RASSEGNA STAMPA 06.05.2005

 

CORRIERE ADRIATICO
“Via ogni ombra sul rogo killer”

La difesa dell’Api: “L’assoluzione è piena”. La procura: “Valutiamo l’appello”

di EMANUELE COPPARI

FALCONARA - “L' assoluzione è stata pronunciata con il secondo comma dell’articolo 530 (la vecchia insufficienza di prove; ndr) e quindi il rinvio a giudizio era assolutamente motivato e non avventato. C' era bisogno di un riscontro dibattimentale”. Il procuratore della Repubblica Vincenzo Luzi commenta la sentenza con cui il Tribunale ha assolto cinque dei sei imputati - tra cui alcuni dirigenti della raffineria Api di Falconara - per l' incendio che il 25 agosto 1999 costò la vita a due operai. Il giudice monocratico Vincenzo Capezza ha riconosciuto la responsabilità solo dell’operaio Gaetano Bonfissuto, che materialmente aveva allestito la linea durante il trasferimento di benzina durante il quale si verificò l’esplosione. Sono stati invece scagionati i vertici dell’Api - tra cui l’ex direttore Giovanni Saronne e l’attuale dirigente Franco Bellucci - accusati di aver omesso controlli circa la manutenzione degli impianti interessati dall’incendio. “Attendiamo la motivazione - ha concluso Luzi - per valutare l' eventuale appello contro la sentenza”. Non scarta l’ipotesi della richiesta di un secondo grado di giudizio neppure la difesa dei vertici della raffineria, parola dell’avvocato Giacomo Vettori. Il processo ha riconosciuto l’estraneità degli imputati, “se non ci convincesse questa piccola ombra che il legislatore ha lasciato pur avendo abolito la formula dubitativa avremmo tempo e modo per cercare di correggerla”. Il giorno dopo fa ancora discutere la sentenza sul rogo killer che bruciò due vite nell’alba tragica del ’99. L’Api esulta ma avrebbe voluto una vittoria senza se e senza ma. “Non mi sembra ancora chiara la ragione di qualche perplessità che ha portato ad applicare il secondo comma del 530, anche se non corrisponde più all’insufficienza di prove, ed è pur sempre un riconoscimento di innocenza piena”. La motivazione del giudice, continua, “potrebbe essere radicata sulla contraddittorietà dell’impostazione accusatoria di partenza che né pm né parti civili hanno potuto adeguare alle emergenze processuali”. Tutto quello che è stato raccolto durante il dibattimento lungo un anno, “ha reso assolutamente inaccettabile e impensabile che ci fossero carenze e debolezze soprattutto quella delle condizioni di salute della pompa che il pm aveva ipotizzato”. E il pezzo di calcestruzzo che ci sarebbe finito dentro? Qui Vettori riprende un passo dell’ultima memoria scritta. “Il pm come San Pietro aveva costruito la sua chiesa su una pietra ma una volta che la pietra si è sbriciolata è crollata l’intera chiesa, e tutto il teorema sul quale l’accusa era nata”. La camera di consiglio di quattro ore “è il segno di una particolare attenzione e scrupolo anche per superare quella che avrebbe potuto essere una soluzione più facile e comoda, in questi casi è più facile condannare che assolvere”. A rendere un po’ più amaro il sorriso è la condanna di Bonfissuto, accusato di aver lasciato aperta una valvola che doveva restare chiusa, e della raffineria (il suo datore di lavoro) a risarcire le parti civili. “Bonfissuto - argomenta Vettori - abbia o non abbia correttamente manovrato la valvola 279 ha costituito il primo anello di una catena, e i periti avevano parlato di una serie di concause ognuna necessaria ma non sufficiente”. Anche ammesso l’errore dell’operaio addetto all’allestimento della linea, conclude l’avvocato, “non vedo come l’errore possa essere ricollegato all’evento con tutto quello che è successo dopo”.

