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eDITORIALE
Un Ministro dell'Interno: Cossiga di Ida Magli ItalianiLiberi | 18/08/2010
Sono
molto stupita del coro di elogi che viene rivolto a Cossiga da tutte le
parti. E’ vero che il “Palazzo” non sa fare a meno di cogliere
ogni occasione per vantare se stesso; ma il Cossiga che ha percorso
tutti i gradini della carriera politica senza dare nulla all’Italia,
salvo le battute maligne con le quali aggrediva, sotto false spoglie,
amici e nemici, non merita neanche la minima parte di questa esibizione
di solidarietà corporativa.
Io posso dire quale sia stato il comportamento di Cossiga come Ministro
dell’Interno durante gli anni della contestazione e delle brigate
rosse, vissuti di persona nella Facoltà di Lettere della Città
Universitaria, vedendo uccidere, azzoppare, incutere il terrore a
professori e studenti. La proditoria uccisione, mentre saliva le scale
della Facoltà, di un uomo buono e giusto come Bachelet, ne rimane per
sempre come la più tragica testimonianza.
Eravamo soli, assolutamente soli. Non un poliziotto, non una guardia
all’ingresso, nei vialetti, nei corridoi, nelle aule. Il ministro
dell’interno aveva fatto sapere che il suo rigoroso rispetto per la
normativa che impediva l’ingresso di forze di polizia nelle Università,
comportava che non avrebbe mandato nessuno, neanche disarmato, a vedere
quello che succedeva, e che di conseguenza ce la dovevamo cavare da
soli. Il signor Cossiga sapeva bene che si trattava di una norma del
medioevo, quando lo spazio delle Università era “sacro” quanto quello
delle Chiese perché il “sapere” era ecclesiastico. Nulla a che fare,
perciò, con le moderne università, aperte a tutti. Prendere in giro il
mondo contando sull’ignoranza comune, era però la prassi consueta della
sua malignità e della sua vigliaccheria.
Il disprezzo per Cossiga era l’unica cosa che ci univa ai contestatori,
ma abbiamo dovuto cavarcela effettivamente da soli. Molti professori e
molti studenti hanno rinunciato a mettere il piede nella Città
universitaria, facendo saltare quasi completamente la gestione
dell’Anno Accademico. Quelli che hanno persistito (eravamo pochi ma
sicuri della nostra scelta) a mantenere in vita l’orario delle lezioni
e le sessioni d’esame, l’hanno fatto a rischio della vita, affrontando
ogni giorno, come minimo, il pericolo d’innumerevoli forme
d’intimidazione, con gruppi di contestatori installati nei pressi delle
cattedre che imponevano una specie di controllo sull’argomento delle
lezioni e sulla votazione degli esami e improvvisi allarmi su incidenti
violenti nelle scale e nei cortili, con le molotov e i bazouka nascosti
nelle cantine della Facoltà, pronti a essere usati.
Il Ministro dell’interno si era messo talmente paura nel vedere sui
muri il suo nome scritto con la K, che ha deciso di tenersi alla larga
dall’Università, non soltanto non mandando nessun poliziotto, ma
perfino non chiedendo informazioni a nessuno di noi che nella Città
universitaria ci vivevamo, ci lavoravamo, ci sforzavamo di provare che
il “sapere”, la scienza, lo studio, erano più forti della paura, e che
questo era il nostro modo per salvare l’Italia.
Non voleva sapere, nel timore di essere poi costretto ad agire. Aver
dovuto assistere all’apertura dell’automobile dove si trovava il
cadavere di Moro è stato il dovuto coronamento della sua carica di
Ministro dell’Interno. Non l’aveva cercato, malgrado tutti fingessero
di cercarlo, perché faceva comodo ai suoi amici, e forse anche ai suoi
nemici, non ritrovarlo, e perché era troppo vile per mettersi a
rischio. Giustamente, poi, qualcuno l’ha premiato promuovendolo
Presidente della Repubblica.
Ida Magli Roma, 18 agosto 2010
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