L’umanità dell’internet
(le vie della rete sono infinite)

omini

di Giancarlo Livraghi
gian@gandalf.it



Capitolo 12
I valori antichi
della nuova comunicazione


Nella cultura e nella società della rete ci sono valori antichi. Non si tratta di un ritorno al passato, né di un “ricorso storico”. I nuovi sistemi di comunicazione non hanno precedenti nella storia dell’umanità. Ma molti dei comportamenti e delle relazioni sono più comprensibili se li osserviamo dal punto di vista della natura umana, come la conosciamo fin dalle origini.

Possiamo pensare a diverse epoche nel nostro passato. Non importa quanto siano vicine o lontane; ciò che conta è capire come nella nuova realtà si possano manifestare tendenze profondamente radicate nella storia della società e delle relazioni umane.

Nella network society cresce il valore delle comunità; alla monotonia e standardizzazione dell’era industriale tende a sostituirsi un tessuto di relazioni e di collaborazioni, dove ogni membro di una comunità arricchisce se stesso e tutti gli altri con uno scambio continuo di conoscenze e di competenze. Qualcosa di simile alle “arti e mestieri” delle antiche città italiane e fiamminghe, la cui ricchezza veniva non solo dal controllo (e dalla condivisione) delle tecnologie ma anche dal sistema di competenze e relazioni umane.

Come vedremo nel prossimo capitolo, la rete è un sistema biologico. C’è un’evidente connessione fra questo fatto e la riscoperta di valori “agricoli”. Modi di vivere, di pensare, di comportarsi che non erano estinti, ma sembravano attenuati e sommersi nel mondo standardizzato dell’era industriale.

Anche qui... chiedo scusa a chi ha già letto queste citazioni in un altro libro. Ma credo che, per chi ancora non le conosce, siano riferimenti utili per capire quanto sia chiara e condivisa, fra i più attenti studiosi dell’internet, la convinzione che si debba pensare in termini di agricoltura e coltivazione. Mi limito a tre, fra le molte citazioni possibili, perché mi sembrano sufficienti. Ma l’argomento è trattato chiaramente in molti altri testi.

Lo spiegava così John Perry Barlow.

La mia convinzione – radicata in un personale balzo dal 19° al 21° secolo – è che le abitudini mentali dell’agricoltura sono molto più adatte per capire le qualità essenzialmente biologiche dell’economia dell’informazione di quanto possano esserlo i vizi meccanicistici della visione industriale del mondo.

Questa affermazione si trova nell’articolo Africa rising in Wired, gennaio 1998. John Perry Barlow, uno dei protagonisti culturali della rete fin dalle origini, ha scritto molte cose interessanti – ma anche, talvolta, un po’ esagerate. Per esempio non condivido del tutto la famosa Declaration of independence of cyberspace che scrisse nel 1996 – perché (come vedremo nel capitolo 16) non è vero che esista un “ciberspazio” come mondo a parte in cui si possa vivere ed agire sottraendosi non solo alle leggi ma anche alle consuetudini della convivenza umana. E non è neppure vero che sia così facile scavalcare e “azzerare” miracolosamente le differenze nazionali e culturali. (Vedi il capitolo 53 I valori della diversità).

Jerry McGovern in The Caring Economy dice che si ritorna all’agricoltura.

Potremmo dire che è un ciclo: siamo andati avanti per tornare, almeno in parte, a valori del passato – al modo di collaborare, di lavorare insieme, che avevamo imparato nella società dell’agricoltura. L’internet è una rete – un ambiente organico. Dobbiamo saperla coltivare.

In convegno sulle nuove tecnologie di comunicazione, nell’ottobre 1999, Arno Penzias parlava di valori agricoli.

Quando mio figlio era piccolo mi vedeva uscire con i giocattoli per portarli ad aggiustare; così credeva che il mio mestiere fosse riparare giocattoli. Ora lui e sua moglie gestiscono una casa editrice; hanno l’ufficio in casa e a turno si occupano dei bambini. I miei nipotini non hanno dubbi su che mestiere facciano i loro genitori, perché li vedono al lavoro. Come è sempre stato nelle famiglie dei contadini.

