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PRIMO PIANO 1999 |
Il coordinamento "Dire mai al MAI" di Faenza (RA) in collaborazione
con il coordinamento nazionale organizza per il 9 e 10 Ottobre 1999 un
Convegno dal titolo "Se questo è sviluppo!". L'iniziativa vuole
essere un momento di divulgazione e di confronto sui temi del MAI e degli
accordi sovranazionali in genere. Il Sabato pomeriggio saranno presenti
Alberto Castagnola, Susan George e Pietro Barcellona. La Domenica mattina
è prevista una tavola rotonda dove si confronteranno le proposte
della Campagna anti Mai e di ONG con quelle del Governo italiano e della
Commissione Europea. Sarà una buona occasione per ascoltare pubblicamente
le posizioni dei nostri rappresentanti istituzionali in vista della Conferenza
ministeriale di Seattle. Maggiori dettagli li potrete trovare sul sito:
http://www.racine.ra.it/perglialtri/altritalia/mai.htm
anche se il programma definitivo sarà pronto solo nei prossimi giorni
così come le informazioni più tecniche riguardanti le iscrizioni
e gli aspetti logistici.
Il Centro Nuovo Modello di Sviluppo, uno dei gruppi piu' attivi nella promozione di una legge contro lo sfruttamento del lavoro minorile e non (si veda la campagna "Acquisti Trasparenti"), a proposito di questa legge ha espresso un forte giudizio negativo, che riportiamo qui sotto. La Rete Romana Consumo Critico lo condivide appieno.
IL COMMENTO DEL CENTRO NUOVO MODELLO DI SVILUPPO:
UNA LEGGE CHE NON CONDIVIDIAMO
Al Senato è stata approvata una proposta di legge sul lavoro minorile elaborata a partire da vari progetti depositati da una anno a questa parte. Lo diciamo francamente: a noi quella legge non piace perché non garantisce né l'informazione ai consumatori né la lotta efficace contro il lavoro minorile. La legge prevede l'istituzione di un marchio attestante il non utilizzo di lavoro minorile che le imprese possono esporre sui prodotti a seguito di un'autocertificazione. In altre parole per poter esporre il marchio è sufficiente che le imprese chiedano di essere inserite in un albo e che firmino una dichiarazione che garantisce il non utilizzo di lavoro minorile lungo tutta la catena produttiva. La legge prevede anche l'istituzione di una commissione addetta alla gestione dell'albo a cui è affidato il compito, attraverso controlli a campione, di verificare la conformità delle dichiarazioni rese dalle imprese. In caso di infrazione il comitato deciderà la cancellazione dei prodotti o delle aziende dall'albo. Non condividiamo questa legge per tre ragioni principali:
1) il sistema dell'autocertificazione non ci pare affidabile. Abbiamo assistito a decine di casi in cui le imprese spergiuravano che negli stabilimenti delle loro appaltate tutto andava bene, per poi scoprire gravi violazioni. Se situazioni del genere dovessero verificarsi a carico di imprese che hanno ottenuto il diritto ad esporre il marchio, sarebbe una sconfitta per tutti perché se il marchio perde credibilità non serve più per nessuno;
2) non è possibile una certificazione dei prodotti perché, salvo poche eccezioni, i prodotti sono beni complessi ottenuti dall'assemblaggio di molti elementi, ciascuno dei quali ha una lunga storia produttiva avvenuta in maniera frammentata in diverse parti del mondo. Solo per fare un esempio, tra l'altro molto semplice, quale imprese dell'abbigliamento potrebbe ricomporre la storia della sua camicia da quando il cotone era seme e il bottone era ancora petrolio? Alla luce di questa constatazione risulta evidente che una certificazione del prodotto induce le imprese a dichiarare il falso e rende impossibile qualsiasi tipo di verifica;
3) dulcis in fundo ci pare un errore occuparsi solo del lavoro minorile. Lo affermiamo non perché vogliamo sminuire la gravità del lavoro minorile, ma perché questo problema non si può risolvere se non si affronta il tema più generale dello sfruttamento degli adulti. E' noto, infatti, che le famiglie si rassegnano a far lavorare i bambini, quando gli adulti non guadagnano abbastanza. Se una fabbrica smette di assumere bambini, ma continua a dare agli adulti salari da fame, di fatto continua a mantenere il lavoro infantile che si concentra sempre di più nelle retrobotteghe dei laboratori informali dove regna il lavoro nero e l'assenza totali di controlli. Ovviamente l'impresa che ha contatto con i consumatori ci fa un figurone e i consumatori, ormai liberi dai sensi di colpa, possono dedicarsi di nuovo ai loro acquisti. Ma il problema è tutt'altro che risolto. E' solo stato portato fuori dalla vista. Per tutte queste ragioni insistiamo su una legge che porti seriamente alla luce l'operato delle imprese.
Riportiamo dal retro copertina del libro:
"Vai al supermercato, prendi un pacchetto di spaghetti
e senza volere finanzi l'industria degli armamenti perche' la multinazionale
da cui compri possiede anche delle fabbriche di armi.
Oppure acquisti un barattolo di pelati e contribuisci
allo sfruttamento dei braccianti africani, perche' la multinazionale da
cui compri possiede anche delle piantagioni di ananas.
In altre parole ogni volta che compri alla cieca puoi
trasformarti in un complice di imprese che inquinano, che sfruttano, che
evadono le tasse, che maltrattano gli animali o che compiono molti altri
misfatti.
Ma se vuoi, il tuo consumo puo' trasformarsi in un'arma
potente per indurre le imprese a comportamenti piu' corretti da un punto
di vista sociale e ambientale. Le strategie si chiamamo boicottaggio, consumo
critico, commercio equo e solidale, marchi di garanzia e, perche' no, sobrieta'.
Questo libro illustra questi strumenti, uno a uno, affinche'
tu possa usare il consumo come un'occasione per votare ogni volta che si
fa la spesa."