| ETICA D'IMPRESA: RISPOSTE INGANNEVOLI
"L'etica d'impresa? Una farsa. Codici e certificazioni? Spesso solo
una maschera". Il ruolo di un consumo realmente critico.
Mentre le cronache ci raccontano di imprese che ne combinano di tutti
i colori per truffare consumatori e risparmiatori, per evadere il fisco,
per sfruttare i lavoratori, per rapinare le risorse, avanza bel bello il
dibattito sulla responsabilità sociale d'impresa.
Ma se volessimo essere onesti dovremmo dire che le imprese non sanno
neanche dove sta di casa la responsabilità, perché non fa
parte del loro patrimonio genetico.
Dovremmo dire che il loro unico obiettivo è il profitto e che
in nome del guadagno sono disposte a uccidere gli attivisti sindacali,
a corrompere i capi di governo, a provocare guerre e colpi di stato, a
sostenere regimi oppressivi, a provocare disastri ambientali.
Queste non sono illazioni.
Sono fatti che chiamano in causa multinazionali come Coca Cola, Unilever,
Halliburton, Shell e molte altre. Smettiamola con questa farsa dell'etica
d'impresa.
L'etica è una prerogativa di chi ha anima o coscienza, ma le
megaimprese non hanno né l'una né l'altra. Sono solo macchine
programmate per garantire profitto agli azionisti.
Tutto il resto è contesto in mezzo al quale sapersi muovere
per ottenere il meglio per sé. Le megaimprese volta per volta stabiliscono
il comportamento più conveniente da assumere.
Talvolta si ingegnano per sfruttare la situazione, talvolta cercano
di fare cambiare lo scenario per adeguarlo alle proprie esigenze, talvolta
si adattano per non finire ai margini.
Nel rapporto con i consumatori, il loro tentativo è di condizionare
la nostra volontà. Ma se si rendono conto di non farcela, allora
cercano di adattarsi. Così è stata issata la bandiera della
responsabilità sociale, come un tentativo per riconquistare la fiducia
dei consumatori che esigono un maggiore rispetto per l'ambiente e per i
diritti. In definitiva è buon viso a cattiva sorte.
Le regole scomparse.
Si è cominciato a parlare di responsabilità sociale da
quando siamo entrati nell'epoca della globalizzazione. Cioè, da
quando le imprese si sono trovate nella libertà di trasferire la
produzione dove i costi sono più bassi, ossia dove la licenza di
sfruttare e inquinare è più ampia.
Così i consumatori hanno scoperto di portarsi a casa prodotti
che, pur recando il nome di marche prestigiose come Levi's, Adidas, Nike,
Reeebok, di fatto provengono dalla Cina, dalla Romania o dal Vietnam e
sono fabbricati da lavoratori che guadagnano salari al di sotto della soglia
di povertà, che lavorano 16 ore al giorno e qualche volta sono ragazzini
sotto i 13 anni.
Nel caso dei tappeti indiani hanno addirittura scoperto che sono annodati
da bambini tenuti in schiavitù. La prima impresa che è stata
trovata con le mani nel sacco dello sfruttamento estremo, è stata
Levi's nel 1991.
Un servizio giornalistico rivelò che i suoi jeans erano prodotti
a Saipan, un isolotto del Pacifico, da ragazze provenienti dalla Cina e
fatte lavorare in condizioni indicibili in fabbriche controllate da guardie
armate.
Per Levi's fu un disastro perché aveva costruito la sua pubblicità
sulla sensibilità sociale, un po' come faceva Benetton ai tempi
di Oliviero Toscani. Per rimediare inventò i codici di condotta,
ossia si impegnò pubblicamente ad appaltare la produzione esclusivamente
a fornitori che a loro volta garantivano il rispetto dei diritti fondamentali
dei lavoratori.
Dopo Levi's, venne il turno di Nike, di Reebok, di Adidas, di Fila,
di Umbro e tutte le altre. Ognuna scoperta a rifornirsi da appaltate che
violavano le convenzioni fondamentali dell'Organizzazione Internazionale
del Lavoro. E ognuna reagì dotandosi di un codice di condotta autoprodotto
e autocontrollato.
Constatato che senza adeguati meccanismi di controllo indipendente
e di correzione delle violazioni, i codici sono poco più di carta
straccia, sono stati introdotti i sistemi di certificazione sociale. SA
8000, e gli altri sistemi, sono senz'altro più seri dei codici,
ma anch'essi presentano qualche problemino, perché il ruolo chiave
è giocato dalle società di certificazione che sono pagate
dalle società che chiedono di essere certificate.
Purtroppo, specie in Cina, sono stati denunciati vari casi di aziende
certificate che non se lo meritavano.Così siamo ancora alla ricerca
di un sistema davvero capace di obbligare le imprese a fare ciò
che non hanno voglia di fare.
Fino a 20 anni fa le leggi venivano scritte non solo per i cittadini,
ma anche per le imprese. Regole e sanzioni per i trasgressori.
Ma oggi più nessuno osa parlare di regole perché le imprese,
che non hanno mai avuto tanto potere quanto oggi, rivendicano la totale
libertà.
Una libertà che vogliono sancire a livello internazionale col
famoso MAI, l'accordo multilaterale sugli investimenti, dovrebbe riconoscere
alle multinazionali la libertà di entrare e uscire dai singoli Paesi
a loro piacimento.