Se i nuovi sistemi di comunicazione fossero basati su qualcosa di totalmente sconosciuto e inesplorato, usarli sarebbe molto difficile. Ma nulla di ciò che facciamo online è estraneo alla natura umana. Si tratta di comportamenti che hanno radici antiche nella storia della nostra specie – e più in generale nel concetto di essere vivente. Lo scambio di servizi e attenzioni reciproche (che è la struttura fondamentale della rete) non solo non è nuovo, ma è un elemento indispensabile di qualsiasi società umana. Il concetto di comunità è antico quanto l’umanità. La struttura dell’internet è più simile al funzionamento di un cervello biologico che alla logica sequenziale di un computer. Insomma capire la rete, e usarla bene, significa ritrovare le radici della natura umana.


* * *


E non si tratta solo di agricoltura. Stiamo ritrovando anche le radici di una cultura pre-agricola; tribale e nomadica. I moderni mezzi di trasporto ci danno una mobilità senza precedenti; la rete ci permette di continuare il lavoro e le relazioni dovunque siamo. Possiamo liberarci non solo dai vincoli di concentrazione dell’economia industriale, ma anche dal condizionamento territoriale dell’economia agricola o mineraria.

Anche nella scrittura qualcosa è cambiato. Scrivere a macchina voleva dire usare un unico carattere, sempre della stessa grandezza.

Non c’era più calligrafia, né la possibilità di scrivere più grande o più piccolo, più chiaro o più scuro, collocare le parole diversamente sulla pagina, inserire qua e là una freccia o un disegno. Con un computer, tutto questo è di nuovo possibile; possiamo scegliere i caratteri, cambiarne la dimensione, impaginare come vogliamo, usare neretti e corsivi, inserire simboli e disegni. Insomma esprimerci in modo molto più personale.

Perfino l’arte della stampa non è più a senso unico. Possiamo tutti diventare tipografi, impaginatori, redattori, editori. Fare dieci, cento, mille copie di ciò che ci interessa. O, senza neppure usare una stampante, metterlo online.

Con l’internet, la rivoluzione è ancora più grande. Gli spazi di dialogo sono infiniti, ognuno di noi ne può creare a volontà. C’è una possibilità tutta nuova di coltivare la diversità. Il sangue della nuova comunicazione è la scoperta di culture diverse, e al tempo stesso la ricerca di interessi comuni che superano i confini e le distanze.

Molti pensano, credo con ragione, che la globalità del molteplice non solo porti al rinascere di infinite tribù, ognuna con la sua cultura e i suoi rituali, ma ci aiuti anche a ritrovare il nostro antico istinto di nomadi. Non solo perché possiamo vagare come ci piace nella rete, ma anche perché possiamo spostarci fisicamente senza perdere contatto con i nostri amici e con il nostro lavoro.

Anime nomadi, che possono volare in ogni angolo del pianeta come non sognava neanche il più avventuroso degli stregoni. Ma nomadi anche i corpi, perché quasi tutte le persone che se lo possono permettere viaggiano sempre più spesso. E chi ha fatto un’amicizia in rete non vede l’ora di dare anche presenza fisica alla persona di cui già conosce il carattere e il pensiero.

Più si diffonderà l’uso della rete, più vedremo persone partire per luoghi vicini o lontani avendo già un appuntamento con qualcuno che conoscono e vogliono conoscere meglio.

Forse è un sogno; forse solo una minoranza più vivace e curiosa saprà approfittare davvero di queste nuove possibilità. Ma è affascinante pensare a un’umanità meno stanziale, meno omogenea e più nomade; a spazi crescenti per la libertà e la fantasia.

È il caso che gli storici ci aiutino a riscoprire i valori di un tempo, a trarne insegnamenti per la pratica di oggi? Forse si. Ma il punto fondamentale, secondo me, è un altro. Molte delle cose “nuove” che scopriamo nell’internet sono radicate nella natura umana. Più capiamo l’umanità delle persone, meglio ci muoviamo nella rete.






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