IL PETROLIO E IL DEMONE IRRAZIONALE DEL MERCATO

In questi giorni il prezzo del petrolio è in calo. E’ sufficiente la nota dell’Energy Information Administration sull’aumento delle scorte di greggio degli Stati Uniti, inaspettato peraltro visto il segnale di segno contrario fornito dallo stesso dipartimento soltanto venti giorni or sono, a tamponarne la spinta all’aumento di prezzo. Nei massmedia, i toni allarmistici di poche settimane fa lasciano il passo a osservazioni pacate e tranquillizzanti. Una spirale isterica che trova analogie nella vulgata sui cambiamenti climatici. Con una nevicata invernale, manco fosse quella romana e leggendaria d’agosto del 358, si riaffaccia lo spettro delle glaciazioni senza traccia d’imbarazzo per gli articoli ancora caldi sulla desertificazione incombente, il surriscaldamento dell’atmosfera e degli oceani, le ondate di calore killer ecc.

Il prezzo del petrolio ha superato il tetto di 100 dollari al barile. Una memorabile soglia psicologica! La stampa si è affrettata a segnalare quanto questo prezzo evocasse scenari… Scenari, l’importante è che fossero scenari, più apocalittici o meno apocalittici ma scenari. Perché lo scenario impressiona, lo scenario presuppone un analista, un esperto che lo ha prodotto, una parvenza di razionalità applicata che rassicura. Chi è l’esperto più esperto, l’esperto più in voga? Chiamatelo, sentiamolo. Conosci un esperto, c’è un esperto a portata di voce? Sentitelo, chiamiamolo. E allora è andata in scena l’ennesima saga degli analisti, interviste su interviste: dove arriverà il prezzo del petrolio? 100 dollari è un prezzo alto? Quale il legame con l’esaurimento delle fonti fossili? La stessa musica che si era sentita non più di due anni fa, quando il greggio varcò una precedente soglia psicologica (50 dollari al barile). Recentemente, un autorevole esponente ENI in un articolo sul Sole24ore* ha argomentato in merito muovendo da un’asserzione fondamentale: “un demone dell’irrazionalità plasma a suo piacimento l’andamento del prezzo dell’oro nero”. Tuttavia, a ben leggere lo stesso articolo tra le ragioni di quel demone ne emerge una molto razionale. A fronte degli aumenti dei consumi mondiali di petrolio, anche se a tassi ridotti rispetto a 5 anni fa, l’industria petrolifera deve cercare di aumentare la propria spare capacity (capacità produttiva non utilizzata), attualmente bassa, e quindi investire massicciamente in ricerca e sviluppo, come in effetti sta facendo sostenuta dai prezzi alti.

Non sappiamo enunciare le relazioni esatte tra circostanze geopolitiche e prezzi del petrolio nel ciclo azione-effetto-retroazione. Ne sappiamo se la fase attuale corrisponde allo stadio maturo e quasi terminale dell’era del petrolio, come sostengono i fautori della teoria del picco di Hubbert. Siamo ancora interni al sistema, e Godel ci insegna che osservandolo e misurandolo ne alteriamo le caratteristiche. Quando saremo in grado di valutare la parabola economica del greggio, come oggi facciamo retrospettivamente con l’olio combustibile di balena, una fonte energetica diversa lo avrà sostituito nel ruolo di fonte primaria.

Qualcosa possiamo però prevedere, nella fattispecie alcuni effetti dei prezzi alti del petrolio, il che significa avvalorarne ulteriore giustificazione nel lungo periodo. Samuel W. Bodman, ministro dell’energia USA, in occasione dell’ultimo World Energy Congress tenutosi a Roma lo scorso settembre, ha dichiarato che un prezzo alto del barile oltre a dare impulso agli investimenti in esplorazione e sviluppo di nuove risorse petrolifere, comprese le sabbie bituminose canadesi e venezuelane, può contribuire allo sviluppo sostenibile e alla lotta contro i cambiamenti climatici, nel favorire la competitività delle fonti rinnovabili e un uso più razionale delle fonti fossili.

Che il demone dell’irrazionalità non sia invece lungimirante?

F.Catino
erambiente.net