RASSEGNA STAMPA 13.06.2003

 

RESTO DEL CARLINO
«La sicurezza non ha prezzo»

FALCONARA — Intanto i Comitati sono in allarme per la questione della sicurezza alla raffineria. Dopo aver ricordato che il 2002 è stato il secondo esercizio consecutivo con il bilancio in perdita, i Comitati rilevano che «nonostante ciò l'azienda ha proseguito il rilevante programma poliennale di investimenti, con una quota di circa 30 milioni nel 2002. Di questi, le sole risorse riservate agli investimenti in sicurezza e ambiente hanno contribuito ad incrementare di un terzo l'indebitamento medio». I Comitati si stupiscono che in Provincia, Comune e Regione «nessuno sembra essere stato colpito da quanto detto dal presidente Brachetti Peretti. Nessuno dei sindacati sembra essersi allarmato per il fatto che l'esercizio in perdita sia stato determinato per un terzo dagli 'investimenti in sicurezza ed ambiente', cioè da due elementi peculiari e imprescindibili della sua attività. «Riteniamo — spiegano i Comitati in un comunicato — che obiettivamente l'affermazione di Brachetti Peretti sia da considerarsi gravissima, in quanto egli dovrebbe tenere nella massima considerazione che l'azienda che guida è una raffineria di petrolio ritenuta dalla legge europea ed italiana ad alto rischio».

i comunicati stampa emessi dai comitati

Un Consiglio regionale ad hoc

di Maria Gloria Frattagli

FALCONARA — L'intrigata vicenda del rinnovo della concessione alla raffineria Api verrà, con molte probabilità, discussa in Consiglio regionale. Infatti il consigliere regionale Cristina Cecchini è riuscita a raccogliere un quarto delle firme necessarie per ottenere la discussione del problema e dei risvolti legati all'attività di raffinazione. In tutto sono dodici i consiglieri che hanno aderito alla proposta: sei di Alleanza nazionale (Ciccioli, Novelli, Romagnoli, Pistarelli, Castelli, Gasperi); cinque di Forza Italia (Brini, Ceroni, Trenta, Grandinetti, Viventi) e Massi dell'Udc. Proprio durante questi giorni di fuoco, dove gli incontri si susseguono a ritmi sostenuti, la stessa Cecchini ha presentato il risultato di un sondaggio da lei stessa commissionato ed effettuato da Datamedia dove, il 53,8% dei falconaresi, su un campione di 400 casi, ha espresso parere favorevole alla dismissione dell'impianto oppure alla sua delocalizzazione. Il sondaggio era stato somministrato a famiglie dove erano presenti dipendenti Api e non. «Secondo noi — ha detto Carlo Ciccioli di An — è opportuno che del rinnovo della concessione alla raffineria Api, al di là dei convincimenti di ciascuno, se ne parli alla luce del sole e che al contrario non sia oggetto di una trattativa privata tra assessore regionale e società, con la partecipazione 'discreta' di sindaco e Provincia. Per cui — ha sottolineato — il dibattito in aula serve a verificare la posizione di ciascuno anche perché la presenza in commissione dell'assessore all'ambiente Amagliani, avvenuta martedì, è stata piuttosto deludente. Ho aderito quindi alla proposta della Cecchini proprio a seguito dell'incontro con Amagliani». Per i consiglieri regionali, cioè per quelli dell'opposizione, la diversità di ideali e di vedute deve essere messa da parte di fronte alla decisione di rinnovo della raffineria Api: ciascuno nella loro diversità ne vogliono parlare, prima che una decisione definitiva venga presa.

Duecento piante di lavanda per Villanova

FALCONARA — Duecento piante di lavanda saranno innestate nel quartiere di Villanova lungo la via Flaminia. Su iniziativa del Cam, attraverso il Servizio Manutenzione Verde e arredo urbano, questi fiori dal profumo antico, in passato utilizzato per profumare la biancheria nei cassetti e anticamente nominato «spighetta», verranno piantumati per arricchire la zona già interessata da lavori di rifacimento del manto stradale e dei marciapiedi. Ma l'attività del Cam rivolta al verde non si ferma alla lavanda, prosegue invece con la disinfestazione dei platani presenti sul territorio comunale dalla corithuca («la tigre del platano» proveniente dagli Stati Uniti). Ma l'arrivo dell'estate ha portato con sé anche il fastidioso problema della presenza degli insetti in città che creano disagi all'alberatura. Numerose anche le segnalazioni relative agli afidi (i comuni pidocchi, per capirci) e ai lepidotteri che si nutrono delle foglie degli aceri. Nei giorni scorsi il Servizio ha contattato l'Osservatorio fitopatologico dell'Assam di Ancona che stabilisce i metodi d'intervento più appropriati contro questi animali: si punta a risolvere il problema anche con l'aiuto di altri insetti in grado di distruggere quelli dannosi.

