specie è sopravvissuta alla moderata era glaciale nella località delle grotte. I geocronologisti hanno usato il metodo detto di “cosmogonic burial dating” applicato alla ritirata dei ghiacciai. Quando i raggi cosmici bombardano le rocce della superficie della Terra, producono degli isotopi instabili di berillio ed alluminio. Più antiche sono le rocce più isotopi accumulano. Quando le rocce vengono ricoperte, ad esempio dai ghiacci o da sedimenti, il bombardamento non ha effetto e gli isotopi decadono in modo noto. Oggetti di pietra sotterrati sono stati datati così a 770000 anni con un margine di errore di 80000 anni. Se la datazione è corretta l’H. erectus ha sopportato a Zhoukoudian il periodo glaciale iniziato 750000 anni fa, simile al clima freddo e secco di oggi nella Siberia meridionale. L’H. erectus era qui anche nel periodo interglaciale caldo di 400000 anni fa e si suppone che conoscesse il fuoco anche se è molto difficile provarlo. I dati climatici e le differenze anatomiche indicano che l’H. erectus di Giava era diverso da quello cinese e, poiché la sua origine è africana, ci sono state due migrazioni, una verso il sud dell’Asia ed una verso il nord.
Science, 24 Apr 2009, Vol. 324, pg. 447 - Elizabeth Culotta - Migliaia di piccole scaglie di roccia vulcanica sono state scoperte nelle grotte abitate dall’hobbit, l’antico uomo alto un metro trovato nell’isola di Flores in Indonesia. Questi attrezzi di pietra hanno disorientato i ricercatori perché dubitavano che un uomo con un cranio come una grossa pera potesse costruirli. Una recente analisi ha chiarito le capacità tecnologiche dell’hobbit ed ha aperto un nuovo mistero: perché gli uomini moderni, arrivati a Flores molto tempo dopo, abbiano costruito attrezzi allo stesso modo dell’hobbit. L’archeologo Mark Moore dell’università di Armidale, nel New England dell’Australia, ha studiato gli attrezzi della Liang Bua Cave di Flores fin dal 2002. Lo scheletro più completo dell’hobbit è stato datato circa 17000 anni fa ed altre ossa ed attrezzi datano da 95000 anni fa. Il tutto si trova sotto strati di tufo vulcanico di circa 12000 anni fa. Sopra questi strati, con datazione di 11000 anni e più recente, nell’Olocene, sono state trovate le ossa degli Homo sapiens con molti attrezzi. Il team di Moore ha analizzato come erano stati fatti gli attrezzi delle grotte ed i segni lasciati sulle scaglie quando erano state tagliate dalla roccia. Fu emesso un rapporto su 11667 attrezzi estratti da 5 strati delle grotte. Moore ha trovato che gli ominidi avevano battuto la roccia sempre nello stesso semplice modo da 95000 anni fa. Prima gli ominidi tagliavano le scaglie dalla roccia, poi le portavano nelle grotte e facevano delle scaglie più piccole con un martello di pietra usando un’incudine. Gli attrezzi dell’H. sapiens erano di qualità migliore, ma erano costruiti nello stesso modo di quelli degli strati più bassi. La spiegazione più semplice di Moore è che l’H. floresiensis (hobbit) era l’autore degli attrezzi trovati negli strati inferiori e l’H. sapiens, arrivato nella scena più tardi, ne aveva costruito di simili. Moore suggerisce che c’erano stati contatti fra le due specie e gli uomini moderni avevano copiato l’hobbit prima che si estinguesse. Alcuni rapporti implicano che gli attrezzi di Liang Bua sono sofisticati come quelli dell’uomo moderno, un risultato strano per il piccolo cervello dell’hobbit. Molti archeologi ritengono però che gli hobbit fossero capaci di fabbricare questi semplici attrezzi che assomigliano a quelli dell’Olduvai Gorge. Gli uomini moderni sono arrivati nell’arcipelago indonesiano circa 45000 anni fa, forse prima, Moore afferma che gli attrezzi di Liang Bua siano antichi di 100000 anni, prima che ci fossero segni della nostra specie nella regione, la strana conseguenza è che. sapiens ha copiato l’hobbit.