Nessun reato per gli scarichi dell’autolavaggio

Rifiuti nell’Esino, prosciolti i quattro accusati di violazione delle norme di protezione delle acque

FALCONARA - Il tribunale di Ancona ha assolto ieri quattro persone accusate a vario titolo di contravvenzione alle norme sulla protezione delle acque e smaltimento rifiuti, per gli scarichi dell’autolavaggio situato vicino al parco sosta della raffineria Api di Falconara, che nel 2002 finirono nelle fognature e da lì, attraverso un fosso di scarico, nel fiume Esino. Sotto processo erano finiti per citazione diretta della procura, Silvano Manuali (titolare della ditta Mac che gestisce l' autolavaggio) e Luciano Poggi (legale rappresentante della società di Ravenna che installò le attrezzature), oltre all’ ex presidente del Cam di Falconara Gianni Maresca, recentemente deceduto, e al direttore di Gorgovivo Patrizio Ciotti. Questi ultimi due erano accusati di aver violato le norme sullo smaltimento di rifiuti speciali non pericolosi. L’autolavaggio aveva consegnato alla ditta di nettezza urbana alcuni rifiuti fangosi da trasportare, per lo smaltimento, presso un impianto di Gorgovivo presuntivamente non autorizzato. Accogliendo le richieste delle difese - rappresentate dagli avvocati Maurizio Lucangeli, Marco Pacchiarotti e Ennio Tomassoni - il giudice Paola Moscaroli ha ritenuto invece che l’ impianto di Gorgovivo fosse autorizzato a trattare quel tipo di fanghi e che non sussistessero responsabilità penali a carico di tutti gli imputati. Contestualmente il tribunale ha comunque dichiarato estinto il reato contestato a Marescia. Anche il pm onorario Vincenzo Brengola aveva chiesto l’assoluzione degli imputati.

 
MESSAGGERO

Api, l’operaio condannato: «Io non ho fatto errori»

Il giorno dopo la sentenza. L’unico colpevole dell’esplosione del 25 agosto ieri era normalmente al lavoro. «Tante manifestazioni di solidarietà». Bonfissuto: «Se qualcuno ha sbagliato non sono io, quella valvola non l’ho lasciata aperta»

di LETIZIA LARICI

FALCONARA «Non me l’aspettavo, ma la mia coscienza è a posto». Quella sentenza proprio non se l'aspettava. Gaetano Bonfissuto, l'unico a incassare una condanna per il rogo del 25 agosto 1999 alla raffineria Api in cui bruciarono le vite di Mario Gandolfi e Ettore Giulian, è rimasto sorpreso di fronte alla sentenza emessa mercoledì sera dal giudice monocratico Vincenzo Capezza che gli ha inflitto un anno e 6 mesi con le attenuanti generiche. Otto mesi in più rispetto alla pena chiesta dal Pm. Amareggiato per l'epilogo, ma sereno perchè convinto della propria innocenza, Bonfissuto, che era stato accusato di aver scatenato un effetto domino lasciando aperta una valvola che doveva restare chiusa, ieri è andato regolarmente al lavoro. «Pensavo di uscirne pulito - ammette - ma quel che conta è che mi sento a posto con la coscienza. So di non aver commesso errori, di non aver lasciato aperta quella valvola, sempre che effettivamente lo fosse». Bonfissuto, 56 anni, nativo di Tripoli ma residente in Ancona da quarant'anni e da 35 operaio nello stabilimento Api di Falconara con varie mansioni, all'epoca della tragedia era addetto all'allestimento della linea di benzina che fu al centro dell’esplosione. Poco più tardi fu sollevato da quell'incarico e trasferito al centro consegne documenti agli autotrasportatori. «Nei giorni successivi all'incendio fui additato da tutti i colleghi come l'unico vero colpevole dell'accaduto - racconta - Per due settimane mi trattarono come un assassino, poi si resero conto che stavano sbagliando. Oggi (ieri per chi legge; ndr) ho ricevuto molte testimonianze di solidarietà. Si sono tutti detti dispiaciuti e sbalorditi per la sentenza». I motivi che hanno portato il giudice Capezza a condannare l'operaio e a prosciogliere gli altri cinque imputati, tra cui i vertici aziendali ma anche l'altro addetto alla linea di trasferimento del carburante Pierfrancesco Carletti, si conosceranno tra due mesi. Anche Bonfissuto aspetta di saperne di più, perchè per ora dice di «non riuscire a capacitasi del perchè». In ogni caso, aggiunge, «sono fiducioso nel ricorso in appello». Sì, perchè l’operaio ribadisce: «Non ho colpe e sono sereno. Stanotte (ieri ndr) ho dormito senza problemi per poi venire tranquillamente al lavoro». Una responsabilità all'origine di quello spaventoso rogo, però, ci dovrà pur essere. «Credo - spiega - che la causa sia da imputare ad un errore tecnico commesso nei giorni precedenti. La linea in questione, quella i trasferimento della benzina verde al deposito nazionale, era stata svuotata per riempire alcuni serbatoi nei quali mancava del prodotto. Sono certo che, proprio per il fatto che non era più piena, al suo interno si sia formata una bolla di ossigeno che ha innescato la combustione. Non so se la valvola fosse aperta, come ipotizzato, personalmente non la controllai perchè la mansione non rientrava tra le mie competenze. In ogni caso si sarebbe trattato di un'anomalia che a mio avviso non avrebbe potuto influire più di tanto sull'incidente».