 
CORRIERE ADRIATICO
Fogne, problema irrisolto

Dopo le promesse in diretta, la trasmissione radiofonica di Oliviero Beha torna ad occuparsi del caso ma il Comune stavolta non interviene A distanza di sette mesi "Il falco azzurro" torna all'assalto

di MARINA MINELLI

Le fogne sono un problema drammatico e l'associazione "Il Falco Azzurro", fondata qualche mese fa da Massimo Fanelli, ha portato di nuovo la questione davanti ai microfoni della trasmissione "la radio a colori" condotta da Oliviero Beha, ma questa volta l'amministrazione comunale tace ed anche il sindaco Carletti ha preferito declinare l'invito. A quasi sette mesi dalla prima uscita radiofonica, dunque, la questione resta irrisolta. In quella occasione, l'assessore ai lavori pubblici Antonio Graziosi aveva garantito un pronto intervento, il nulla di fatto dell'amministrazione comunale ha convinto Fanelli della necessità di questa ulteriore uscita. "Lo scorso 20 novembre - ricorda Fanelli - l'assessore Graziosi ammise che il problema esiste in due punti del litorale, la Zona Disco e il tratto nei pressi della ferrovia, minimizzò però le conseguenze ed affermò che non c'è mai stato alcun pericolo per l'attività balneare in quanto il problema è circoscritto a casi di forti piogge". Infatti in alcune zone quando piove molto si verifica il fenomeno del troppo pieno e il collettore scarica a mare l'acqua in esubero. In diretta radiofonica Graziosi assicurò che esisteva un piano di intervento per risolvere l'inconveniente, con circa un miliardo di vecchie lire di un finanziamento dal Ministero dell'Ambiente, sarebbero stati allungati i pontili collocati nei due punti critici. I lavori dovevano essere affidati al Consorzio Gorgovivo Multiservizi spa, al quale il Comune ha affidato la gestione dei servizi idrici e della rete fognaria. "Sette mesi dopo nulla è stato fatto - commenta Fanelli - nonostante le promesse e le firme raccolte nel 2002 raccolte in fretta lungo l'arenile dopo l'ennesimo acquazzone che aveva trasformato l'arenile cittadino in una fogna a cielo aperto, dove scorrazzavano topi e galleggiavano escrementi". Il problema di fondo, secondo Fanelli però è un altro: "il sistema fognario non è più sufficiente in una città che cresciuta vorticosamente negli ultimi anni ed arrivata oggi ad oltre 28.000 abitanti. Poi ci sono altre questioni come il deflusso delle acque dei fiumi, la presenza della raffineria Api, il vicino porto di Ancona, tutti elementi che contribuiscono a rendere il problema inquinamento acque allarmante, soprattutto nella stagione estiva, quando gli stabilimenti si riempiono di bagnanti". Dopo inutili promesse di incontro da parte del sindaco, Massimo Fanelli lo scorso 26 ottobre ha inviato un esposto direttamente al Tribunale Europeo di Strasburgo sottolineando che la rete fognaria di Falconara, lunga 66 km, risale agli anni 50 ed è ormai insufficiente e inadeguata, considerata anche la particolare conformazione geomorfologica della città. "Sarebbe necessario rinnovarla completamente, ma a quanto sembra il Comune non ha nessun interesse".

 
IL GAZZETTINO on line
Black out a Porto Marghera Petrolchimico spento senza corrente

EMERGENZA CALDO Rubinetti a secco, livello del Sile più basso di 80 centimetri.