Science, 11 Dec 2009, Vol. 326, pg. 1470 - Dennis Normile - Un grande sforzo per creare un catalogo delle variazioni genetiche delle popolazioni asiatiche ha interessato tutto questo vasto continente. Il lavoro ha portato a concludere che l’Asia è stata popolata inizialmente da un’unica ondata di migrazione propagatasi lungo le coste, ma è ancora da stabilire esattamente quando. Le prove della migrazione lungo la costa meridionale sono più forti di quelle attraverso le steppe. Antropologi, etnografici e linguisti hanno discusso a lungo per capire le diversità dell’Asia. La sola Indonesia ha 300 gruppi etnici, le Filippine hanno 180 linguaggi nativi e dialetti e non si sa da dove sono venuti. Di recente i genetisti, usando marker genetici, hanno collaborato per definire i percorsi di migrazione e le relazioni fra i diversi gruppi etnici. Questi sforzi hanno prodotto due teorie fondamentali per spiegare il popolamento iniziale del continente. La teoria dominante descrive due ondate di migrazione dal Medio Oriente, una che segue le coste meridionali, seguendo le coste della penisola indiana e continuando da isola a isola in Indonesia, Malesia, Filippine e Pacifico; la seconda ondata migratoria ha attraversato verso est le steppe euroasiatiche girando a sud nell’Asia. La seconda teoria suppone un’unica migrazione, lungo le coste, con popolazioni che si muovono verso nord nell’Asia orientale. Questa nuova analisi conclude che la rotta meridionale ha dato il maggiore contributo ai popoli asiatici del sud e del sud-est, rispetto alla rotta del nord. I risultati sono stati ottenuti da campioni di più di 1900 individui rappresentanti 73 popolazioni ed è il più completo studio sulle variazioni genetiche delle popolazioni dell’est e del sud-est asiatico. Il consorzio dell’Asia che lo ha eseguito, comprendeva 93 ricercatori di 40 istituzioni in 11 paesi e regioni dell’Asia e il progetto è stato concepito e completato dagli asiatici in Asia. I precedenti studi erano stati condotti da ricercatori in Europa e America con limitati campioni di etnie asiatiche. Il lavoro non è stato sempre facile. Circa la metà dei 288 campioni indonesiani erano stati raccolti in precedenza fra i principali gruppi di popolazioni, ma per raccogliere campioni fra le subpopolazioni è stato necessario contattare gli anziani dei villaggi e spiegare il progetto e gli obiettivi e il concetto del consenso informato. Un gruppo isolato, nel centro di Sulawesi, accettò di partecipare solo se tutti i suoi 1000 membri avessero avuto un checkup medico e quindi si è dovuto intervenire con un’unità medica mobile. I ricercatori hanno analizzato ogni campione con 50000 single-nucleotide polimorphisms (SNP), luoghi dei cromosomi in cui una singola base è variata da un individuo all’altro. Il numero delle variazioni rappresenta quanto vicini sono geneticamente due individui. Non sorprende che i raggruppamenti genetici siano fortemente correlati ai gruppi linguistici e geografici. Il consorzio ha trovato anche che le diversità diminuiscono andando da sud a nord e molte delle variazioni presenti nei popoli dell’Asia dell’est si trovano anche in quelle del sud-est. Gli studiosi concludono che i popoli sono migrati dal Medio Oriente al Sudest asiatico e da qui si sono mossi verso nord adattandosi ai climi più freddi. Questo non esclude completamente una migrazione lungo la rotta nord, ma questi legami dipendono dai moti bidirezionali dei commerci, più che da migrazioni. Si considerano anche possibili migrazioni in più ondate, specie per il popolamento della Nuova Guinea, Australia e isole del Pacifico. Questi problemi sono rinviati a un secondo progetto orientato, geograficamente, sull’Asia centrale e le isole del Pacifico e, scientificamente, sui marker genetici per mappare le diversità e includere la medicina genomica.