Anche i sindacati non sono convinti: «Responsabilità da cercare più in alto»

di Le.La.

FALCONARA L’esito del processo per il rogo del 25 agosto 1999 lascia perplessi i sindacati, spiazzati dalla decisione del giudice Capezza che ha condannato il solo Gaetano Bonfissuto, prosciogliendo, seppur per mancato raggiungimento di una piena prova di colpevolezza, gli altri cinque imputati e in particolare i vertici aziendali (tra i quali l'attuale direttore Bellucci e quello dell'epoca Saronne). «In attesa di leggere le motivazioni per capire meglio la questione - commenta Andrea Fiordelmondo della Uil - crediamo comunque che le responsabilità, quanto meno morali, vadano ricercate tra le alte sfere. Se c'è una colpa, non può essere di chi esegue ma di chi organizza». Fiordelmondo e Daniele Paolinelli della Cisl, si dicono «contrariati da una sentenza che va a punire solo l'ultimo gradino della scala gerarchica». Anche perchè «non può bastare una valvola lasciata incautamente aperta per scatenare quel putiferio. In questo caso dovrebbero innescarsi una serie di misure di sicurezza per porre immediatamente riparo all'errore». Contento che la decisione ponga l'accento sulle responsabilità, Paolinelli ritiene che «Bonfissuto ricoprisse solo un ruolo marginale» e che «se di errore si è trattato, va riferito alla procedura di cui è responsabile l'azienda e non il singolo operaio». La sentenza emessa l'altro ieri impone anche al gruppo petrolifero di risarcire i danni provocati dallo scoppio a Comune di Falconara, ai comitati di Villanova e Fiumesino e a undici residenti. Risarcimento che dovrà essere quantificato dal guidice civile. Comprensibile la soddisfazione dell'amministrazione: «Con il riconoscimento del danno provocato alla città - osserva l'assessore all'ambiente Giancarlo Scortichini - si evidenzia come in quell'azienda accadono eventi pericolosi. Quanto alla verità giudiziaria, ne prendiamo atto anche se non nascondiamo che ci convinceva molto di più l'impianto del pubblico ministero. Valuteremo le motivazioni, intanto continuiamo a nutrire forti dubbi sulla sicurezza e sulla gestione interna». Altrettanto comprensibile da questo punto di vista la soddisfazione dei comitati ai quali è stato riconosciuto il diritto di costituirsi parte civile. «Una decisione storica che ha visto risarcire per la prima volta un gruppo di cittadini uniti contro la raffineria Api - commenta Loris Calcina, uno dei portavoce - Dopo quello che è accaduto intendono costituirsi in sede civile altre 120 famiglie residenti nei pressi della raffineria. Andranno tutte dal giudice incaricato di quantificare il risarcimento per essere ammesse al riconoscimento del danno». Quanto alla sentenza, per Calcina «la decisione di condannare un operaio piuttosto che i vertici aziendali non elimina i nostri dubbi. Che restano tanti e che ci auguriamo vengano chiariti nel processo d'appello». Non sorpresa ma amareggiata è Elsa Mattioni, vedova di Mario Gandolfi che in quel rogo perse la vita: «Me l’aspettavo. Capisco l’assoluzione dei vertici dell’azienda perchè sono meri esecutori di ordini, ma non è giusto che paghi solo un operaio, l’ultimo dei poveretti finiti nell’ingranaggio».