Malori a ripetizione a Venezia e sulle spiagge, in poche ore due anziani fulminati da infarto

Mestre Quel che chiedono da anni gli ambientalisti e che tecnici e industriali ritengono pericolosissimo è avvenuto con una semplicità non degna dei processi chimici: il Petrolchimico si è spento. Nessun incidente, solo un "fuori servizio" che ha provocato l'interruzione dell'energia elettrica e ha mandato in tilt 5 tra i più importanti impianti dell'area. Risultato: tutti i gas presenti nelle tubature sono stati bruciati nella fiaccola di Fusina. Una fiamma altissima si è sprigionata ed è stata vista da Venezia, da Mestre, da Marghera, tanto che i centralini delle forze dell'ordine sono stati sommersi da una marea di telefonate. Situazione sempre più critica per il caldo record in questi giorni. I consumi elettrici sono cresciuti del 18 per cento, quelli idrici (a causa dell'uso smodato di condizionatori d'aria) del 20. Ma la prolungata siccità ha impoverito le risorse: il livello del Sile è più basso di 70-80 centimetri rispetto alla media. Inevitabili le conseguenze per la salute. Decine e decine gli interventi del Suem di Venezia in seguito a ripetuti malori. E due persone hanno perso la vita ieri in seguito ad infarti probabilmente collegati alla eccessiva temperatura. Un pensionato di Castello stava recandosi in un negozio di generi alimentari quando è stramazzato al suolo senza vita. Sul posto sono intervenuti gli agenti delle Volanti e l'Ivep. Analoga sorte è toccata a un uomo che lavorava al convento del Redentore. Secondo il Suem di Venezia i punti più critici sono rappresentati dai vaporetti e dai pontili dell'Actv. Vera e propria emergenza anche al Lido dove non si contano gli interventi al Punto di primo intervento.

La fiaccola di Fusina riaccende la paura

Un black out dell'energia elettrica manda in tilt 5 impianti del Petrolchimico. Nessuna conseguenza per l'ambiente e le persone