Science, 9 Apr 2010, Vol. 328, pg. 154 – Michael Balter – Quando Lee Berger, paleo antropologo dell’università di Witwatersrand, in Johannesburg, vide l’osso di un fossile raccolto dal figlio Matthew di 9 anni nelle grotte di Malapa a nord di Johannesburg, pensava si trattasse di un’antilope molto comune nelle rocce del Sud Africa, ma osservando da vicino riconobbe che si trattava del collo di un antico ominide. In questo stesso fascicolo di Science (da pag. 195 a pag. 205) Berger ha descritto il ritrovamento che risale a 2 milioni di anni fa che è di una nuova specie chiamata Australopithecus sediba, dove sediba, in lingua Seshoto, significa “sorgente di pozzo”, ha le caratteristiche primitive tipiche delle australopthecine e altre più avanzate degli uomini più tardi ed è quindi un nuovo candidato precursore del genere Homo. Tuttavia, sia che si tratti dell’antenato dell’Homo o di un ramo sopravvissuto delle australopithecine, trattandosi di un ritrovamento completo con il cranio e altre ossa, fornirà certo altre informazioni sull’evoluzione umana. Le diverse visioni degli esperti nel modo di classificare i fossili sono influenzate dal dibattito se sono da ascrivere alla nostra linea evolutiva oppure al ramo sudafricano. Le specie dell’Homo più antico sono enigmatiche e lasciano i ricercatori incerti sui vari gradi di evoluzione fra australopithecine e Homo. Alcuni credono che il genere H. habilis e H. rudolfensis, datati 2,3 milioni di anni, fossero in realtà australopithecine e la transizione all’Homo è molto confusa. Berger ha iniziato la sua ricerca nel 2008 insieme al geologo Paul Dirks, ora alla James Cook University di Townsville, Australia, per identificare altre grotte con fossili di ominidi. Malapa si trova 15 km a nord-est del famoso sito di ominidi di Sterkfontein, esplorato dai minatori nel XX secolo e, scavando dopo il ritrovamento di Matthew, Berger ha trovato negli stessi sedimenti un cranio completo e uno scheletro completo di giovane di 11-12 anni e quello di una donna adulta. Dirks fece datare gli strati immediatamente sotto i fossili a Berna, in Svizzera, e a Melbourne in Australia e trovò 2,024 e 2,026 milioni di anni. Uno studio paleo-magnetico stabilì che i fossili si erano depositati fra 1,95 e 1,78 milioni di anni fa. I ricercatori accettano la datazione e ritengono che si tratti di una nuova specie di transizione fra australopitecini e il primo Homo. Berger sostiene da tempo che l’Australopithecus africanus, più delle specie più recenti cui appartiene Lucy (A. afarensis) è il reale precursore della specie Homo. Il suo team afferma che l’A. sediba ha caratteristiche comuni ad ambedue i generi. Il cervello del ragazzo, il 95% dell’adulto, ha un volume di 420 cmc da confrontarsi al più piccolo del genere Homo che raggiunge i 510 cmc. Lo scheletro del ragazzo ha le dimensioni di 1,3 m, tipico di un australopitecino, e in conclusione l’A. sediba assomiglia all’A. africanus che è vissuto in Sud Africa fra 3,0 e 2,4 milioni di anni fa. Le diversità dell’A. sediba sono quelle che lo avvicinano al genere Homo. Rispetto alle austalopithecine ha denti più piccoli, ossa delle guance più pronunziate e naso più prominente, gambe più lunghe e ossa pelviche più simili a quelle dell’H. erectus, specie nota in Africa come H. ergaster e considerata predecessore dello’H. sapiens che è apparso in Africa 1,9 milioni di anni fa. Altri non sono molto convinti di questi confronti con l’Homo. Le caratteristiche comuni dell’A. sediba con l’Homo sono poche e possono rientrare nella variabilità della specie. Date le piccole dimensioni del cranio, il nuovo ritrovato rimane fra le australopithecine pur essendo un esemplare importante nella casistica delle origini della nostra specie.