RASSEGNA STAMPA 07.11.2003

 

CORRIERE DELLA SERA
Prestige, ancora in mare 10 mila tonnellate di petrolio

Contaminati migliaia di chilometri di coste spagnole, francesi e portoghesi. Greenpeace: si provocò la morte di almeno 250 mila uccelli

Un anno fa il naufragio della nave vicino alle coste della Galizia. Il Wwf: danni per 5 miliardi di euro

di Mario Porqueddu

Lunedì 20 ottobre 2003: un documento dell’Agenzia marittima e della Guardia costiera britannica comunica l’arrivo del petrolio della Prestige sulle coste dell’isola di Wight, nel Kent e in altre zone del Sud dell’Inghilterra. Due giorni dopo, da Cherbourg, l’agenzia di stampa France Press scrive: «Dalla Manica ai Paesi Bassi, il petrolio della Prestige chiazza le spiagge». Venti e correnti continuano a spostare l’olio versato in mare da quella petroliera appartenente a una società liberiana e battente bandiera delle Bahamas. Fra pochi giorni sarà passato un anno. Era il 13 novembre del 2002 quando sulla fiancata di tribordo della vecchia nave a scafo unico (uscita dai cantieri 26 anni prima) si aprì una falla. L’Sos partì mentre la sua nave incrociava a 28 miglia (50 km) dal Finisterre di Galicia, Nord-ovest della Spagna. Di lì a sei giorni la Prestige, che trasportava 77 mila tonnellate di olio combustibile pesante dalla Lettonia verso Gibilterra, si sarebbe inabissata a 234 chilometri dalle coste spagnole. Perché nel frattempo Madrid, con una scelta che ancora oggi fa discutere, aveva deciso di rimorchiarla al largo. Il risultato, in ogni caso, fu - anzi, è tuttora - un disastro ambientale con pochi precedenti. Fra il 13 e il 19 novembre dai serbatoi della Prestige si riversarono nell’Atlantico decine di migliaia di tonnellate di idrocarburi. Secondo il Wwf, che ieri ha presentato il suo rapporto a un anno dall’incidente, le tonnellate furono 64 mila. Per le autorità spagnole - accusate dall’Associazione ambientalista di minimizzare - il 60% in meno. Di certo migliaia di chilometri di costa furono raggiunti dalla marea nera. In Spagna, con le conseguenze più devastanti, ma anche in Francia e in Portogallo. Gli effetti, per il Panda, si faranno sentire almeno per i prossimi 10 anni. La stima dei danni, presentata giorni fa a Londra nella sede del Fondo internazionale d’indennizzazione per le polluzioni di petrolio, è di 1 miliardo e 100 milioni di euro. Il Wwf, invece, li calcola in 5 miliardi di euro (con un crollo dell’80% del pesce pescato nelle acque colpite dal fuel). I risarcimenti possibili sono lontani da entrambe le cifre. Il massimale di cui dispone il Fondo - che è alimentato dai petrolieri e del quale l’Italia è uno dei più importanti contribuenti in ragione della quantità di petrolio che approda nei nostri porti - è di 171,5 milioni di euro. Altri soldi sono arrivati e arriveranno dall’Ue. Ma non basteranno. E comunque il Fondo non risarcisce danni ambientali: non sono «ragionevolmente quantificabili in termini economici». Greenpeace e Wwf dicono che l’olio della Prestige ha ucciso fra 250 e 300 mila uccelli marini: quanto «costano»? E quanto valgono fondali, crostacei, pesci, spiagge? Difficile dirlo. Del resto,la scienza ancora non conosce con certezza la natura delle trasformazioni che possono intervenire nel tempo nell’ecosistema marino colpito da idrocarburi. Oggi, chiazze di melassa nera - in tutto una quantità di olio che oscilla, secondo il Wwf, tra 5 e 10 mila tonnellate - sono ancora in mare. Nei serbatoi della nave, a 3.800 metri di profondità, c’è tutto il combustibile che non finì in acqua. L’altro ieri il responsabile delle operazioni di recupero, Ramòn Hernàn, ha detto che si comincerà a portarlo in superficie in primavera, aprile o maggio. «La Prestige deve servire da lezione», ammonisce Greenpeace. Da poco è in vigore un nuovo regolamento Ue: dal 2005 nessuna petroliera a scafo semplice carica di idrocarburi pesanti potrà salpare, attraccare o rifornirsi nei porti dei Paesi membri. Entro il 2010 le mono scafo dovranno essere ritirate. Basterà? «Qualunque nave può ancora muoversi in acque internazionali, al largo dei porti europei» commentava a settembre Peter Swift, studiandone la bozza. Swift dirige Intertanko, associazione degli armatori indipendenti di petroliere.