Api, parla il pm Tedeschini: «Una sentenza difficile da accettare»

Dopo l’assoluzione dei vertici Processo

di GIAMPAOLO MILZI

C'E’ UN sasso nella scarpa del sostituto procuratore della Repubblica Cristina Tedeschini. E le fa male, dopo la sentenza che ha scagionato da ogni responsabilità o leggerezza i due direttori, i due funzionari e l'operaio dell’Api che il pm di questo processo lungo e delicato voleva fossero tutti condannati assieme al sesto imputato, la tuta blu Bonfissuto. Paga solo lui penalmente, per il rogo, per il duplice omicidio colposo del 25 agosto 1999, quando le fiamme avvolsero parte della raffineria e morirono Mario Gandolfi ed ettore Giulian. La pubblica accusatrice del generale stile gestionale e operativo della raffineria non lo dice - in attesa di leggere le motivazioni di un verdetto che rispetta, quello del giudice Vincenzo Capezza, difficile da decifrare a caldo - ma è come se quel sasso fosse uscito dalla pompa collassata nell'area Sif della raffineria e schizzato via a demolire l'intera impalcatura inquirente. Già, perchè è proprio sulla presenza galeotta, perché doverosamente da evitare, di quel pezzetto di calcestruzzo dentro la pompa, sulla sua capaciità di forarla e determinare la fuoriuscita dei 50 metri cubi di carburante che vaporizzandosi bruciarono le vite dei tecnici Gandolfi e Giulian, «che io e i periti avevano costruito l'impalcatura collettivamente colpevolista, che evidenziava una dinamica di cause capace di spiegare l'incidente». L'altra concausa, a monte, era l'allestimento scorretto, con l'anomala apertura della valvola 279, lungo la linea 29 di trasferimento della benzina verde al tank nazionale, con conseguente messa in connessione di quel circuito con quello dell'area Sif. Una dinamica che potrebbe essere invece stata bocciata in toto dal magistrato giudicante, che ha ridotto al solo Bonfissuto, addetto all'allestimento di quella linea, reo di non aver chiuso la valvola, le responsabilità. «Oppure no, visto che l'assoluzione per gli altri è arrivata perchè dal dibattimento non sono emerse prove certe di colpevolezza», ipotizza il pm.

Autolavaggio

Il tribunale ha assolto Silvano Manuali (titolare della ditta Mac che gestisce l'autolavaggio vicino al parco sosta della raffineria Api), Luciano Poggi (legale rappresentante della società che installò le attrezzature), l'ex presidente del Cam Gianni Maresca, recentemente deceduto, e il direttore di Gorgovivo Patrizio Ciotti dall’accusa di aver violato le norme sulla protezione delle acque e smaltimento rifiuti, per gli scarichi che nel 2002 finirono nelle fognature e da lì nel fiume Esino.

 
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