di Paolo Navarro Dina

Mestre Il Petrolchimico è andato in tilt. E per un errore umano. L'improvviso black out, scattato l'altra notte attorno alle 23.30, ha coinvolto ben cinque impianti: Polimeri Europa, Evc, Cloro-soda, Montefibre e Dow Chemical Italia. Ma ciò che più ha causato allarme è stata la cosiddetta "fiaccola" di Fusina, quella che sovrasta la centrale Enel, il depuratore Vesta, la darsena Dalla Pietà e il camping: si tratta di un traliccio che porta ad un'altezza di decine di metri la bocca di un grosso tubo proveniente dal Cracking della Polimeri Europa, ex impianto di EniChem (oggi Syndial). Quando l'impianto va in tilt, in quel tubo vengono convogliati e bruciati tutti i gas presenti nell'impianto: e di notte la fiamma che si sprigiona dal "camino" si vede da chilometri di distanza. Tanto che l'altra notte l'hanno notata da tutta Marghera, ma anche dalla Giudecca, da buona parte del centro storico e chiaramente da Fusina. Numerose sono state le telefonate giunte ai centralini dei Carabinieri, del commissariato di polizia di Marghera, ma anche alla redazione del nostro giornale. E ieri sera il fenomeno si è ripetuto, in fase di riattivazione dell'impianto. Il ricordo e la paura scatenata dalle drammatiche sequenze del 28 novembre scorso, quando esplose un pezzo dell'impianto Tdi5 della Dow Chemical, sono ancora nella mente di tanti. Tutto è iniziato alle 23.30, quando una fiamma prolungata è uscita dalla sommità della fiaccola. Il fuoco sprigionatosi ha letteralmente bruciato, dal momento del blocco fino alle 8 di ieri mattina, circa 800 tonnellate di prodotti gassosi. Il picco massimo di invio alla "fiaccola" è stato di 260 tonnellate. Si tratta di materiale combusto e che, quindi, non ha portato secondo i tecnici ad alcuna conseguenza nell'atmosfera. Dal punto di vista della natura qualitativa dei gas combusti trattasi di miscele di idrocarburi contenenti idrogeno, metano, etilene, propilene e idrocarburi c4. Ma anche gli esperti del settore ambientale dell'Arpav intervenuti sul posto hanno verificato che il materiale ha dissolto nell'aria solo anidride carbonica e acqua. La causa dello spavento dei residenti a Marghera, ma anche di coloro che anche dal centro storico hanno visto la gigantesca fiamma nella zona industriale si deve ad un errore umano. Attorno alle 21, la centrale elettrica Edison di via della Chimica aveva segnalato ai tecnici della Syndial - che nell'area del Petrolchimico si occupa della gestione dei servizi (elettricità, vapore, acquedotto industriale) - che vi era la necessità di controllare uno dei due trasformatori da 110 megavoltampere (come dire energia per alimentare almeno una ventina di centri commerciali) che forniscono energia elettrica all'area dei nuovi impianti del Petrolchimico. E proprio mentre i tecnici Syndial stavano effettuando un collegamento da un trasformatore all'altro - nonostante fossero state prese tutte le precauzioni del caso e l'intervento fosse stato condotto secondo le norme - è avvenuto il blocco nell'erogazione della corrente elettrica. Di conseguenza, nel giro di una frazione di secondo, i cinque impianti del Petrolchimico sono andati in blocco causando non solo l'interruzione della produzione, ma anche la fuoriuscita del materiale lungo il tubo del Cracking che ha scatenato la "fiaccola". Gli impianti sono rimasti fermi per circa mezz'ora. Trascorsi trenta minuti sono iniziate le operazioni di riavviamento delle strutture. E per alcune di loro si è trattato di interventi che si sono protratti per tutta la giornata di ieri. Una vicenda, dicevamo, che ha suscitato nella popolazione il ricordo di ciò che accadde il 28 novembre dell'anno scorso quando un incendio danneggiò l'impianto del Tdi5 nell'area Dow Chemical (anche se in questo caso non è accaduto nulla di grave e le procedure d'emergenza hanno funzionato come dovevano): per ore Venezia, Mestre e l'entroterra mestrino rimasero con il fiato sospeso per il fumo sprigionato dall'impianto in atmosfera. Ma almeno su un elemento vi sono delle inquietanti analogie: anche in questo caso la macchina informativa è scattata con un ritardo di circa mezz'ora. Un episodio criticato dal Comune di Venezia che, in una nota, ha lamentato che l'annuncio del fax di attivazione delle "fiaccole" di sicurezza sia giunto dopo 30 minuti dall'evento. «Un ritardo cronico di quasi mezz'ora - dice una nota di Ca' Farsetti: - alle 23.25 rispetto alle 23 di inizio evento. Peraltro si era già verificato che la Polizia municipale e il Centro operativo territoriale (Cot) si erano già attivati per accertare la natura dell'incidente. Così, nell'arco di pochi minuti, con i contatti intercorsi tra i responsabili della Protezione civile, i Vigili del fuoco e il tecnico di turno dello stabilimento è stato possibile verificare che non rappresentava alcuna situazione di rischio o pericolo per la popolazione». Intanto, proprio nelle ore più delicate dell'intervento nell'area del Petrolchimico, la Municipalità di Marghera su sollecitazione di numerosi cittadini spaventati per la "fiaccola" aveva istituito in quattro e quattr'otto un presidio che da un lato cercava di reperire informazioni dai tecnici dell'azienda e, dall'altro, informare chi si rivolgeva alla sede istituzionale di quartiere. È stato grazie all'attività del presidente della municipalità, Roberto Turetta, e al delegato Vittorio Baroni che è stato possibile offrire almeno alcune sommarie notizie dell'evento che si stava compiendo a poca distanza dalle loro case. A partire dall'ennesima esperienza di "rischio ambientale", la Municipalità di Marghera rilancia la riflessione, ma anche l'azione per la tutela dell'ambiente e della salute in una zona delicata dal punto di vista industriale sulla base del "Progetto Marghera Sicura".

Industriali: «Danno per parecchi miliardi»