 
LA SICILIA
Progetto da 25 milioni di euro

Ieri un vertice a Roma per il disinquinamento. Intanto vanno avanti due inchieste della Procura

Vertice ieri a Roma al Ministero dell'Ambiente per il disinquinamento del territorio. In discussione anche un progetto di 25 milioni di euro per la depurazione delle acqua di falda. Sono stati stabiliti dei tempi per la presentazione dei progetti. Tutto questo mentre ci sono due le inchieste più importanti e recenti sull'inquinamento legato alle attività industriali per le quali la Procura di Gela il mese scorso ha avanzato richiesta di incidente probatorio al Gip del Tribunale. Una riguarda proprio il reato di inquinamento del suolo a seguito dello sversamento di sostanze derivate dal petrolio senza la successiva bonifica delle zone inquinate. Nell'occhio del ciclone la Raffineria di Gela ed il suo parco serbatoi. Appena una settimana fa le associazioni ambientaliste avevano reso noto che il sostituto procuratore Serafina Cannatà aveva avanzato richiesta di incidente probatorio perché si verifichi attraverso una ricognizione di tutti i serbatoi di stoccaggio della Raffineria in che stato sono e se ci sono perdite. Un modo insomma per passare a setaccio l'intero parco serbatoi che si sospetta non sia in regola. L'iniziativa è il secondo troncone di un'inchiesta scattata nel 1998 quando i soci di Italia nostra nel verificare i motivi della morte di sei pini a Bulala, scoprirono cinque pozzi. Le successive analisi mostrarono la presenza di sostanze petrolifere in quei pozzi. Il processo per questi fatti contro i vertici del petrolchimico è pendente al Tribunale. Qualche tempo dopo sempre i soci di Italia nostra verificarono la presenza non molto distante dai primi di altri dieci pozzi. La Procura nominò come perito un luminare del settore il prof. Gisotti. Le analisi avrebbero fatto emergere che la falda sarebbe inquinata da idrocarburi e gli ambientalisti hanno puntato l'indice sul fatto che il sottosuolo è impregnato di sostanze petrolifere. Secondo Italia nostra nel sottosuolo gelese nei pressi del petrolchimico è come se scorresse un fiume nero. Il magistrato richiedendo l'incidente probatorio ha inteso verificare in che stato sono tutti i serbatoi, se vi siano perdite di sostanze petrolifere che inquinano il suolo e la falda acquifera causando un danno notevole all'ambiente. I fatti contestati riguardano il periodo che va dal 2002 ad oggi. Ma c'è una seconda inchiesta non meno importante della prima che vede la Raffineria di Gela sotto accusa per adulterazione delle acque a seguito di continui sversamenti a mare di oli minerali e sostanze trattate negli impianti industriali. L'accusa ipotizza questo: l'acqua che arriva all'impianto di dissalazione viene prelevata a mare attraverso pompe di sollevamento che sono situate in zone interessate da un'intensa attività delle petroliere che caricano e scaricano greggio con inevitabili sversamenti a mere di prodotto. Inoltre la zona è vicina alla foce del fiume Gela dove vengono riversati i reflui industriali del petrolchimico. Il rischio è che venga prelevata acqua inquinata da sostanze petrolifere per essere dissalata. Non c'è prova di questo ma con l'incidente probatorio richiesto dal Pm Serafina Cannatà, si dovrebbe affidare una perizia collegiale avente per oggetto le modalità di gestione delle acque di mare ai fini della loro distribuzione ad uso potabile, le caratteristiche delle acque prelevate, ed in particolare le caratteristiche delle acque a valle dei diversi trattamenti cui sono assoggettate fino alla loro consegna all'Eas prima di essere miscelate con altre acque ed essere distribuite alla popolazione. E' di sabato scorso l'ultimo allarme ambientale: una perdita ad una linea sita all'isola 18 con conseguente sversamento di idrocarburi nel fiume Gela ed il blocco dell'attività di dissalazione che ha lasciato la città a secco per tre giorni.