La povera Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, che
ha elaborato una proposta di codice internazionale da fare rispettare a
tutte le multinazionali, si è già tirata addosso le ire delle
più potenti lobby imprenditoriali e sarà molto difficile
che il suo tentativo arrivi da qualche parte.Alla fine scopriamo che la
responsabilità sociale è posta in antitesi alle regole.Peccato
che non funzioni.
Il potere dei consumatori.
Gli unici che possono obbligare le imprese a non prenderci più
in giro sono i consumatori. Solo i consumatori che acquistano consapevolezza
del proprio potere e si pongono in una posizione contrattuale con le imprese
possono imporre a quest'ultime comportamenti più corretti. Gli strumenti
si chiamano consumo critico e Campagne di pressione che nella forma più
estrema giungono al boicottaggio.
L'esperienza dimostra anche che le campagne più efficaci sono
quelle organizzate in stretta alleanza con tutte le parti interessate al
problema sollevato. Il caso Del Monte insegna.
Come molti sanno la Campagna partì nel novembre 1999 a seguito
di accuse molto circostanziate: gli avventizi guadagnavano poco più
di un dollaro al giorno, quanto basta per comprare appena tre chili di
farina di mais; venivano fatti usare pesticidi pericolosi senza le adeguate
misure protettive; le libertà sindacali erano costantemente sotto
minaccia; le condizioni igieniche e abitative erano pietose.
Ma il Centro Nuovo Modello di Sviluppo non si era limitato alla denuncia:
aveva chiamato i consumatori all'azione e poiché Del Monte risultava
di Cirio al 70% era stato chiesto di inviare delle cartoline di condanna
direttamente a Sergio Cragnotti, presidente di Cirio.
Nel contempo era stato chiesto di indirizzare una cartolina anche a
Coop che oltre a essere uno dei principali clienti di Del Monte Kenya,
aveva ottenuto la certificazione SA 8000. Una certificazione. che viene
rilasciata a chi dimostra di trattare i propri dipendenti nel pieno rispetto
delle convenzioni internazionali, delle leggi e dei contratti e a chi dimostra
di essersi attivato per mantenere rapporti solo con fornitori che a loro
volta garantiscono il pieno rispetto dei diritti dei lavoratori.In poco
tempo arrivarono migliaia di cartoline e la reazione di Coop fu immediata:
si rivolse a una società di certificazione e la inviò in
piantagione per verificare le accuse.
Gli ispettori confermarono quanto aveva denunciato il Centro Nuovo
Modello di Sviluppo e Del Monte venne posta alle strette: o correggeva
il suo comportamento, o perdeva Coop come cliente.
Di fronte all'aut-aut e alla pressione dei consumatori che si faceva
sempre più incalzante, Del Monte promise a Coop di avviare un piano
di miglioramento.
Ma proprio mentre in Italia dava questo tipo di assicurazione dal Kenya
giungeva la notizia che in realtà le cose stavano peggiorando. Va
precisato, infatti, che la campagna era gestita in stretta collaborazione
con alcuni sindacati e alcune associazioni del Kenya. Il che metteva Del
Monte in condizione di grande debolezza non solo perché non poteva
imbrogliare le carte, ma soprattutto perché la costringeva a subire
contemporaneamente due tipi di pressione: quella sindacale in Kenya e quella
dei consumatori in Europa.
Poiché la situazione non si risolveva, nel settembre 2000, la
Campagna passò al contrattacco, organizzando in Kenya una serie
di manifestazioni dei lavoratori e rilanciando in Italia la pressione dei
consumatori. Nel dicembre 2000, Cirio sostituì il direttore della
piantagione con un personaggio decisamente più aperto che avviò
immediatamente trattative tecniche col comitato kenyota per concordare
un piano di miglioramento.
Così nel marzo 2001 venne firmato un accordo che da una parte
impegnava Del Monte a portare avanti il piano di miglioramento già
avviato e dall'altra impegnava la Campagna a concludere il boicottaggio.
Dopo la firma sono state eseguite altre verifiche che hanno confermato
il rispetto degli impegni dell'azienda. Tant'è che nel maggio 2003
Del Monte Kenya ha chiesto e ottenuto la certificazione SA 8000. Anche
se abbiamo al nostro attivo delle conquiste importanti, dobbiamo dire con
altrettanta chiarezza che i consumatori stanno agendo in condizioni di
grande difficoltà.
Per questo è urgente che la politica torni in campo se non mettendo
delle regole alle imprese, quanto meno creando un contesto più favorevole
all'azione dei consumatori.
Un aspetto fondamentale sarebbe la trasparenza perché solo conoscendo
l'intera filiera produttiva è possibile effettuare ulteriori indagini
e intervenire per richiedere la correzione di eventuali violazioni.
Proprio per questo, nel 1999, varie associazioni italiane lanciarono
la Campagna Acquisti Trasparenti per richiedere l'emanazione di una legge
che obbligasse le imprese a dare più informazioni sulle loro filiere
produttive, che istituisse un'autorità di vigilanza con poteri di
indagine e creasse un marchio sociale per la qualità del lavoro.
La Campagna non ebbe successo mentre era al governo il centrosinistra
e men che mai l'avrebbe oggi che siamo governati da un governo di destra.
Ciò non di meno rimane una battaglia importante che va rilanciata
appena possibile.
Francesco Gesualdi / Centro Nuovo Modello di Sviluppo |