Critiche del Comune per i ritardi nell'informazione

Mestre «L'aspetto più preoccupante è stato il mancato avviso ai cittadini. Non è la prima volta che ciò accade. Bisogna che tutti coloro che hanno compiti importanti nell'area di Porto Marghera si impegnino al massimo per garantire la massima informazione. Questo luogo non è uguale agli altri». Gianfranco Bettin, prosindaco di Mestre, non nasconde la rabbia per come sono state gestite le informazioni dopo quest'ennesimo episodio avvenuto nella zona industriale. «Certo - aggiunge - ben presto è stato ricostruito che l'evento è stato poco significativo, anzi per lo più folcloristico, ma è incredibile che io come tanti altri lo si abbia appreso dal classico "passaparola" tra i cittadini. Gli enti competenti sono stati avvisati tutti con qualche ritardo». Una conferma che arriva anche dal comunicato ufficiale del Comune che ribadisce le proprie critiche per i ritardi nelle informazioni. E a Ca' Farsetti, nonostante tutto, è toccato il compito di "governare" l'episodio con un gruppo di intervento che ha visto la partecipazione del sindaco Paolo Costa, del comandante provinciale dei Vigili del fuoco, Adriano Pallone, dell'assessore alla Protezione civile, Michele Mognato, del comandante della Polizia municipale, Francesco Vergine e del direttore della Protezione civile Gianluigi Penzo. Sull'episodio è intervenuto anche l'Assindustria con Nelson Persello. «Si è trattato di un guasto all'alimentazione elettrica della rete che rifornisce l'area dei nuovi impianti del Petrolchimico - sottolinea - Al di là di quanto è accaduto, di sicuro ci sarà da rilevare un notevole danno economico per l'improvvisa fermata degli impianti di produzione di tutta l'area del Petrolchimico. Va detto, comunque, che proprio la presenza della "fiaccola" sta a significare che il materiale è stato tutto bruciato. Non vi è stato quindi alcun problema di emissione di fumi nell'atmosfera. Ora bisognerà riavviare gli impianti tenendo conto di tutte le procedure di sicurezza scattate immediatamente dopo l'arresto delle strutture». E sulla vicenda sono intervenuti anche il presidente della Municipalità di Marghera, Roberto Turetta e il delegato alla comunicazione, Vittorio Baroni. «É importante continuare a diffondere - sottolineano - la cultura della prevenzione al rischio industriale. Da questo punto di vista è assolutamente fondamentale il lavoro svolto con il Progetto Marghera Sicura assieme al Servizio protezione civile e rischi industriali del Comune. Per questo va ricordato il primo corso di formazione per i volontari della protezione civile che si concluderà sabato prossimo con la creazione di un gruppo specializzato nel rischio industriale e che avrà come obiettivo l'istituzione di una "rete cooperativa del territorio" e l'avvio di esercitazioni per simulare allarmi per incidenti industriali».

 
LA SICILIA
Priolo, ecco il «day after»