Gela, quei serbatoi colabrodo

di Andrea Lodato

Gela. Si sono presentati ieri mattina, presto, ai cancelli dello stabilimento petrolchimico, e poi agli uffici, gli agenti spediti dalla procura della Repubblica di Gela. Hanno notificato il «provvedimento di sequestro preventivo dei serbatoi utilizzati per lo stoccaggio dei prodotti petroliferi della raffineria». Un anno di inchiesta, scaturita dalla visione di un filmato realizzato da un'associazione ambientalista, che mostrava evidenti segnali di inquinamento delle falde acquifere sottostanti la raffineria. Ma anche di gran parte dello specchio di mare antistante l'area del petrolchimico, d'ampie zone di campagne circostanti. Infiltrazioni per circa un metro, hanno accertato i periti incaricati dalla Procura. I cosiddetti «carotaggi» sono stati impietosi, precisi, inequivocabili: i serbatoi utilizzati per lo stoccaggio dei prodotti petroliferi «perdono», la loro manutenzione è decisamente insufficiente. Il sequestro, a questo punto, scaturisce inesorabile. Ma c'è di più, come precisa il verbale di sequestro: i siti, infatti, nonostante in passato vi fossero state altre inchieste, indagini, accertamenti, trattative serrate per sollecitare interventi, non sarebbero stati bonificati. Uno stato quasi di abbandono progressivo, che, secondo i magistrati, renderebbe sempre più difficile, se non impossibile, controllare e gestire entro i limiti imposti dalla legge e dalla tutela dell'ambiente e della salute pubblica, un'industria così delicata come il petrolchimico. Un brutto colpo, non c'è che dire. Ieri mattina ai responsabili della raffineria non è rimasto che prendere atto del provvedimento, e far procedere al sequestro dei serbatoi. Secondo i magistrati, comunque, «un sequestro solo di tipo preventivo, che non escluderebbe l'approvvigionamento del greggio e la sua lavorazione». In sostanza, sembra di capire, basterebbe che l'azienda individui altri serbatoi per lo stoccaggio per far procedere regolarmente l'attività. «E' una parola», replica seccamente il Petrolchimico. Di fatto secondo i vertici dell'industria gelese, questo sequestro, si chiami e si definisca preventivo per quanto si vuole, paralizza di fatto l'attività della raffineria. Comprese estrazioni e lavorazioni. Se durante la mattinata s'era attesa con qualche preoccupazione la valutazione dell'azienda e le ricadute ipotizzate, nel pomeriggio è arrivato il «verdetto». I vertici aziendali, infatti, hanno convocato le rappresentanze sindacali interne, comunicando che, letti gli atti della Procura, le motivazioni del sequestro e valutate, tecnicamente, le conseguenze provocate dal provvedimento, ci si muoverà a partire da oggi procedendo ad una chiusura graduale della raffineria. In sostanza, se non significa smobilitazione, siamo vicini ad un altro momento di gravissima crisi, simile a quello che fu vissuto lo scorso anno per la vicenda del pet coke, per cui, tra l'altro, si attende ancora il pronunciamento della Corte di giustizia europea. Siamo vicini ad un altro punto di rottura. Lo hanno detto i vertici del Petrolchimico ai rappresentanti sindacali aziendali, lo ribadiranno stamattina in un incontro fissato con i sindacati provinciali dei chimici. Ma già ieri pomeriggio, tra notizie ufficiali, sussurri, indiscrezioni, mezze verità filtrate o scappate, tutte le parti in causa hanno cercato di «leggere a fondo le carte», a cominciare dal dispositivo