di Andrea Lodato

Catania. Ascoltati venticinque personaggi legati al mondo delle industrie chimiche del Siracusano, sentiti quindici rappresentanti di enti e istituzioni, lette alcune delle carte che contengono i primi risultati della Procura, la "Commissione Parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse" è arrivata ad una conclusione inquietante. E scontata. Errori, negligenze, leggerezze e superficialità che sono state consumate nell'area chimica tra Priolo e Melilli, non sono episodi locali, non fatti da circoscrivere a questi siti. Rientrano nel perverso sistema industriale del settore chimico che in tutto il Paese, per decenni, ha seminato fabbriche con un baratto letale. Per garantire lavoro e occupazione, in sostanza, si è chiesto alle industrie di occupare anche più personale di quanto ne servisse, per creare posti di lavoro in aree tendenzialmente povere e depresse. E in cambio? «In cambio - spiega il presidente della Commissione, Paolo Russo - si è consentito che fossero abbassati notevolmente i margini di sicurezza, di tutela ambientale e di salute dei lavoratori stessi». Da Priolo a Porto Marghera, dalla Puglia alla Sardegna, suppergiù, la stessa storia. Triste. E adesso? «Per noi - aggiunge Russo - questa fase dell'inchiesta che conduciamo si chiama "Priolo-after", proprio perché vogliamo andare oltre. Oltre i silenzi, ma anche oltre i sensazionalismi. Perché tra questi due eccessi bisogna, e vogliamo, trovare una terza via». La missione che si intesta la Commissione è chiara, delicata. Una scommessa non da poco. La terza via è, spiegano i parlamentari impegnati nell'inchiesta, il punto d'equilibrio che dovrebbe consentire di salvaguardare i livelli occupazionali e, contemporaneamente, garantire tutela dell'ambiente e salute dei cittadini. C'è da chiedersi se la ricerca più o meno precisa, non facile, di questo "balance" non rischi di spegnere sensazionalismi e denunce, contribuendo a gettar sabbia su chi ne ha combinate di tutti i colori. Giocando sulla pelle della gente. Ma l'ipotesi viene sdegnosamente respinta. «Non ne se ne parla nemmeno - sentenziano all'unisono sia Russo che gli altri membri della Commissione - perché la magistratura prosegue il suo lavoro, per cui noi non rappresentiamo, come è evidente, un intralcio. Anzi, considerato che noi operiamo su tutto il territorio nazionale, rappresentiamo una sorta di saldatura tra le varie realtà e le varie situazioni». La Commissione ha incontrato il sindaco e il Presidente della Provincia di Siracusa, il sindaco di Melilli e Priolo, il Capo della Procura di Siracusa, i vertici di Syndian, Polimeri Europa, Erg, Enel. Compiuti anche sopralluoghi tra Priolo, Melilli, Augusta. Ma come uscire da questa situazione? Con gli interventi riparatori delle aziende che hanno sbagliato, certamente. Ma non solo. «Chiederemo subito al governo di stanziare risorse che consentano di effettuare interventi strutturali concreti e che proiettino davvero quest'area fuori dall'emergenza. Perchè il futuro - spiegato il senatore siracusano Rotondo - può essere fatto di una chimica moderna, eco-compatibile, pulita». E se in quest'area ha sbagliato l'uomo, a Biancavilla, invece, al di là di certe negligenze, la Commissione parlamentare ha avuto la conferma che la natura è stata proprio matrigna. «Qui - spiega Paolo Russo - occorre immediatamente stilare la lista degli interventi prioritari da mettere a punto per risolvere i problemi sanitari provocati dal massiccio utilizzo della fluorodenite, estratta dalla cava cittadina». Qui già cinque miliardi sono stati spesi per bitumare le strade, ma ne serviranno altri per mettere in sicurezza e bonificare la cava. Ma importante, sottolinea la commissione, è anche evitare scontri tra le varie articolazioni dello Stato che devono operare, piuttosto in sinergia. Comincia a funzionare, e questa è la buona notizia, l'Arpa, dopo i due ultimatum della stessa Commissione alla Regione che non aveva fatto decollare questo organismo destinato al controllo e alla tutela del territorio

 
ECONEWS (Verdi)
Energia. Verdi: Marzano inventa le priorità

"Il ministro delle Attività Produttive inventa le priorità: i picchi dei consumi energetici registrati con l'ondata di grande caldo non giustificano la costruzione di nuove centrali elettriche". Lo afferma il deputato Verde Marco Lion, intervenuto in merito alle affermazioni di Antonio Marzano. "Occorre senz'altro, oltre che l'utilizzazione delle fonti alternative, una razionalizzazione del settore energetico: ma il decreto sblocca centrali prevede la costruzione di 600 nuove strutture e la produzione di una quantità abnorme di energia, senza dettare alcuna norma di buon senso su come, dove e quando produrre. Bisogna infine ricordare che le anomale temperature registrate in questi giorni sono conseguenza dell'effetto serra che il Governo Berlusconi non è impegnato a contrastare, boicottando di fatto gli accordi di Kyoto, consentendo le condizioni per aumentare i consumi energetici e assecondando una spirale viziosa".

Clima. Legambiente: caldo non sia pretesto per nuove centrali

"Non vorremmo che il caldo asfissiante di questi giorni e l'intenso uso di condizionatori diventi il pretesto per lanciare pretestuosi allarmi black-out e chiedere nuove centrali che non servono al paese". Legambiente esprime in una nota la sua preoccupazione per le possibili strumentalizzazioni legate alla crescita dei consumi energetici causati dal caldo. "L'ha spiegato anche il ministro Marzano: l'uso dei condizionatori non provocherà problemi all'erogazione. E allora perché realizzare 11 mila megawatt di nuove centrali, quasi nessuna da energie rinnovabili? E' certamente necessario affrancare l'Italia dalla dipendenza energetica dall'estero, che significa dal petrolio e anche dal nucleare francese, ma questo impegno non deve tradursi in una rincorsa a far spuntare come funghi nuovi mega-impianti lungo tutta la penisola". Anche perché, spiega in conclusione legambiente, "l'impegno preso con la ratifica del Protocollo di Kyoto indica una strada diversa: l'incremento delle fonti rinnovabili, ma anche la riduzione dei consumi e l'efficienza energetica".

 
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