della Procura gelese, per trovare la via d'uscita migliore, prima di andare allo scontro e alle decisioni irrevocabili. E' il sindacato a chiedere, a gran voce, che si giochi seriamente e senza tentennamenti la doppia partita che la situazione impone: quella del salvataggio dell'azienda e quella del recupero ambientale. «Nessun compromesso - conferma senza titubanze Giovanni Faro, segretario generale della Cgil nissena - ma nessuna rassegnazione. Anche questo momento va affrontato con grande senso di responsabilità e con il massimo impegno da parte di tutte le componenti. L'azienda, i lavoratori, la stessa Procura. Cerchiamo subito di trovare il percorso comune migliore per affrontare e risolvere questo nodo. E' chiaro che la manutenzione dei serbatoi va fatta. L'inquinamento c'è, e bisogna fare in modo che si riduca, che il livello di vivibiltà dell'ambiente corrisponda agli standard richiesti. A questo punto vogliamo capire se esiste, proprio approfondendo la lettura del dispositivo di sequestro dei serbatoi, l'itinerario che, senza far scendere nessuno a compromissioni su argomenti troppo delicati, porti verso una soluzione». Si cerca, dunque, tra le righe del dispositivo, mentre potrebbe essere chiesto proprio da Cgil, Cisl e Uil un tavolo prefettizio per affrontare la situazione, e a poche ore dall'incontro che l'azienda, come detto, ha convocato con i sindacati dei chimici, per comunicare il perché della decisione di procedere alla chiusura della raffineria. In effetti lo spiraglio ci sarebbe, proprio nel dispositivo della Procura. Del resto, pur nel rispetto rigoroso, e anche di più, delle leggi e delle norme da applicare e far rispettare, i magistrati gelesi, coordinati dal procuratore Angelo Ventura, negli ultimi anni, anche quando hanno dovuto far eseguire provvedimenti che rischiavano di mettere in crisi l'azienda che fa lavorare tra diretto e indotto circa tremila persone nel bacino gelese, lo hanno fatto aprendo spiragli di dialogo e possibilismi tecnici e gestionali dell'emergenza. In questo caso proprio uno dei punti finali del dispositivo farebbe intendere che la Procura sarebbe disponibile a trovare una soluzione con l'azienda per rendere il meno pesante possibile il periodo che dovrà portare alla messa in sicurezza degli impianti. Che significa? Significa, innanzitutto, che chi ha letto quel dispositivo (azienda, sindacalisti, lavoratori), dopo i sussulti provocati dalle motivazioni portate per spiegare i motivi del sequestro preventivo, dopo avere letto le abbondanti e dettagliate spiegazioni tecniche e scientifiche con le perizie e le prove delle negligenze che hanno provocato l'inquinamento delle falde acquifere e tutti il resto, hanno potuto tirare, alla fine, un sospiro di sollievo. In quelle poche parole finali, «disponibilità a cercare soluzioni transitorie che portino alla normalizzazione», potrebbe esserci, per esempio, la possibilità di procedere modularmente alla messa in sicurezza dei serbatoi e alla bonifica dei siti. Non provvedimenti drastici e generalizzati, ma interventi che consentano di far lavorare un parte dello stabilimento, mentre si interviene sul resto. E' un'interpretazione, che si fonda sull'equilibrio che, anche di fronte ad atteggiamenti palesemente omissivi o negligenti di qualcuno, la Procura gelese ha voluto continuare a mantenere. Sarà questa la via d'uscita?

 
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